domenica 18 ottobre 2015

CONCERTO ROSSO (un tributo a Poe) - parte VI di VI

Non so dire per quanto tempo sprofondai tra le rocce che sorreggevano Price Mansion e che, man mano che mi addentravo, mi sembravano, anziché più solide, più fragili, ma certo la stanza dalle fosche pareti nella quale, alla fine della discesa, sbucai, era quanto di più vicino ai penetrali dell'Inferno potessi concepire; il battito che echeggiava tra le scabre, ruvide pareti avrebbe potuto essere il cuore del diavolo, mentre l'altro suono, ritmico e dissonante, che mi pareva di percepire ancora al di sotto, e che tuttavia non volevo udire, non potevano essere che le urla dei dannati.
Sollevai in quella cavità picea, senza dimensioni, la lampada, finché non vidi, alla mia destra e alla mia sinistra, altre due torce e, vinto il timore di quanto avrebbe potuto presentarsi al mio sguardo una volta che le avessi accese, allumai.

Mi si parò allora innanzi una vasta stanza, scavata rozzamente nella roccia, piena di mobili in ebano e mogano, dipinti di nero, e dove l'unica nota di colore era il bianco pallido, vetusto, di spartiti musicali sparsi per ogni dove, come cadaveri di albatri assassinati. Di fronte a me, alla mia destra, si trovava un pianoforte che, senza possibilità di errore, riconobbi come quello di Dellbert e, sopra di esso, un violino. Viole, cembali, trombe, oboi, corni e altri strumenti che non riconobbi e non saprei riconoscere, erano sparsi tutt'attorno in una muta, congelata sarabanda. A tal punto la mia attenzione fu colpita e la mia curiosità destata che solo qualche istante dopo alzai il capo verso la sommità della caverna, là dove si trovava l'origine del rumore: il ritmico, cupo, incessante battito che tempo sentivo.
Era un pendolo. Un immane pendolo appeso alla sommità della caverna, là dove le pareti si restringevano ad imbuto, al termine del quale si trovava una sfera di circa un metro di diametro che, dal colore e dal senso di pesantezza che sprigionava, si sarebbe detta di piombo. Era quel marchingegno a produrre, in una col moto dell'oceano, quel ritmo continuo, costante, che in precedenza avevo scambiato per il pulsare di un cuore immenso. Nel suo lento, inesorabile moto, esso andava a percuotere le pareti della grotta, come mosso da un instancabile minatore (e, in effetti, rammento che mi chiesi quale forza potesse produrre quel moto, senza sapermi dare risposta). Indefesso l'apparecchio percuoteva la pietra insieme alle acque che, più sotto ancora, invisibili, erodevano la roccia e, per l'effetto, le mura della magione che su di essa si fondava.
E, ancora una volta, fu seguendo il rumore, più che la vista, che scoprii ciò che si trovava esattamente sotto il pendolo e che, a una prima, rapida occhiata, la mia mente sbigottita dalla bizzarria grottesca che le si spalancava dinnanzi, aveva preso per un'ombra più fonda delle altre.
Era un pozzo. Un baratro che si spingeva fin dove non avrei saputo né voluto dire e il cui imbocco, come scoprivo man mano che mi ci avvicinavo, era misericordiosamente, anche se maldestramente, coperto da una grata di ferro, non fissata, ma approssimativamente appoggiata ai friabili bordi rocciosi.
Ah, quanto ben comprendevo l'espressione “il demone della perversità” che il mio amico aveva usato, mentre mi chinavo sopra l'abisso, spinto dall'istinto di terrore assoluto e di esultanza malsana che deve spingere i disperati prossimi al suicidio. Poiché, senza che lo avessi mai sentito, avvertivo salire, dall'incommensurabile sprofondo dinnanzi a me, il ritmo, il suono, la melodia dissennata e dissonante che Leonard mi aveva descritto e che non volevo, ma non potevo fare a meno di riconoscere, suonata da qualcosa che avrebbe potuto essere una voce che gridava, il percuotere di corpi di legno, pietra e metallo contro la roccia e contro degli specchi d'acqua... qualcosa che non era, se mai lo era stato, umano.
«È stato necessario» disse Leonard alle mie spalle. «Non ti ho detto forse» aggiunse scendendo a sua volta le scale con la lenta, inumana camminata dei sonnambuli «Quanto fosse mutato, come e assieme a quell'infernale concerto? Non ti ho parlato della sua ossessione? Non hai forse visto i loro ritratti? Non immagini dunque come e a quale prezzo Beatrice sia stata Virginia e Virginia Beatrice? Non hai forse visto, cieco uomo quale sei diventato, i suoi denti?».
Aveva raggiunto il piano e mi si era avvicinato mentre io mi allontanavo, girando attorno al pozzo ed invertendo le originarie posizioni, quasi che fossimo impegnati in un grottesco, ferale balletto. «Tu l'hai ucciso dunque!» gridai a pieni polmoni, come a voler gettar fuori, urlando, la terribile idea che mi si formava nella mente prima che, acquistando forma, divenisse del tutto intollerabile.
Leonard spiccò un balzo e mi raggiunse, afferrandomi per le spalle in una macabra parodia del saluto col quale mi aveva accolto, stringendomi con tutta la forza che doveva essere rimasta nel suo corpo provato, poi proruppe in una folle risata. «Ucciso? Non senti la sua musica dannata salire dal pozzo, composta con strumenti improvvisati e assemblati da relitti, rocce, ossa, carni, pietre, acque e chissà quali altri mezzi vomitati dal ventre più sordido dell'Ade? Non la senti? Non ti ho forse detto che, là dentro c'è una volontà che non muore? Non ti ho forse detto che il Concerto Rosso non smette mai!
«Tu l'hai ucciso!» sbraitai «Tu l'hai sepolto vivo!».
Fu un attimo.
Respinsi, con una forza che non credevo di avere, il mio amico, o ciò che esso era diventato, nel pozzo, ed egli cadde, rompendo, col suo miserabile corpo smagrito, i precari sostegni della grata di copertura. Udii il ferro, la carne, l'anima del mio antico compagno precipitare nel pozzo e lo strazio che egli provava si riverberò tutto, come un'eco, nei miei precordi, sì da togliermi la consapevolezza e, almeno per un po', il senno – e di ciò credo di dover essere grato alla Provvidenza.
Poiché, quando Leonard cadde, il fragore dovette aumentare le vibrazioni del pendolo e la gigantesca macchina che incombeva sopra di me iniziò a oscillare paurosamente, frantumando le pareti come un piccone impazzito, poi, staccatasi dal supporto, cadde anch'essa nel pozzo con tutto il suo letale, definitivo peso.
Allora, percossa nelle fondamenta, l'intera casa cominciò a vibrare e gemere come un essere vivente; le pareti della stanza oscillarono, tremarono, si ruppero e io riuscii a intravedere vaste crepe serpeggiare dal pozzo, come un branco di serpenti affamati, guizzare fulminei verso l'alto mentre, verso il basso, pezzi sempre più grossi di roccia e costruzioni si fiondavano nel crepaccio che si andava spalancando.
Fuggii, guidato da un istinto animale poiché ogni facoltà razionale era, come ho detto, pietosamente obnubilata.
E certo nulla di razionale c'era in quello che io vidi e sentii mentre, come la moglie di Lot, volgevo la testa indietro.
Leonard che arrancava sanguinante fuori dal baratro, artigliando quel che rimaneva del bordo e, dietro di lui, una mano scarnificata che lo agguantava e lo trascinava di nuovo nell'abisso, mentre, da quelle stesse profondità, sorgeva la folle melodia che non potevo più negare di udire: il Concerto Rosso che ci aveva portato alla rovina.

