sabato 28 marzo 2015

Racconti in soffitta - Alberto Moravia


RACCONTI SURREALISTI E SATIRICI


Questi racconti, quasi tutti composti negli anni tra il 1935 e il 1945, rappresentano una stagione molto precisa nell'opera di Alberto Moravia. Erano gli anni in cui più pesante e più capillare si esercitava il controllo della dittatura: l'autore fu portato a servirsi della satira, della moralità, dell'apologo, dell'allegoria per dire quello che pensava sulla realtà in cui si trovava a vivere. Perciò, sebbene i racconti siano di vari generi e siano scritti sui più diversi pretesti, hanno un fondo comune e anche una forma unitaria che fanno della presente raccolta un solo libro per nulla frammentario e occasionale: un libro che non ha origine letteraria, bensì sentimentale, di esperienza sofferta e umana.
font:IBS



MAOMETTO

A Maometto pareva di aver ricevuto in dono dalla natura come un sesto senso, quello del presentimento. Senso delle poche cose che potrebbero essere tra le infinite che sono; dell'imminenza sempre possibile dell'unità tra il disordine dei contrasti; del principio e della fi-ne. Per questo senso gli sembrava di continuo di avere sulla lingua parole che non sapeva dire, negli sguardi visioni che non poteva vedere, forme in cima alle dita che non riusciva a toccare. Il sesto senso fuorviava gli altri cinque con delusivi indizi; e intanto precludeva ad essi il mondo reale. Nulla più egli appetiva, perduto al mondo; ma quel che presentiva gli sfuggiva di continuo. Sentiva Maometto di essere perpetuamente sulla soglia del mistero; ma anche sentiva che a varcare quella soglia, le sue sole forze, umane forze, non sarebbero mai bastate. Egli aveva voluto che l'anima sua si sgombrasse di ogni cura mondana, rendendosi simile a quelle morte valli del deserto in cui non cresce un filo d'erba e non scorre mai acqua e che paiono serbarsi così nude e vuote per meglio accogliere il rimbombo delle folgori celesti; ma pronta a risuonare delle voci supreme l'anima di Maometto taceva e l'eco presentita non si decideva ad abitarne l'apprestata e vogliosa solitudine. In questa spasimosa aridità Maometto si sentiva prosciugare, in questa assetata ebbrezza morire. E non c'erano più giorni né notti per lui, ma solamente attesa.

Eppure come il linguaggio di coloro che Io spavento ha reso muti, e gli viene fuori a brani, slegato e incomprensibile, ogni tanto nelle lunghe peregrinazioni per il deserto, gli balenavano balbettii. Vedeva sparsi sulla faccia della terra popoli che la mancanza di speranza faceva inferocire come le bestie che vengono chiuse dentro il sacco del parricida e con lui buttate a mare; questi popoli erano disposti... ma a che cosa? Gli tornavano alla memoria gridi, lontananze, deli» musiche, notti, invocazioni. Se invece l'animo stanco di bussare invano alla porta serrata del presentimento, rinunziava e cedeva il luogo alla mente, tutto era chiaro, fin troppo. Gli indizi si moltiplicavano e tutti coincidevano: le nazioni si erano sciolte dai loro vincoli naturali e aspiravano a un comune verbo che le riunisse; individualmente gli uomini non erano mai stati così sperduti e infelici, la vita umana mai così disprezzata e di poco valore, mai così grande l'empietà. Nessuna potenza terrena pareva capace di portar rimedio a tanta ingente massa di mali; la filosofia atterrita taceva o dichiarava la disfatta della ragione umana; gli antichi idoli pagani ogni giorno di più si rivelavano per quello che erano, simulacri di deità create dagli uomini per gli uomini. Ancora, apparivano a oriente e a occidente i conquistatori, incaricati di distruggere, per i quali i popoli sono strame ai loro cavalli; e così la funesta eguaglianza che i vizi non avevano prodotto, sarebbe stata raggiunta con la morte. Tutto questo era buono, gli sussurrava la mente, era propizio, era ottimo. Ma che cos'è la mente?, si disperava Maometto. Nient'altro che misura; e l’incommensurabile le sfugge. Anche la natura non dava maggior affidamento. Bastava infatti un'ubriachezza o un sogno per vedere cascare il sole e volare le bestie, per udire parlare le pietre e le sabbie, per sentire i profumi risuonare come musiche e le musiche odorare come profumi. Peggio ancora avveniva se, sdegnando l'orgoglioso pensiero e disertando i falsi misteri naturali, si mescolava agli uomini. Allora tutte quelle vane cure gli facevano l'effetto di mulini che macinassero fumo e più ne macinavano più ne usciva, nero, fitto, soffocante.

