giovedì 1 ottobre 2015

Il tatuaggio di Stana - Giallo a rate (completo) - Cap. 1° - 2° - 3° - 4° - 5° - 6° - 7°epilogo



1/7

Alla fine di maggio il lungomare era già congestionato dal traffico e sulla passeggiata, frotte di turisti annoiati transumavano da una panchina all’altra, in attesa che il tempo si decidesse a mettere giudizio. Da una settimana infatti, frequenti acquazzoni della durata di pochi minuti si abbattevano con violenza sulla costa, allontanando gli ospiti di Santemidio dalla spiaggia, per gran parte della giornata. Non tutti però, nonostante il vento e il frastuono delle onde, avevano rinunciato alla passeggiata sul bagnasciuga. Tra questi, un arzillo turista bolognese che, sotto la sabbia bagnata e a pochi metri dalla foce del fiume, aveva fatto una macabra scoperta.
— Per la verità, signor maresciallo, è stato il mio cane a trovare il corpo — precisò il proprietario del pastore belga. — Era sepolto dalla sabbia, e sotto anche di un bel po’! Gli piace tanto scavare al mio Argo, così l’ho lasciato fare. Ma poi… poi è affiorata una mano, poi un braccio, e allora l’ho legato al guinzaglio… e poi ho chiamato il 112. Tutto qua!

— Cinque o sei giorni. Una settimana al massimo! — Aveva azzardato il medico legale, cedendo alle insistenze del magistrato di turno, e riservandosi di essere più preciso soltanto dopo l’autopsia. Nel referto definitivo invece si era andati oltre, e la data del decesso era stata spostata indietro di qualche giorno.
Caucasica, castana, occhi azzurri, età compresa tra venti e venticinque anni, altezza un metro e sessantotto, peso presunto al decesso: sessantacinque chili…
— Bella e giovane... — Una goccia di sudore freddo colò lungo la schiena del maresciallo. Non poteva pensare a quel giovane corpo in avanzato stato di decomposizione, senza rabbrividire.
— Che si dice ancora in procura? — domandò il brigadiere Schininà.
— Si dice che il decesso è avvenuto per arresto cardiaco, quasi certamente provocato da un cocktail micidiale di alcol e droga. 
— Quindi non è detto che si tratti di omicidio? — precisò Schininà, con una smorfia di delusione dipinta sul volto. 
Maniero non commentò, si sistemò meglio sulla poltroncina e proseguì:
— Si dice anche che non è possibile procedere alla identificazione: le impronte digitali infatti non hanno trovato riscontro, mentre per l’esame del DNA dobbiamo aspettare ancora qualche giorno. E infine si suppone che sia…
— Una puttana?
— Sì, Schininà… Anche! La pista della prostituzione non è stata scartata, ma in questo caso si sospetta soltanto che la vittima sia di origine balcanica.
— Puttana straniera! Per l’appunto, e da che cosa l’hanno capito?
— Dall’esame odontoiatrico. Insomma, Schininà, dal lavoro del suo dentista. 
— E questo è tutto?
— No, non è tutto. Ecco qua, queste sono le foto segnaletiche. Naturalmente l’immagine è stata ritoccata, nelle attuali condizioni non credo si potesse fare di meglio. Domani finiranno su tutti i giornali, anche in TV, e speriamo che qualcuno la riconosca e si faccia avanti.

2/7

La notizia invece trovò poco spazio anche sulle pagine della cronaca locale, e l’unica immagina diffusa fu quella di Argo, il pastore belga che con il suo fiuto portentoso aveva scoperto il corpo della giovane donna sepolto sotto la sabbia. Maniero non si meravigliò affatto di questa reticenza da parte della stampa, anzi, tutto ciò confermava l’impressione ricevuta nell’ultimo colloquio in procura con il giudice Matteo Spadari.
— Molto probabilmente è straniera, e non abbiamo prove che si tratti di un delitto. Se l’avessero accoltellata, strangolata o fatta a pezzi, allora sarebbe molto diverso. Ma così… Il corpo non presenta un graffio, non è stata stuprata, non ci sono tracce di molestie. Niente di niente!
— Eh già! — rispose il maresciallo un po’ stizzito — Allora mettiamola così: una bella serata in discoteca, un po’ di baldoria, qualche pasticca, alcol il tanto che basta, e un incontro fatale. Poi la passeggiata romantica al chiaro di luna, un malore improvviso, il panico… il terrore… Oddio, qualcuno è morto! E adesso che si fa? Ma dai, sotterriamola qui sulla spiaggia e buonanotte al secchio. Insomma, una ragazzata finita in tragedia. E' questo che state pensando?
— Ullapeppa! — esclamò il PM, più sorpreso che infastidito dallo sfogo del maresciallo. — Apprezzo la sua fantasia e la capacità di sintesi, ma non esageriamo col cinismo. Resta l’occultamento di cadavere, il mancato soccorso e magari anche un bel concorso in omicidio…
L’elenco dei reati presunti era stato lungo, ma le indicazioni su come procedere nelle indagini, poche e molto vaghe.
La verità era nello sguardo sfuggente di Spadari. Mostrava disinvoltura, ma si capiva che mordeva il freno. Il magistrato avrebbe dato un occhio per scoprire l’identità di quella donna, avrebbe messo a ferro e fuoco l’intera costa per scovare il colpevole, ma qualcuno al di sopra di lui l’aveva prima sconsigliato, poi fermato, quindi domato e imbrigliato — Che si poteva mettere in pericolo l’intera stagione turistica per una cosa del genere? Ma su, siamo seri!
— Prudenza — concluse Spadari prendendolo confidenzialmente per un braccio. — Mi raccomando Maniero, teniamoci in contatto, mi faccia sapere se ci sono sviluppi. Io sono sempre a sua disposizione.

