mercoledì 1 aprile 2015

Riflessi - Racconto - Rubrus


«Ci si domanda dove si può arrivare, vero?»
Carlo guardò il proprio riflesso nello specchio che aveva davanti. E, appena dietro, solo un poco scostata, un'altra immagine di sé, generata dallo specchio alle sue spalle. E, dietro, un'altra ancora, un po' più scostata e un po' più piccola, e poi un'altra, e un'altra e un'altra ancora, all'infinito.




Il ticchettio delle forbici si fermò e, voltandosi, Carlo vide che il barbiere le teneva levate a mezz'aria come se dirigesse un'orchestra invisibile. «Quando ero ragazzo, questo negozio era di un mio zio» spiegò l'uomo «mi sedevo qui mentre lavorava e guardavo. Lui pensava che lo osservassi per imparare il mestiere. In realtà fissavo i riflessi negli specchi, cercando ogni volta  di spingere lo sguardo un po' più lontano, proprio come stava facendo lei poco fa... e come un sacco di altra gente».
La mano del barbiere, un ometto stretto in una giacca marrone un po' lisa, con tanto di pettine nel taschino, sfiorò la testa di Carlo, quasi inavvertita, come un soffio d'aria tiepida, poi l'uomo riprese a tagliare.
Carlo chiuse gli occhi, godendosi la sensazione. Niente macchinette elettriche, non lì. 
L'intero negozio sembrava uscito dagli anni '50: ampie poltrone in ceramica, sobria mobilia in legno rosso, una teca in vetro che racchiudeva flaconi e tubetti. Accanto, un rasoio a mano ed una coramella. A fianco della specchiera, Cary Grant reclamizzava una lozione per capelli e, su un calendario, una donnina discinta ammiccava ignara di internet e di quanto vi si aggira.    
«Uno sconto» stava dicendo il barbiere.
«Prego?» domandò Carlo
«Stavo dicendo che mio zio mi fece uno sconto, quando rilevai il negozio, e la faccenda mi stupì perché il vecchio non aveva mai fatto uno sconto a  nessuno in vita sua».
Beh» osservò Carlo alzando lo sguardo verso il soffitto (era alto almeno tre metri e lui si chiese per quale ragione, in passato, amassero sprecare così tanto spazio) «adesso varrà parecchio, no?».
L'uomo smise di sforbiciare ed annuì gravemente. «Non immagina quanto. Si sono offerti di comprarlo. Cinesi, ovviamente. Vengono qui con le valige piene di contanti. “io comprare” dicono (la pronunciano, la “r”, non creda a tutto quello che si dice). E io vendo. Tempo due, tre mesi e tornano con una valigia più grande e mi pregano di riprendermelo. È già capitato tre volte».
Inumidì le guance di Carlo con movimenti lenti, circolari, poi applicò la schiuma da barba. Quando ebbe finito attese un istante, lasciando che Carlo rimirasse negli specchi la propria faccia, provvisoriamente trasformata in quella di Babbo Natale.
«Una bella fortuna» disse Carlo, ed ebbe la sensazione che qualcosa non quadrasse, anche se non avrebbe saputo dire cosa. Interrogò i propri riflessi negli specchi e non ebbe risposta. I più lontani, anzi, sembrarono restituirgli l'immagine di un pazzo con la bava alla bocca.
«Oh» disse il barbiere «è un pezzo che ho smesso di credere di aver fatto un affare. Il vero affare l'ha fatto lui, quel dannato vecchio. Come le ho detto, non ha mai sbagliato un colpo. O forse, alla fine, è stato imbrogliato anche lui da... beh da qualcuno che si trova là dove finiscono i riflessi».
Aprì un cassetto ed estrasse un comune rasoio moderno, inserì una nuova lama e si avvicinò a Carlo.
«E quello?» chiese lui accennando al monolama a serramanico appeso alla parete. Doveva essere una battuta, ma gli uscì un po' farfugliante. Forse era colpa della schiuma da barba.
«Quello è per un cliente speciale» disse il barbiere. Non sorrideva affatto.  
«Stia fermo» disse l'uomo appoggiando la lama alla gola di Carlo «questo rasoio è sicuro e sono più di vent'anni che non faccio un graffio a nessuno, neanche piccolo, ma non è necessario parlare: rende tutto più difficile. E poi, dai barbieri, la gente parla anche troppo».
Iniziò a radere, ed il fruscio, nel silenzio ovattato del negozio, era quasi musicale. «Eh, sì» proseguì l'uomo «la gente chiacchiera un sacco. Donne, sport, motori, politica... tutto fa brodo... ma lei non ha idea di come fosse cinquanta, sessant'anni fa» Fece il giro della poltrona ed iniziò a radere dall'altro lato. «allora non c'erano mica spa, beauty center, psicologi, consulenti coniugali, rubriche tipo “man's look” su qualche rivista del cavolo... per non parlare di internet. Era tutto più chiaro, tutto più... univoco».
Sorrise, come congratulandosi con se stesso per aver scelto quella parola, e ne approfittò per preparare l'insaponatura per il contropelo. Nelle profondità degli specchi, le immagini di Carlo più piccole e lontane avevano una tonalità quasi verdastra. «Insomma» proseguì il barbiere inumidendo le guance di Carlo «non dico che fosse meglio... era solo... diverso»