Altro da dire non c'è.
Mi trovarono i fittavoli che, come ogni mattina, e quella mattina con un animo ben diverso, si recavano presso Price Mansion, anzi, verso il luogo dove avevano udito il fragore che ne segnava, al di là di ogni ragionevole dubbio, la scomparsa.
Non seppi mai quali frasi sconnesse pronunciassi nel mio delirio, ma mi fu sussurrato che molti, inorriditi, volevano abbandonarmi, e solo una dose di misericordia superiore al normale convinse un paio di robusti forestieri a portarmi al villaggio più vicino, da dove fui portato alla città, poi all'ospedale e, infine, dopo mesi di febbri cerebrali, a casa, dove tuttora mi trovo.
Sono calmo, ora, tanto da far credere che, con molta, molta perseveranza, potrei anche tornare al mondo ordinario, materiale e prosaico che lasciai il giorno che salii su quella carrozza, diretto verso i miei antichi amici.
Solo gli incubi, sui quali non ho alcun potere, rendono chi mi sta vicino consapevole che la guarigione, o ciò che di solito si considera tale, non avverrà mai.
La mia condizione è tuttavia tollerabile e, anzi, mi consente di imporre ai miei cari certe bizzarrie che sarebbero altrimenti insopportabili, come quella di tenere un lume sempre acceso accanto al letto. Rassicuro mia moglie dicendole che non è che uno stato transitorio e che, ben presto, passerà, ed ella, con un sorriso che non riesce a nascondere la pietà, acconsente paziente.
Ma io so che non vi sarà mai fine, così come so (benché continuamente affermi il contrario, più a beneficio degli altri, che di me stesso) che quanto ho visto, e sentito, non erano semplicemente i deliri di una mente sconvolta dalla notizia del misfatto, dal luogo sinistro, da chissà quale perniciosa affezione del corpo o dello spirito che, per sventura, mi aveva colpito in quel frangente.
C'è, a ricordarmelo, sul ramo dell'albero che vedo dalla finestra della mia camera da letto, tenebroso e adduggiante, un corvo.    



