giovedì 22 ottobre 2015

Antirubrica onnivora - BUTTIAMOCI GIU' - n° 02



#Buttiamoci giù
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Love is the answer
Street art, hugs free e inedite storie d’amore, ecco cosa Vi propone il nro 2 di #Buttiamoci giù, mettendo provocatoriamente un punto interrogativo al sottotitolo, L’amore è la risposta?
Ma entriamo subito nel merito, postando qui di seguito il servizio che il nostro corrispondente dall’estero FiXiO e il suo inseparabile cameraman hanno messo insieme tra il Queens, Brooklin, Soho e via andare.
Naturalmente ho dovuto attendere che prima uscissero dal Moma, dove Matusa è stato catturato per sette ore filate dalla schermata bidimensionale di Pac-man e FiXio, stremato dai roundabout e dall’insonnia che lo tormenta (dall’età di anni 7), avesse ragione della sindrome di Stendhal che lo ha colto mentre bighellonava tra i vari Pollock, Picasso e Kandinsky.
Bando alle ciance, ora.
E come si dice in questi casi, vai con il servizio.



#Love-is-the-answer?# And Hate too?
 di FiXiO (e Matusa)

Sono le nove del mattino, ora locale e siamo appena stati rilasciati dalle fauci di uno dei Musei di Arte moderna più famosi al mondo: il Moma. Vi chiederete come sia possibile, ma è tutto vero: si sono dimenticati di noi e ci hanno chiuso dentro, a dispetto dei presunti sistemi cautelari moderni, complice una certa fissità del mio collega Matusa, perso fra i bagliori bluastri della centosettantesima partita a Pacman, e la mia fedifraga, neonata e letteraria patologia che mi ha costretto a subire per ore il fascino delle stelle e strisce di Jasper Johns, (qui sotto)


Spero non abbiate commesso il mio stesso errore, o non leggerete il resto di questo articolo.
Comunque la giornata newyorkese prometteva un sole tiepido nella stracciatella di nuvole sopra la 44th St, le nostre occhiaie ci avvicinavano di buon grado all’iconografia di certi intellettuali kosher della Grande Mela e Dunki’n Donuts avrebbe sicuramente placato il nostro desiderio di ciambelle.
Il cielo ha mantenuto le sue promesse e noi, Reflex e camera a spalla, abbiamo fatto quello che dovevamo: attraversare parte della città per seguire le tracce dei Grandi Autori della Street Art.
L’Arte Urbana conta ormai almeno trenta primavere, ed è così chiamata perché chiunque la pratichi, a prescindere dai materiali, le tecniche e i supporti usati (muri, ringhiere, tombini, serrande e via dicendo), non si allontana mai o quasi dalla strada.
Il suolo pubblico è il minimo comune denominatore di una corrente espressiva che ha riempito molte città del mondo, New York inclusa, di vere e proprie opere d’arte.
Qualcuno adesso potrebbe non essere d’accordo, confondendo gli imbrattatori dei muri esterni degli Uffizi fiorentini con questi autori che, invece, non hanno nulla a che vedere con la deturpazione.
Rifatevi gli occhi


Questo qui sopra è di Tristan Eaton, il soggetto è Audrey Hepburn e siamo in Mulberry street. Per chi volesse approfondire, vada a sbirciare qui.
Poco prima di Canal Street, in piena Little Italy, l’erculeo Mini-me hulkiano di Ron English, i cui lavori, sempre per gli interessati, sono visionabili qui.

