domenica 27 settembre 2015

Il tatuaggio di Stana - Giallo a rate - 3° Cap.

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Il Sombrero era l’ultimo stabilimento balneare a sud della città, e distava soltanto trecento metri dalla foce del torrente. Ci si arrivava a piedi dalla spiaggia costeggiando il mare, oppure percorrendo per intero via dei Pescatori. La strada asfaltata che correva parallela alla spiaggia, finiva sotto un pioppeto che in estate fungeva anche da parcheggio per le automobili. Da lì in poi, attraverso canneti, sterpaglie e terre incolte, un sentiero sabbioso arrivava sino alla foce del fiume, non lontano da dove era stato rinvenuto il corpo della ragazza.
Il maresciallo non aveva affatto le idee chiare, ma da qualche parte doveva pur cominciare le indagini e quello gli sembrava il posto giusto. Chissà, forse la ragazza si era fermata al bar e qualcuno poteva averla notata.


— Quando avete aperto lo chalet?
— Due settimane fa — rispose Gabriele: spalle larghe, viso abbronzato, rughe da marinaio e canottiera rossa con un sombrero stampato sul petto. — È stato di sabato.
— Avevate già clienti per quella data?
— Qualche ombrellone l’abbiamo pure affittato. Il tempo era bello, poi si è guastato. Adesso speriamo che si mantenga così.
Sulla spiaggia gli ombrelloni aperti erano una decina. Maniero li aveva contati mentalmente, come faceva con qualunque cosa catturasse la sua attenzione. Sette i clienti sotto la tettoia del bar, compresa la signora dietro il bancone. Dodici i tavolini quadrati disposti su tre file e le sedie? No, quelle non le aveva contate, ma tra le bianche e le nere, soltanto tre erano di colore verde scuro.
— Lavoriamo poco in bassa stagione, specialmente noi che siamo così lontani dal centro. Prima si devono riempire gli altri stabilimenti e poi… qualche turista infine arriva.
— Sì, però, qui è tranquillo... — disse Maniero estraendo dalla tasca uno smartphone. — Forse qualche coppietta, soprattutto la sera, si spinge fin qua, o no?
— Noi chiudiamo la sera. Non vale la pena di restare aperti. Però il fine settimana mi tocca dormire qui, e fare la guardia agli ombrelloni e ai lettini. Quando escono dalla discoteca sono quasi tutti ubriachi, impasticcati e poi combinano disastri. Rompono tutto quello che trovano.
La situazione era nota a tutti. Il Pantheon, la più grande discoteca della zona, si trovava appena al di là del fiume e le due spiagge erano collegate da un ponte in legno di recente costruzione.
— L’ha mai vista da queste parti? — Gabriele Di Giuseppeantonio, detto Paladimucchi, non seppe trattenere una smorfia davanti alla foto segnaletica apparsa sul display.
— È la ragazza che… No, mi pare di no.
Maniero fece sparire lo smart, e lanciò un ultimo sguardo a sud, nel tentativo di scorgere il punto esatto del ritrovamento.
— Non è necessario passare di qui. — Come se gli avesse letto nel pensiero. — C’è una strada lungo il fiume che arriva proprio da quelle parti. Adesso non è praticabile perché con tutta questa pioggia il fiume è straripato, ma con il bel tempo e un fuoristrada, volendo…
Il negozietto di tatuaggi stava vicino alla stazione, nella zona nord della città chiamata Korea, e dal numero degli stranieri che vi risiedevano si capiva anche la ragione di quel nome.
— L’hai mai visto questo? – Il tipo dal cranio rasato e coperto di tatuaggi guardò a lungo l’immagine sul display, poi si strinse nelle spalle:
— Non l’ho fatto io — disse. — Se è questo che vuole sapere.
— Sapresti dirmi chi l’ha fatto?
Il bestione allungò il collo, si grattò il cranio prima di rispondere:
— È un lavoro fatto da cani, non ne conosco di gente che lavora così male.
— Che c’è scritto? Neanche questo mi sai dire?
