giovedì 17 settembre 2015

NESSUNO VERRÀ - (di Claudia e Rubrus)


‹‹Te l’avevo detto, attenta che ti cade, ma tu no, l’hai voluta portare lo stesso››.
La rabbia picchia sulla prima frase, te l’avevo detto.
L’aveva detto, l’aveva detto, l’aveva detto.
L’aveva detto ed è solo per questo che è successo.
Il primo schiaffo le arriva da destra verso sinistra, non troppo forte e di palmo.
Gea asseconda il movimento, lascia che la testa ruoti sul collo.
Se il collo resiste, lo schiaffo fa più male.

È una cosa che ha imparato a sette anni. Ora ne ha dodici e pratica uno sport dove saper cadere è fondamentale per non farsi male.
Il segreto è immaginarsi di burro. Rotolare. Piegarsi.
Quando il colpo si scarica, Gea riporta la testa in posizione.
Il secondo schiaffo è più violento, impreciso e opposto. Da sinistra a destra, questa volta, e con il dorso.
Gea si prepara, ma uno degli anelli, quello con lo zircone e i rubini, la prende in pieno sull’osso dello zigomo, proprio sotto l’occhio.
Non lo fa apposta, ma Gea si morde il labbro mentre asseconda per la seconda volta il movimento della testa, e anche se le sembra di sentirne il sapore, sul pavimento del salotto non cade neppure una goccia di sangue.
Dovrebbe piangere. Con gli anni ha imparato che il pianto, non quello urlato ma quello silenzioso e continuo, fa uno strano effetto sulla rabbia di sua madre.
Cinque o sei schiaffi forti, palmo e dorso. Un paio di botte sulla testa. Qualche volta, se era a portata di mano, una pacca secca col manico della scopa che accompagnava la frase ‹‹Così impari››.
Impari cosa?
Impari a non sporcare l’ingresso con le impronte delle scarpe. Impari a non lasciare in giro i giochi, lo zaino della scuola, i colori sul tavolo.
Impari a finire tutto quello che hai nel piatto, ma soprattutto impari a capire quando è successo qualcosa, qualcosa che tu non puoi controllare, neanche se diventi la miglior bambina del mondo, la più precisa e la più obbediente.
Impari a decifrare il codice segreto della rabbia.
A tradire sua mamma erano gli occhi.
Dicevano: dammi solo una scusa per esplodere e lo farò.
Gea riporta la testa in posizione. Sua madre carica il colpo successivo e si blocca.
Si guardano negli occhi. Il braccio sollevato trema.
Le lacrime di Gea seguono tutte lo stesso percorso e s’infrangono sul collo della fruit.
Vede appannato. Non singhiozza nemmeno.
Sua mamma sta per cedere, l’ha già fatto altre volte.
Dietro la velina di lacrime, le sue pupille si spostano sul tremore del braccio.
Non avrebbe dovuto guardarlo, in nessun caso, ma quando lo capisce, il terzo schiaffo le ha di nuovo ribaltato la faccia.
‹‹Così almeno piangi per qualche cosa›› grida sua madre. L’afferra per un braccio, con tutte e due le mani. La trascina.
Quando imboccano il corridoio, Gea l’unica cosa che dice è no.
Altro imperdonabile errore, ma non l’ha fatto apposta. Le è uscito così.
Sua mamma si ferma, la strattona.
‹‹Allora vedi che la voce ce l’hai?›› dice.
Dice: ‹‹No? Hai detto no?››.
Gea non risponde, fissa il pavimento.
Sua madre rinsalda la presa e riparte.
‹‹Invece è proprio lì che starai e ci starai finché lo dico io››.
Non dovrebbe, ma punta i piedi.
Ma non serve.
Sua mamma ha una forza che non diresti mai, una cattiveria nascosta in posti che nessuno conosce.