A Soho invece incontriamo due particolarissime opere di JR, mentre sulla East 2nd troviamo due animali di Roa, il notissimo artista belga.
Si è fatta ora di pranzo (le due passate), il buon Matusa ed io posiamo gli attrezzi del mestiere e ci appoggiamo al finger food per sedare le nostre pance.
Seguono considerazioni sull’iniziale volontà contestativa degli street artists, accomunati dal bisogno di ‘occupare’ e/o ‘segnare’ lo spazio pubblico, inserendo in esso prodotti artistici che ribadissero da un lato l’individualità del realizzatore, dall’altro la democraticità e gratuità dell’opera. Concettualmente un bel passo, da Duchamp in poi.
E ragionando in termini socio-culturali, non dopo aver ripreso il cammino, arriviamo all’Einstein di Bansky (qui), uno dei tanti che questo artista ha riprodotto in diverse città del mondo, prima fra tutte Londra.

Il lavoro di questo artista ha contribuito forse più di ogni altro ad un’impennata della diffusione del concetto di arte stradale e di una serie di valori di cui essa si fa portavoce: libertà d’espressione, pacifismo, critica sociale e critica della violenza (in modo particolare rivolta alle forme repressive e brutali di certa polizia), rispetto di tutte le libertà, da quella sessuale a quella di coscienza e un concetto di ‘comunione’ che niente ha a che vedere con la ‘massificazione’. La sua ricerca è tanto vasta quanto lo è il suo eclettismo, e credo che il progetto Dismaland, Bemusement Park, (qui) ne sia una prova.
Tra le altre cose ci sembra doveroso sottolineare che molti di questi artisti sono dei veri e propri dritti. Mi riservo di poterlo dire, anche se non sono Sgarbi o, chessò, Virgilio Genio. In ogni caso non è nell’intenzione di questo servizio rispondere alla domanda cosa sia o non sia arte, quale sia il ruolo della critica e quale quello della fruizione dell’opera nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (per dirla con W. Benjamin), ma solo quello di offrire una piccola carrellata su un mondo poliedrico. Una cultura che dal basso sale verso l’alto, fra i grattacieli e sotto i portici, in tutti i continenti (o quasi), mostrandosi anche specchio di un vissuto comune.
Così Matusa ed io lì rimaniamo, a fissare quel Love is the answer che, non fosse per l’intrinseca natura umana di cui entrambi diffidiamo, dovrebbe mettere a tacere ogni dubbio.
Invece ci viene di metterci davanti il punto interrogativo.
E succede che, proprio mentre ripeschiamo il caro vecchio segno d’interpunzione dal cestino, un ragazzo ci passa davanti con un grosso cartello che recita così:
Free hugs
Lo seguiamo con gli occhi e poco dopo lo vediamo abbracciare calorosamente un cinquantenne allampanato e stinto, con due labbra sottili e larghe come quelle della rana nella favola. Il tizio si avvinghia al ragazzo. Il ragazzo gli molla pacchette sulle spalle.
Quando i due si separano, il cinquantenne sembra quantomeno consolato.
Dico a Matusa: ‹‹Hai ripreso tutto?››.
Scuote la testa, ‹‹No›› ammette, ‹‹ero troppo scosso dalla scena››.
Perciò non abbiamo testimonianze di questo nuovo fenomeno sociale che vede perfetti sconosciuti munirsi di cartello e, buttatisi in strada, offrire gratuitamente abbracci a chiunque ne abbia bisogno.
Il che ci fa tornare a quel punto interrogativo di cui sopra: l’amore è la risposta? E ci fa sorgere un’altra domanda: in questo nuovo millennio di condivisione globale, forse che forse è la strada la vera plastilina di ogni, nuova e sorprendente idea?
Sono in chiusura, perciò per i lettori che si siano appassionati alla Street art, vi consiglio di consultare la lista dei top ten che vi posto qui.
Dopodichè, mia cara Clodia, ti ricordo che la tua libreria del cuore ha la serranda decorata niente popò di meno che da Erica il cane (per saperne di più cliccate qui ) e il grande Blu ( e qui).
Che dire ancora prima di affittare una macchina e involarci verso il Vermont?
New York è entusiasmante, ma resta una città carissima. Non mi riguarda più, ma un fumatore spende 15 fucking dollars per un pacchetto di sigarette. Qui, cara Clodia (sei avvisata e mezzo salvata), anche prendersi un semplice cancro ai polmoni costa un patrimonio.
Lo dico anche a Voi Lettori e mi commiato col solito, inimitabile Zan Zan.
Al prossimo servizio e abbracci gratis a tutti.

