domenica 11 ottobre 2015

CONCERTO ROSSO (un tributo a Poe) - parte III di VI

Percorremmo quindi la veneranda Price Mansion, composta di due corpi di fabbrica uniti da un terzo il quale non che era un lungo corridoio, o camminamento, ornato da vaste, imponenti vetrate che davano, alternativamente, sulla brughiera e sul mare mugghiante, decine di metri più sotto.
Benché l'intento dell'architetto fosse stato quello di fornire allo spettatore un panorama maestoso e suggestivo, l'effetto, in quella tarda serata, mentre seguivo il passo incerto e fluttuante di Leonard, era esattamente l'opposto, e mi sembrava di trovarmi sospeso tra due abissi: il primo, quello delle acque livide e agitate che aggredivano la roccia; il secondo, quello della nebbia che si estendeva sulla terra confondendosi con essa in un indistinto grigiore.

Era come essere stretti tra due titani che solo per misericordia, o per caso, non si erano accorti di noi e che in qualunque momento avrebbero potuto avvedersi della nostra presenza, e annientarci.
A rafforzare la sensazione di precarietà contribuiva il comportamento del mio amico che, procedendo, si arrestava ogni poco, spesso spingendo innanzi la lampada, più sovente ancora abbassandola a terra, o girandosi di scatto, e che, a ogni mia domanda, rispondeva mettendosi un dito sulle labbra. A questa spiacevole impressione si aggiungeva il vento che, di quando in quando, s'insinuava gelido tra gli stipiti delle grandi finestre, o là dove il vetro aveva ceduto incrinandosi, e gonfiava i tendaggi come un ospite sgradito e malevolo.
Giungemmo quindi all'ala abitata un tempo da Dellbert, che, a differenza di quella che avevamo appena lasciato e ad imitazione di Versailles, non conosceva corridoi, ma una teoria di sale poste d'infilata, e quale fu la mia meraviglia nel vedere, malgrado la semioscurità, che la prima era stata interamente arredata di colore rosso. Rossi i tappeti, scarlatti i broccati e i velluti che coprivano i tavoli, rosseggianti i colori degli arazzi e delle tappezzerie, vermigli i cuscini e carminio le tende smosse dalla corrente che, entrando, avevamo creato.
«Così l'aveva voluta trasformare, anni fa. Questa e le altre sette stanze, tre su questo piano quattro su quello inferiore, dove attendeva alle sue occupazioni. Solo le cucine e le stalle sono state lasciate com'erano, ma esse si trovano nell'area che abbiamo appena lasciato, al corpo inferiore e... oh» disse sorridendo per la prima volta da quando lo avevo incontrato, benché il suo sorriso mi apparisse tutt'altro che allegro «non sono tutte rosse, le stanze. Ognuna ha un colore diverso, come quelli che compongono l'arcobaleno. Sette stanze di sette colori differenti. Asseriva che gli erano d'aiuto nelle sue composizioni musicali. Dopotutto sono sette anche le note. E, infatti, è proprio in questa stanza che ha iniziato a comporre la sua opera più grande, come egli stesso la definiva. Laggiù, esattamente in quel punto. “Concerto Rosso” era il titolo – provvisorio, nell'intento iniziale, poiché si riferisce ad un colore solo, ma che temo rimarrà definitivo». Così dicendo alzò la lampada fino ad illuminare un angolo dove, occupando un buon tratto della parete che si smarriva nelle tenebre, campeggiava un ritratto di Beatrice, la prima moglie di Dellbert.
«Ne avrai riconosciuto il sorriso. Rammento bene la disperazione dei vari pittori che si sono succeduti nell'opera. Nessuno veniva considerato in grado di riprodurre, con la necessaria accuratezza, i denti della povera Beatrice. I denti, già, poiché in essi stava, a detta di Dellbert, il segreto di Beatrice, forse più ancora che nelle labbra il cui incarnato trovi imitato dalle molteplici tonalità di rosso di questa stanza. Una forma di perversità, volendo, come se la bellezza si fosse nascosta là dove si è meno pronti a trovarla, e in un oggetto che possiamo usare per ferire e lacerare» Si girò di scatto come se le sue stesse parole gli avessero rammentato il pericolo che paventava e mulinò la lampada per ogni dove; poi, sinceratosi che la stanza fosse vuota, seguitò: «Ci riuscì un pittore tedesco, venuto da chissà quale scuola di quel paese lontano, che esaminò i denti di Beatrice col microscopio. Sì, amico mio, hai capito bene. Una tecnica singolare, ne convengo, più adeguata ad uno scienziato che ad un artista, ma si dimostrò efficace, e Dellbert lo pagò profumatamente, molto profumatamente... ed ebbe pace. Per un po'».