‹‹Dirò che non lo hai aspettato. Dirò che hai preferito andartene con un’amica. E lui non verrà a cercarti. Nessuno verrà››.
‹‹Scusa››.
‹‹Non me ne faccio niente delle tue scuse. Hai rotto la pirofila e te l’avevo detto, ma tu niente››.
‹‹Non l’ho fatto apposta››.
‹‹Lo dici soltanto perché hai paura››.
‹‹Ti prego››.
Sono all’imbocco delle scale di cantina. Dopo la prima rampa, sull’ammezzato, c’è lo sgabuzzino.
Sua madre la trascina giù, ‹‹È inutile che preghi››.
Diventa tutto molto veloce, lei cade sul pianerottolo. Sua madre gira la chiave nella toppa. Spalanca la porta. L’afferra da terra, la spinge dentro e richiude la porta.
All’interno, lo spazio è quello di due bare affiancate.
Quel posto non contiene niente, nemmeno una scopa. Non ci sono finestre, non ci sono scansie, non c’è luce.
Lo chiamano sgabuzzino solo per il vizio e il bisogno di dare un significato alle cose.
‹‹Non c’è nessun Dio da pregare›› dice sua madre, ‹‹e nemmeno un babau››.
‹‹Ti piacerebbe almeno un babau, non è vero? Sarebbe già qualche cosa. E invece non c’è niente. Niente e nessuno››.
‹‹Non è vero, smettila mamma››.
‹‹Invece è vero e lo sai. Nessuno ti tirerà fuori di lì. Nessuno tranne me››.
È l’ultima parola. Sua madre se ne va.
Gea resta in ascolto.
Non riesce a ventilare. Non è il babau che la soffoca, né un serial killer.
È la mancanza di ricircolo, sta respirando la propria anidride carbonica.
Un giorno di questi, forse non oggi, succederà: soffocherà e il cuore andrà in arresto.
Quando sua madre se ne accorgerà, sarà troppo tardi.
Tende l’orecchio.
Non si sente niente.
Si domanda da quanto tempo stia lì dentro. Sa che non deve chiederlo. Sa che, là sotto, il tempo è diverso. Sa che, più se lo domanda, più i minuti rallentano e le ore non passano. Sa che, se ci si fissa abbastanza a lungo, il tempo smette di scorrere.
Sa tutto questo, ma se lo chiede ancora: da quanto tempo sono qui?
Nessun rumore.
Ogni volta, sua mamma la rinchiude un po’ più a lungo. Un quarto d’ora. Mezz’ora. Un’ora e un quarto. Ne è sicura perché, ogni volta, ha guardato l’orologio in cucina.
Sua mamma non le fa portare l’orologio. Prima sì, invece.
Poi una mattina è tornata in ritardo da scuola.
Sua madre le ha strappato l’orologio dal polso e l’ha usato per picchiarla. Tanto non ti serve. (Bang) Così (Bang) Impari (Bang) A (Bang) Arrivare (Bang) In (Bang) Ritardo (Bang).
La corriera aveva avuto un guasto ma fa lo stesso. Gli ingranaggi dell’orologio volavano per tutta la stanza.
Così impari. Appunto.
Respira piano. Uno due tre. Inspira. Uno due tre. Espira.
Nelle pause si rimette in ascolto.
Non sente niente.
Forse il babau una volta c’era, ma adesso è morto soffocato.
Gea respira piano. Uno due tre. Inspira. Uno due tre. Espira.
Da quanto tempo sono qui?.
Mamma non ha mai aspettato così tanto.
Gea si mette una mano sul polso. Conta i battiti. L’aiutano a tenere il conto del tempo. I polmoni bruciano.
Uno due. Inspira. Uno due. Espira. Non riesce più ad arrivare al “tre”.
Si chiede se mamma sappia.
Voleva insegnarle qualche cosa. Aveva bisogno di sentirla supplicare non lasciarmi qui.
Gea, senza rendersene conto, l’ha accontentata tante di quelle volte.
Ma oggi no. Oggi ha deciso di non farlo. Oggi non ci sarà nessuna supplica e nessuna riconciliazione.