                                                                            #FiXiOtaglientealvetriolo



#Love is the answer?
I racconti di Cosmopolitan
Seguendo come bracchi gli spunti del buon #FiXiO, la redazione di #Buttiamocigiù ha pescato una simpatica iniziativa promossa dalla rivista Cosmopolitan, dal titolo “Inediti d’amore”.
Quivi sono raccolte le storie inedite scritte da diverse autrici, le quali hanno accettato di misurarsi con un racconto/fiaba sul tema più scottante dell’universo, ovverossia l’ammoure.
Correndo dietro a quel punto interrogativo estratto dal cilindro di FiXiO, ci siamo letti le storie proposte, tra cui segnaliamo, con grande godimento, quella della giovane sarda Ambra Porcedda, autrice, peraltro, dell’Antologia “Bestiario di vite disgraziate”, che ci sentiamo vivamente di consigliarVi.
Il racconto di Ambra, Una pinta di Serendipità, è assolutamente spassoso, ma fa anche riflettere su quali siano le risposte che l’amore può dare e quali no, o, perlomeno, indica che forse, prima di avere delle risposte, sarebbe davvero necessario porsi le domande giuste.
Comunque, per leggere il racconto qui.
Per leggere tutti i racconti qui.


Salutiamo i lettori con alcune letture consigliate (non da noi, da PenelopeVina)
-Il giardino delle Mosche, di Andrea Tarabbia
-Guarda l’uccellino, di Kurt Vonnegut
-Tra amici, di Amos Oz
-L’ultimo lettore, di Ricardo Piglia

Ciao a tutti, e proponete copiosi per la prossima! Scrivete alla redazione e astenetevi dal commettere atti impuri.
Saggiamente
#Laredazione










23 commenti:

  1. Bella, mi piace questa rubrica, c'è tanto da leggere, e vedere, e imparare.
    Io domenica non ho elargito abbracci, ma sorrisi ai corridori della marcia 30 km di Ostia... e i sorrisi erano corrisposti... e ai miei incitamenti: "Dai! Forza! Coraggio!" vedevo i corridori raddrizzarsi su loro stessi e riprendere vigore allungando il passo.
    Così ho capito... basta così poco.

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  2. Un servizio con i fiocchi, un lusso per il blog, ringrazio la redazione per lavoro fatto. Adesso non mi resta che farmi una scorpacciata di racconti d’ammmore.
    Sull’argomento del servizio mi piacerebbe saperne di più. Dettagli tecnici del tipo: quanto costa un murale di un artista di questo genere?, Chi paga? Il proprietario della casa o il comune? E chi rilascia i permessi. Insomma cose di questo genere. Sono curioso, che ci volete fare?
    Per quanto riguarda i racconti che girano intorno alla domanda L’amore è la risposta, non è finita qui, so che la redazione ha in programma un altro numero sull’argomento, o qualcosa del genere.
    Per quanto mi riguarda e per come la penso io, del punto di domanda dovremmo farne a meno. Come vedi ho usato il condizionale, perchè la risposta non è così scontata come sembra. Brava Clodia e Bravi ragazzi!

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  3. "Siccome che sono un maledetto", metto qui sotto - il padrone di casa mi scuserà - un miniracconto sadico che mi è venuto in mente a proposito della faccenda degli abbracci. E' capitato anche a me di vederne e (ripeto) "siccome che sono un maledetto" non ho potuto fare a meno di inventarci sopra una storia "a modo mio" - che poi è anche il modo in cui commento.

