giovedì 8 ottobre 2015

CONCERTO ROSSO (un tributo a Poe) - Parte II di VI

Il tragitto verso Price Mansion, dove il mio amico Leonard mi attendeva, si snodò su strade sconnesse e sotto un cielo plumbeo che alternava scrosci di pioggia gelida a viluppi di nebbia che parevano stringersi contro la carrozza, come a volerla soffocare.
Solo un evento colpì la mia attenzione: un grosso cavallo nero, uno stallone, che apparve d'un tratto nella brughiera, mettendosi a galoppare accanto alla carrozza, superandola, impennandosi e scalciando e quindi invertendo di colpo direzione per poi svanire improvviso così come era comparso.

Non nego che quella figura suscitò in me un sottile brivido, quasi mi fosse apparso uno dei tanti animali soprannaturali di cui la superstizione ci ha trasmesso memoria, ma liquidai la sensazione come un rigurgito degli antichi vaneggiamenti, favorito dall'occasione e dalle circostanze del tempo e del luogo.
Mi sovvenne infatti che i cavalli erano la seconda passione di Dellbert, dopo la musica, e dedussi che l'animale era un esemplare della sua scuderia (uno dei migliori, verosimilmente) fuggito dalle stalle dopo la morte del padrone e tornato in breve allo stato brado.
Mi compiacqui dunque di pensare che, se fosse dipeso da me, il nuovo Roderick, l'uomo pratico che aveva imparato a farsi strada nella vita, avrei potuto trarre ben altre utilità da una simile bestia, e che mi sarei industriato, non appena me se ne fosse presentata l'occasione, per riportare la tenuta di Price Mansion ai vecchi splendori, aiutando, se non sollevando Leonard dalla gestione.
I miei invero spocchiosi e speciosi ragionamenti, quasi una rivalsa verso il periodo in cui i rapporti tra Leonard, Dellbert e me erano esattamente l'opposto, vennero interrotti dal cocchiere, che prese a sferzare i nostri cavalli con un vigore del tutto inadeguato rispetto alle condizioni del percorso. Le bestie presero a galoppare furiosamente, rischiando di mandare in frantumi la vettura ad ogni svolta, sasso o buca, quasi come se e più del loro conducente fossero ben decisi a giungere a destinazione e tornare prima che la scarsa luce del giorno si offuscasse del tutto.
Misi la testa fuori dalla carrozza per redarguire il cocchiere (il quale era senz'altro preda del terrore superstizioso che io avevo saputo ignorare) quando le alte, grigie, sbeccate mura di Price Mansion, irte di abbaini, torrette, gazebo, sporti e doccioni che levavano un intrico di spigoli e curve verso il cielo nebbioso, mi apparvero.
Ero così intento ad osservare la meta del mio viaggio, ammirandone l'aspetto e commiserandone il decadimento, che solo in un secondo momento vidi la figura scura di Leonard, il quale, chissà da quando, mi aspettava ritto accanto al cancello lanceolato.
In meno di quanto impieghi a dirlo, e soprattutto a scriverlo, il conducente arrestò i cavalli, scaricò il bagaglio e, prima che io (sceso, devo dirlo, non troppo agilmente) potessi protestare per le maniere brusche con cui erano trattati i miei effetti, risalì a cassetta, afferrò le redini, invertì la marcia e scomparve nella nebbia che si andava di nuovo infittendo.
Solo allora, palesatasi l'inutilità di qualunque forma di protesta, mi voltai verso Leonard e solo allora, mi tocca ammetterlo, avvertii di nuovo, in tutta l'antica pienezza, l'affetto che ci legava, unito ad un nuovo, autentico, soverchiante senso di compassione.
Se gli anni avevano impresso su di me un'insopprimibile pinguedine ed un'ampia calvizie, su Leonard avevano dilavato, raschiato, prosciugato, svuotato ogni traccia del passato vigore (era sempre stato lui, il più forte fisicamente, tra noi tre) e, allo sguardo acuto, intelligente, vivo che ricordavo, si era sostituito un lucore febbrile, un dardeggiare incessante delle pupille, come a cercare di scorgere un pericolo elusivo e letale.