— Sono ideogrammi cinesi, e chi li capisce? Noi abbiamo le cartine con i caratteri già stampati, il cliente sceglie quello che gli piace, oppure viene con un disegno già fatto e noi lo copiamo. Ma per decifrare questa roba ci vorrebbe proprio un cinese istruito. Uno che sappia leggere e scrivere bene. E mi creda, non è così facile. Perché non lo chiede a Mei?, la donna cinese che lavora nell’ufficio contabilità qui di fronte.
Mei era una bella donna sui quaranta, molto conosciuta e rispettata nella comunità cinese locale. Di recente si era messa in società con un ragioniere del luogo. La natura del loro rapporto non era chiara, ma di certo lui era un mandrillo con un paio di convivenze fallite alle spalle e qualche altra puttanata sulla coscienza. Di fatto e insieme avevano messo in piedi una attività commerciale molto fiorente, a giudicare dal numero di occhi a mandorla che si sollevarono sulla sua divisa.
La dottoressa M. Huong, così diceva la targhetta sulla porta dell’ufficio, lo accolse molto cortesemente. Almeno questa fu la sua prima impressione. Accettò volentieri di guardare la foto e senza fare commenti, osservò il tatuaggio per alcuni secondi. Indifferenza o riluttanza? No, forse era decisamente fastidio quell’espressione enigmatica sul suo volto. Difficile a dirsi. Sembrò riflettere ancora qualche istante e infine disse:
— Perché lo vuole sapere?
— È per una indagine. Forse ha sentito parlare della donna che è stata trovata sulla spiaggia…
— Ah… — rispose la dottoressa, alzando un sopracciglio. Maniero ebbe qualche difficoltà a considerarlo un moto di sdegno. Sembrava più contrariata che addolorata, ma ancora una volta dovette arrendersi all’evidenza e ammettere che le poche nozioni in suo possesso sul linguaggio del corpo, con gente di quella razza gli erano di nessun aiuto. Per la verità quella tecnica non funzionava con le donne in genere, ma questo lui non l’avrebbe mai ammesso, nemmeno sotto tortura. Superato l’attimo di imbarazzo comune, Maniero fece scorrere l’immagine sul piccolo schermo.
— È lei la donna del tatuaggio?
— Sì, è lei la ragazza della spiaggia.
Pausa. Silenzio.
— Sì, mi sembra di ricordare…
Lo smartphone ebbe un sobbalzo. L’identikit era scomparso, al suo posto sullo schermo c’era lui in tenuta da giardiniere che mostrava orgoglioso una splendida ortensia del suo vivaio.
— La guardi bene! — È sicura di riconoscerla?
— Ma certo, questa è una Hydrangea Paniculata, mentre quello di prima era il volto di una signorina che credo di aver già visto da qualche parte. È passato tanto tempo, direi l’estate dell’anno scorso. Ricordo vagamente quel volto, ma non ho dubbi sul tatuaggio, è lo stesso. Lei però non so chi sia, e non l’ho mai più rivista, ma quella volta il suo braccio spingeva una sedia a rotelle.

4 commenti:

  1. Continuo la lettura e l'acquisizione dei vari personaggi della trama, coloro i quali avrebbero potuto conoscere Stana e che, probabilmente aumenteranno, compreso l'anziano o disabile comparso nel finale. Nei racconti gialli, l'investigatore tradizionale di turno, solitamente, parte dal movente per giungere a pronunciare la famosa locuzione di senecana memoria: "Cui prodest" ? Proseguiamo l'attesa...

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  2. La badante! Qui gatta ci cova...
    In fondo chi scrive a puntate potrebbe anche cambiare il finale.

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    1. Eh no... Il racconto l'ho già scritto e non mi metto a riscriverlo una seconda volta, e poi non sarebbe leale nei vostri confronti.
      Però devo dire che quando l'ho concepito, non ho pensato ad ingarbugliare eccessivamente le carte, non è il mio obbiettivo quello di creare un giallo ad incastro complicatissimo. Va be', adesso mi fermo, altrimenti rischio di parlare troppo. Grazie comunque.

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