    GIORNATA NO

    Era una giornata no.
    Vorrei lo teneste bene a mente, prima di andar avanti a leggere. Non sono tipo da smancerie e neppure amo piangermi addosso o sulla spalla del primo venuto.
    Non che mi consideri un duro: semplicemente, mi piace tenere sotto controllo il mio lato emotivo. Come direbbe Orazio, animum rege, qui, nisi paret, imperat.
    Insomma, in condizioni normali non avrei fatto quello che poi ho fatto, ma quelle non erano condizioni normali. Neanche gravi. Erano... be’, erano peggio, e se volete sapere perché, tenetevi la vostra curiosità. Come ho detto, non amo piangere sulla spalla del primo venuto, neppure se la spalla è virtuale. E poi quello che stavo per fare era abbastanza eccezionale.
    Free hugs diceva il cartello al collo del tizio. Era sbilenco, coi bordi smangiati e qualche macchia di unto. La grafia era tondeggiante, incerta, un po’ infantile. Come la faccia che ci stava sopra.
    Fu per quella che mi risolsi.
    Suppongo che se, invece di un tale coi capelli arruffati e una quelle barbe che non hanno mai voluto diventare grandi, mi fossi trovato una bionda mozzafiato in minigonna sarei stato spinto da altre ragioni (nell’angolo del mio cervello dove sta il dizionario di inglese un tale scartabellava alla ricerca di significati metaforici della parola "hug" senza trovarne) ma l’unico che avevo a disposizione era quel bassetto male in arnese.
    Aveva l’aria di avere deciso all’ultimo minuto, scarabocchiato il messaggio su un cartone, di esserselo assicurato al collo e buttato in strada prima di cambiare idea.
    Insomma, dava l’impressione di avere bisogno di abbracci quanto me, se non di più.
    E così lo abbracciai.
    Mi venne in mente che, in giro, c’era della gente che faceva proprio questo: regalava abbracci a chi ne avesse bisogno. Distributori umani di empatia, in un certo senso.
    Ma mi venne mente dopo.
    Mentre le braccia del tale mi circondavano (e se c’è qualche omofobo in giro vada a quel paese) mi sentii bene.
    Era calore umano e non solo perché il tizio era infagottato come si deve.
    E, accidenti a me, ne avevo bisogno.
    Durò abbastanza, ma non quanto serviva perché potessi ringraziarlo.
    Appena la mia stretta si allentò un poco, ne approfittò per sciogliersi del tutto e scappare.
    Forse avevo visto giusto. Era conciato peggio del sottoscritto, quel tizio, e non solo perché aveva bisogno del parrucchiere e di un vestito nuovo. E, come me, ammetterlo gli costava una fatica boia.
    Insomma, forse anche io gli avevo dato conforto, e questo mi faceva stare doppiamente bene.
    Mi allontanai sentendomi un po’ scemo e un po’ sereno, ma soprattutto sereno.
    Continuò fino a quando non fui fermato da due carabinieri, perquisito, e, dalla tasca della mia giacca, non spuntò fuori una bustina piena di polvere bianca.
    La prossima volta che mi capiterà una giornata no devo ricordarmi di cercare, almeno, una bionda mozzafiato in minigonna.

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  4. X Rubrus: spurcaccion! Ahahah!
    Sei terribilmente immediato nel rappresentare il rovescio della medaglia che è presente nella realtà.
    "La storia a tuo modo" mi ha proprio divertito.

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  5. Grazie! poi, vabbè ci sarebbe da dire qualcosa - di non comico, stavolta - sull'arte di strada, ma sarà per dopo.

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  6. Letteratura come questa è fuori dal mio comprendonio.
    Ma se esiste vuol dire che ci avrà la sua ragione.
    Sull'hug: se lo si tentasse con me, si prenderebbe un bel manrovescio ben assestato.
    Sid



































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  7. Sid... dipende da chi abbraccia! ;-)

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  8. Ringrazio Rub per aver colto lo spirito di questa iniziativa e rinnovo l'invito a tutti per collaborare ai prossimi numeri, proponendo articoli, argomenti eccetera... Per farlo si può usare il modulo di contatto presente sul front del blog e vi verranno date le istruzioni per l'invio del materiale.

