mercoledì 7 ottobre 2015

CONCERTO ROSSO (un tributo a Poe) - parte I di VI

Ho sempre avuto un'indole sensibile e solitaria ed uno spirito saturnino e malinconico, quasi più femmineo che virile, poco adatto alle rudezze della vita frenetica di questo secolo materialista e sciattamente razionale.
Malgrado il fato mi avesse concesso di nascere in una famiglia benestante e di antico lignaggio (benché da tempo in languido declino), senza dubbio avrei dissipato la ricchezza occorsami in sorte; non perché fosse mio costume indulgere in vizi e sperperi, ma perché la mia inettitudine ed il mio fastidio verso gli aspetti più pratici dell'esistenza mi avrebbero reso inerme preda di tutti coloro che, simili ad avvoltoi, si aggiravano intorno alle residue, ma tuttora cospicue sostanze che costituivano il mio lascito.
Sarebbe stata una vita solitaria, la mia, e breve, destinata verosimilmente a concludersi in qualche ricovero per derelitti, o, peggio ancora, nella più totale indigenza che ristagna nei sobborghi delle nostre città come l'acqua che imputridisce nelle pozzanghere.
Sarebbe stata, ho detto, se non avessi incontrato Leonard e Dellbert.

Grazie a loro, e alla comune passione zoologica che, in quanto iscritti al Littleton Barry Zoological Club, ci accomunava, seppi uscire dalla misantropia che, sin dalla più tenera età, aveva contraddistinto il mio carattere e, seppur senza mai scioglierlo, riuscii ad allentare il morbido, ma letale abbraccio che il fascino della solitudine esercitava su di me.
Non solo, ma, prima che la mia albagia – che mi alienava da ogni occupazione economicamente remunerativa – e la mia attrazione verso i lati più vaghi ed elusivi, ma privi di ogni concreta valenza, della vita, mi trascinassero verso il totale tracollo finanziario, seppi salvare ciò che rimaneva dei miei beni, e delle rendite, e costruirmi un'occupazione che, quantunque non in grado di procurarmi ingenti introiti, poteva garantirmi un'entrata costante.
In breve, divenni professore di filosofia naturale presso una rispettata, anche se non eccelsa, istituzione scolastica locale e ad assicurarmi uno stipendio e (incredibile, un tempo, a dirsi o anche solo a pensarsi) una moglie, anche se non una prole
Nulla di tutto ciò sarebbe accaduto se, a turno, Leonard e Dellbert, non mi fossero stati accanto, fornendomi consigli ed osservazioni che la mia mente incostante e sognatrice non avrebbe mai saputo formulare e spronando la mia determinazione quando essa – e quanto spesso accadeva! - vacillava.
Era forse null'altro che questo, il segreto della nostra amicizia: l'aiuto reciproco che spiriti affini (poiché solo di poco, a ben vedere, Leonard e Dellbert erano più intraprendenti di me) sapevano darsi.
Eppure, proprio la mia crescente capacità di affrontare la vita, che in quel legame aveva la sua causa, finì per allontanarci.
A poco a poco, ma ben presto e senza rendermene conto, o forse con una sorta di voluta cecità, dedicai la mia esistenza solo alla scienza, così intrisa di materialità, tra tassonomie, esperimenti e studi anatomici comparati, che era la mia professione.
Gradatamente, a stadi quasi impercettibili, ma inesorabilmente, mi dedicai unicamente al mio lavoro, finendo per ignorare, allontanare e, negli ultimi anni, considerare con fastidio i lati artistici e spirituali ai quali avevo dedicato i miei primi anni, sì che Leonard e Dellbert, i quali di quei tempi erano stati testimoni, divennero, loro malgrado, scomodi memento di quanto ora reputavo una puerile debolezza.
In breve, allentai (senza arrivare, per fortuna, a reciderli del tutto) i legami coi miei antichi amici e, quando mi giunse la notizia della morte di Dellbert, l'accolsi con dolore e rimpianto, rimproverandomi di non essere andato da lui, nonostante fossi a conoscenza della sua malattia; mi dissi, nondimeno, che, non essendo medico, non avrei potuto farci nulla, che anche Dellbert si era sposato e che, quindi, era la compagna della sua vita tenuta a stargli accanto, e che io sarei stato considerato un intruso. Mi dissi, infine, che toccava a Leonard, più che a me, interpretare il ruolo del sodale, dacché i due abitavano nella stessa casa, essendo andati ad occupare le due opposte ali della vetusta, immensa magione che la famiglia di Dellbert possedeva su una scogliera della costa orientale, protesa sopra un mare nebbioso e spumeggiante, perennemente agitato.
Non tutto della mia antica personalità, però, era andato perduto, e forse ero riuscito a conservarne la parte migliore, poiché, quando un anno dopo la morte di Dellbert, Leonard mi scrisse implorandomi di andare a trovarlo, il senso di colpa, o forse, come ebbi ad esprimermi, il senso del dovere, ebbero la meglio, e decisi di raggiungerlo.
Ripensandoci ora, mi vien fatto di pensare che anche in quel frangente, mi ero lasciato condurre dal prossimo; difatti, allorché comunicai a mia moglie la mia intenzione (non mio “volere”, badate bene, mia “intenzione”), mi sorpresi a scoprire che, se la mia consorte mi avesse negato il permesso, o avesse anche soltanto espresso un desiderio contrario, avrei accondisceso senza resistere.