3/7
Il Sombrero era l’ultimo stabilimento balneare a sud della città, e distava soltanto trecento metri dalla foce del torrente. Ci si arrivava a piedi dalla spiaggia costeggiando il mare, oppure percorrendo per intero via dei Pescatori. La strada asfaltata che correva parallela alla spiaggia, finiva sotto un pioppeto che in estate fungeva anche da parcheggio per le automobili. Da lì in poi, attraverso canneti, sterpaglie e terre incolte, un sentiero sabbioso arrivava sino alla foce del fiume, non lontano da dove era stato rinvenuto il corpo della ragazza.
Il maresciallo non aveva affatto le idee chiare, ma da qualche parte doveva pur cominciare le indagini e quello gli sembrava il posto giusto. Chissà, forse la ragazza si era fermata al bar e qualcuno poteva averla notata.
— Quando avete aperto lo chalet?
— Due settimane fa — rispose Gabriele: spalle larghe, viso abbronzato, rughe da marinaio e canottiera rossa con un sombrero stampato sul petto. — È stato di sabato.
— Avevate già clienti per quella data?
— Qualche ombrellone l’abbiamo pure affittato. Il tempo era bello, poi si è guastato. Adesso speriamo che si mantenga così.
Sulla spiaggia gli ombrelloni aperti erano una decina. Maniero li aveva contati mentalmente, come faceva con qualunque cosa catturasse la sua attenzione. Sette i clienti sotto la tettoia del bar, compresa la signora dietro il bancone. Dodici i tavolini quadrati disposti su tre file e le sedie? No, quelle non le aveva contate, ma tra le bianche e le nere, soltanto tre erano di colore verde scuro.
— Lavoriamo poco in bassa stagione, specialmente noi che siamo così lontani dal centro. Prima si devono riempire gli altri stabilimenti e poi… qualche turista infine arriva.
— Sì, però, qui è tranquillo... — disse Maniero estraendo dalla tasca uno smartphone. — Forse qualche coppietta, soprattutto la sera, si spinge fin qua, o no?
— Noi chiudiamo la sera. Non vale la pena di restare aperti. Però il fine settimana mi tocca dormire qui, e fare la guardia agli ombrelloni e ai lettini. Quando escono dalla discoteca sono quasi tutti ubriachi, impasticcati e poi combinano disastri. Rompono tutto quello che trovano.
La situazione era nota a tutti. Il Pantheon, la più grande discoteca della zona, si trovava appena al di là del fiume e le due spiagge erano collegate da un ponte in legno di recente costruzione.
— L’ha mai vista da queste parti? — Gabriele Di Giuseppeantonio, detto Paladimucchi, non seppe trattenere una smorfia davanti alla foto segnaletica apparsa sul display.
— È la ragazza che… No, mi pare di no.
Maniero fece sparire lo smart, e lanciò un ultimo sguardo a sud, nel tentativo di scorgere il punto esatto del ritrovamento.
— Non è necessario passare di qui. — Come se gli avesse letto nel pensiero. — C’è una strada lungo il fiume che arriva proprio da quelle parti. Adesso non è praticabile perché con tutta questa pioggia il fiume è straripato, ma con il bel tempo e un fuoristrada, volendo… 
Il negozietto di tatuaggi stava vicino alla stazione, nella zona nord della città chiamata Korea, e dal numero degli stranieri che vi risiedevano si capiva anche la ragione di quel nome.
— L’hai mai visto questo? – Il tipo dal cranio rasato e coperto di tatuaggi guardò a lungo l’immagine sul display, poi si strinse nelle spalle:
— Non l’ho fatto io — disse. — Se è questo che vuole sapere.
— Sapresti dirmi chi l’ha fatto?
Il bestione allungò il collo, si grattò il cranio prima di rispondere:
— È un lavoro fatto da cani, non ne conosco di gente che lavora così male.
— Che c’è scritto? Neanche questo mi sai dire?
— Sono ideogrammi cinesi, e chi li capisce? Noi abbiamo le cartine con i caratteri già stampati, il cliente sceglie quello che gli piace, oppure viene con un disegno già fatto e noi lo copiamo. Ma per decifrare questa roba ci vorrebbe proprio un cinese istruito. Uno che sappia leggere e scrivere bene. E mi creda, non è così facile. Perché non lo chiede a Mei?, la donna cinese che lavora nell’ufficio contabilità qui di fronte.
Mei era una bella donna sui quaranta, molto conosciuta e rispettata nella comunità cinese locale. Di recente si era messa in società con un ragioniere del luogo. La natura del loro rapporto non era chiara, ma di certo lui era un mandrillo con un paio di convivenze fallite alle spalle e qualche altra puttanata sulla coscienza. Di fatto e insieme avevano messo in piedi una attività commerciale molto fiorente, a giudicare dal numero di occhi a mandorla che si sollevarono sulla sua divisa.
La dottoressa M. Huong, così diceva la targhetta sulla porta dell’ufficio, lo accolse molto cortesemente. Almeno questa fu la sua prima impressione. Accettò volentieri di guardare la foto e senza fare commenti, osservò il tatuaggio per alcuni secondi. Indifferenza o riluttanza? No, forse era decisamente fastidio quell’espressione enigmatica sul suo volto. Difficile a dirsi. Sembrò riflettere ancora qualche istante e infine disse:
— Perché lo vuole sapere?
— È per una indagine. Forse ha sentito parlare della donna che è stata trovata sulla spiaggia…
— Ah… — rispose la dottoressa, alzando un sopracciglio. Maniero ebbe qualche difficoltà a considerarlo un moto di sdegno. Sembrava più contrariata che addolorata, ma ancora una volta dovette arrendersi all’evidenza e ammettere che le poche nozioni in suo possesso sul linguaggio del corpo, con gente di quella razza gli erano di nessun aiuto. Per la verità quella tecnica non funzionava con le donne in genere, ma questo lui non l’avrebbe mai ammesso, nemmeno sotto tortura. Superato l’attimo di imbarazzo comune, Maniero fece scorrere l’immagine sul piccolo schermo.
— È lei la donna del tatuaggio?
— Sì, è lei la ragazza della spiaggia.
Pausa. Silenzio.
— Sì, mi sembra di ricordare…
Lo smartphone ebbe un sobbalzo. L’identikit era scomparso, al suo posto sullo schermo c’era lui in tenuta da giardiniere che mostrava orgoglioso una splendida ortensia del suo vivaio.
— La guardi bene! — È sicura di riconoscerla?
— Ma certo, questa è una Hydrangea Paniculata, mentre quello di prima era il volto di una signorina che credo di aver già visto da qualche parte. È passato tanto tempo, direi l’estate dell’anno scorso. Ricordo vagamente quel volto, ma non ho dubbi sul tatuaggio, è lo stesso. Lei però non so chi sia, e non l’ho mai più rivista, ma quella volta il suo braccio spingeva una sedia a rotelle.