6 commenti:

  1. Sono state sei belle puntatone intense e sempre con un tema principale diverso, in bella successione come da copione teatrale e/o cinematografico. Ci sono delle scene ben descritte che sono classici del genere… stavo per dire horror anche se non lo è, ma resta quello che più si avvicina.
    Nella prima abbiamo preso contatto con la storia e i personaggi, e ciò che mi ha colpito subito è stato lo stile d’antan della scrittura, che hai saputo usare con giudizio, tanto da risultare molto spontaneo. Nella seconda parte, la scena principale è quella della corsa nella brughiera con l’immancabile carrozza a cavalli. Non ricordo se fosse nera, e con quanti tiri, ma di certo me la sono immaginata così. Nel terzo, il più bello secondo me, è la descrizione delle stanze colorate a colpirmi. I riferimenti ai dipinti, mi hanno ricordato la storia di Dorian Gray. Certo non ti sei fatto mancare nulla: i denti canini, la misteriosa presenza del gatto, e che dire di questo ospite inquietante. Nel successivo hai introdotto il tema dell’ottava nota musicale e la penultima è preparatoria al finale che naturalmente non racconto, ma mi limito ad affermare che non delude le aspettative. L’omaggio a Poe direi che non poteva essere migliore. Non lo amo moltissimo, forse perchè deluso in gioventù dalle avventure di Gordon Pyn, però negli ultimi anni mi sono capitati sotto mano altri racconti che mi hanno riconciliato con questo mostro sacro della letteratura. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato ” Il manoscritto segreto nella bottiglia”, che sul web si trova in pdf e che avevo intenzione di pubblicare anch’io sul blog. Insomma molto piaciuto.

    ps: E' chiaro che avendone la possibilità ho preferito leggerlo tutto in una volta. Resta però valida questa formula a puntate, diversamente questi racconti lunghi non sono facilmente spendibili sul web.

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  2. Ah, be', non so se Poe avrebbe gradito una pubblicazione a puntate, ma penso di no. Per lui un testo narrativo doveva concludersi in un'unica seduta di lettura (secondo me è anche per questo che il romanzo non gli è venuto granché). Il fatto è che all'epoca le "sedute di lettura" duravano parecchio e quindi ho dovuto venire a patti con le esigenze dei tempi contemporanei. Certo, avrei potuto accorpare il tutto in linguaggio più sincopato, ma che omaggio sarebbe stato? Insomma, ho scelto quello che spero essere il male minore.
    Quanto all'omaggio, tutti gli elementi che citi sono pezzi di racconti "poeschi", assemblati in modo da creare un testo unico. Tutti, tranne la struttura del Concerto Rosso, che è una mia creazione che, alcuni anni dopo che scritto il racconto, è stata realmente composta da un vero musicista (senza evidentemente che lui conoscesse il racconto).

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  3. Un buon lavoro, certamente, cesellato con spirito certosino in atmosfere fosche e decadenti; mi resta un'unica perplessità legata alle motivazioni, che rimangono un poco nebulose, ancorché legate allo sfondo cupo e disperato della solitudine.
    Il racconto è ben sviluppato, con buona scelta della parola in assonanza con la prosa di Edgard Poe; lo stesso dicasi del senso angoscioso dell'esistenza, il tormento, il disfacimento nel nulla, tipiche dello scrittore; insomma il respiro è certamente in stile "poesco".