Solo lo spazio vuoto in cui respira ancora, la misura del suo stare al mondo.
E mamma lo sa.
Uno due. Inspira. Uno due. Espira.
Mamma sa che oggi ha deciso di no. Lo sa e la lascia lì. Non c’è nessun mostro che la mangerà, nessun Dio che la salverà, nessuno che la verrà a cercare.
È questo che deve imparare: oltre l’illusione non c’è altro che la misura di spazio in cui è rinchiusa, un doppio vano nel muro che non serve a niente, non porta a niente e non contiene niente, tranne il suo corpo quando è lì.
Sarà sempre peggio, se non la smette di sperare.
Sperare / respirare. Parole simili.
Il polso è accelerato. Ottanta battiti al minuto? Cento?
Puzza.
Si è bagnata le mutande e non se ne è accorta.
È l’odore del babau morto.
Il babau morto e putrefatto ha lo stesso odore della sua pipì.
Nessuno ti tirerà fuori di lì. Nessuno tranne me.
Magari mamma è morta.
Dammi una scusa per esplodere e lo farò dicevano i suoi occhi.
La scusa non l’ha avuta. Gea ha deciso che oggi no. E mamma è esplosa. Il cuore. O una vena nel cervello. 
La vede sul pavimento della cucina. Gli anelli luccicano alla luce del tramonto che entra dalla finestra. Più di tutti quello con lo zircone e i rubini. L’orologio alla parete segna il tempo come nulla fosse.
Due ore. Sono passate due ore.
Mamma è riversa e non si muove. Magari un po’ di rabbia è ancora dentro il suo corpo, ma poca. Quando sarà freddo scomparirà del tutto.
Piantala.
Inspira. Espira. Inspira. Espira.
Se ci fosse il babau adesso sarebbe là con sua mamma. Non è mai stato dentro lo sgabuzzino.
È là, ora.
Guarda il cadavere di sua mamma che si raffredda. Guarda l’orologio al muro. Calcola quanto tempo ci vuole perché diventi gelato.
Inspira Espira. Inspira Espira.
Pensa a papà.
Papà che viene a prenderla.
Dovevano passare insieme il week end.
Due ore. Sono passate due ore.
Papà è puntale.
Dovrebbe essere arrivato.
È già arrivato.
Lo immagina.
Immagina la mamma che gli dice: ‹‹Gea non c’è, ha preferito andare da un’amica››. Vede la delusione che si sposta dagli occhi fino alla barba.
Sua madre sa essere molto convincente quando occorre.
Però.
Perché suo padre le ha sempre creduto? Conosce la casa, sa dello stanzino.
Perché non gli è mai venuto il dubbio?
Forse ha ragione sua madre: non le vuole bene abbastanza.
Nessuno gliene vuole.
Neanche il babau glie ne vuole.
Ma è normale. Lui è il babau.
Ecco. Il babau non la deluderebbe.
Ma non esiste.
Non c’è nessun mostro che la mangerà, nessun Dio che la salverà, nessuno che la verrà a cercare.
Inspira.
Mamma è sul pavimento della cucina e la luce se n’è andata. La finestra è un triangolo tra il blu e il grigio.
Espira.
Papà è via. In macchina. Pensa mia figlia è da un’amica e va bene così.
Gea inspira.
Balza in piedi e batte le mani contro la porta.
Due. Tre volte. Cento. O forse no.
Espira.
Non c’è aria.
Non c’è rumore. Nessun rumore.
Papà se ne frega. Se gl’importasse davvero, penserebbe allo stanzino ma non ci pensa. Quindi non verrà.
Urla ma non sa se urla davvero. Non riesce a sentirsi.
Non sente i rumori dei pugni contro il legno.
Non sente mamma che grida.
Non la sente correre alla porta con la scopa in mano.
Per picchiare picchiare picchiare.
Neanche mamma sente.
È sul pavimento della cucina.
Fredda.
Non verrà.
Nessuno verrà.

