lunedì 2 marzo 2015

Il tredici - Il trecentosessanta - Due piccole storie senza importanza - (Claudia)

Il tredici

Carmelo sostenne che era colpa del ladro che si era portato via la Madonna se quell'estate a Via del Borgo erano già morti in tre.
Non fece in tempo a dire prendiamoli.
Gli venne un colpo sotto il portico e divenne il quarto.
Il quinto fu il ricco proprietario del civico tre, la vedova si prese un Negroni e s'accomiatò per sei mesi di lutto nella sua villa giù alla valle dei templi.


La sesta non morì, ma l'ambulanza venne lo stesso per trasportarla a Villa Baruziana, lei e il suo amante magrebino senza più un dente in bocca.
Erano pazzi tutti e due, da tempo, e ogni tanto a turno - più con il caldo che non con il freddo- davano fuori di testa.
Il nono cadde dal cornicione nel tentativo di un allaccio abusivo all'antenna presidenziale dell'avvocato del civico 18.
La decima puzzò e solo allora qualcuno ebbe la grazia di accorgersi che era passata a miglior vita.
L'undici e il dodici li trovarono attaccati come i morti da lava nell'eruzione del Vesuvio, quella famosa del 79 ac.
Tra le altre cose, nessuno sapeva che fossero amanti.
Il tredicesimo sarebbe stato il ladro, e il ladro lo sapeva, essendo ladro per vocazione e non per necessità.
Professore emerito, esperto in numerologia, sapeva che il furto sarebbe stato rivendicato davanti a Dio e la catena spezzata solo al tredici, numero della Madonna e petali del suo fiore.
Così prese la refurtiva e la riportò al suo posto, dentro alla nicchia in capo al portico.
Poi quieto si sedette sotto, le spalle spioventi contro il muro.
Non si sarebbe più svegliato, lo sapeva, e s’addormentò.
Quel tredici d'agosto al tredicesimo rintocco, i superstiti della via sentirono per l'ultima volta il suono lancinante di una sirena d’ambulanza.
Bloccò rapida l’intera strada, come sempre, e caricò il morto.
Poi, irrequieta, scomparve.





Il trecentosessanta

 L'imprenditore bolognese- ancora vestiva Armani e si tagliava i capelli in Rue des Oineaux, atterrandoci direttamente con l'elicottero- scelse di non usare l'ascensore e fece le scale.

Salì per l'esattezza trecentosessanta gradini di ghisa e acciaio Damasco, immaginando per ciascuno di essi una versione diversa delle cose accadute nella sua vita e in quella di quanti aveva avuto modo di conoscere.
L’ascesa durò abbastanza da farlo diventare povero, reduce di guerra, assassinato e assassino.
Fu vittima di un incendio e perse il lavoro negli anni della Grande Depressione, quando chiusero la metà delle fabbriche di Detroit.
Cadde per sbaglio in un fiume dalle acque torbide e straordinariamente basse e fu trascinato per molto dalla corrente.
Era stato moltissime cose, per trecentosessanta gradini e ora lo spazio azzurro sopra la sua testa non lo avrebbe schiacciato più.
Socchiuse gli occhi e seguì lo skyline della città fino alla riva del mare.
Guardò oltre, verso l’ex Jugoslavia e poi tornò al dettaglio del grattacielo di fronte: la finestra del sessantesimo piano era aperta, come sempre, e l’estetista cantava facendo il suo lavoro.
Di lei non aveva visto altro che il profilo e le mani.
Ah quelle mani!
Il quadrato della finestra per i clienti era cornice, per lei pudico spioncino. 
L’imprenditore le aveva dedicato il centottantesimo gradino, sognando vaghi effluvi di acetone e piccole meraviglie quotidiane, sistemazione di un ricciolo, una passata di kajal, domeniche trascorse a braccetto e notti galoppanti al fulmicotone. 
La spiò al lavoro, ne ascoltò il canto.
Quando anche l’ultima unghia fu laccata e la cliente scomparve dal riquadro della finestra, lei allungò un braccio – un braccio leggero come velina- e chiuse.
L’imprenditore prese fiato e si buttò.



