venerdì 16 ottobre 2015

CONCERTO ROSSO (un tributo a Poe) - parte V di VI

Più tardi, anche se non così tardi come pensavo, dato che l'alba era ancora lontana (e mi sorpresi a chiedermi se il tempo, a Price Mansion, scorresse in modo diverso che altrove, compiacendosi di indugiare nelle ore di oscurità, più che in quelle di luce) ero nella mia camera da letto, che avevo insistito approntare vicino a quella del mio amico, e riflettevo sugli avvenimenti straordinari – o forse fuori del comune era stato solo il modo in cui li avevo percepiti? - di quella serata.
Dopo aver perso i sensi, Leonard si era ripreso rapidamente, spiegandomi, in modo piuttosto spiccio, che un gatto nero si aggirava per la casa e che quella maledetta bestia aveva l'abitudine di accoccolarsi sui suoi piedi, o addirittura sul suo petto, mentre dormiva, causandogli una crisi respiratoria provocata dalla ipersensibilità del mio amico al pelo dei felini. 

Era svenuto, si era affrettato a soggiungere Leonard, per la stanchezza e l'emozione di rivedermi dopo tanto tempo, e anche io, con ogni probabilità, ero stremato, sicché avremmo fatto meglio ad andarcene entrambi a dormire, considerato che ancora molte erano le ore che ci separavano dal giorno.
Non mi aveva convinto allora, la spiegazione, e mi convinceva ancor meno ora, mentre, a letto, ero ben desto a sentire il sommesso crepitio del fuoco ed il costante, iroso moto delle onde. Anzi, ora, nel silenzio assoluto, quasi soprannaturale della casa, mi sembrava che il mare stesso suonasse un concerto con note non concepite per essere udite da orecchie umane, con accompagnamento di scricchiolii e tremiti che ben potevano suggerire, ad una mente suggestionabile, che la casa stesse per andare in pezzi.
Povero amico mio, mi dicevo: come si sarebbe espresso il poeta, “il suo cuore è come un liuto sospeso: non appena lo tocchi, risuona” e solo così si poteva spiegare l'altrimenti incomprensibile avversione per i felini. Già, perché Leonard aveva sempre amato i gatti e più volte, al tempo in cui le nostre frequentazioni erano più assidue, ne aveva avuti anche tre per volta, senza contare i randagi che, occasionalmente, visitavano la sua dimora.
Probabile che, dato che l'amore per i cavalli di Dellbert era diventata la nemesi del nostro sventurato amico, compromettendone la salute, Leonard avesse concluso che, in virtù del legame che ci univa, analogo dovesse essere il suo destino, e dunque i gatti, da suo svago e consolazione, erano divenuti il suo tormento. Si trattava di una affezione di origine nervosa, dunque, non organica, ma non per questo meno pericolosa, dato che presentava i sintomi di una vera e propria ossessione. Possibile che, se gli avessi posto la domanda, Leonard mi avrebbe profetizzato che gli uccelli, la specie animale cui andava la mia preferenza, sarebbero divenuti il mio cattivo genio.
Ero immerso in queste considerazioni, quando vidi socchiudersi la porta della camera. Sopra la nebbia doveva essere sorta la luna poiché ora c'era nella stanza un chiarore lattiginoso, diffuso, che mi consentiva di scorgere le sagome, se non le forme o i colori, dei corpi, sicchè, con un sospiro di sollievo che in parte mi vergognavo di essermi lasciato sfuggire, non feci fatica a distinguere il gatto entrare a passo felpato nella stanza, gli occhi rosseggianti alla luce morente della braci.
Mi dissi che, se avessi preso la bestia e l'avessi catturata, o meglio ancora mostrata a Leonard facendogli capire quanto fosse innocua, il mio amico ne avrebbe ricavato un po' di conforto, allontanando almeno uno dei demoni che lo tormentavano. Così, sceso dal letto, presa una vestaglia ed indossatala lentamente, molto lentamente, mi avvicinai all'animale, chiamandolo con quel curioso suono, simile allo schiocco di un bacio, che si usa con questo tipo di creature.
Il gatto doveva aver conservato un po' dell'antica confidenza che aveva avuto con gli esseri umani perché, pur non muovendosi, inclinò la testa da un lato, con un movimento più canino che felino, in verità, e, scrutandomi con i suoi occhi gialli (già, perché erano gialli, come quelli della maggior parte dei gatti: come avevo potuto pensare che fossero rossi?) arretrò pian piano, accingendosi ad uscire dalla stanza.