4/7

— Schininà, ti rendi conto? L’ha riconosciuta subito e non ha avuto dubbi.
— Se è straniera e spingeva una carrozzina, forse la ragazza era una badante. Non sarà difficile rintracciarla.
— Mi riferivo alla mia ortensia. Conosceva persino il nome scientifico… Ma lasciamo stare. Sì, Schininà, riprendiamo le ricerche in questa direzione.
Il brigadiere si attivò ricorrendo alle sue fonti d’informazioni preferite: i postini e i testimoni di Geova. Nel giro di poche ore, tra i frequentatori più assidui della Sala del Regno di via Martini, ne spuntò uno che disse di conoscere la donna della foto segnaletica.

— È la badante straniera dei Porchera, quelli che abitano in collina — dichiarò il giovanotto senza dubbio alcuno. — Qualche volta ci concedeva un po’ del suo tempo. Era sempre gentile con noi.
— Hai verificato le informazioni? Domandò Maniero, incredulo di fronte a tanta sfacciata fortuna.
— Sì, e come no! So anche come si chiama, data di nascita e provenienza. Non è stato difficile. Questo Porchera è titolare di una impresa edile, con qualche telefonata ho scovato il suo commercialista e così ho scoperto che la ragazza era stata assunta regolarmente come collaboratrice domestica.
— Hai fatto un bel lavoro Schininà — fece Maniero scattando in piedi. — Andiamoci subito a casa di questo Porchera, che aspettiamo?
La casa era una villone quadrato piazzato in cima ad un promontorio: con portico rustico, mattoni a vista, e ampio piazzale annesso per gli automezzi.
— Chi siete? — Il tono della voce che uscì dal citofono era perentorio e l’accento decisamente straniero.
— Buongiorno, carabinieri! — rispose Schininà, pensando che bastasse la parola perché il cancello si spalancasse.
— Io non conosce nessun carambineri…
— Apri il cancello… Stupida! — La voce autoritaria in sottofondo era certamente quella della padrona di casa. — Non hai capito? Sono i carabinieri.
Una donna rotonda sui fianchi e robusta di petto, cinquant’anni distribuiti male, senza trucco ma ben vestita, si affacciò sulla porta di casa con un sorriso forzato e la preoccupazione disegnata sul volto.
La gente reagiva anche così alla vista delle uniformi, e l’accoglienza poco calorosa non stupì i militari.
— Accomodatevi, entrate pure… Dovete scusarla: Irina è nuova di qui e non conosce ancora bene le nostre usanze. Cercavate forse mio marito? — continuò, in preda all’agitazione. — È successo qualcosa al cantiere?
— No signora, non si preoccupi, siamo qui per Stana. Stana Culianu.
— Ah… per Stana? Sì, sì… ma non sta più qui da noi. È andata via. Da sua sorella, a Roma credo, ma non sono sicura. In ogni caso è partita quindici giorni fa.
Maniero si tenne in tasca la foto segnaletica e fece quello che sapeva fare meglio: lasciar parlare le persone. La padrona di casa adesso sembrava più serena, e ben disposta a raccontare della sua ex tata rumena.
— Anche mia suocera, che per la verità in questi giorni non sta benissimo, ha sentito la sua mancanza. Poverina, non cammina, non parla, però capisce tutto.
— La portava a spasso sulla carrozzina?
— Certo che sì, qualche volta, ma lei come fa a saperlo?
— Ho tirato a indovinare — rispose minimizzando.
— No, non ha lasciato l’indirizzo. Ha detto che si sarebbe fatta sentire lei. Sa, dopo tanto tempo, ci eravamo affezionati. Era come una figlia per noi. Però con i giovani non si sa mai… Che cosa vogliono davvero? Hanno sempre voglia di cambiare e anche Stana si annoiava un poco qui in collina. Voleva andare in città. Abbiamo cercato di convincerla a restare, ma è stato inutile. Ma mi dica, perché la cercate… è successo qualcosa?
— Ci risulta che non sia mai arrivata a Roma, e… — Maniero lasciò di proposito in sospeso la frase, sperando producesse qualche effetto, ma la signora Porchera si strinse nelle spalle e non aprì bocca.
— Quando è partita Stana? Se lo ricorda esattamente?
— Be’… mi faccia pensare. Era di sabato, pomeriggio, intorno alle cinque… sì, non più tardi. Non ha voluto che l’accompagnassimo alla stazione. È andata via con certi suoi amici. Connazionali credo… ce ne sono tanti da queste parti.
— Non sa dirmi altro su questi amici di Stana? Quanti erano, con che macchina sono venuti e saprebbe riconoscerli almeno?
— Non li ho nemmeno visti, io avevo da fare in casa e mio marito era fuori da qualche parte.
— Quando possiamo parlare con suo marito?
— Adesso? E chi lo sa. Può provare al cantiere, ma è difficile perché è sempre in giro. Vuole il numero del cellulare?
Senza aspettare risposta la donna si alzò dalla sedia, aprì un cassetto della credenza ed estrasse un biglietto da visita.
— Posso chiedere quante persone abitano in questa casa?
— Io, mio marito, mia suocera, Irina e… mio figlio — elencò sulla punta delle dita. — Ma Roberto non c’è quasi mai a casa, studia architettura a Firenze. In questi giorni però si trova in Germania. Sta facendo un corso all’università di Francoforte. Sì, ma fra una settimana ritorna… è quasi un mese che è via di casa.
A quel punto Maniero ruppe gli indugi e pensò che fosse arrivato il momento di dire la verità. Estrasse dalla tasca la foto segnaletica, non era più il caso di continuare ad usare lo smartphone, e la consegnò nelle mani della padrona di casa.
— Stiamo parlando della stessa persona? La riconosce? È lei Stana Culianu?
Gli occhi della donna si spalancarono, la faccia intera si afflosciò come una pera cotta e con un filo di voce piagnucolò:
— Sì, è lei ma… ma… che le è successo? Oddio, nooo…

