mercoledì 14 ottobre 2015

CONCERTO ROSSO (un tributo a Poe) - parte IV di VI

A notte inoltrata (benché tanto buia fosse stata quella giornata da farmi dubitare che ci potesse essere un giorno), eravamo in un salone dell'ala di Price Mansion abitata da Leonard. Il mio amico aveva scelto una delle sale più piccole, dove ardeva un rassicurante fuoco, ma avevo la sensazione che la sua decisione non fosse stata dettata tanto dall'esigenza di tener lontane le dita diacce dell'autunno, quanto da quella di poter tenere sotto controllo, grazie alle modeste dimensioni della camera, l'intero ambiente, così da notare quell'essere che ormai neppure io dubitavo di avere visto... e quanto angosciante era quel pensiero, la sensazione di un incombente, letale pericolo percepita lì, tra quelle mura rassicuranti, anziché nei macabri, lugubri vani dell'altra ala, quella deserta.

«La illustrerò a te come la spiegherei a me stesso, la struttura del “Concerto Rosso”, poiché anche tu, come me, sei digiuno di musica» disse Leonard. «Immagina un motivo abbastanza semplice: quattro note alle quali sempre corrispondono, in contrappunto, altre quattro. Questo il motivo portante. Una volta terminato, il motivo viene riproposto, ma con le note che chiameremo “principali” disposte in ordine diverso, sicché anche le note secondarie vengono ripetute seguendo sempre lo stesso schema di corrispondenza biunivoca, ma con ordine, logicamente, differente».
«Ma le note non sono sette? Quattro più quattro fa otto».
Il mio amico si produsse nel primo, vero sorriso da che ero arrivato, ma quanto faticoso e languido esso era e come mi strinse il cuore, quasi davvero la mano fredda della notte fosse penetrata nella stanza, stringendomelo.
«Avrei dovuto dire che sei “molto” digiuno di musica. Diciamo che ad un “re” corrisponde sempre un “sol”, a un “do, un “si” e così via».
«Mi pare piuttosto monotono».
«A un certo punto» proseguì Leonard ignorandomi «Immagina che nella riproduzione seriale, automatica dei suoni si introduca una variazione, o un errore; per esempio che a un “do” non corrisponda più un “si”, ma un “mi”. In questo modo vengono usate tutte le note».
«Continua a sembrarmi monotono» insistetti, mostrando una sicumera che non provavo e che tuttavia ostentavo, quasi volessi assumere una maschera con cui celare a me stesso il mio proprio volto.
«Supponi che queste mutazioni producano a loro volta altre mutazioni e che, dapprima sporadiche, diventino poi dominanti, tanto che alla fine non si comprenda più qual era l'abbinamento iniziale e il motivo iniziale, puro andasse perduto».
«Mi sembra un sistema meccanico, matematico, materialista, senza il sentimento, il pathos che contraddistingue l'arte».
Leonard balzò in piedi accalorandosi, proprio come accadeva quando, da giovani, si discuteva di simili argomenti e riportandomi per un istante a quegli antichi, quasi obliati e così dolci, ma forse perché così remoti, anni.
«E non è armonia, l'arte? Non è una questione di proporzioni esprimibili numericamente che ai nostri sensi, quando si presentano con determinate, ben precise successioni di cui non siamo del tutto consapevoli, definiamo “bello?”».
«Non lo è?» domandai a mia volta mutando in propria una domanda retorica, secondo una tecnica che usavo ai tempi dei nostri giochi dialettici e che ora mi pareva quasi ilare riproporre.
«No. Tu stesso hai detto che ti pare meccanico il sistema che regge la struttura di “Concerto Rosso”: post hoc propter hoc, ma non è questo a renderlo odioso».
Leonard incupì, impallidendo e facendomi piombare nel luttuoso, lugubre contesto in cui ero immerso e, nuovamente, notai quanto scossi fossero i nervi del mio amico, che definiva “odiosa”, un termine che si riserva a ben altre entità, una musica.
«No» proseguì «devi infatti considerare che quello schema, quel meccanismo riproduttivo, come tu stesso lo hai definito, non cessa mai . Non c'è modo di arrestarlo perché la frase musicale, sia pure con tutte le sue infinite variazioni, determinate dall'incommensurabile numero delle combinazioni matematiche tra le note, non prevede un sistema o un espediente che lo concluda. Non smette mai!» urlò afferrandosi i capelli e tirandoseli tanto che potei notare quanto ingrigiti e quanto fragili fossero diventati.
«Andiamo amico mio» affermai cercando di confortarlo «Sono certo che Dellbert avesse in mente una conclusione per la sua opera e, anche se non avesse fatto in tempo a concepirla...».
Il mio amico mi guardò di sbieco e, nella sua postura, non ebbi difficoltà a comprendere come avesse potuto usare la parola “odioso”, poco prima, e cosa ciò significasse, e rabbrividii.
«Eh già, la morte è la fine di tutto, vero? Forse è così per te, adesso. Dopotutto è molto, molto tempo che non ci vediamo. Troppo». Mi fissò con occhi, più che febbrili, fiammeggianti, e mi piantò nel petto un dito, premendo all'altezza del cuore «Qui dentro, qui dentro, ti dico, c'è una volontà che non muore, e l'uomo non cede agli angeli, né completamente alla morte, se non per la debolezza della sua povera volontà».
Dovevo essere arretrato e, sul mio viso, doveva essere scesa un'ombra di timore perché, subito, Leonard mi si fece sotto, rassicurandomi, e anzi, mettendosi a bisbigliare, come se volesse rendermi partecipe di un pericolo da cui, per il mio bene, dovevo stare in guardia e di cui, a suo rischio, egli mi informava, proteggendomi in nome del nostro antico legame.
«Sette note, già. Hai detto che le note sono sette. Ma non ci sono forse colori che non vediamo, come quelli che scorgono i gatti quando si aggirano nella notte o quelli che percepiscono gli uccelli volando alti nel cielo? E si ci fossero anche suoni che non possiamo sentire? Suoni di un altro mondo, come quelli che echeggiano nelle orecchie vuote dei morti e sussurrano là dove non alberga più la coscienza come noi la concepiamo. E se un'ottava nota, mai udita o udibile da orecchio umano, si fosse manifestata e fosse comparsa da chissà dove nel “Concerto Rosso” e fosse quella che misteriosamente gli infonde la vita, che non lo fa finire, che lo fa continuare sempre più avanti e più avanti e più avanti, come un essere vivente senziente e maligno fino a... via da me demone dell'Inferno!».
Stavolta l'urlo del mio amico coprì il continuo, minaccioso borbottio del mare e si levò così alto che parve che anche le ombre lo temessero, tuttavia ancora non se ne era spenta l'eco che udii un altro suono e il sangue mi si gelò nelle vene, benché in quel rumore non vi fosse nulla di straordinario o soprannaturale, dato che si trattava del soffio rabbioso di un gatto.
Poi Leonard svenne.


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