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  4. Ovviamente è un puzzle - o un collage, fate voi - e mi sono divertito un mondo a scriverlo (e anche a riscriverlo, visto che avevo perso la prima versione).
    Il cavallo si chiama Valdemar come il protagonista de "lo strano caso di Mr Valdemar" ed è egli stesso un riferimento a "Metzergenstein" in cui il protagonista è ossessionato da un cavallo nero che diventa la sua nemesi.
    La casa riecheggia, in generale, quella de "La caduta di Casa Usher", ma le stanza policrome vengono da "La maschera della Morte Rossa".
    La vicenda di Dellbert, che sposa donne che si rivelano identiche tra loro, viene dai racconti Berenice/Morella/Ligeia, così come anche la faccenda dei denti (presa da "Berenice").
    Il gatto nero, che ossessiona Leonard, viene dal racconto omonimo e il tormento di cui soffriva lo stesso Leonard consisteva nel sentire, in continuazione, il "Concerto Rosso" composto da Dellbert, proprio come il protagonista de "Il cuore rivelatore" era ossessionato dal battito del cuore del vicino.
    Leonard, in più, afferma di essere affetto da una estrema acutezza dei sensi, come tanti personaggi di Poe.
    Per liberarsi da questa ossessione musicale, cioè dalla sensazione di sentire in continuazione quella musica, Leonard uccide Dellbert (proprio come nel "cuore") o, più precisamente, lo seppellisce vivo in fondo al pozzo - come succede in tanti racconti di Poe, da "Le esequie premature" a "Il gatto nero" (dove è il gatto ad essere sepolto vivo) a "Il pozzo e il pendolo". Ovviamente, ciò non libera affatto Leonard dal suo tormento (sempre come nel "cuore", nel "gatto", ecc.). Anzi gli animali che erano il sollievo, cioè i i felini, diventano la sua nemesi, così come era caduto con i cavalli a Dellbert e come accadrà con gli uccelli al protagonista.
    Il pozzo viene appunto dal racconto omonimo, così come il pendolo e la caduta della casa ricorda quella di Usher.
    Alla fine, il protagonista, che si chiama Roderick come Usher, verrà visitato da un animale che gli era caro e che si intuisce diverrà il suo demone, cioè un uccello e precisamente un corvo - come nella poesia che, nel filmato conclusivo, viene letta da Sir Christopher Lee.
    E, dall'ombra del corvo, il protagonista non si libererà mai più.

    Ho messo anche tre riferimenti "extra" rispetto ai racconti. Il "Littleton Barry Zoological Club" cui i protagonisti sono, ironicamente, iscritti, fa riferimento a uno pseudonimo usato da Poe ("Littleton Barry", appunto).
    Price Mansion è un tributo a Vincent Price, forse il miglior interprete di film tratti, spesso molto liberamente, dai racconti di Poe e girati da Roger Corman - cui strizza l'occhio l'omonima linea di diligenze del mio racconto.

    Ci sarebbe da riferire anche una curiosità sulla struttura musicale del "Concerto", ma mi sa che ho scritto anche troppo ;-)

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  5. Un poco mi ha richiamato la Coscienza di Zeno.
    Giocata sul dialogo con se stesso.
    Che dire, una bella sudata leggersi tutte e sei le puntate.
    Da far andare in solluchero gli amanti del genere.
    Il contenuto va preso per quello che è, anche alla luce dell'autocommento.
    Preferisco soggiornare sulla forma, indubbiamente curata all'estremo e inappuntabile sotto i vari punti di vista.
    Certo, per taluno la trama è essenziale, per altri lo stile, a seconda della personale sensibilità culturale e letteraria.
    Anche se son convinto che un'incontentabile scuola di scrittura avrebbe ancora qualcosa da ridire.
    Siddharta

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  6. Ciao Sid e grazie della fatica che avrai sopportato leggendoti il papiro.
    Penso che le scuole di scrittura avrebbero da dire, e molto probabilmente anche a ragione. Resta il fatto che, a scriverlo e riscriverlo, mi sono divertito parecchio.
    Quanto allo stile, io sono fermo al principio di Catone il Vecchio che diceva "rem tene, verba sequentur". Qui sul contenuto c'è poco da dire, nel senso che la "res" è l'incastro stesso delle storie di Poe, scritto - e secondo me non poteva essere altrimenti - "alla Poe" (si licet parva componere magnis).
    Magari ti potrà incuriosire il "come" mi è venuta in mente la struttura del "concerto" propriamente detto. Ho immaginato di abbinare una nota a ciascuna delle basi del DNA e poi a riprodurne la duplicazione mettendoci dentro pure gli "errori", cioè le mutazioni, che si verificano ogni tanto durante il ripetersi del fenomeno. Il bello è che, molti anni dopo che avevo scritto il racconto, qualcuno ha pensato sul serio di farlo (http://www.corriere.it/scienze/12_marzo_26/musica-dna-campanelli_d6fa5478-771b-11e1-93b9-89336e75ab45.shtml).
    La struttura base del concerto può essere anche ascoltata in rete, quindi. La musica vera e propria comincia a 1'.40'', dopo la spiegazione https://www.youtube.com/watch?v=zvK-vr8cYcM

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