Decisi che agguantarlo era mio preciso dovere, perciò, afferrata una lampada, l'accesi, quindi presi la mia giacca dalla sedia, pronto ad usarla come rete da cattura non appena me se ne fosse presentata l'occasione, e lo seguii.
Ammetto che ebbi un attimo di esitazione, e forse di timore, quando il gatto, sempre tenendosi ad una distanza tale che mi era impossibile afferrarlo, ma apparentemente deciso a non fuggire, si diresse verso la parte disabitata di Price Mansion. Era naturale, mi dissi, considerato che era il settore dell'abitazione dove Leonard non si avventurava quasi mai, ma questo nulla toglieva alla bizzarria della situazione, tanto che, man mano che procedevo, mi pareva di avvertire un movimento sonoro ben preciso, anche se al momento incomprensibile, sotto lo sciabordio delle onde.
Seguii quindi la bestia nel corpo centrale, e, di qui, nelle sale variopinte, e confesso che avevo ormai la certezza che il gatto era ben deciso a condurmi da qualche parte poiché, pur mantenendo inalterata la distanza che si separava, di quando in quando si voltava come accertandosi che lo seguissi.
Solo una volta la mia sensazione vacillò e, precisamente, nella sala verde, là dove si trovava il ritratto di Virginia, la seconda moglie di Dellbert, così simile alla prima.
Il gatto si era accovacciato su un tavolo, accanto ad un vaso che, anche nella luce incerta, non faticai a riconoscere come un prezioso manufatto cinese in giada verde e, come se si fosse stufato del gioco, si leccava le zampe, guatandomi sornione. Decisi di giocare il tutto per tutto e, come un pescatore maldestro, lanciai su di lui la mia rete improvvisata, cercando di imprigionarlo. L'animale, ovviamente, mi sfuggì, ma non così il vaso, che cadde a terra, rompendosi.
Non so quale spirito maligno mi guidò, ma, mentre fissavo irritato l'animale che pareva irridermi fermo sulla soglia che conduceva nella stanza successiva, mi chinai a raccogliere i frammenti nel vaso, scorgendo qualcosa che non era affatto un frammento e soprattutto non apparteneva al vaso. Non avessi posseduto le conoscenze anatomiche che mi servivano per la mia professione, forse avrei potuto ingannarmi, e dirmi che era una collana, quella che stringevo tra le dita, la stessa che Virginia indossava nel ritratto, ma, ahimè, le possedevo, quelle nozioni, ed esse mi dicevano, senza fallo, che quella collana era fatta con denti umani, i denti della povera, perduta Beatrice, la prima moglie di Dellbert.
Urlai, e mi scaraventai furibondo contro l'essere che mi aveva condotto a quella raccapricciante scoperta e che ormai anche io, come il mio disgraziato amico Leonard, identificavo col Demone della Perversità, come egli stesso, e a ben ragione, lo aveva chiamato.
Mi precipitai nella stanza blu, e poi in quella indaco, e infine in quella violetta, dove campeggiava il quadro col cavallo infernale, Valdemar, i cui occhi, alla luce fuggente proiettata dalla lampada mentre correvo, rilucevano del medesimo bagliore vermiglio emesso dalle iridi del maledetto felino.
Mi fermai, ansante, il cuore che mi rimbombava nelle orecchie come un tamburo che risuonasse dal profondo, ben deciso, appena avessi recuperato il fiato, a sopprimere l'orrida bestia che, di nuovo, e in via presumevo e temevo definitiva, si era dileguata.
Ma non lo feci.
Il rimbombo nelle mie orecchie non si placava, né accennava a rallentare, finché, dopo aver, per maggior sicurezza, controllato il battito del cuore sul polso, non giunsi alla conclusione che quel ritmo costante, implacabile, non era nel mio cuore né in alcuna altra parte del mio organismo, neppure nella mia mente sconvolta, ma fuori di me, come se, sotto i miei piedi, risuonasse un enorme, cupo, solenne metronomo.
Mi ricordai allora con terrore delle parole di Leonard “Ho detto che Dellbert ha spostato i vari strumenti di lavoro man mano che procedeva nella composizione e così è stato”, poi, con mano tremante, tastai lo spesso tappeto violaceo sotto di me fino al punto in cui esso mi pareva più freddo, come se rabbrividisse al soffio di una corrente gelida che salisse dal basso.
Allora, rabbrividendo anche io, e non solo per il freddo, lo sollevai, scoprendo una botola che conduceva sotto la casa, nelle profondità della scogliera che lottava col mare tempestoso.

E, sciagurato, la aprii e scesi. 

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