6 commenti:

  1. Molto, molto simpatici. Ma restiamo al primo racconto
    Il tredici per le ultime generazioni ricorda soprattutto la schedina del totocalcio, pertanto è considerato un numero fortunato, ma per alcuni porta sfiga a tavola e negli alberghi non troverete mai la stanza con quel numero. Ma in passato ha assunto molti significati. Più che altro è il primo numero dopo il numero perfetto come il dodici pertanto è considerato il numero che rompe l’armonia, e del disordine. Ogni numero assume un significato diverso nelle diverse dottrine. C'è il significato della magia, quello dei sogni, esoterico, mistico eccetera eccetera
    In astrologia, per esempio, questo numero è importante perché la somma dei primi numeri tredici è uguale a 91, cioè il numero dei giorni di una stagione.

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  2. Numeri... il mio amore tormentato e non corrisposto :)

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  3. Il tredici.
    La storia si svolge verosimilmente nel Centro storico di Bologna, in via del Borgo di San Pietro.
    Ci avrei messo anche il numero civico, tanto per numerologia...
    I numeri per il matematico cultore della materia rivestono una bellezza infinita ( neh,Claudia... ).
    Non è quindi possibile disperderli dintorno come oggetti inutili e insignificanti.
    Nemmeno per gioco: i numeri sono permalosi e quel 13 potrebbe vendicarsi!
    Essi hanno una loro dignità che esige rispetto ed ammirazione.
    Perchè rivestono significati concreti e astratti per il piacere della mente umana.
    Sollevandoci, al pari della poesia, dalla miseria della condizione animale.
    Essi come le parole hanno un peso specifico assolutamente determinante.
    Non vanno sprecati allegramente, altrimenti restano inerti come in questo raccontino...
    Naturalmente Claudia avrà compreso il tono scherzoso e vorrà indulgere a queste divagazioni.
    Terrei ora a precisare:
    - villa < Baruzziana > di Bologna, casa di cura psichiatrica;
    - 79 d.C.;
    - Valle dei Templi.

    SIDDHARTA

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  4. Hai ragione Sid, manca una zeta, ho fatto crepare anzitempo i poveri pompeiani, e sul terzo refuso soprassiedo :)
    Quanto al rispetto per i numeri, mai avrei voluto mancare.
    Ma alle volte non mi lasciano in pace.
    Storia lunga, su cui soprassiedo.
    Anzi faccio come il Don (Abbondio)

    Besitos

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  5. Su < Il trecentosessanta >.
    Short-story dal misterioso messaggio, sospeso tra fantasia e irrealtà.
    Direi quasi trasposizione al risveglio di un incubo notturno.
    Mi ha colpito il < fulmicotone >.
    Come ricordo, quando da liceale barricato nel laboratorio di scienze fabbricavo il cotone incediario.
    Sostitutivo del salnitro raschiato dai muri umidi delle cantine...
    Sid

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  6. Fulmicotone, una parola che affiorava spesso dalle labbra di mio zio Augusto, il più vecchio dei quattro fratelli. Una famiglia narrativa, se posso dirlo. E lui, su tutti.
    Questa storiella fa parte di un gruppo di short che scrivo mentre giro, pensando a trasporre un insieme di cose in un testo che si regga senza pretese e senza riscritture. Nel caso di questo, in quel momento stavo in una condizione di afasia e affastellamento, credo che capiti a tutti. Uno di quei momenti in cui in testa ti partono mille sceneggiture e però non ce n'è nessuna che alla fine valga la pena di essere davvero raccontata. Allora vien fuori una specie d'impotenza, o di bisogno di tradurre comunque, per non andare in palla. E m'è venuta questa storiella, che non è nessuna storia, ma l'insieme di tutte le storie possibili, tranne un'eccezione, l'estetista, che fa sì che l'insieme di tutte queste storie possibili non possa essere che, in definitiva, il mosaico abborracciato di un'unica e appena abbozzata esistenza.

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