Una frase sola invocava Maometto, uscita dalla sua bocca ma parlata da Dio; e al suono di questa frase tutto il mondo sarebbe diventato santo. Santi i matrimoni, le nascite, le morti, sante le guerre e i traffici, sante la ricchezza e la povertà, santi gli uomini e la natura. Ma la frase non veniva e allora Maometto disperava; e Io tentava Tempio pensiero che non da Dio avrebbe potuto ricevere la parola che cercava, bensì da un uomo. Il mondo era immenso, con paesi e montagne e mari e città al di là dell'orizzonte; possibile che in tutta quella vastità non ci fosse un uomo, un solo uomo a cui le cose supreme fossero note? Maometto sarebbe partito in pellegrinaggio alla ricerca di quell'uomo. Ma il presentimento lo tratteneva, avvertendolo che quell'uomo non poteva essere altri che lui; e ove egli fosse morto non vi sarebbe stato più nessuno per tutti i secoli a venire.
La giovinezza ormai era lontana; ma il fervore di Maometto non diminuiva. Usciva ogni giorno di casa, lasciava la città, seguiva la pista delle carovane, e poi si inoltrava nel deserto. Soltanto il deserto conosceva i suoi pianti, le sue preghiere, le sue urla e i suoi silenzi. E, ove egli non fosse stato esaudito, il deserto solo avrebbe accolto, insieme con le sue ossa, la confessione della sua disfatta. Per la città sarebbe morto un austero e onorato mercante. Gli amici avrebbero parlato dei suoi occhi, della sua barba, della sua bella persona e delle sue ricchezze. Ma a Dio sarebbe stata resa l'anima di cui non aveva voluto servirsi come pareva aver promesso. Tale intimità e tale segreto confortavano Maometto. Egli lottava contro gli angeli, ma per gli uomini non doveva restare traccia, in lui, di tali combattimenti. Egli si faceva tra gli uomini tanto più modesto e umano quanto più gli pareva che si avvicinasse il momento della rivelazione. E se nel deserto chiedeva a Dio la morte come liberatrice da tanta infelicità, nella sua casa, accanto alla moglie, continuava a invocare la pace e il tranquillo godimento di quei beni che disprezzava. Buon Maometto, saggio Maometto, prudente Maometto, virtuoso Maometto, lo chiamavano gli amici; ma nel deserto egli non era più buono né saggio, né prudente, né virtuoso; bensì soltanto colui che attende e spera. E alla fine delle lunghe giornate di vana aspettazione, avrebbe voluto gettarsi in terra e lacerarsi le vesti per la disperazione. Perché bontà, saggezza, prudenza, e virtù, senza la luce di Dio, nient'altro erano che nebbia e parole di nebbia.

Ora accadde che una notte Maometto, sospinto da una insopportabile irrequietezza, uscisse di casa, e poi di strada in strada, dalla città. Le bianche mura merlate per un poco si drizzarono dietro di lui che camminava, per un poco ancora udì i cani dai cortili abbaiare, sempre più fiochi, quindi le dune salendo fino al cielo inghiottirono le mura e il silenzio spense il clamore canino. La notte era eccessivamente calma. A mezzo il cielo la falce verdognola della luna stava sospesa in un alone purulento quale un verme che divorino le formiche; e come un verme pareva visibilmente torcersi; tutt'intorno le stelle scintillavano scapigliate e furiose; e il deserto si svelava fino all'orizzonte con il suo pullulare di dune, grigio e gelato. Seguì Maometto dapprima la pista delle carovane quindi si incamminò a caso tra le dune. Giunse così ad un pianoro sabbioso, in lieve salita, tutto sparso di massi erratici che gettavano lunghe ombre sul pendio imbiancato di luce lunare. Un anfiteatro di rupi nere, lustranti qua e là come il ferro, coronava questa salita; la quale pareva convergere verso il buio orifizio di una gran caverna che si apriva sotto quelle rupi. Giunto sul limitare della spelonca, Maometto si distese sulla sabbia e levò gli occhi al cielo.