L’aria entra nello stanzino.
Aveva fretta e lo riempie tutto come quando un aereo si depressurizza.
Anche un po' di luce, ma poca.
L’ombra che ha aperto la porta la blocca.
La luce nello stanzino non viene accesa.
Non c’è tempo.
‹‹Gea›› dice l’ombra e tastoni cerca l’interruttore.
Non lo trova.
Tasta contro la parte esterna. Carne contro il cemento. Schiaffi contro la pietra.
Lascia perdere.
L’ombra spalanca la porta con una manata ed entra un po’ di chiarore.
C’è qualcosa a terra, dietro.
Potrebbe essere un corpo riverso. O forse no, solo un gioco di luci.
‹‹Gea›› urla l’ombra.
Il contraccolpo della porta contro la parete.
La porta che si richiude.
Il buio rioccupa lo stanzino.
‹‹Babbo››.
La voce è un ansito roco.

Piena di tenebra e niente.

13 commenti:

  1. A me la storia sembra molto costruita, sull'onda battente dei media emozionali.
    Quando da bambini si è presi a sberle, picchiati, rintronati, cozzato il capo al muro, perfidamente tiranneggiati, non si pensa a niente, ma solo a sottrarsi alle botte.
    Ve lo dice uno che tutto questo ha sperimentato negli anni bui dell'infanzia ad opera di una megera assatanata.
    Nello stanzino buio ove s'è rinchiusi per punizione non sorgono parole letterarie, ma aumentano a dismisura l'odio e la vendetta, oltre la chiusura in se stessi e verso gli altri.
    Crescendo si diventa sospettosi e si perde il senso della giusta misura.
    Ma la donna nel suo delirio di onnipotenza non cambierà mai.
    In forza del suo potere assoluto di vita e di morte sul nascituro, che riverbera inconsciamente anche sul prossimo.
    In sessant'anni e più di matrimonio, la mia adorata Santippe non è cambiata di un'ette.
    Più volte ha rischiato la ghirba : non so quale santo mi abbia trattenuto.
    E ne ho conosciute di femmine: tutte eguali, prevaricatrici, dalla finta bonomia.
    Guardatevi il video della reporter Petra Laszlo che sgambetta gli emigranti al confine ungherese per ritrarne la sorpresa sui volti.
    Personalmente, poi, nel corso dei miei 91 anni non ho mai conosciuto una donna angelicata: anzi, come già detto, una sadica nella mia infanzia tribolata.
    Misògino?
    Non tanto alla luce della mia esperienza.
    Il racconto?
    Teso a sollecitare la rivolta di genere, di entrambi i generi.
    Comunque volto a sollecitare a posteriori un senso di ripulsa a buon mercato, a scapito della gravità delle violenze subite.
    Un pò come la Franca Rame che ebbe poi a costruirci sopra una pièce spettacolorizzando stupidamente il tutto.
    In conclusione ben venga la denuncia, ma sfrondata delle interiorizzazioni estranee al soggetto prevaricato, che mai si sognerebbe di ricamarci sopra nè durante nè dopo le sevizie.
    SIDDHARTA










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    1. Pietro Zurlo: E chi meglio di te poteva commentare questo racconto???

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    2. Atroce, mi sconvolge l'anima.

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  2. Ciao Sid e ben trovato. Penso che un lato particolarmente perturbante di questo racconto derivi proprio dal fatto che l'orco (la parola stessa è maschile, la "orca" è altra cosa, mentre la parola "orchessa" si incontra poco) è una "lei" come la vittima. Io stesso, mettendoci mano, avvertivo quel senso che ben hai definito come "ripulsa". Mi perdonerai se non mi pronuncio sul quanto di elaborato e/o quanto di non elaborato ci sia nel testo, atteso che il discorso andrebbe a vertere su esperienze strettamente personali che, credo, ciascuno tratti a modo proprio. Letterariamente, penso che sia Claudia sia io abbiamo cercato di "sfrondare" ogni spettacolarizzazione.