Riprese a radere con lenta, consumata perizia. «C'erano solo due tagli di capelli, allora: estivo e invernale. Shampoo, acqua di colonia e, al massimo, qualche lozione. Ricordo che certi clienti, come dopobarba, chiedevano che usassi l'alcool denaturato. Niente cremine o pomate e altre scemenze da finocchi. Senza offesa per i finocchi, s'intende»
Carlo non si sentì particolarmente offeso, ma non si stupì nel constatare che, anche se lo fosse stato, non avrebbe reagito. Non con una lama puntata alla gola e tanti saluti ai dispositivi di sicurezza. Che diavolo, era solo un vecchio rimbambito, nostalgico e fascista e, una volta finito se ne sarebbe andato e tanti saluti e... 
Fu allora che vide l'altro uomo nella specchiera.
Era in fondo, forse – calcolò – al tredicesimo o dodicesimo riflesso e stava proprio alle spalle dell'immagine di Carlo.
Emise un verso strozzato e si voltò verso il barbiere, che smise di radere, alzando un sopracciglio con fare interrogativo, poi si girò verso lo specchio.
L'immagine c'era ancora. Beh... non era un uomo. Era un'ombra. Certo. Doveva essere un'ombra. Un gioco di luci e di riflessi. Carlo era seduto, il barbiere era in piedi alla sua destra e la figura (più indistinta, ora) alla sua sinistra. Magari era un difetto del vetro, oppure di tutt'e due le specchiere: quella di fronte e quella alle sue spalle. Moltiplicavano le ombre. Beh, non proprio tutte. Solo quelle in corrispondenza del tredicesimo riflesso (o era il dodicesimo?). Chiuse gli occhi e fece cenno al barbiere di continuare. Quando li riaprì l'immagine era quasi scomparsa: rimaneva solo un alone.
«Stavo dicendo...» riprese il barbiere rifinendo l'orlo delle basette. “Stava” dicendo? E quando? Quale parte del discorso si era perso? «stavo dicendo che all'epoca la gente al barbiere confidava tutto. I preti erano roba da donnicciole e baciapile. Era qui che si facevano i discorsi da uomini. Qui o al bar. Solo che a volte si parlava un po' troppo. Ha preferenze per il dopobarba?»
La rasatura era finita. Il barbiere sorrise, contemplando nello specchio la sua opera. Se c'erano riflessi fantasma, non dava segno di averli notati. 
Carlo rispose con un laconico “faccia lei”e il sorriso del barbiere si allargò mentre prendeva un flacone bianco dalla teca.
«Insomma, mio zio comprò il negozio dopo che arrestarono il Cattaneo, ma lei non saprà neanche chi era, il Cattaneo»
Carlo riuscì a fare un gesto di diniego mentre il barbiere gli frizionava la faccia con quelle mani esperte che davano la sensazione di sapere sempre quale fosse la pressione giusta da esercitare. L'inquietudine (terrore? Non era il caso di chiamarla terrore, non per un vetro difettoso) se n'era andata, ma non del tutto, come un odore sgradevole coperto dall'aroma del mentolo.
«Uno che s'era arricchito col contrabbando, il Cattaneo... ma s'era arricchito sul serio. Quando trovarono il magazzino con la merce c'era roba per milioni... milioni dell'epoca. Eppure si diceva che non ci fosse tutto. È sempre così quando un potente cade. Si dice sempre che c'è dell'altro. Chiacchiere da barbiere, se vogliamo. Ad ogni modo il Cattaneo non confermò né smentì. Un po' perché ci avrebbe fatto la figura del fesso, un po' perché lo accopparono in prigione qualche mese dopo l'arresto». 
Smise di frizionare le guance di Carlo e lo rimirò con le mani sui fianchi, compiaciuto. Il profumo di quel dopobarba d'altri tempi aleggiava nell'aria come... beh, come uno spirito.
«Quando acquistai il negozio, mio zio insistette sul fatto che stavo comprando tutto quanto. “lo devi prendere tutto, ragazzo, tutto” ripeteva. Beh... suonava un po' strano... ma ero il suo nipote preferito e forse, per una volta in vita sua, quel vecchio taccagno aveva rinunciato ad un affare, così accettai. Non dimentichi che mi piaceva guardare i riflessi negli specchi».
Tolse l'asciugamano dal collo di Carlo e lo sbatté con uno schiocco giulivo, come un prestigiatore burlone che si esibisce in una magia divertente.
Carlo scese dalla poltrona, imprecando contro le sue gambe, che si erano rivelate più molli di quanto si aspettasse (solo un gioco di luci e riflessi – gli disse una voce nella mente – o forse un difetto nei vetri) e mise mano al portafogli. 
Quando gli occhi del barbiere caddero sui contanti, Carlo ebbe la certezza di scorgere in essi una traccia dello sguardo del famoso zio, quello che non aveva mai sbagliato un colpo, tranne forse uno. 
«Lo ha visto anche lei, vero?» disse l'uomo «Dopo che ebbi comprato il negozio, mio zio mi disse che era al quarantesimo riflesso, e che avanzava senza periodicità, ma inesorabilmente. Come avesse fatto a stabilire che era al quarantesimo non lo so. Io oltre il trentesimo non sono mai riuscito ad andare. Comunque è stato fermo al ventesimo per anni. Solo negli ultimi mesi ha fatto un paio di balzi in avanti, come se avesse fretta». Mise la banconota nel portafogli. «Il Cattaneo, naturalmente».
Carlo si precipitò fuori senza pretendere il resto. 