    Merci

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  9. Bè, Claudia, credo di averlo capito anch'io lo spirito di questa iniziativa, anche se, purtroppo, al momento non sono in grado di interagire come vorrei.

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  10. Scusa Serenella! Non intendevo dire che gli altri non l'abbiano necessariamente capito!
    Se il mio messaggio lascia intendere questo, non è quello che volevo far passare! Semplicemente era un modo per invitare tutti alla cosa.. Poi, capisco benissimo che ciascuno di noi ha lavoro, impegni, scadenze, e quindi non deve essere una forzatura. Se ci si riesce, bene, sennò amen :)

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  11. Abbracci gratis!

    Caro Sid, se te ne vai in giro per i fatti tuoi stai tranquillo che nessuno ti salta adddosso, gli abbracci li regalano soltanto dietro richiesta.
    Caro Rubrus, non l'ho capito il senso di quel racconto, forse è la mia giornata no. Infatti sono stanco morto, la raccolta delle olive mi ammazza.

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  12. Il tizio che abbraccia è in realtà uno spacciatore che usa gli abbracci per vendere la merce senza dare nell'occhio. Vede i carabinieri che lo tengono d'occhio e, subito dopo, il malcapitato protagonista cui rifila nella tasca la "roba" in modo da non essere compromesso.

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  13. << Caro Rubrus, non ho capito il senso di quel racconto, forse è la mia giornata no.
    Infatti sono stanco morto, la raccolta delle olive mi ammazza >>.
    O Franco, tu sei la prova provata di quanto da sempre vado dicendo.
    Con il buon Mao, gli intellettuali io li manderei ciclicamente a zappare i campi, a spezzarsi la schiena e schiarirsi le idee.
    E finirla così di masturbarsi il cervello con il modernismo letterario complicato, assurdo e incomprensibile.
    Tanto da costringere a posteriori gli stessi Autori a parafrasi chiarificatrici.
    A proposito, le scempiaggini che scrivo sono possibili proprio perchè in meritato riposo da pensionato.
    Però non disdegno periodicamente l'impegno della vanga a sanatoria.
    Sid

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  14. Wow che bei lavori, complimenti agli artisti! Ricordo che, tempo fa, seguivo un programma televisivo sui lavori di un artista (francese forse) che eseguiva disegni anamorfici nelle zone centrali, pedonali ovviamente, di varie città del mondo, con gran daffare a coprirli con ogni forma di protezione da agenti atmosferici o calpestamento accidentale (il lavoro durava mediamente due o tre giorni); il tutto, naturalmente, previo permesso dell'amministrazione locale ed era facile vedere come, da città a città, le regole fossero abbastanza diverse.
    Se non ricordo male (non vorrei sbagliare) in una qualche città del nord Europa, Il consenso era stato dato con l'obbligo di cancellare il disegno immediatamente una volta finito; non voglio discutere sulle regole che, per me, non sono mai troppe però verrebbe da dire: quante storie per del gessetto che con un po' di pioggia se ne va! Comunque dei lavori molto belli e di grande effetto.
    Quanto alla dilagante moda dei free hugs, mmmhhhhhhhhhh....... non fa per me! A volte, mi verrebbe voglia di prendere a calci negli stinchi perfino gli estranei che mi si avvicinano troppo alla cassa del supermercato.... si vede che dalle nostre parti siamo tutti un po' scorbutici e malfidenti, eh Sid?