Allora, ad un tratto, davanti ai suoi occhi, tutto il cielo svelò il suo fondo come il mare il suo, se le onde si ritraggono. Non una ma ben cinque lune risplendevano simili a disfatte e stregate corolle, occhi cigliati che girassero le pupille parevano le stelle, astri mai visti ronzavano tra la minutaglia stellare, quali composti di anelli d'oro, quali in forma di globi fiammanti, quali esagonali e quali irti di punte infuocate. Le comete dalla ruggente capellatura si avventavano in ogni direzione, i pianeti turbinavano come trottole, le costellazioni ondulavano e si torcevano. C'era in questa visione una certa ostentazione, come capì Maometto: i cieli gli venivano svelati affinché potesse ammirarne la straordinaria complessità e ricchezza. Quindi si levò un terribile fruscio e Maometto vide tutti quegli astri farsi da parte, cascando gli uni addosso agli altri e tutti insieme verso occidente. Qualcuno li spazzava via, come se nonostante il loro fulgore e la loro bellezza essi fossero di troppo e dovessero sgombrare il cielo per dar luogo ad una maggiore apparizione. Era una mano, Maometto ne fu subito certo, immensa e invisibile, che, dopo avergli svelato il cielo fino alle più lontane galassie, ora dimostrava la propria potenza svuotandolo d'ogni splendore. E in verità nel cielo questa mano era simile alla mano della massaia che pulisce con un cencio un tavolo sudicio: ad ogni colpo il mucchio degli astri spazzati si faceva più grosso, più vasto il buio. Ben presto tutto il cielo fu vuoto e nero, salvo a occidente dove la massa degli astri insieme con la luna e con le stelle calava lentamente spegnendosi dietro la linea dell'orizzonte. Poi, ecco un punto luminoso accendersi dando al cielo la forma di un imbuto; credette Maometto di ravvisare in questo punto un angelo slanciato che fendeva lo spazio; l'aveva appena visto che già gli era addosso abbacinandolo di luce. Ed egli cadde riverso torcendosi, e schiumando dalla bocca. Gli sembrava che una mano potente gli avesse afferrato la lingua alla radice e a sé la tirasse come si fa con un'erbaccia che si vuole svellere. La mano furiosa, con intenso suo dolore, gli strappava la lingua finalmente; e con essa qualcosa usciva dal suo corpo: la vecchia anima muta e impotente. Egli parlava; ed erano le parole tanto attese. Ma già la luce risaliva fulminea, rimpiccioliva, scompariva.

Un Ieone e una leonessa uscirono dalla caverna e si avvicinarono lentamente al corpo disteso di Maometto. Scosse il leone l'irsuta criniera e si sdraiò presso Maometto covandolo con i rossi occhi infuocati. La leonessa leccò le mani con le quali Maometto stramazzato artigliava la sabbia. La luna bagnava Maometto della sua luce e il suo viso risplendeva benché tenesse gli occhi chiusi. Poi la leonessa si allontanò per il pianoro girando intorno i massi erratici; e il maschio la seguì. Le loro ombre errarono a lungo per il pendio tra i massi, silenziose, lente, vagabonde; finalmente scomparvero.

Maometto si levò, che era stato fino ad allora disteso come morto. E fu con passo sicuro che discese il pendio allontanandosi dalla caverna. Pensava che tutti i popoli che dormivano a quell'ora dovevano conoscere il primo sonno leggero dopo l'incubo che durava dall'inizio dei tempi. Perché il prodigio era avvenuto; ed egli si apprestava ad accendere una speranza che non si sarebbe mai più spenta nei secoli.


