martedì 29 settembre 2015

Il tatuaggio di Stana - Giallo a rate - 4° Cap.

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— Schininà, ti rendi conto? L’ha riconosciuta subito e non ha avuto dubbi.
— Se è straniera e spingeva una carrozzina, forse la ragazza era una badante. Non sarà difficile rintracciarla.
— Mi riferivo alla mia ortensia. Conosceva persino il nome scientifico… Ma lasciamo stare. Sì, Schininà, riprendiamo le ricerche in questa direzione.
Il brigadiere si attivò ricorrendo alle sue fonti d’informazioni preferite: i postini e i testimoni di Geova. Nel giro di poche ore, tra i frequentatori più assidui della Sala del Regno di via Martini, ne spuntò uno che disse di conoscere la donna della foto segnaletica.

— È la badante straniera dei Porchera, quelli che abitano in collina — dichiarò il giovanotto senza dubbio alcuno. — Qualche volta ci concedeva un po’ del suo tempo. Era sempre gentile con noi.
— Hai verificato le informazioni? Domandò Maniero, incredulo di fronte a tanta sfacciata fortuna.
— Sì, e come no! So anche come si chiama, data di nascita e provenienza. Non è stato difficile. Questo Porchera è titolare di una impresa edile, con qualche telefonata ho scovato il suo commercialista e così ho scoperto che la ragazza era stata assunta regolarmente come collaboratrice domestica.
— Hai fatto un bel lavoro Schininà — fece Maniero scattando in piedi. — Andiamoci subito a casa di questo Porchera, che aspettiamo?
La casa era una villone quadrato piazzato in cima ad un promontorio: con portico rustico, mattoni a vista, e ampio piazzale annesso per gli automezzi.
— Chi siete? — Il tono della voce che uscì dal citofono era perentorio e l’accento decisamente straniero.
— Buongiorno, carabinieri! — rispose Schininà, pensando che bastasse la parola perché il cancello si spalancasse.
— Io non conosce nessun carambineri…
— Apri il cancello… Stupida! — La voce autoritaria in sottofondo era certamente quella della padrona di casa. — Non hai capito? Sono i carabinieri.
Una donna rotonda sui fianchi e robusta di petto, cinquant’anni distribuiti male, senza trucco ma ben vestita, si affacciò sulla porta di casa con un sorriso forzato e la preoccupazione disegnata sul volto.
La gente reagiva anche così alla vista delle uniformi, e l’accoglienza poco calorosa non stupì i militari.
— Accomodatevi, entrate pure… Dovete scusarla: Irina è nuova di qui e non conosce ancora bene le nostre usanze. Cercavate forse mio marito? — continuò, in preda all’agitazione. — È successo qualcosa al cantiere?
— No signora, non si preoccupi, siamo qui per Stana. Stana Culianu.
— Ah… per Stana? Sì, sì… ma non sta più qui da noi. È andata via. Da sua sorella, a Roma credo, ma non sono sicura. In ogni caso è partita quindici giorni fa.
Maniero si tenne in tasca la foto segnaletica e fece quello che sapeva fare meglio: lasciar parlare le persone. La padrona di casa adesso sembrava più serena, e ben disposta a raccontare della sua ex tata rumena.
— Anche mia suocera, che per la verità in questi giorni non sta benissimo, ha sentito la sua mancanza. Poverina, non cammina, non parla, però capisce tutto.
— La portava a spasso sulla carrozzina?
— Certo che sì, qualche volta, ma lei come fa a saperlo?
— Ho tirato a indovinare — rispose minimizzando.
— No, non ha lasciato l’indirizzo. Ha detto che si sarebbe fatta sentire lei. Sa, dopo tanto tempo, ci eravamo affezionati. Era come una figlia per noi. Però con i giovani non si sa mai… Che cosa vogliono davvero? Hanno sempre voglia di cambiare e anche Stana si annoiava un poco qui in collina. Voleva andare in città. Abbiamo cercato di convincerla a restare, ma è stato inutile. Ma mi dica, perché la cercate… è successo qualcosa?
— Ci risulta che non sia mai arrivata a Roma, e… — Maniero lasciò di proposito in sospeso la frase, sperando producesse qualche effetto, ma la signora Porchera si strinse nelle spalle e non aprì bocca.
— Quando è partita Stana? Se lo ricorda esattamente?
— Be’… mi faccia pensare. Era di sabato, pomeriggio, intorno alle cinque… sì, non più tardi. Non ha voluto che l’accompagnassimo alla stazione. È andata via con certi suoi amici. Connazionali credo… ce ne sono tanti da queste parti.
— Non sa dirmi altro su questi amici di Stana? Quanti erano, con che macchina sono venuti e saprebbe riconoscerli almeno?
— Non li ho nemmeno visti, io avevo da fare in casa e mio marito era fuori da qualche parte.
— Quando possiamo parlare con suo marito?
— Adesso? E chi lo sa. Può provare al cantiere, ma è difficile perché è sempre in giro. Vuole il numero del cellulare?
Senza aspettare risposta la donna si alzò dalla sedia, aprì un cassetto della credenza ed estrasse un biglietto da visita.
— Posso chiedere quante persone abitano in questa casa?
— Io, mio marito, mia suocera, Irina e… mio figlio — elencò sulla punta delle dita. — Ma Roberto non c’è quasi mai a casa, studia architettura a Firenze. In questi giorni però si trova in Germania. Sta facendo un corso all’università di Francoforte. Sì, ma fra una settimana ritorna… è quasi un mese che è via di casa.
A quel punto Maniero ruppe gli indugi e pensò che fosse arrivato il momento dire la verità. Estrasse dalla tasca la foto segnaletica, non era più il caso di continuare ad usare lo smartphone, e la consegnò nelle mani della padrona di casa.
— Stiamo parlando della stessa persona? La riconosce? È lei Stana Culianu?
Gli occhi della donna si spalancarono, la faccia intera si afflosciò come una pera cotta e con un filo di voce piagnucolò:
— Sì, è lei ma… ma… che le è successo? Oddio, nooo…

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