martedì 15 settembre 2015

RICORDANZE - di Elisa Sala Borin - Racconto

Ai miei vent'anni.
La vita è bella anche nel ricordo. E’ forse vietato?




Vi capita mai di sfogliare vecchi album di fotografie e ritrovare delle immagini che non ricordavate più? Non rammentavo di essere stata così carina, e con due treccine a coda di topo ad abbellire il sorriso. Il bellissimo maglione me lo feci proprio per andare in montagna e precisamente al passo San Pellegrino. Fu una gita di una sola domenica. Ma il mio ricordo vola all'indietro, sfuggono gli anni.... Anni cinquanta circa.

Nel corso principale di Treviso, vicino a casa mia, c'era un negozio storico: Pin Sport, e il signor Pin si valeva de l'UOEI per organizzare la gita domenicale in montagna. Chiamarla gita al giorno d'oggi è un eufemismo, era la sfacchinata invernale in pullman della domenica mattina. Il sabato sera nel negozio era tutto un andare e venire, perché la maggior parte di noi prendeva a noleggio dai Pin gli sci. Si partiva alle cinque già mezzi congelati, allora di riscaldamenti in casa non se ne parlava, la cucina economica era la regina dell'unica stanza vivibile della casa, e quindi non venendo alimentata di notte... Ci si avviava a piedi o in bicicletta al posto di raduno già belli come degli stoccafissi.

La meta preferita di noi trevigiani era il Passo Rolle e la Baita Segantini. 
Poi, chi più e chi meno, giù a rotta di collo. Si scendeva sciando su semplici tavole, con scarponcini di cuoio e degli attacchi simili a quelli che oggi si usano per lo sci di fondo.
I miei avevano le spighette rosse, e il bello è che non sapevo sciare e feci tante di quelle cadute, in quei bei avvallamenti davanti alla Baita. Non imparai mai! Facevo di quelle sudate che mi costringevano il giorno dopo a stare a letto piena di dolori dalla testa a i piedi. L'unico impianto di risalita era la seggiovia, aperta a tutti i venti, passeranno anni per gli skilift! Le risalite a piedi, vi posso assicurare, non erano uno scherzo. Sul muro della casa dei finanzieri a Passo Rolle c'era il termometro e io ricordo di non averlo mai visto a meno di 20 gradi sottozero.  C'era chi mangiava in baita un minestrone caldo. La mia mamma, per esempio, e chi mangiava al sacco perché mancava del bene primario: i schei. Il giorno volava e il rientro era malinconico. Le canzoni di montagna cantate con allegria al mattino, alla sera diventavano simili ai canti gregoriani, ma erano sempre belle. All'arrivo, chi andava subito a casa e chi si fermava a bere un bicchiere di vino al Pallone.
Il mio ricordo è così vivo perché mia madre dopo poche volte non me lo permise più, ma quella voglia di manti nevosi simili a meringhe, di cime rosate al tramonto, di quel minestrone e di canzoni stonate, c'è l'ho ancora.



7 commenti:

  1. Ma certo che non è vietato viaggiare con i ricordi, quando questi procurano ancora gioia e non soltanto uggia e nostalgia. Vivere di ricordi però è vietato e fa male alla salute. Questo racconto esprime felicità, l’hai scritto senza crucci ed è per questo motivo che mi è piaciuto in modo particolare.
    Senza contare che conosco l’albergo alle tue spalle nella foto, pensa che ci ho anche dormito. E su quelle stesse piste ho messo per la prima volta gli sci ai piedi. Quindi so di cosa parli e ti ringrazio per avermi fatto rivivere quelle belle esperienze.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Erano anni speciali, ci bastava poco e il mondo ci sorrideva.
      A proposito il minestrone non me lo preparava la dolce mammina, ma io, ero fra i fortunati, i soldini per mangiare in malga li avevo.

      Elimina
  2. A me, che sono una nostalgica di tutto ciò che riguarda gli anni '50 e '60, ha fatto molto piacere leggere questa tua ricostruzione particolareggiata di una giornata domenicale realmente vissuta. A tale proposito, consiglio, se capita l'occasione, di rivedere in televisione la fiction "Raccontami", passata quasi inosservata, ma nella quale si parla delle vicende di una famiglia che rispecchia in maniera accurata, l' Italia di quell'epoca.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io credo di averla vista. Massimo Ghini no?
      In un certo modo mi sento una sopravvissuta.
      Grazie

      Elimina
  3. A volte mi chiedo se sia solo il tempo trascorso a rendere così belli certi nostri ricordi; ho notato che persino il ricordo dei sapori è diverso: tutti così pieni e sapidi quelli di un tempo! Bè, comunque sia il tuo racconto è ancora vivido e reale così come ce lo presenti, ci trascina con te in montagna a farci rivivere l'atmosfera di quelle lontane domeniche.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Serenella il freddo che abbiamo patito non lo ricordi più?
      Ne valeva la pena solo per una cosa, eravamo veramente in pochi e la montagna non aveva i problemi attuali.

      Elimina
  4. La macchina del tempo esiste ed è dentro le nostre teste. Comunque sì, credo che ci sia un inganno nei ricordi. Se sono brutti sembrano più brutti e, se belli, sembrano più belli (anche se con una punta di malinconia) perchè abbiamo il bisogno di credere che, da qualche parte nello spazio o nel tempo, esista un'età dell'oro.

    RispondiElimina