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  15. Caro Sid, naturalmente hai ragione, un testo narrativo dovrebbe essere autoesplicativo.
    Non posso fare a meno di notare che dato che, poco fa, capivi racconti più complessi, come quello sul confessionale, l'unica spiegazione possibile è che nel frattempo tu abbia letto troppe ODDIFREDDIOZIE che hanno nuociuto alla tua capacità di comprensione (non posso credere, che il tuo commento sia una puerile ripicca, evidentemente frutto di infatuazione, per aver sbugiardato - senza smentita - un matematico così fallito da doveri occupare di letteratura per sbarcare il lunario).
    Resta il fatto che il 50% dei lettori non ha compreso il racconto e sarebbe sciocco, da parte mia, non trarne le debite conseguenze - per fortuna prima di mettermi a scrivere due osservazioncelle sulla street art: chissà chi capirebbe cosa, se non riesco a esprimermi adeguatamente!
    Raccolgo quindi il tuo gentile invito e vado a zappare.

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  16. Ganimede mia, soprattutto i cassieri/e coi tempi che corrono.
    Ma dimmi, splendida figlia della mia terra, per i tuoi calici in acrilico ti avvali della camera oscura o dello specchio concavo?
    Attesi i risultati di estrema precisione...
    Naturalmente se non è top secret!
    Intanto è confortante la notizia che letterati e artisti possano celarsi nell'anonimato dei supermercati.
    Ti mando un bacione fraterno.
    Sid

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  17. Rubrus carissimo, a me l'Odifreddi come logico-matematico piace un fracco.
    Proprio ieri ho ascoltato una sua lectio magistralis sulla prospettiva, e finalmente ho capito che può esistere l'ossimoro delle rette parallele convergenti...
    Poi ci sono le tue indubbie capacità letterarie, che come già dissi apprezzo per la strenua difesa della forma.
    E noi due che ci siamo intrattenuti a lungo sulle sudate carte ben sappiamo esser impresa non di poco conto all'oggi.
    E del contenuto narrativo?
    Beh, come non restare meravigliati della fantasia ancorata saldamente ad una cultura concreta che non lascia spazi a crepe conoscitive.
    E anche di questo mi congratulo vivamente in un'epoca ove tutto vien buttato in caciara.
    Abbiamo molto da imparare dal tuo rigore ambientale.
    Poi ci sono i lettori come me che si son formati sulla saggistica, ove ogni fantasia è bandita.
    Col risultato per me di saper leggere ma non di partecipare con entusiasmo alle performances narrative di un certo tipo.
    Comunque alla mia età l'impegno a voler conoscere anche altre fonti non dovrebbe sembrare disdicevole.
    Conto per certo di averti sempre come un osso duro per i miei denti...
    Con simpatia, Sid.









































































































































































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  18. Ma certo Sid. Ci mancherebbe altro! Il bello è che da fuori potrebbe sembrare che noi non ci sopportiamo, invece non è vero affatto. Abbiamo idee diverse, ma abbiamo senza dubbio in comune la fiducia nell'imperativo di Leibniz: Calculemus! Io poi faccio fatica a comprendere i testi ipermoderni, quindi immagino quanta fatica possa fare tu, che hai qualche annetto più di me. A maggior ragione è ammirevole la tua curiosità mentale e la tua voglia di imparare. Mi ricordi Catone che diffidava dei Greci ma a ottant'anni si mise a imparare il greco. Ma adesso basta coi complimenti, sennò si prendono brutte abitudini. A presto, con stima e simpatia. Rubrus

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  19. Carissimo Sid, che parole gentili hai avuto!
    Ricambio immediatamente il bacio che è arrivato direttamente alla porta di casa mia! Grazie per il tuo interessamento nei confronti dei miei dipinti e posso dirti che tutto ciò di cui mi avvalgo consiste in qualche pennello un po' spelacchiato, i modelli d'eccezione (ovvero quei rari bicchieri domestici che riescono a sopravvivere alle mie mani di pasta frolla) e qualche immagine presa in prestito dal web, quando non si tratta di soggetti di pura fantasia, naturalmente... quanto alla passione per i dettagli, credo che, nel mio caso, sia più un'abitudine di vita che una peculiarità prettamente artistica.
    Ebbene, hai visto? Anche io faccio la spesa! Ma in veste di pratica donna di casa, non della letterata che ahimè non sono :-D
    Chissà che un giorno o l'altro non ci sarà dato di incontrarci in qualche tranquilla corsia tra la curcuma e il miglio bio....

