venerdì 30 ottobre 2015

DUE GIORNI PRIMA DEI MORTI - Rubrus - Racconto

 

Me l’aveva promesso, papà: saremmo tornati in città in tempo per Halloween.
Aveva sempre mantenuto le promesse e avevo ragione di ritenere che, anche quella volta, sarebbe stato così.
Però.
Però c’era sempre quella faccenda di “andare a trovare i morti” al paese.
Capivo che era un dovere – anche se pensavo che le ricorrenze fossero il prezzo che si doveva pagare per avere le vacanze – ma il paese era lontano.
Si doveva prendere l’autostrada, la statale – e si doveva rallentare – e poi la provinciale; a quel punto, avrei giurato che fosse il tempo a rallentare, incurante del ritmo che aveva in tutto il resto dell’universo.

Come se non bastasse, papà si adeguava all’andazzo, ciondolando in giro per il cimitero come un bruco sorpreso da un ingannevole tepore fuori stagione.  
Anche adesso non riuscivo a capire perché si fosse fermato a quella tomba. Il tizio che ci era sepolto era ritratto in tenuta da ciclista. La foto era in bianco e nero, ma non per scelta. Dalla bici e dall’abbigliamento si capiva che, quando era stata scattata, tutte le foto lo erano.  
Insomma, quel tale, oltre che un illustre sconosciuto, era  morto da un’eternità e fermarsi mi pareva una perdita di tempo.
Il fatto era che, quell’anno, Halloween cadeva di sabato e, udite udite, la scuola sarebbe stata aperta fino alle nove per una Festa Macabra. Non era proprio come nei film americani, dove si vedevano i ragazzi andare in giro vestiti da mostri, ma poco ci mancava.
E io, a solo un paio d’ore dal tramonto, ero ancora lì, in quel cimitero di campagna.
«Era un mio amico» disse papà. Spostai lo sguardo dalla pianta di cachi abbarbicata al muretto del cimitero e guardai il nome sulla lapide. Il tizio si chiamava Luigi. L’avevo già visto, il nome. Però non l’avevo letto. «Come può esserlo per te Gianni, o Valerio» concluse.
Sobbalzai. Dei suoi amici d’infanzia papà mi raccontava spesso. Di quel “Luigi” però, non mi aveva mai parlato.
«Amico delle elementari» precisò.
Osservai la foto sulla tomba, facendo un rapido calcolo. Fino a poco prima, avrei giurato che il tizio sulla tomba fosse nato prima di lui, tuttavia... avevo undici anni e faticavo a credere che mio padre potesse mentirmi.
«Andavamo a scuola in bicicletta. Non c’era mica la corriera».
Sospirai, aspettandomi il solito pistolotto su quanto fosse più dura la vita ai suoi tempi. Era il suo argomento preferito, quando andavamo al paese. Quello, e il fatto che lui, Halloween, quel carnevale fuori stagione, non lo capiva. Per papà il 31 ottobre era solo due giorni prima dei morti.
«Andavamo e tornavamo in bicicletta. In questa stagione era un problema».
Intuii dove andava a parare. Il Ponte della Bella Sposa, sulla provinciale. Ci passavamo sempre e, ogni volta, papà mi raccontava che si chiamava così perché, poco dopo essersi sposata, una ragazza ci si era buttata sfracellandosi nel fiume, una ventina di metri sotto. Come prevedibile, si diceva che la Bella Sposa apparisse ai viandanti solitari.
Pensai che papà stesse per raccontarmi una storia di fantasmi: stava avvicinandosi la notte di Halloween e forse aveva cambiato idea in proposito.
Poi pensai al Ponte, una striscia di asfalto, ferro e cemento sopra un torrente che usurpava la qualifica di fiume. Lo si attraversava in mezzo minuto, senza farci caso, ma se si avevano undici anni, o nove, o otto, e si era soli, in bicicletta, al buio, doveva essere diverso.
Mi guardai in giro. Le ombre si erano allungate e la nebbiolina, alzandosi dal terreno, mi palpava le gambe con mani diacce.
Scoprii che non avevo tanta voglia di sentire quella storia.
«Luigi era un ciclista migliore di me. Dopo più di trent’anni posso dirlo, anche se mi ci è voluto un pezzo ad ammetterlo. Ogni volta che arrivavamo al Ponte della Bella Sposa mi impegnavo per raggiungerlo, ma non ce la feci mai. Era lui a rallentare».
Si schiarì la voce come se non ne avesse veramente bisogno. Mi sentii imbarazzato e fissai i cachi. Erano rossi e vivaci come se avessero raccolto tutto il sole che l’autunno si era portato via.
«Aveva stoffa. Ora credo che fu quello il motivo per cui ci perdemmo di vista. Dopo che andammo alle medie continuammo a frequentarci, anche se sporadicamente, ma quando mi iscrissi alle superiori smettemmo. A volte non riesci a perdonare agli altri di essere migliori di te. Li ammiri, li segui, li imiti, ma non riesci a perdonarglielo. Sai che divenne un ciclista professionista?».
«Era bravo?» domandai vincendo l’imbarazzo.
Papà guardò ancora la foto sulla tomba, e anch’io.