Non sarebbe ripassato da quelle parti se non fosse stato per l'orgoglio. E, paradossalmente, per l'articolo sul giornale.
Sulla prima pagina non vi era che un trafiletto, ma, all'interno, c'era un articolo più lungo. Parlava del negozio, più che del proprietario, dicendo che, con esso, scompariva il più antico “barbiere” (non “parrucchiere” -  precisava l'articolo) della città. Il tono era nostalgico e vagamente predicatorio, piuttosto fastidioso. Del titolare, in sé, diceva poco, tranne che, probabilmente, si era ucciso per debiti, tagliandosi la gola con un vecchio rasoio monolama a serramanico. 
Ed era quella la ragione per cui Carlo si era deciso a tornare al negozio: il rasoio. Quello usato per il cliente speciale. Quello che... quello che stava là dove finivano i riflessi. 
Se non fosse passato di nuovo dal negozio, se non ci fosse entrato, avrebbe ammesso di credere che la storiella dello zio che aveva venduto il negozio con  tanto di fantasma – il Cattaneo? Oh sì, probabilmente perché (alla tentazione di fare qualche piccola ricerca, Carlo non aveva saputo resistere) il vecchio contrabbandiere, ai tempi, era proprietario di mezza via; anche il palazzo dove si trovava il negozio era suo e Carlo non avrebbe scommesso un soldo bucato che lo zio del barbiere era in affari con lui. Gli pareva di vederli, in una versione locale e molto poco romantica, trattare i loro affari nella luce del negozio, moltiplicata dagli specchi, magari quando la saracinesca era mezzo abbassata e si facevano i discorsi da uomini. 
Se non fosse tornato al negozio, Carlo avrebbe ammesso di credere ai fantasmi, di crederci sul serio e questa consapevolezza era lungi dall'essere un'innocua bizzarria. Era una convinzione capace di scardinare, in modo sottile e profondo, tutti i binari su cui  aveva condotto la sua vita, in grado di farlo sussultare ai rumori improvvisi, agli spifferi di aria gelida, alle ombre intraviste con la coda dell'occhio... e di terrorizzarlo al solo pensiero di trovarsi, anche per un solo istante, tra due specchi contrapposti.
Ad ogni modo eccolo lì, davanti alla porta in vetro e ferro battuto, sormontata da una lunetta con un'insegna in stile liberty e coperta da discrete tendine d'un verde sbiadito. 
La faccia all'ingresso, però, era senza dubbio orientale. 
Quando Carlo fece per entrare, l'uomo, parve opporsi e poi lo seguì con riluttanza.   
Si capiva che non aveva nessuna voglia di stare in quel negozio che aveva comprato, ma che sembrava appartenere ad un altro mondo, ad un altra epoca.
Quella bottega con ampie poltrone in ceramica, sobria mobilia in legno rosso, una teca in vetro, una pin up pateticamente pudica, Cary Grant che occhieggiava da una locandina stinta e i due grandi specchi gemelli che ripetevano se stessi in un gioco infinito di identici rimandi. 
Là dove, in corrispondenza del decimo o forse dell'undicesimo riflesso, s'intravedevano due figure  Ciascuna con un rasoio in mano. 