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  20. Caro Rubrus,
    Ah ma allora la trama del racconto l’avevo capita benissimo. È esattamente come dici tu nel riassuntino. Pensavo ci fosse un altro significato nascosto. Tutto qua.
    Per quanto riguarda Odifreddi, confermo la mia profonda antipatia per il genio, al punto che non me frega niente di quello che dice. A zappare la terra ci manderei lui, così si toglierebbe dalla faccia quel sorrisetto del menga.

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  21. Ganimede: io avrei detto che erano acrilici. Poi, vabbè, nella misura in cui le etichette possono definire, una misura relativa perchè di valore statistico, sono d'accordo con chi li ha detti surrealisti. Personalmente, sono sempre stato colpito dai velieri in bottiglia, mentre non ho mai capito perchè i paesaggi dentro le bocce di vetro, quelle che, se agitate, danno l'impressione di una nevicata, sono quasi unanimemente detti pacchiani. Basta però che diventino raffigurazioni uniche - e metterci quindi dentro della personalità artistica - perchè acquistino nuovamente carattere artistico. E' un po' lo stesso della street art (e forse di tutta l'arte contemporanea): basta poco, direi qualcosa di impalpabile, per spostarla dall'area dell'imbrattamento a quella dell'opera d'arte. Qui entra in gioco anche l'ubicazione, però. Pensiamo al famoso dito di Cattelan. Ha un certo significato (io continuo molto, ma molto, ma molto furbino e soprattutto redditizio per Cattelan stesso) perchè sta davanti a Palazzo Mezzanotte. L'avesse messo a Quarto Oggiaro, secondo m'avrebbe usato come sgabello per lo stesso Cattelan. Il che mi porta alla domanda successiva: in che misura la violazione della norma (non di quella estetica, ma di quella avente forza di legge) è parte integrante della street art?. E se è parte integrante, in che misura la realizzazione della stessa opera all'interno di spazi dedicati snatura, agli occhi dell'artista e del pubblico, l'opera stessa? o, al contrario, la street art senza trasgressione normativa resterebbe "art" o paleserebbe la propria natura pacchiana - come i paesaggi dentro le bocce con la neve - quando non di semplice scarabocchio? Sono domande - domande, non domande retoriche.
    Franco. Scrivere un racconto partendo da un concetto è come costruire una casa partendo dal tetto (scusa la rima). La sola cosa che conta è la storia in sè. I soli significati che contano sono già dentro. Poi, pensandoci, puoi trovare che la morale del mio racconto è "non ti fidare", "chissà che razza di società alienata siamo se abbiamo bisogno di abbracci da sconosciuti", "un abbraccio da uno sconosciuto non è mai sincero", "la nostra società snatura gli impulsi più nobili", "se cedi alle tue debolezze, il mondo ne approfitterà", "quanta solitudine che c'è in giro", "la realtà è spietata". Tutta roba cui non ho pensato minimamente. Se uno si diverte a scavare dentro la storia per trovarceli, può farlo. L'unica cosa cui secondo me deve stare attento è evitare di trovare nella storia quello che lui in realtà già pensa di volerci o doverci trovare.

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  22. E tutto finì alla "volemose bene": dopo una "bicchierata in del grugno" non c'è miglior medicina di un ultimo bicchiere in compagnia per riconciliare gli animi
    Questo è sarcasmo alla romana, che non è, però, mai distruttivo: disincantato, attento alla realtà, questo sì.