La consapevolezza che Luigi fosse morto, e che fosse morto giovane, mi colpì improvvisa ed evidente come il sole che lambiva l’orizzonte. È morto come potrebbero morire Gianni, o Valerio, mi dissi, è morto come potrei morire anch’io
Vidi il giorno dei morti sotto un’altra luce: una ricorrenza che non era possibile evitare come non era possibile impedire al sole di sprofondare nella terra umida. Per la prima volta ebbi una fugace, complessiva visione del futuro e ne ebbi paura.
«Era maglia nera». Papà tossì di nuovo. Quella tosse strana, faticosa.
«C’era fame, allora» proseguì «E le strade non erano come adesso. Polvere, fango... chi stava dietro si inzaccherava. Qualcuno pensò di premiare non solo il primo, ma anche l’ultimo. Quello che si beccava tutto quello sporco. Comunque, erano soldi».
«E lui era sempre l’ultimo?».
Altro colpo di tosse. L’aria si raffreddava rapidamente. «Lo faceva apposta. Non ti sto dicendo che fosse così bravo da vincere sempre, ma poteva fare meglio. Io lo sapevo. Lo sapevo bene».
«Barava?».
«Si fermava per cambiare una camera d’aria che non aveva bisogno di essere sostituita. O per crampi che non c’erano. In un’occasione fece sosta in un’osteria per un panino». Negli occhi gli comparve un brillio ironico ed io sorrisi di rimando, come un’eco di luce.
«Non lo beccarono mai?».
Papà si alzò il bavero della giaccia sollevando allo stesso tempo la testa come per un cenno d’intesa.
«Una volta rimase vittima del suo stesso gioco. Arrivò così tardi che i giudici se ne erano già andati, assegnando la maglia nera ad un altro. E i soldi».
«Gli sta bene» dissi. Me ne pentii quasi subito, ma ormai m’era uscito.
«Lo pensavo anche io. Quando c’erano gare meno importanti, dove i concorrenti erano meno agguerriti, arrivava primo».
«Barava» ripetei. Non mi sembrava la parola giusta, ma la dissi lo stesso. Faceva freddo. Del giorno restava un rosso sbiadito, come un cachi divorato dalla bocca dell’orizzonte. 
«Tiravo in ballo le regole, il rispetto, la dignità... scuse. Volevo un pretesto per avercela con lui.  A me mica avevano chiamato, a quelle gare».
Tossì ancora. Desiderai che abbassasse il bavero, mostrandomi la solita faccia. Un uccello notturno lanciò il suo richiamo da qualche parte nel buio.
«Non doveva fare il furbo, anche se aveva fame» insistetti. Mi sembrava importante afferrarmi a quell’idea. Era un modo per non affrontarne un’altra.
«Ti insegnano quanto è importante vincere, arrivare primi... ma alle volte è solo una questione di priorità e allora ci vuole più coraggio a rallentare che a correre via. Come sul Ponte della Bella Sposa».
La domanda mi uscì come se fosse salita dalla terra, passando attraverso i piedi infreddoliti. Credo che sia stata la mia prima domanda da adulto «Aveva famiglia?».
Papà parve raddrizzarsi e mi scompigliò i capelli, poi si avviò all’uscita, facendomi cenno di seguirlo. Di colpo, era tornato quello di sempre, anche se una parte di me sapeva che non lo avrei mai più visto allo stesso modo.
Tornammo a casa, riuscendo ad arrivare in tempo alla Festa Macabra, e, anche se quella sera vidi i  mostri di Halloween sotto una luce differente, alla mattina mi ero scordato tutto.
L’unica cosa che seguitava a tornarmi in mente era la foto sulla tomba. Avrei giurato che l’uomo fosse troppo vecchio per essere coetaneo di papà, ma, come ho detto, avevo undici anni e faticavo a credere che mi avesse mentito.
Tre anni più tardi scoprii che l’aveva fatto.
Aveva mescolato la storia dell’uomo nella tomba con quella di un vero ciclista che, per vincere la Maglia Nera, era ricorso a tutti  quei trucchi, e anche ad altri.
Mi infuriai con lui ed ero contento di avere un motivo perché quella tosse strana si era presentata sempre più spesso e, un anno prima, papà se n’era andato davvero e per sempre.
Tuttavia non credo di aver capito fino in fondo quella storia fino all’altra sera, vicino al Ponte della Bella Sposa.
Non è più necessario passare di lì per andare al paese perché hanno costruito una strada molto più veloce. Privo di manutenzione, e poco battuto, il vecchio percorso è tornato ad essere uno sterrato, pieno di fango e polvere. Forse è giusto così.
Io mi ci trovavo perché, anche se sono sempre convinto che le ricorrenze sono il prezzo che bisogna pagare per avere le vacanze, ho imparato che ogni cosa ha un prezzo.
Mi era arrivato un messaggio sul cellulare e, per leggerlo, avevo accostato.
A un certo punto due ciclisti mi hanno sorpassato e uno ha alzato una mano in segno di saluto, poi ha guardato di qua e di là, come per controllare che, in giro, non ci fosse il fantasma della Bella Sposa.
Allora ho visto i loro capelli bianchi, e come, pedalando, stavano affiancati.    
Ci hanno messo un po’, per attraversare il ponte, ma va bene così.
Vai piano, papà.