5/7

— Avete interrogato il marito, e gli altri componenti della famiglia? — domandò il dottor Spadari, accartocciando l’involucro di una caramella Mou.
— Il marito ha confermato la stessa versione dei fatti. Ha usato le stesse parole della moglie. Come se ripetesse una lezioncina imparata a memoria. La nuova badante invece non sa niente, è appena arrivata e mi sembra un po’ frastornata. Questa volta l’hanno presa chiatta e un po’ tonta, forse perché non capisce ancora bene la nostra lingua. Ci resta soltanto il figlio da sentire, ma sta a Francoforte per motivi di studio.
— Ah… — fece il PM stancamente. E come mai proprio in Germania?
— Ho sentito la madre parlare di Programma Erasmus, in realtà questo giovanotto studia architettura a Firenze. Ma se vuole mi informo meglio.
— Scusate… — si intromise Schininà, che ancora non aveva aperto bocca. — Roberto Porchera è partito giovedì 15 alle 9,50 da Pescara, con un volo della Ryanair diretto a Francoforte. Quindi soltanto due giorni prima della scomparsa di Stana.
— Minchia! — Esclamò Spadari, tra il serio e la solita faccia da schiaffi. — Complimenti per la precisione, ma vada avanti, che stava dicendo?
— Niente, niente dottore… Non ci faccia caso. Ogni tanto mi vengono in testa idee strane.
Spadari guardò il brigadiere di traverso e sospirò:
— Quindi, l’unica cosa certa, è che la ragazza non si è mai allontanata da Santemidio. Per il resto siamo in alto mare.
Stiracchiò le lunghe leve sotto la scrivania, guardò preoccupato l’orologio, poi si riaccomodò sulla poltroncina che il maresciallo, a malincuore, gli aveva gentilmente concesso.
— Abbiamo il numero di cellulare di questa ragazza? — domandò, spegnendo nel portacenere l’ennesima Camel blu. — potremmo ricostruire i suoi spostamenti.
— Sì, lo abbiamo. È spento naturalmente, ma nel frattempo che controllano i tabulati che si fa?
— Finora ve la siete cavata bene senza l’aiuto di nessuno, e domani vi prometto che la foto di Stana, questa che la ritrae bella come il sole e non quella schifezza di prima, sarà su tutti i giornali, e qualcosa salterà fuori. Diversamente, sarà la solita merda. Dovremo mettere sotto controllo il telefono di tutta la famiglia Porchera, interrogare i vicini di casa. In pratica ricominciare da capo con le indagini e… insomma, non vorrei essere costretto a mobilitare qualche elemento della squadra mobile. Su, su, su, un po’ di coraggio, che sono queste facce da funerale?