IL SANDALO DI BRONZO

A Empedocle, molto presto, gesti e parole si erano ammantati di rituale solennità; come altri, nell'adolescenza, diventa per forza di natura grazioso o languido, così Empedocle, prim'ancora di averne coscienza si era sentito portato con tutta la persona a celebrare il culto di un dio. Una presenza lo vigilava alle spalle, e, simile a un demone, non gli permetteva la minima distrazione. Prim'ancora del potere a cui si sentiva destinato, c'era stata in lui una puntuale vocazione.

Poi per le vie non rintracciabili di un'esaltazione durevole e paziente, Empedocle era arrivato a penetrare con perfetta certezza segreti che non si lasciano dire con parola umana. Solo del suo tempo, aveva ricercato l'origine di tutte le cose; riconoscendola fuori dell'uomo e degli dei, né umana né divina. Tra i suoi concittadini affaticati a domandarsi come e perché dovessero agire, egli si era attentato con sforzo sprezzante e libero ad abbracciare il fatto intero dell'esistenza; come un fiume che ignorando le bassure dove l'acqua si impaluda, corre diritto a gettarsi in mare. Ma da queste ricerche era tornato mutolo; più per il sentimento della nuova dignità di cui si sentiva rivestito che per difficoltà di espressione; pensando di potere, tutto al più, darne un giorno oscure indicazioni con niai visti simboli e riti. In realtà non si trattava più per lui di sapere come andasse retto uno stato, come dovesse comportarsi il cittadino, il soldato, la donna, lo schiavo, quale fosse insonnia la condotta da tenersi, ma di questioni infinitamente più semplici, tali da sfuggire anche all'attenzione più esercitata, ovvie addirittura, così da essere da tempo divenute materia di poesia, di disattenzione, insomma, profonda e fiduciosa.

Empedocle vedeva bene che gli uomini accettavano che il sole si levasse la mattina, che le stagioni si seguissero, che il mondo esistesse come cose affatto normali; che accoglievano insomma un servizievole Olimpo, pur di potere poi in tutta tranquillità dedicarsi ai loro grandi affari politici e morali; ma egli rifiutava per prima cosa ogni convenzione e cominciava con lo stupirsi proprio di quelle cose tanto ovvie, del sole, della notte, del giorno, del mare, della terra. Questo stupore aveva ali più ampie e di volo più sicuro di qualsiasi grande aquila; e lo rapiva di colpo fuori dalle umane conventicole, nelle rovesciate profondità del cielo. Gli uomini davano importanza alla città, alle istituzioni, alla guerra e alla pace; e immaginavano gli dei, gli occhi fitti in basso, a vigilarli e seguirli. Ma Empedocle pensava che essi in realtà non facevano che scalfire il gran corpo della terra e annidarsi con ripari di fango in queste scalfitture. Attorno ad altri perni girava il mondo; senza l'aiuto di alcuna divinità; e degli uomini non si accorgeva neppure quando sussultando o palpitando li distruggeva a migliaia. Nulla diceva Empedocle di queste sue scoperte. Ma trapelavano egualmente nei suoi atteggia- menti a cui il continuo commercio con forze non umane prestava un'aria di solennità trasognata e ardente. Empedocle ardeva dello stesso fuoco che la terra celava nel suo seno; gli uomini non avevano che le fiammelle addomesticate dei loro focolari.