NDA: Proprio come nel racconto, la storia del ciclista che voleva arrivare ultimo, non è affatto inventata, come si può verificare qui http://www.gazzetta.it/Ciclismo/Primo_Piano/2006/10_Ottobre/02/malabrocca.shtml.
Anche il Ponte della Bella Sposa esiste davvero e fa parte di un percorso podistico o ciclistico che si può controllare qui:  http://www.easyrunner.it/percorsi/cavalcata-lungo-il-savio/. E, ovviamente, anche la leggenda della Bella Sposa è vera, nella misura in cui può esserlo una leggenda.

15 commenti:

  1. Mi è sorta la domanda: l'età della voce narrante all'oggi.
    Halloween è sbarcato in Italia pochi anni fa sull'onda del consumismo.
    L'undicenne già festeggiava allora?
    Poi il solito dubbio: ma questi ragazzini sono sveglissimi, fanno ragionamenti che nemmeno gli adulti si sognano...
    Per il resto, sciolti i dubbi temporali, tutto bene, soprattutto per il tempismo.
    SIDDHARTA

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  2. Ciao Sid. Mi sono posto anche io il problema dei tempi e ti dico come l'ho risolto. Trent'anni fa Halloween era nota, ma non festeggiata. Ricordo che ancora nei primi anni '80 era detta "una ricorrenza americana che prenderà piede anche da noi" (almeno così si esprimeva un Manuale delle Giovani Marmotte. Dieci anni dopo, intorno alla metà dei Novanta, era già festeggiata (ne ho diretta contezza, almeno nelle città) e da allora si è sempre più diffusa; direi che già nei primi duemila era "istituzionalizzata". Ipotizzando che oggi la voce narrante abbia sui venticinque anni, possiamo ipotizzare che sia nata intorno al 1990, verso la fine dei '90 / primi duemila, abbia avuto modo di festeggiare la ricorrenza e oggi possa narrare la vicenda avvenuta in quel periodo. Quello che è un po' sbalestrato è invece l'età del genitore che, verosimilmente, dovrebbe nato intorno ai primi anni '60, quindi dopo il periodo in cui ancora si premiava la Maglia Nera - ma infatti il protagonista dice di avere scoperto che il padre aveva mentito.
    Quanto all'intelligenza del bambino undicenne, non è affatto sorprendente (in effetti la prima parte della storia riferisce l'inizio di un processo di maturazione). Un giorno ti racconterò come sono arrivato alla conclusione che Gesù Bambino non portava i regali di Natale (figurarsi Babbo Natale). Non andavo ancora a scuola ma non ero certo un genio. Però, sempre per questioni di tempistica, mi sa che ti toccherà aspettare Natale ehehehe.

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  3. M'aggi' 'accattato na checozza ggialla...
    e arinto ll'aggio tutta sbacantata;
    ll'aggio intagliato 'a vocca, ll'uòcchie, 'o naso,
    pecché chi 'a guarda s'ha dda spaventà.
    po' nce aggia mette arinto nu ceroggene...
    aggia vedè l'effetto po' che ffà!