«Ma... » dissi io guardandomi intorno «come può aver composto qui la sua opera se non c'è neppure uno strumento musicale? Non il suo affezionato piano, non un violino, o un flauto, o uno spartito, un leggio, un metronomo...».
Leonard scosse la testa «Non ti ho forse detto che sette sono le stanze, e sette i colori, e sette le note musicali?. Il mondo ti ha reso un uomo impaziente, frettoloso, amico mio, un uomo nel quale, a volte, è difficile riconoscere l'antica personalità... quantunque, a ben guardare, e se l'osservatore ha con te sufficiente familiarità, sia evidente che essa è tutt'altro che svanita».
Così dicendo riabbassò la lampada e riprese il cammino, e io gli tenni dietro, più pensoso ed inquieto di prima, e non solo per lui.
Risparmierò al lettore (che forse è come Leonard accusò di essere me: frettoloso – ma glie ne posso fare una colpa, in questo mondo impazzito?) le altre stanze, e il crescente senso di oppressione, di straniamento, di angoscia che si insinuava in me, specie quando Leonard si fermava cercando negli angoli più bui, a volte accanto ai nostri stessi piedi, quello che ormai avevo preso mio malgrado a considerare (e in un'occasione io stesso non riuscii a trattenere l'impulso di guardarmi alle spalle) un demone personale.
Solo, gli parlerò del ritratto di Lady Virginia, la seconda moglie di Dellbert, le fattezze della quale erano riprodotte in un quadro che si trovava nella stanza verde e su cui mi soffermai a lungo, stupefatto, per non dire folgorato, dalla straordinaria somiglianza con la prima moglie, Beatrice.
Tanto sorprendente era la similitudine – ed acuita dal fatto che la posa, l'abito erano identici – che chiesi a Leonard di darmi la lampada e mi avvicinai al ritratto scrutandolo con maniacale, ossessiva attenzione, ben deciso a cogliere quelle differenze tra le due donne (poiché erano due persone diverse: non avrei mai messo in dubbio le parole del mio amico) che avrebbero infranto quella eccessiva uguaglianza che ci inquieta, forse perché fa vacillare il nostro così fragile senso di unicità nell'identità, certe remote corde dell'animo.
Ma nulla mi venne in soccorso nella mia ricerca, neppure quando, in frenetica quanto inutile caccia di differenze, appuntai gli occhi sulla collana che Lady Virginia portava al collo, composta di perle che, nel loro biancore, parevano voler rammentare, beffarde, il candore dei denti di Beatrice.
Stavo per domandare a Leonard se, per caso, Dellbert si fosse rivolto allo stesso pittore tedesco, quando il mio amico afferrò la lampada di cui mi ero appropriato, strappandomela dalle mani ed asserendo che avevamo indugiato anche troppo. Feci per protestare, ma – e stavolta non era suggestione – scorsi in un angolo un lampo scuro, basso e compatto, che andò a nascondersi dietro una poltrona così velocemente che una persona sana di mente avrebbe concluso di non aver visto nulla.
Decisi di non rivelare niente a Leonard, dicendomi, ma senza troppa convinzione, che non era il caso di sollecitare ulteriormente i suoi nervi così tesi, e mi feci condurre fuori dalla stanza verde in quella indaco e, di qui, in quella blu, e infine nell'ultima, violetta, dove un altro ritratto ci attendeva.
«Valdemar» spiegò Leonard indicando il nero stallone rampante che ci fissava da un enorme quadro nel bel mezzo di una parete violetta e che era senza dubbio lo stesso animale che avevo visto arrivando. «La grande passione di Dellbert, dopo la morte di Virginia... a parte la musica, ovviamente. Lo cavalcava fino allo sfinimento, e se può sembrarti morbosa la serie di sale che hai percorso fin qui, nulla può essere paragonato all'ossessione di Dellbert per quella bestia. Non gli faceva bene, niente affatto, e io cercai di dissuaderlo dal montarlo con tale folle accanimento ma...».