Ma l'avevano presto riconosciuto per il loro superiore; e prima che la sua vocazione si dichiarasse appieno, erano venuti più volte a cercarlo. Ricorrere a lui era in realtà per gli uomini saggiare la sua volontà di solitudine e di indipendenza, ravvisare se egli era disposto a sottomettersi con loro agli stessi gioghi. Ammettevano la sua misteriosa supremazia; ma volevano che servisse come il generale serve l'esercito che*comanda o l'ammiraglio la flotta che guida. Tutte queste tentazioni erano state facilmente respinte da Empedocle. Alla richiesta di consigli aveva risposto che egli nulla sapeva di bene o di male, di lecito o di illecito; perché la sua forza non consisteva in saggezza ammonitrice bensì di divinazione. All'offerta di cariche aveva opposto una ironica modestia: non aveva seguito alcun curricolo, non aveva competenze di sorta, volevano forse andare in rovina? Ma quando i concittadini, immaginandolo a loro somiglianza, e pensando che si schermisse per avidità di onori maggiori, erano venuti a proporgli il supremo comando, Empedocle questa volta non aveva opposto un diniego, ma aveva chiesto soltanto che si modificassero secondo le sue indica- zioni gli attributi del potere offertogli. Egli, aveva detto, non era una guida, bensì una forza chiusa in se medesima. Non gli presentassero dunque troni o bastoni di comando; bensì gli erigessero altari e alla sua effigie sacrificassero pregando come davanti al simulacro di un dio. Questa era la sola maniera di onorarlo degnamente. Soltanto in questo modo egli avrebbe potuto reggere la città. Empedocle aveva fatto questa proposta con perfetta naturalezza come parlando di cosa ovvia e dovuta. Non sperava che fosse accettata; ma contava che dopo una tale richiesta nessuno più si sarebbe illuso di farlo discendere dal posto che segretamente gli spettava.

Ma in queste parole i concittadini non avevano veduto che empietà e follia. E siccome non era possibile pensare davvero che Empedocle fosse di altra natura che umana (non si conoscevano forse il padre, la madre, i fratelli di lui?), l'idea di un'impostura prestigiosa, superba e grifagna, incominciò ad insinuarsi nel concetto che si aveva di lui. La sua solitudine, il suo silenzio, la sua ritrosia persino parvero ad un tratto atteggiamenti voluti, preparati, regolati a bella posta secondo un ascoso e interessato disegno. Così gli uomini riconoscevano la disumanità delle aspirazioni di Empedocle soltanto per ridurlo ad una umanità inferiore e men- dace.

In realtà Empedocle sentiva crescere nel suo animo la vocazione di un culto; del quale però egli non sarebbe stato lo spettatore o il fedele; bensì, come aveva già dichiarato, il dio. Orgoglio poteva essere ritenersi divini per la sola sublimità dei pensieri; ma giustizia crederlo quando si sentisse la propria persona svincolarsi dai limiti umani ed entrare in necessario contatto con le forze superiori. Attore di così vasta e armoniosa vicenda, Empedocle sentiva nascere in sé necessità ineluttabili a cui capiva che non avrebbe potuto sottrarsi. Egli era chiamato a fornire gli uomini di una nuova religione; fondata non più sui capricci degli dei, bensì sulle varie leggi che governano il mondo. Ma gli restava da compiere l'ultimo atto di una vita che più tardi gli uomini avrebbero rintracciato e studiato in ogni gesto e in ogni parola come sacra. Già si era prodotta in lui quella estrema purificazione per cui ogni atto si specchia in un trascendente riflesso. Ora egli doveva coronare quest'opera di trasmutazione con il sacrificio della vita, umano peso, quasi a mettere tra sé e l’incredulità l'abisso della morte varcato e vinto. Già egli era e si sentiva un semidio come Orfeo in fondo alla sua discesa, come Ercole alla fine dei suoi travagli, come Dioniso nel suo folle viaggio. Non gli mancava più che l'incontro con la propria credenza, la dimostrazione ultima del proprio es- sere, la vittoria sulla morte.

Il giorno in cui gli uomini della costa videro innalzarsi dalla cima svasata e accesa del vulcano il pino altissimo di balenante fuliggine e propagare mollemente, secondo il vento, la te- tra capellatura per i campi aerei del sole, quel giorno mentre le pendici fumavano bianche sotto il rovinare granuloso della lava, e la gente fuggiva per i quieti viottoli inseguita alle calcagna dai ciottoli roventi che si staccavano dal fronte dell’eruzione, Empedocle vide che era giunto il momento di compiere Tatto supremo, che doveva poi tramutarsi in mito per l'eccesso stesso del suo significato. Egli sapeva che in quel giorno il fuoco sarebbe uscito dalle sue latebre per entrare in connubio con gli altri elementi. A questo sposalizio egli avrebbe partecipato. Nell'armonia che ne sarebbe originata si sarebbe perduto.