— Sai che ti dico? — disse Maniero spalancando la finestra.
— Che il dottore fuma come un turco?
— Anche, Schininà, anche…
— Che c’è? — Ho detto qualcosa che non dovevo dire?
— No, no… stavo pensando alle tue strane idee. Si può sapere che ti passa per la testa?
— Ah be’… Non ho voluto parlare davanti al dottore, però… quei due su in collina non mi convincono per niente. Hanno fatto presto a rimpiazzare la badante. E non mi vengano a dire che Stana per loro era come una figlia. Ma non diciamo sciocchezze; non si lascia andare via una ragazza così su due piedi, senza sapere dove va, con chi va e perché!
— Eh... sono cose che si dicono, dopotutto era soltanto una dipendente. Forse non ci teneva a far sapere dove andava. Che ne sai?
— D’accordo, ma vogliamo parlare della sorella? Che fine ha fatto? La stanno cercando, forse si nasconde sotto falso nome. Sa che le dico, secondo me se la sono inventata. Non c’è nessuna sorella, ne qui e nemmeno a Roma! Mi gioco i gradi che è così!
— Accetto la scommessa! Schininà, poi non ti lamentare ne’…

6/7

— C’è qui un giovanotto che desidera parlare con lei. — L’appuntato attese paziente la riposta sulla porta dell’ufficio. Di profilo e in controluce, Carulli appariva ancora più magro del solito. Che cazzo mangiano i calabresi di Crotone?, si domandò Maniero, ripiegando per bene le pagine del Centro.
— Chi è? Che vuole?
— Dice di chiamarsi Roberto Porchera, e…
— Ah… però! Ha fatto in fretta il giovanotto. Fallo passare Carulli, poi cerca Schininà e digli di venire da me. Ovunque si trovi, ha capito?
— Quando è arrivato? — Maniero ingranò la marcia e, senza aspettare la risposta, continuò: — Ha già visto i suoi genitori?
— No, sono appena sceso dal treno e ho pensato di venire subito da voi, in caserma. La vorrei vedere, almeno per l’ultima volta.
— È proprio sicuro di volerla vedere? — domandò Maniero, sbirciando il volto del giovanotto nello specchietto retrovisore interno.
Roberto Porchera annuì, ricambiando lo sguardo dal sedile posteriore dell’automobile.
— Il riconoscimento ufficiale è stato fatto da Tania Culianu, la sorella maggiore di Stana. In un primo momento, pensavamo non avesse parenti in Italia, e che la sorella di Roma fosse un’invenzione di sua madre. Se lo faccia spiegare bene dall’ap-pun-ta-to qui presente, perché non l’abbiamo cercata subito con decisione.
— Va bene, va bene, lo ammetto — sbottò Schininà. — Mi sono sbagliato. Però la signorina aveva delle ragioni molto valide per non farsi trovare, pare che a Roma si mantenga facendo la vita.
— Stana aveva da molto tempo interrotto i contatti con sua sorella — disse il figlio dei Porchera, alzando il tono della voce. — Lei era diversa. Si vergognava di Tania, e l’aveva cancellata dalla sua vita. Tuttavia mio padre, in qualche modo, era stato informato della sua esistenza e di ciò che faceva a Roma. Da quel momento non ha più voluto saperne della nostra relazione, anzi, lui e mia madre hanno fatto di tutto per separarci.
Roberto si passò le mani tra i capelli lunghi, folti e neri:
— Io, io l’amavo… — Si soffiò il naso, trattenne le lacrime e continuò. — Hanno aspettato che me ne andassi in Germania, per disfarsene. Adesso capisco perché il cellulare di Stana era sempre spento. L’avevano fatto sparire loro. Vi rendete conto, a che punto sono arrivati? No, non la dovevano mandare via di casa in questo modo e soprattutto, non dovevano fidarsi di quei due bastardi. L’hanno consegnata nelle loro mani come un pacco, e pertanto sono responsabili allo stesso modo.
— Non sia così severo con i suoi genitori — disse Schininà dal sedile anteriore. — Quei due balordi hanno fatto il doppio gioco. Avevano il compito di accompagnare Stana, con le buone o con le cattive, a Roma da sua sorella. Tutto qua. Invece le cose sono andate in modo completamente diverso.
— Sì, uno dei due lo conosco, lo conosco bene. Con la scusa che erano connazionali… le stava sempre intorno. Un povero idiota! L’altro, invece, non so chi sia.
— Il complice? Un bullo da strapazzo! Un debosciato senza lavoro che campa alle spalle di due genitori anziani — precisò didascalico Maniero, fermo al semaforo del ponte sull’Albula. — Insieme hanno fatto proprio una bella coppia. Due incoscienti che pensavano di fare un grosso affare rivendendo Stana a un pappone della zona di Pescara. Cose da pazzi… da non credere.
La macchina dei carabinieri entrò nel cancello dell’Ospedale Civile di Santemidio e andò a fermarsi sotto il cartello che indicava l’obitorio.
— Non volevano ucciderla — continuò Maniero senza scendere. — Prima si sono fatti seguire con delle menzogne, promesse di lavoro e facili guadagni. Insomma, le solite fandonie. Poi, forse per tenerla buona, le hanno somministrato delle sostanze stupefacenti disciolte in una bevanda alcolica. Certamente delle pasticche che si sono procurati facilmente in discoteca. La dose, purtroppo, si è rivelata fatale. A quel punto, colti dal panico, hanno pensato di disfarsi del corpo seppellendolo in spiaggia. Il resto lo sa anche lei.
— No, non tutto.
— Capisco, ma se indovino quello che sta pensando… sappia che non hanno abusato di lei. Prima di nascondere il corpo sotto la sabbia l’hanno spogliata di tutto per rendere più difficile una eventuale identificazione. È probabile che avessero cattive intenzioni, ma una cosa è certa, non hanno fatto in tempo.
— In ogni caso sono degli assassini! Ma come li avete scovati?
— Come li abbiamo trovati? Adesso glielo dico. — Maniero girò il capo verso Roberto, voleva guardarlo negli occhi mentre parlava.
— I due soggetti sono stati riconosciuti da un ristoratore, dal cameriere e perfino da un paio di clienti. Altra gente li ha visti insieme quel sabato sera. Pensi che prima di raggiungere Pescara, si sono fermati in un Pub di Martinsicuro. Utile, anzi direi fondamentale è stata la fotografia di Stana apparsa sui giornali. Non era una ragazza che passava inosservata e le segnalazioni sono fioccate da ogni parte. Catturarli poi non è stato difficile.
— E adesso? Che succederà a mio padre e mia madre?
— Il magistrato sta ancora vagliando la loro posizione. Ci sono gravi elementi a loro carico e dovranno pagare un conto salato con la giustizia. Per il momento non sono stati arrestati, ma la cosa non sembra preoccuparli molto. È a lei che pensano, sono affranti, ma non hanno il coraggio di chiedere il suo perdono, e…
Maniero tacque, forse già pentito di quanto aveva detto. — Mi perdoni, non avrei dovuto. Però le voglio dare un ultimo consiglio: mi dia retta, rinunci ad entrare là dentro. Cerchi di ricordare Stana come l’ultima volta che l’ha vista. È molto meglio, mi creda.