L'emozione mi bloccò la parola e fu Leonard ad avvicinarsi a me, ripristinando, come se gli anni non fossero passati, la più intima forma di saluto che, nella nostra reciproca ritrosia, per non dire avversione, verso ogni forma di contatto fisico, ci concedevamo. Il mio amico mi strinse le spalle tra le mani, squadrandomi intensamente, sì che compresi che anche in lui il sentimento aveva spento ogni forma di loquacità, poi, con un movimento così compresso e teso che ben sostituiva ogni parola, afferrò i miei bagagli e mi guidò dentro casa.
È inutile che vi riferisca che cosa ci dicemmo, rivedendoci dopo tanto tempo, e, probabilmente, se lo facessi risulterebbe assai poco interessante. Ripensandoci ora, mi pare di ricordare, anzi, che trascorremmo gran parte della cena in silenzio e, forse, l'unico aspetto degno di nota è come tale assenza di suoni fosse in realtà colma di sensazioni ed espressioni, quasi l'antica familiarità si fosse riversata nel vuoto di parole che si era creato, proprio come un fiume che, dopo essere stato deviato, riprende il suo usuale corso. Mi chiesi allora quanta parte di me, malgrado le apparenze, non fosse mai cambiata e se la mia vera personalità fosse quella che trovava spazio e conforto nell'amicizia coi miei vecchi compagni oltre che nell'interesse, quasi l'ossessione, per i lati della vita più fatui ed evanescenti.
Smarrito in questi interrogativi, registrai con distrazione quanto Leonard mi raccontava, cioè che solo lui e io ci trovavamo, in quel momento, nella vecchia casa, poiché, dopo il tramonto, nessuno della servitù vi si tratteneva (o forse l'avrebbe fatto se Leonard gli avesse versato uno stipendio che il mio amico non poteva permettersi, perché così va il mondo) e ciò sia per certe voci giravano sul luogo (senza avere nessun fondamento se non l'atmosfera lugubre del posto) sia perché – e soprattutto – la casa era malridotta e pericolante tanto da essere, secondo i più paurosi, prossima al crollo.
Quando il mio amico mi riferì dunque che l'intera ala un tempo abitata da Dellbert era chiusa e disabitata e che lui stesso, dalla morte dell'amico, non ci aveva messo piede e che era suo desiderio – oltre che quantomai opportuno – che quella sera stessa lui e io ci recassimo nelle stanze usate dal nostro deceduto compagno, dovetti fargli ripetere l'invito.
«Quantomai opportuno» disse Leonard, e le sue parole mi sembrarono strane, tanto che fui tentato di chiedergli spiegazioni. All'ultimo istante, però, soprassedetti. Per tutta la cena il mio amico era stato palesemente sovreccitato. Non perché manifestasse in chissà quale modo plateale i suoi sentimenti, ma, anzi, perché ogni sua movenza era estremamente controllata, trattenuta, quasi soffocata, come se Leonard fosse consapevole che ogni anche più piccola manifestazione d'emozione sarebbe stata perniciosa, dando il la all'esplosione di chissà quali moti dell'animo.
In queste condizioni, contraddirlo sarebbe stato sì “quantomai inopportuno”, tanto più che – lo notai tardi, ma con tale consapevolezza che l'impressione mi colpì in modo quasi fisico – Leonard continuava a guardarsi intorno, per terra soprattutto, quasi temesse un pericolo nascosto tra le tenebre e le soffici ombre che ricoprivano il pavimento, là dove si stendevano bizzarri, arabescati, polverosi tappeti e dove la luce della candele giungeva inutile e smorta.  


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