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  3. Beh la mia parte d'intenzione riguardava un effetto collaterale derivato da certe situazioni non belle e perpetuate nel tempo. L'effetto collaterale in questione, nel soggetto di questo racconto, è un'acquisizione di consapevolezza in una fase della vita in cui forse sarebbe meglio poter credere e non dubitare. La destabilizzazione non deriva da uno schiaffo o dallo stanzino in quanto luogo buio e chiuso, ma dallo stanzino come luogo rappresentativo di quel 'niente' cui la ragazzina si oppone. Non c'è cosa pi terrorizzante di questo. Non c'era alcuna volontà di spettacolarizzazione e nessun compiacimento. Purtroppo le ciambelle non escono tutte con il buco.

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  4. Gea voleva molto bene al suo papà, e quando si vuole bene ci si confida...
    Siete riusciti a scatenare quel senso di angoscia come il pozzo e il pendolo.
    L'elasticità del tempo nel bambino va all'infinito.
    Bravi.

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    1. Gea voleva molto bene al suo papà, ma il suo papà non ne voleva a Gea.
      Altrimenti avrebbe fatto di tutto per accertare lo stato psicofisico della bambina.
      Appostandosi, incaricando detective,avvertendo i carabinieri, ecc.
      Lo dico a ragion veduta, perchè ai tempi il mio fece lo gnorri, facendo finta di non sapere nè vedere l'evidenza.
      E per colmo d'ironia la stazione dei Carabinieri era proprio di fronte a casa mia!
      Siddharta

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  5. La cattiveria che si intensifica quanto più si manifesta, soprattutto quando nessuno possa intervenire ad interromperla. Quante povere vittime nel mondo: sia quelle che subiscono che quelle che colpiscono. Penso che sia la delusione di sé, il sentirsi rifiutati dal mondo o dalle circostanze ad indurre talune persone a sfogarsi prendendosela con gli indifesi.
    Penso anche che il testo in questione sia portato all'estremizzazione: anche se il pensiero infantile può essere senz'altro più semplice e diretto (senso di ingiustizia, di odio, di paura), qui il sentimento è espresso letterariamente, in maniera più evoluta, ad indicare l'essenza del provato (si veda il senso del tempo che non passa mai, come ben sottolinea Elisa).
    L'angoscia che si prova leggendo testimonia bene sull'efficacia del racconto, bravi.

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  6. Caro webmaster, in passato c'era anche la locandina riassuntiva dei commenti fatti.
    Molto comoda per sapere a che punto si è giunti.
    E' possibile ripristinarla?
    Sid

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  7. E' di qualche giorno fa, la notizia di come due figli maschi ormai maggiorenni, stiano cercando con tutte le loro forze di scagionare il padre, nel frattempo in galera, accusato del reato di stupro da loro stessi e costretti in quel dire, dalla madre, che l'ha utilizzata come arma per avere l'affidamento unico dei minori nella separazione e/o divorzio. No, io sono una donna, ma non esito nel dire che donne angelicate non ne esistono, così come la solidarietà femminile, che rientra nelle leggende urbane. Troppe donne frustrate.

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    1. Sono con te.
      Sid

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    2. La solidarietà fra donne? Per ora non esiste. Ci vorranno secoli (iperbole) per togliere questo scoglio che si è formato col patriarcato.

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  8. Be’, io sono sicuro della vostre buone intenzioni, non avete bisogno di affrontare temi di questa drammaticità, per attirare su di voi benevolenza e facili consensi, tuttavia non sono riuscito a leggerlo tutto. La sberla è arrivata troppo presto e mi si è chiuso lo stomaco. Magari in un altro momento riuscirò a leggerlo con maggiore distacco, ma per adesso no. Non sono in vena.

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