Nella notte, tra i pallidi ulivi che parevano torcersi per il terrore della fuga impossibile, la gente che lasciava i casolari, le spalle curve sotto il peso delle masserizie, lo vide in più luoghi mentre saliva verso l'invisibile bocca tuonante. Essi fuggivano; e lui, calmo, pareva aggirarsi nella notte piena di spavento e di confusione, con un destino che lo rendeva malinconico e distante. Lo videro mentre guardava la frana terrosa e infuocata travolgere le mura di una casa; oppure ascoltava il crepitio degli ulivi cui la terra improvvisamente rabbiosa mordeva i pedali; o anche considerava il biancheggiare dei fumi sulle coste buie. I lapilli e le ceneri piovevano sul suo capo nudo; qualche masso incandescente piombava fischiando nel fango davanti il suo piede. I bagliori rossastri che ventavano nella notte, lo illuminavano in fondo alle tenebre più inaspettate, agli occhi increduli dei fuggiaschi. La sua presenza notata nei punti più perigliosi pareva confermare l'impegno di tutta la sua vita. I profughi, che rifuggivano dalla lava come dalla morte, capivano che Empedocle vi cercava la vita. Ciò che ad essi pareva la fine, per lui non era che il principio.

Trapassata durante la notte la zona in cui bruciavano gli incendi, Empedocle uscì sulla spalla tumefatta del vulcano nel cielo dell'alba. Il negro pino si levava con ruggente maestà,

solitario, fino alle altezze più eteree; le stelle impallidivano intorno spegnendosi; lungi il mare specchiava, percorso da bianche pigre correnti fino ai limiti vaporosi dell'orizzonte. Mai c'erano stati in terra tanta calma e tanto furore. Entrò Empedocle, tra i neri mostri membruti della lava pietrificata che d'ogni parte minacciavano il suo cammino con le loro grinzose ed enfiate presenze. In un rigurgito di cenere fitta, finalmente, mentre il cielo rimbombava e una pioggia di fuoco zampillava fuori dal turbine, scomparve.


Ma venne trovato giorni dopo il suo sandalo di bronzo galleggiato su torrenti di fuoco fino alle porte degli uomini. La gloria di Empedocle non se ne offuscò, imperitura. Ma la sua divinità, trattenuta da quest'ancora nel porto dei fallaci calcoli umani, non riuscì a liberarsi. Il culto adombrato un istante, svanì in una leggenda ironica. Intanto le nozze degli elementi si era- no compiute. Il fuoco era rientrato nelle sue caverne, la terra si era fermata, l'aria taceva, e il mare, senza più stridere, lambiva con le onde i raffreddati torrenti della lava.

6 commenti:

  1. Penso che Moravia oggi si guarderebbe bene dallo scrivere sull'argomento.
    Il nome del Profeta non è più spendibile facilmente.
    Viviamo su una polveriera sempre in procinto di saltare...
    Siddharta

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  2. E' vero, è il segno dei tempi. A noi cristianucci ucci ucci è rimasto soltanto Gesù Cristo, il Papa, i Santi e il nome degli Angeli da spendere in letteratura.
    Scusa se te lo dico, forse avresti fatto meglio a commentare il racconto dal punto di vista letterario, invece di sottolineare questo particolare, a mio modo di vedere, irrilevante. Ma forse non hai avuto tempo di leggerlo, altrimenti avresti constatato di persona che non è affatto irrispettoso nei confronti del Profeta. Anzi..

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  3. Ho letto, ho letto.
    Per 1.200.000.000 islamici il suo nome è sacro.
    E non va speso inutilmente al di fuori del Corano.
    Personalmente non mi ritengo leso nella mia libertà di pensiero nel portare rispetto a chi la pensa diversamente da me.
    Siddharta

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  4. Forse la scelta di questo racconto è stata inopportuna, per i motivi che tu hai accennato, ma non l'ho fatto di proposito. Non ci ho proprio pensato. Comunque, ormai è andata così e amen.

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  5. Mi hai compreso perfettamente.
    Sid

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  6. Ma non lasciamoci condizionare troppo dagli islamici, e Buona Pasqua a tutti voi.

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