7/7 (epilogo)

Sulla scrivania della dottoressa Huong, dalle dieci del mattino, una splendida ortensia violacea donava un po’ di colore all’ambiente angusto e severo dell’ufficio commerciale di via Roma. Maniero aspettò fino alle cinque del pomeriggio, quando ormai aveva perduto ogni speranza, ricevette la telefonata che tanto aspettava.
— Volevo ringraziarla per la splendida pianta — disse Mei Huong, senza nessuna inflessione particolare nella voce. — Però non credo di meritarla, in fondo ho fatto soltanto il mio dovere.
— I fiori non sono per le preziose indicazioni fornite al rappresentate delle forze dell’ordine. Mi pareva d’aver capito che le piacciono molto le ortensie, e…
— Oh sì… molto.
Pausa. Silenzio.
— Lei conosce il significato dei fiori? — domandò Mei, questa volta con un filo di voce. — In Cina le ortensie esprimono amore, e gratitudine. Insomma, sono un ottimo regalo per ringraziare una persona che ci è stata d’aiuto.
— No, non lo sapevo — mentì Maniero spudoratamente. — Grazie per avermelo detto.
Altra pausa. Altro silenzio.
— Senta Mei, volevo domandarle un’altra cosa, a proposito di quel tatuaggio. Come mai se lo ricordava così bene? Che aveva di tanto particolare?
— Ah… il tatuaggio che portava Stana sul braccio? Ho letto sul giornale che si chiamava così. Lo vuole proprio sapere, signor maresciallo?
— Sì, ma mi chiami pure Cesare… se non è chiedere troppo. In questo momento non indosso la divisa, sono in pantaloncini corti e a piedi nudi sulla veranda di casa mia.
— Va bene Cesare, allora glielo dirò, così capirà anche lei perché non avrei mai potuto dimenticare un tatuaggio di quel genere. Però mi deve promettere che resterà un segreto tra di noi, perché non credo che Stana conoscesse il vero significato di quei caratteri che portava sul braccio, con tanta giovane spensieratezza.
— Va bene, Mei, lo prometto.
— Il tatuaggio di Stana diceva pressappoco così: “Io amo la zuppa di pollo con funghi e vermicelli di riso”.



FINE

16 commenti:

  1. I gialli, i polizieschi, ecc. ( che da profano accomuno senza distinzioni sotto un'unica etichetta ) sono dei rompicapo zeppi di indizi, dettagli, piste e contropiste, capovolgimenti di fronti e così via che abbisognano di lettori mentalmente ben organizzati ed intuitivi.
    Una partita a scacchi con mosse e contromosse fino allo scacco finale.
    Ma non sempre sono semplici evasioni letterarie: possono anche nuocere gravemente.
    Anni fa negli U.S.A. un patito di gialli vinse la causa di divorzio per crudeltà mentale del coniuge.
    Lei, perfidamente, gli scriveva a margine delle prime pagine il nome dell'assassino...
    Che altro dire?
    Una fiction, questa in lettura, dal ritmo incalzante, ben congegnata e scritta con accuratezza.
    Una bella costruzione pietra su pietra.
    Siddharta

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  2. Allora.
    Ci sono gialli in cui prevale l'azione e altri in cui prevale l'indagine. Questo appartiene alla seconda categoria.
    A loro volta i galli di indagine si dividono in quelli in cui l'indagine si appunta soprattutto sul come è stato commesso il delitto e quelli in cui l'indagine si appunta prevalentemente sui soggetti coinvolti nel fatto delittuoso - e di conseguenza sull'ambiente.
    Ancora una volta, questo appartiene alla seconda categoria.
    (NB: ho parlato di "prevalenza" eh?).
    Direi che è un buon racconto e che, quanto alla divisione in puntate, è fatta in modo soddisfacente perché la prima regola di una scansione di questo tipo, secondo me, è finire la puntata lasciando il lettore con la voglia di leggere quella successiva - anche a rischio di ricorrere all'effettaccio (il famoso tizio con la pistola di cui parlava il capitano Shaw direttore di Black Mask, rivista specializzata in questo genere di pubblicazioni). Qui ci riesci in maniera soddisfacente, per un giallo non d'azione, ma forse sette puntate potevano diventare sei.
    Appuntandosi sulle persone, l'indagine non può che vertere sul contrasto realtà apparenza, sicchè per esempio la ragazza morta appare in un modo quando invece la realtà è un'altra. Direi che succede su due livelli perchè credo che quando abbiamo saputo che faceva la badante penso che in molti abbiamo pensato che si fosse intortata il badato.
    Stesso dissidio realtà / apparenza per Roberto - che non poteva essere il colpevole perchè sarebbe stato troppo facile - e per i veri colpevoli.
    Una struttura di questo tipo porta a un inevitabile rimbalzo di taglio "sociale" che, per mia fortuna, viene appena accennato perché l'ho letta tante di quelle volte la critica al perbenismo, nei gialli, che mi fa venire il latte alle ginocchia (datemi un giallo in cui i ricchi sono buoni e i poveri cattivi, così, per cambiare).
    L'investigatore è un personaggio credibile, così come credibile appare l'indagine nel suo complesso - soprattutto per quanto attiene al delitto "sfuggito di mano" perché spesso è proprio quel che accade nella realtà, specie se di mezzo non c'è un professionista.
    Giusto per rompere le glorie due osservazioni. Avrei messo un pochino più in risalto, giusto un accenno, ma l'avrei messo, la faccenda del fiore tatuato. Secondariamente, il ragazzo pare un po' troppo pronto a puntare il dito contro i suoi genitori che, comunque, sono sempre mamma e papà...
    Piaciuto. Ciao.