«Le ossessioni, e un'immaginazione eccessiva, possono condurre un uomo alla morte» intervenni, ansioso di uscire da quella sala che, con quel colore, mi sembrava la più cupa di tutte, quasi un ammasso di sudari malamente accatastati a celare – ma provocando, in realtà l'effetto opposto – l'orrore del decesso .
La risposta di Leonard fu una bassa, amara, lugubre risata. «Ossessioni, dici? Pazzia? E se, per quanto dolorose, come l'intervento di un chirurgo, esse altro non fossero che il rimedio, o la difesa, o anche solo il placebo contro un orrore ben più grande e definitivo? Se la sofferenza che conosciamo, e che pure siamo portati a considerare insopportabile, non fosse che pallida imitazione di uno strazio inconcepibile, e se la sferza del male mondano fosse nulla in confronto agli artigli del Demone della Perversità?»
Urlò, più che pronunciare le ultime parole e, quasi fosse stata richiamata, o evocata da esse, io vidi una sagoma nera sgattaiolare tra le fin troppo fitte ombre della stanza, come a rispondere alla sfida.
Scossi la testa, scacciando qualcosa che non potevo, non volevo, non dovevo aver visto e per cui v’era, invece, una spiegazione razionale che solo i singolari, eccezionali frangenti in cui mi trovavo mi impedivano di cogliere; così facendo, notai qualcosa che realmente mancava.
«Un momento! Hai detto che Dellbert ha spostato tutti i suoi strumenti musicali, ma non ne abbiamo visto nessuno, nelle stanze che abbiamo percorso. Che cosa significa?».
Leonard sospirò «Ahimè, amico mio, così pronto a cercare spiegazioni cui aggrapparsi e a gettarle quando non sono gradite. Ho detto che Dellbert ha spostato i vari strumenti di lavoro man mano che procedeva nella composizione e così è stato, tuttavia non puoi comprendere appieno cosa accadde senza che io ti illustri (sempre che vi riesca e quanto vorrei che i miei sforzi non fossero vani) la natura del Concerto … ma non qui».
Uscì dalla stanza in giardino, ormai avvolto dalla più fitta, umida oscurità, la luce della lampada l'unico incerto, pallido bagliore in una notte oscura quali mai ricordavo di avere vissuto, come se la tenebra stessa, laggiù a Price Mansion, avesse una natura del tutto inconsueta.
«Non qui, amico mio, mio antico compagno, se il sonno non ti vince. Quanto a me... da tempo un'altra notte offusca la mia anima sì che tra mezzanotte e meriggio non c'è più alcuna differenza».

E, così dicendo, senza percorre il cammino a ritroso (scelta di cui gli fui silenziosamente grato) mi guidò attraverso il giardino, usando le pietre del selciato come guida in quel luogo chiuso alla vista, fino a raggiungere l'ala dalla quale eravamo partiti. 

4 commenti:

  1. Bè, qui il tenebroso, enigmatico segreto è ben occultato e l'effetto cupo procede di puntata in puntata. Quei bianchi denti di Beatrice, poi, quanto mi attraggono. :-)

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  2. E' un racconto un po' a "puzzle", penso che il lettore se ne sia già accorto. Io a scriverlo mi sono divertito un mondo.

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  3. Come già detto altrove, aspetto la fine della storia per esprimermi.
    Non so per quale resistenza intellettuale, ma non sono mai riuscito a leggere un racconto in appendice puntata per puntata.
    Mi perdo sempre i precedenti o meglio tendo ad isolarli, dimenticandoli.
    Non me ne voglia l'Autore e/o il webmaster...
    Sid

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  4. Ah Ah Ah... volertene? ma ci mancherebbe. Anche io lo penso; per questo ne leggo e ne scrivo pochissimi a puntate. E sono assolutamente d'accordo sul fatto che le opere vadano valutate alla fine.

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