mercoledì 6 maggio 2015

Valduga Patrizia - Galleria di Poeti Contemporanei - ovvero - Poeti del XXI° secolo dall' A alla Zeta

Patrizia Valduga è nata a Castelfranco Veneto nel 1953 ed è una delle maggiori poetesse italiane del nostro tempo. Donna colta, bellissima e dal fascino ombroso, ha tradotto Mallarmé, Céline, Valéry, Molière, Kantor, Shakespeare. Nel 1988 ha fondato la rivista Poesia e per un anno n’è stata la direttrice. Ha esordito con la raccolta Medicamenta nel 1982, seguita – fra le altre – da La tentazione (1985), Donna di dolori (1991), Requiem (1994), Corsia degli incurabili (1996), Cento quartine e altre storie d'amore (1997) e ha dedicato sia la commovente postfazione poetica agli Ultimi versi che la raccolta Il libro delle laudi a Giovanni Raboni, illustre poeta e critico letterario scomparso nel 2004 cui la Valduga era legata dal 1981, nonostante una differenza d’età di più di vent’anni.


da MEDICAMENTA

Invecchio. Mentre il giorno qui s'attenda,
senza darsi dattorno, non atteso,
penso ai miei casi, il da farsi, le agenda,
pure a te, santoddio, beninteso.

Pioverà? Farà bel tempo? Che attenda
per uscire un segnale o ancora teso
mi comprenda male ritmo e vicenda?
Intanto, come tutti, mi soppeso

gli inviti del caso, poi l'ora chiusa...
Rilasso il ventre ch'è quasi mattina,
se non funzione pur sempre richiamo

all'arduo mio zampettio di gallina
su per Ia via alla vita, assai confusa,
chiocciante... Vieni fuori ora e finiamola!

*

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami...
comprimimi discioglimi tormentami...
infiammami programmami rinnovami.
Accelera... rallenta... disorientami.

Cuocimi bollimi addentami... covami.
Poi fondimi e confondimi... spaventami...
nuocimi, perdimi e trovami, giovami.
Scovami... ardimi bruciami arroventami.

Stringimi e allentami, calami e aumentami.
Domani, sgominami poi sgomentami...
dissociami divorami... comprovami.

 Legami annegami e infine annientami.
Addormentami e ancora entra... riprovami.
Incoronami. Eternami. Inargentami.



Donna di dolori [estratto II]

Poi goccia a goccia misuro le ore.
Nel buio, sotto il mio dolore,
Piu’ giu’ del buio della notte affondo.
Scena muta di sogno, ombra di mondo,
Un niente di due tutti e di due vite,
Piccola eternita’ e ore infinite,
Pienissima di me, viva di un cuore
Che mi sgocciola via senza rumore,
In me ringorgo sotto il mio dolore.
Dolore della mente e’ il mio dolore…
Per il mio mondo… e per l’altro maggiore…
[...]

*
Oh non così! io qui uno sgocciolio?
una lumaca che si squaglia… io?
col cuore che si scioglie, che mi sciacqua
le viscere, le cosce… tutta in acqua…
e si continua, e come dubitarne?,
a poco a poco anche questa carne
si scava la sua via, se ne va via.
Oh, non ancora, no no, non la mia,
non ancora, ho tempo, dicevo, ho tempo.
Ma quale tempo, osso affamato, il tempo
del cane! Ecco, tutto mi è trascorso
in anni e anni e anni a dar di morso,
in rodermi il cervello a scorza a scorza.
A forza ferma, senza un po' di forza,
delle mie viscere le gambe vesto.
Ma non è questo, non è neanche questo,
forse non ho più gambe, non ho braccia…
Allora senza testa? senza faccia?
e che mi resta? non mi resta niente?
Mi resta la mente. Insperatamente
la mente resta. E non la mente sola.

Da "Donna di dolori", 1991

font: varie dal web






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