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  3. Serenella Tozzi2 ottobre 2015 19:41

    Lo trovo un giallo ben impostato, che si conduce lineare nel suo svolgimento: infatti riesce a mantenersi misterioso fino all'ultimo senza sensazionalismi, attraverso la descrizione di una vicenda quanto mai realistica, e con risvolti pertinenti che ben si adattano alla società attuale.
    Mi sono risultate gradite anche le figure paciose dei rappresentanti della legge con le loro umane debolezze.
    Insomma è piaciuto anche a me.

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  4. Come preambolo, ti confido, che a me piacciono molto i "gialli" (sono cresciuta con quelli della Christie e di Simenon) e, per niente i thriller, troppo sanguinolenti per i miei gusti. Detto ciò, il tuo racconto è ben scritto, sei stato bravo anche nell' "umanizzare" il personale investigativo (Camilleri docet); meno nel fare precipitare il figlio in commissariato ad incolpare i genitori, come hanno commentato gli amici, prima di me. Infine, la tua è una trama realistica, come spesso si ascolta o si legge, però, almeno io, da un giallo attendo un finale ad "effetto", che destabilizzi tutto quanto appreso sino a quel momento, spiazzando, così, il lettore.

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  5. Questo sistema dei commenti non consente l’inserimento della risposta, bisogna procedere per ordine cronologico. È un difetto rispetto all’altro, tuttavia, fino a questo momento ha consentito un più facile accesso. Che in fondo è quello che conta.
    Siddhartha
    Immagino la fatica che hai fatto per arrivare alla fine, non ti piacciono i racconti e nemmeno il genere è di tuo gradimento, perciò, sadicamente sono contento che tu l’abbia, perlomeno letto.
    Rubrus
    Concordo con la tua disamina. Grazie per i consigli.
    Serenella
    Bello quell’aggettivo, pacioso. Mi ha ricordato il tenente Garzia, dei film di Zorro.
    Teresa
    Sui gusti non discuto mai. Quelli sui gialli poi sono doppiamente sacri.

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  6. Più che un giallo lo ritengoUN BUON RACCONTO e come si usa fra scrittori italiani si parla molto delle indagini fatte scrupolosamente dagli organi competenti - belli i dialoghi - si lascia perdere il motivo conduttore. Ha forse ragione Teresa; manca il finale a effetto.
    Perché i lillà in foto? Le ortensie sono un'altra cosa.

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  7. Non sono lillà, sono ortensie.
    Una domanda sorge lecita, ma tutti i gialli che avete letto, hanno il finale a effetto?

    Ne ho appena finito uno questa notte, Madame Strauss di Renato Olivieri. Il finale era la logica conseguenza delle indagini, senza nessuno sconvolgimento, senza botti, né scintille.
    E se questo non è un giallo perchè manca il finale ad effetto allora io non ho capito niente di gialli. Avete uno strana idea del giallo, pensate soltanto ad un incastro machiavellico dove il finale vi faccia dire Ohhhhhh.... Leggete il quesito della Susy che è meglio. poi che io non sia uno scrittore di gialli, questo era da mettere nel conto. Grazie per il parere espresso con sincerità

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  8. Troppo buona!
    Un tentativo, ma ci sto lavorando:

    http://www.finegardening.com/panicle-hydrangea-hydrangea-paniculata

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  9. Sì, ciascuno di noi ha una sua idea o preferenza letteraria.
    Per la quale si diventa critici dinnanzi a ciò che non ci aggrada.
    Ma quando un testo è ben curato e nel suo genere interessante, va preso per quel che è e non per quello che noi vorremmmo.
    Sid