7 commenti:

  1. Questo racconto scatena i miei ricordi d'infanzia.
    Quando il barbiere di paese impugnava con un certo ghigno sadico le forbici poco affilate e strappava i capelli tra il dolore e i sobbalzi dei malcapitati ragazzini.
    Una vera tortura tagliarsi i capelli allora.
    E poi le mosche, a decine a ronzare pel locale, tra le quali quelle pungenti succhiasangue dalle gambette coi calzoncini corti...
    Rubrus da par suo ricompone una barberia degli anni cinquanta, ove però a mia memoria in un angolo appartato occhieggiavano anche certe riviste per soli uomini...
    La narrazione procede intrigante, con un che di misterioso che però non guasta.
    Buona la fantasia, al pari della cura < maniacale > della forma a doveroso rispetto della cultura scolastica del lettore.
    Rubrus, un Autore che andrà lontano e che non se la tira come tanti altri.
    Bravissimo, SIDDHARTA.

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  2. Ti ringrazio. Quando lo postai altrove mi dissero che quel "ignara di internet e di quanto vi si aggira" era un po' lezioso, ma secondo me è un'espressione richiesta dal registro a sua volta imposto dall'ambiente. A questo proposito (del'ambiente) giocavo in casa, avendo avuto un prozio titolare di una barberia che, aperta nel 1951, è tuttora in attività - chiaramente con altri gestori. In effetti, è proprio quella descritta nel racconto, Cary Grant compreso. Le riviste non ho fatto in tempo a vederle, ma i calendari ci sono ancora. Ormai, fanno tenerezza, con quel che si vede in giro.

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  3. Mio nonno aprì la barberia alla fine dell’ottocento, sono cresciuto con tanti zii che volevano tagliarmi i capelli, avevo solo l’imbarazzo della scelta, e ancora oggi ho cugini di primo secondo grado che proseguono la tradizione centenaria. Fino agli sessanta i miei zii erano contemporaneamente sarti e barbieri, ma di riviste e calendari con le donnine neanche a parlarne, tutta gente di chiesa i Melzi. Adesso sono coiffeur pour dame, c’è stata una evoluzione ma siamo sempre lì, in quel campo.
    Sì, sono d’accordo, è un ottimo racconto.

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  4. Concordo anche io.
    E' un racconto senza sbavature, capace di prendere a piene mani dalla realtà (riportando in vita una realtà) e di innestarci un discorso esistenziale-horror e sociologico al contempo.
    Una cosa che non c'entra ma c'entra: mio padre si fa 80 chilometri ogni tre settimane per andarsi a tagliare bulbo e barbone dal barbiere di fiducia (che poi sono due parrucchiere sessantenni che hanno ereditato l'attività negli anni sessanta). Ora, quando ci va, passa a prendere mio nipote di due anni e lo porta con sè.
    :)

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  5. E' tutto il respiro del racconto che ci fa calare in un'atmosfera rarefatta d'altri tempi.

    A me capita, specie quando ritorno nella mia cittadina natia e non trovo più quel particolare negozio o, magari, trovo cambiato il proprietario o il suo arredamento, che per un attimo il respiro mi diventi profondo, come più lento, quasi il fisico volesse dare il tempo alla mente di riprendersi dalla delusione: mi sento come se mi fosse stato rubato qualche cosa: è quella parte di me che non potrà più avere l'illusione che niente sia cambiato, che quel mondo possa essere rimasto lì immutato ad aspettarmi che patisce; invece, quanta gioia provo quando ritrovo puntuale quanto ricordavo, quando rivedo quell'immagine esatta che era rimasta nella mia mente.

    Si era persa la tendenza a tramandare le tradizioni, vuoi per i mestieri, vuoi per gli ambienti stessi. L'ho sempre trovato una grande perdita. Però, pare stia tornando una nuova voglia di riscoprire e riproporre quello che di buono ci offriva il passato. Speriamo si mantenga.

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  6. Insomma, possiamo servire tutti di barba e capelli.
    Lo "andare dal barbiere" è forse una dei pochi riti esclusivamente maschili della modernità. C'è tutto un mondo di luoghi e riti da cui le donne sono escluse e penso che sia giusto così - come è giusto il contrario. Il nonno che accompagna il nipote perpetua quindi questo rito.
    Quanto ai racconti di fantasmi, spesso non sono altro che racconti di ricordi. E viceversa.

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  7. Prima di dormire, mi sono deliziata con questo intrigante racconto. Mentre gli occhi scorrevano le righe della narrazione, la mente visualizzava la scena, rigorosamente in bianco e nero stile anni'50, interno-barberia. La bravura è stata quella d'intriderla di piccoli ma precipui dettagli inerenti quell'epoca e inoltre, quella d'attrarre il lettore, coinvolgendolo con lo stato emotivo di turbamento del protagonista. Ultima nota: una volta, per le donne, il ritrovo per il pettegolezzo era il parrucchiere, mentre per gli uomini, i ritrovi per le loro confidenze, erano il bar ed il barbiere. Un ingenuo, nostalgico mondo.

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