    Per tornare al tema parto da quanto detto da Rubrus: "Franco. Scrivere un racconto partendo da un concetto è come costruire una casa partendo dal tetto (scusa la rima). La sola cosa che conta è la storia in sè. I soli significati che contano sono già dentro."
    Ecco, questo è il punto: si parte sempre col riportare quel che ci detta l'inconscio, poi il resto può prendere pieghe che possono distogliersi dal primo impulso. Ritengo anche che il significato di uno scritto lo debba attribuire chi legge (certo, dopo attenta lettura - i lettori frettolosi sono portati a fraintendere anche in maniera grossolana -), perché il significato della parola si presta a molteplici interpretazioni; ecco perché penso si debba sempre pesare il proprio scritto leggendolo e rileggendolo, dopo averlo lasciato decantare. Il primo impulso è di solito un ottimo incipit (si osservino ad esempio i primi versi di una poesia: sono sempre i più belli), bisogna poi rileggere con occhi da estraneo per capire se... se si capisce quello che si voleva comunicare.
    In quanto all'arte... si può dire che è arte ciò che ti dona emozione?
    Forse oggi con tanti imbonitori rimane difficile rimanere integri da condizionamenti, però... cerchiamo di rimanerne immuni e fedeli a noi stessi.

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  23. Rubrus: hai sollevato un argomento complesso che, dal basso della mia scarsa esperienza artistica, non ho l'abitudine di affrontare ma proverò comunque a dire la mia (dopo Serenella che, in poche righe, ha detto forse tutto ciò di cui, l'approccio all'arte, necessita veramente.
    É evidente che, quando si parla di un concetto la cui percezione estetica è meramente soggettiva come nel caso dell'arte non può essere tutto bianco o nero.
    Sollevando il tema della legalità mi viene da pensare alla dibattuta questione sulla legalizzazione delle droghe leggere e sulla capacità che ha la trasgressione, di flettere il piacere tratto da una determinata cosa; ma forse volevi semplicemente evidenziare il fatto che, nei confronti di un'opera di street art legalizzata e quindi, magari, profumatamente remunerata, si tenda ad essere più critici nei confronti del presunto risultato estetico mentre, il lavoro del vandalo di turno, viene a volte giudicato con più indulgenza essendo egli erroneamente interpretato come una sorta di paladino dell'arte poiché fa ciò che fa per pura passione e non per un tornaconto economico o di prestigio ma, anzi, rischiando di essere sanzionato.
    Io sono per il rispetto della legalità perché penso che il concetto di: bello-brutto, gratificante-offensivo, gradevole-fastidioso, non possa essere affidato alla capacità di giudizio del singolo ma debba essere valutato in maniera più ampia anche se non sarà mai una visione oggettiva.
    Certo che, nel momento in cui un lavoro viene autorizzato, ciò avviene per mano di una commissione che, di certo, non viene a casa mia a chiedermi se io sia o meno disturbata dal dito di Cattelan ma questo é un discorso che non avrebbe via d'uscita poiché riguarderebbe una dimensione a più ampio spettro come, ad esempio anche i fregi architettonici degli edifici e tante altre cose.
    Volevo inoltre precisare che, i disegni anamorfici, che io sappia, vengono sempre eseguiti con i gessetti (quindi vanno via) e in spazi aperti perché la struttura di questi lavori non avrebbe senso nè riscontro percettivo in ambiente chiuso.
    Hai sollevato il concetto dell'apprezzabilità di un'opera a seconda della sua collocazione ma questa giustissima visione é una questione, non solo relativa alla street art ma estensibile a tutta l'arte e potenzialmente ramificabile, pensiamo ad esempio alla capitalizzazione della stessa: che senso ha che un dipinto, chiunque l'abbia fatto, valga milioni di euro?
    Che emozioni avrebbe provocato in me il trovarmi di fronte all'Urlo di Munch, se, anziché essere un dipinto che desideravo vedere dall'infanzia fosse stato uno "scarabocchio" visto per caso su un muro di periferia? Di certo non le stesse.
    In conclusione, l'unica cosa che mi sento di dire è che, l'arte, forse non sarebbe arte se non generasse in noi reazioni così controverse.
    P.s. Palle con dentro la neve: super kitsch!

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