domenica 27 settembre 2015

Un libro sul comodino - NUMERO ZERO (Umberto Eco)

Mi sono deciso a leggere questo romanzo per tre motivi, il primo perché l’argomento trattato, cioè i meccanismi perversi della comunicazione di oggi e i retroscena di una redazione di giornale, mi intrigava moltissimo. La seconda, non lo nascondo, per l’autorevolezza dello scrittore, e per ultimo, ma non in ordine di importanza, perché era in offerta su Kobo Mondadori, a un prezzo ragionevole per la mia saccoccia. Alla fine non sono rimasto completamente soddisfatto dalla lettura, mi aspettavo molto di più e qualcosa di diverso, ma sono contento lo stesso di averlo letto. Non fosse altro perché ho scoperto che parte della vicenda è ambientata in una zona di Milano per me piena di ricordi piacevoli. Chi se la ricordava più via Bagnera?, (un tempo chiamata Stretta Bagnera, e prima ancora Stretta Bagnaria per via di alcuni bagni pubblici d’epoca romana), la viuzza buia che in un punto non supera in larghezza il metro e mezzo. Compresa tra via Torino e Santa Marta la via sfocia  proprio davanti al portone del vecchio Istituto Arte e Mestieri, dove ho studiato (si fa per dire) per cinque anni, e poi via Morigi con i suoi locali caratteristici, e con altri interessanti riferimenti storici dell’intera zona. Come sempre mi astengo dal fare una recensione del libro, (sul web se ne trovano a iosa e molto più autorevoli), al suo posto vi propongo la lettura del primo capitolo (qui) e uno stralcio del terzo, in cui secondo me è racchiuso il succo e il significato dell’intero romanzo. Aggiungo solo che forse le intenzioni erano buone, ma come spesso accade, anche a quelli bravi, si è usciti dal seminato per evidenti e palesi esigenze editoriali.


(frame del 27.09.’15)



Sono andati davvero sulla luna gli americani?
(dal III cap. di Numero zero)
via Bagnera (Mi)

“Ho una brutta storia di famiglia. Mio nonno era un gerarca dell’infausto regime, come si suol dire. E il 25 aprile un partigiano l’ha riconosciuto mentre cercava di scivolare non lontano da qui, in via Cappuccio; lo hanno preso e fucilato, subito lì sull’angolo. Mio padre l’aveva saputo in ritardo perché, fedele alle idee del nonno, nel ‘43 si era arruolato nella Decima Mas, lo avevano catturato a Salò e lo avevano mandato per un anno nel campo di concentramento di Coltano. Ne era uscito per il rotto della cuffia, non avevano trovato veri e propri capi d’imputazione, e poi già nel ’46 Togliatti aveva dato il via all’amnistia generalizzata, contraddizioni della storia, i fascisti riabilitati dai comunisti, ma forse Togliatti aveva ragione, bisognava tornare a ogni costo alla normalità. Però la normalità era che mio padre, col suo passato, e l’ombra di suo padre, non trovava lavoro, e veniva mantenuto da mia madre, che faceva la sarta. Così si è lasciato andare a poco a poco, beveva, e di lui ricordo solo un volto pieno di venuzze rosse e gli occhi acquosi, mentre mi raccontava le sue ossessioni. Non cerca di giustificare il fascismo (ormai non aveva più ideali), ma diceva che gli antifascisti per condannare il fascismo avevano raccontato molte storie orrende. Non credeva ai sei milioni di ebrei gassati nei campi. Voglio dire, non era di quelli che ancora oggi sostengono che non c’è stato l’Olocausto, ma non si fidava del racconto che era stato costruito dai liberatori. Tutte testimonianze esagerate, mi diceva, ho letto che, secondo alcuni sopravvissuti, al centro del campo c’erano montagne di abiti dei massacrati alte più di cento metri. Cento metri? Ma ti rendi conto, mi diceva, che una catasta alta cento metri, visto che deve elevarsi a piramide, deve avere la base più larga del campo?”
“Ma non teneva conto che chi ha assistito a qualcosa di tremendo, quando poi rievoca, usa delle iperboli. Tu assisti a un incidente sull’autostrada e racconti che i cadaveri giacevano in un lago di sangue, ma non vuoi far credere che ci fosse qualcosa di grande come il lago di Como, semplicemente vuoi rendere l’idea che c’era molto sangue. Mettiti nei panni di chi ricorda una delle esperienze più tragiche della sua vita…”
“Non lo nego, ma mio padre mi ha abituato a non prendere le notizie per oro colato. I giornali mentono, gli storici mentono, la televisione oggi mente. Non hai visto nei telegiornali un anno fa, con la guerra del Golfo, il cormorano incatramato che agonizzava nel Golfo persico? Poi è stato appurato che in quella stagione era impossibile ci fossero dei cormorani nel Golfo, e le immagini risalivano a otto anni prima, al tempo della guerra Iran-Iraq. Oppure, hanno detto altri, si erano presi dei cormorani allo zoo ed erano stati sporcati di petrolio. E così debbono aver fatto coi crimini fascisti, nota bene, non che io sia rimasto affezionato alle idee di mio padre o di mio nonno, né che voglia far finta che non siano stati massacrati degli ebrei. D’altra parte alcuni dei miei migliori amici sono ebrei, figurati. Ma non mi fido più di niente. Sono andati davvero sulla luna gli americani? Non è impossibile che abbiano costruito tutto in studio, se osservi le ombre degli astronauti dopo l’allunaggio, non sono credibili. E la seconda guerra del Golfo è avvenuta davvero o ci hanno fatto vedere solo pezzi di vecchi repertori? Viviamo nella menzogna e, se sai che ti mentono, devi vivere nel sospetto sempre. […]
(… mio padre è morto quando avevo tredici anni.)
Per liberarmi di quei ricordi, diventato grande, ho cercato di buttarmi dalla parte opposta. Nel ’68 avevo più di trent’anni ma mi ero lasciato crescere i capelli, portavo l’eskimo e il maglione, e mi ero unito a una comune di filocinesi. Più tardi ho scoperto che Mao aveva ammazzato più gente di Stalin e di Hitler messi insieme […]
Avevo perduto ogni certezza, salvo la sicurezza che c’è sempre qualcuno alle nostre spalle che ci inganna.

font: (da Numero Zero - Umberto Eco)



3 commenti:

  1. Levati i primi due suoi, un capolavoro il primo e il secondo interessante per l'argomento trattato, gli altri li lascerei perdere, specialmente il cimitero di Praga, l'unico che non sono riuscita a finire non scritto male anzi, ma di una noia mostruosa. Credo che ci sia anche l'intellettuale di turno a cui potrebbe piacere un sacco.

    RispondiElimina
  2. Confesso che ce l'ho anche io e anche io l'ho preso per gli stessi motivi - il prezzo e il nome dell'autore.

    RispondiElimina
  3. Ho letto Il nome della rosa, Il pendolo di Foucault, Il diario minimo e Il secondo diario minimo.
    Poi non c'è l'ho fatta più ed ho buttato la spugna.
    Penso che troppa cultura nuoccia agli Autori.
    Sid

    RispondiElimina