La donna che aveva sposato il nuovo Roderick, l'”uomo pratico” nel quale mi ero (o credevo di essermi) trasformato, non manifestò alcuna contrarietà e, anzi, approvò e spronò la mia decisione. Una mattina di un autunno uggioso e freddo, dunque, mi trovavo a bordo di una malconcia, cigolante e costosa carrozza delle Roger Corman Lines, la sola che si spingesse in quelle lande, diretto verso la vasta, onusta e decadente dimora dove il mio amico superstite solo, ormai troppo solo, viveva, e verso l'inizio di questa storia.

8 commenti:

  1. Che bella prosa!
    Sei uno dei pochi scrittori che si può permettere di cambiare stile senza dare l’impressione di scimmiottare.
    Questo poi è perfetto per rievocare lo spirito di Poe. Anche l’atmosfera è tesa e mantiene il lettore in allerta. Bello mi piace.

    RispondiElimina
  2. Ti ringrazio del complimento.
    Una curiosità Ho scritto questo racconto, nella sua versione originaria, nei primi anni '90, al tempo in cui i computer potevano avere ancora uno schermo nero su cui comparivano caratteri verdi, i mouse servivano per i mice, ma non per comandare il computer, c'erano ancora le stampanti ad aghi che facevano un rumore di ferraglia come una fonderia e i floppy erano appena un po' più piccoli di una piadina.
    Persi il file e il testo su carta, che ho riscritto, penso riproducendo alcune frasi esattamente come ricordavo di averle composte, un anno fa.
    Ma in un certo senso, tutto il racconto è "d'altri tempi".

    RispondiElimina
  3. Chi ben comincia...
    Mi piace lo stile antico delle parole usate e, sai una cosa? mi ci ritrovo nella descrizione caratteriale iniziale. :-)

    RispondiElimina
  4. Serenella Tozzi7 ottobre 2015 13:44

    L'anonimo di cui sopra sono io, mi sono dimenticata l'URL

    RispondiElimina
  5. Be', come dice il sottotitolo, è un tributo a Poe, quindi mi sentivo obbligato a riecheggiare uno stile di quel tempo.

    RispondiElimina
  6. Avvincente e misterioso, come i più classici racconti di E.A.Poe. Un eccellente tributo al padre del genere letterario del mystery che si attiene oggi, come allora, alla pubblicazione a puntate, ricreando l'atmosfera di aspettativa dell'epoca.

    RispondiElimina
  7. Certamente Rubrus, ma il difficile era farlo bene. :-)

    RispondiElimina
  8. Grazie. L'idea è un po' anche quella di riprodurre le forme del feuilleton.

    RispondiElimina