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  10. No, naturalmente. Mica tutti i gialli hanno il finale ad effetto. Secondo me dipende dalla struttura: se leggendo il testo uno ha l'impressione che il cuore del racconto (o romanzo) sia: "Chi ha ucciso madame x?" allora si aspetta una risposta conforme alla domanda. I gialli classici (pensa alla Christhie ma anche a Ellery Queen) hanno questa struttura. Mi sia consentita una digressione.
    Non è un caso che il giallo nasca nell'ambiente anglosassone (inglese e americano). Uno dei fattori che ha contribuito alla sua nascita è proprio il concetto di "sport" (AC Doyle per dire era un accanito sportivo). Il giallo all'inglese, quindi, è anche una nobile gara, una gara sportiva, nel quale detective e lettore hanno a disposizione gli stessi strumenti per risolvere l'enigma. Interessa più che problema che come altro e, infatti, spesso ha la struttura di una partita a scacchi. Prima si individuano i confini della scacchiera (l'ambiente, spesso circoscritto, in cui si svolge l'indagine), poi i pezzi (i sospettati), poi i loro movimenti (movente, occasione, arma del delitto ecc.). Questo non cambia nei gialli a ritroso in cui all'inizio dell'indagine si sa già chi è il colpevole e il racconto verte essenzialmente sul "come" il detective arriva alla soluzione.
    In altri gialli la domanda centrale è "Perchè hanno ucciso madame X?" - ovviamente questa domanda non può essere scissa dal "chi", ma, nell'economia del racconto, assume rilevo centrale. Allora abbiamo i gialli in cui è fondamentale l'analisi delle psicologie dei personaggi e, più che l'arma del delitto (che non è alla "famolo strano" come spesso accade nei gialli all'inglese), conta il movente del delitto o l'ambiente nel quale esso è maturato. Questa impostazione può essere dilatata fino ad arrivare a trasformare il libro in una indagine sui caratteri e sulla società. Simenon è un buon esempio. Non solo il suo Maigret "non pensa" (sono parole sue, ma non gli crediamo), ma ci sono non poche opere in cui (chiaramente non è Maigret il protagonista) si sa chi è l'assassino da subito (me ne vengono in mente due: "il caso Popinga" - almeno mi pare si intitoli così - e "IL pensionante"). Chandler fa la stessa cosa, ma con più attenzione all'analisi sociale. Spesso definiamo questi libri "noir" o "thriller", più che gialli.
    Il giallo d'azione (di solito detto thriller) si basa su un'altra considerazione: una volta che hai trovato il colpevole, lo devi prendere. Al centro c'è quindi la caccia, più che l'indagine.
    Ovviamente questi punti di vista si intersecano e si sovrappongono (ricordi quando nel mio primo commento ho insistito sul "prevalentemente"?) all'interno dello stesso libro.
    Quindi non esiste "il" modo di scrivere il giallo, il noir, il thriller ecc. Però credo che, con una buona dose di approssimazione, si possa considerare più o meno valido nella maggior parte dei casi: quando scrivi in modo che il lettore si ponga una domanda, poi devi dare una risposta tendenzialmente "a tono" - quale che sia la domanda.

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  11. Anche a me è piaciuto e si legge benissimo.
    Ho da fare solo un appunto perché sono una rompicoglioni naturale.
    Ed è questo: la situazione transitoria dell'intreccio, fra la parte cinque e la parte sei, è fondante per la storia e per me hai avuto un po' fretta. Questa fretta, unitamente al fatto che metti in campo un po' di personaggi e che non li caratterizzi tutti rendendoli immediatamente riconoscibili, può generare confusione nel lettore o comunque 'distacco emotivo' dalla narrazione.
    Molti dei lettori hanno segnalato che l'arrivo in caserma del figlio è troppo brusco.
    Questo, narrativamente parlando, per me è una conseguenza del 'difetto' di cui sopra, non una 'causa'.
    Comunque la storia funziona bene lo stesso. E mi è piazuta.
    Lo sai... se non cerco il gatto nell'uovo non mi diverto, e poi è questo il mio concetto di 'scambio'. Baci grandi.
    Tua, Rompi :)

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  12. Letta la mole impressionante di expertise dei lettori, me ne guarderei bene dal scrivere un giallo...
    Bravi, anzi eccezonali i commentatori.
    Sid

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  13. Prima di acquistare un giallo vado sempre a spulciare le recensioni sul web, soprattutto su IBS. Basta andare su quelle pagine per vedere come lo stesso libro, lo stesso romanzo venga valutato in maniera contrastante. Si va dal minimo punteggio al massimo consentito, cioè si passa dalla ciofeca al capolavoro con molta disinvoltura. La mia mamma diceva, ogni testa un piccolo mondo. Pertanto non mi meraviglio affatto di questa ridda di opinioni. Io lo sapevo che qui dentro ci sono tanti lettori preparati. Ero curioso di conoscere il loro parere e sono stato accontentato alla grande. In nessun altro posto avrei potuto ricevere una disamina così completa e una critica altrettanto valida. Sono d’accordo su quasi tutti gli appunti che sono stati mossi e lusingato per gli apprezzamenti.
    In ultima analisi direi soltanto che sì, col senno di poi, si poteva fare decisamente meglio, ma con un limite di cinquemila parole, la stessa storia andava raccontata in modo diverso. Lo si poteva fare e non è detto che non ci riprovi. Sono sempre pronto a modificare e a cercare di migliorare le mia robetta. Con un paio di capitoletti in più potrei perfino cambiare il finale e inventarne uno con più effetto. Sul risultato finale però non garantisco, perchè alla fine quello che conta è la penna, e lì, miracoli, ormai non ne posso più fare.
    Comunque grazie a tutti.

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  14. Caro Franco, finale ad "effetto" a parte...(senza voler rimarcare la polemica giallistica) rimane, incontestabile, l'affetto a tutto tondo!

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  15. Serenella Tozzi5 ottobre 2015 19:15

    Sono andata a vedere (come San Tommaso) e l'Hydrangea Paniculata è proprio un tipo (raro) di ortensia; proviene dalla Cina, quindi la cinesina non ha avuto grandi meriti nel riconoscerla. :-)) Un punto in più, comunque, per la cura dei particolari.

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