    *Chocozza=Zucca;
    *Sbacantata=Svuotata;
    *Ceroggene=Candela Steatica.
    Piero ZURLO in vena di impaurire.

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  4. Ecco, perfetto! è anche questo lo spirito di questa ricorrenza, l'impossibile connubio tra riso e paura, impossibile perchè sono due facce della stessa medaglia, che sono unite, ma non si guardano mai. Fra un po', forse, suoneranno alla porta e i dolcetti sono pronti. Saranno vestiti da mostriciattoli, i bambini, e rideranno.
    Linguisticamente: sono del nord, ma ho capito tutto o quasi senza consultare la glossa. Un cordiale saluto.

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  5. Altroché se sono furbi i mostriciattoli: prima ho risposto ad un gruppetto, che, purtroppo, non avevo dolcetti e loro hanno replicato che, alla peggio, andavano bene anche dei soldi; quasi quasi mi faccio una maschera al caolino e mi unisco a loro...
    La storia é giusta per ricreare l'atmosfera di quet'antica festa celtica che è giunta a noi attraverso un bel giro dell'oca e va annegando sempre più nel consumismo più spudorato ma che affascina sempre per scenografia (io la ribattezzerei "la festa delle zucche) e, inoltre, prima hanno trasmesso in televisione "la sposa cadavere", il movie di Tim burton" più pendant di così!

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  6. La festa di Halloween è una celebrazione "troppo" anglosassone per attecchire dalle nostre parti, tranne per l'odierna gioventù, sempre in cerca di svago ed evasione. Mi è piaciuto, invece, molto il tuo avvincente racconto, scritto in maniera fluente che, prendendo spunto da questa banale ricorrenza, trasmette un fine messaggio psicologico sottinteso nel dialogo intercorso tra il padre ed il figlio, riguardo la morte imminente del genitore. Complimenti, una bella penna.

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  7. Ben detto,Ganimede.
    La festa delle zucche, vuote dico io, nel senso di cervelli privi di ragionevolezza.
    Ogni occasione è buona per far casino e confinare la certezza della nostra breve tribolata storia terrena.
    Sid

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  8. A PROPOSITO DI ZUCCHE VUOTE PER ALLACCIARMI A SIDDHARTA;
    CAPE VACANTE (TESTE VUOTE)
    ***di Pietro ZURLO***

    Cape vacante senza ’nu penziere
    songo ’e cchecozze pe’ ffa festa a ’e muorte;
    cu fform’e mostre chiene d’’e mistere,
    da ggente ca nun sape che d’è ’a morte!

    ’O bbello è ca chesta brutta ausanza
    ’a ’mparano a ’e ccriature proprio ’e mmamme;
    ca vestene chill’angiule ’mparanza
    chi da janara o ’a viecchie varvajanne.

    Po’ l’ati da fantaseme, da zombi,
    ’e cchiù fetiente mostre ’ncopp’o munno;
    no cchiù da principesse o d’angiulille…

    fanno 'o piacere a diavule e Zefierne.
    Chille, vanno truvanno proprio chesto…
    d’essere allicurdate int’a sti ffeste!!!
    ^^^^^^^^^^
    *Cape vacante=Teste vuote
    *Checozze= Zucche
    *Mparanza= Tutte assieme
    *Janara=mostro femminile
    *Varvajanne=Barbagianni, vecchio gufo.
    -ONORIAMO INVECE COME DA TRADIZIONE I SANTI MORTI!

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  9. Mah... non penso che Halloween sia più consumistica di San Valentino o della festa della mamma o della donna o del nonno o di ferragosto.
    Senz'altro è meno consumistica del Natale o della Pasqua. Però quelle sono feste religiose e non dovrebbero esserlo, consumistiche. Questa, almeno, non è religiosa - se non in un senso molto ampio e remoto.
    E sinceramente, credo che sia meglio per i bambini andarsene in giro mascherati e ridendo di cose di cui in teoria dovrebbero aver paura, così da affrontare la paura stessa, piuttosto che starsene a rimbecillirsi davanti al televisore o peggio ancora al computer.
    E sapete secondo me perchè succede questo? Perchè la nostra società ha interrotto il rapporto con la morte - che prima era presente nella vita quotidiana e manifestata attraverso tutta una serie di simboli - dal velo nero della vedova, alla fascia al braccio, ecc. - perchè non riesce ad affrontarla.
    Prova ne sia che la tradizionalissima festa dei morti non è neppure più festa civile. Come dire che la morte non deve esistere. E mi piacerebbe sapere quanti dei vindici custodi della tradizione la festeggino andando anche solo al cimitero - per tacere dell'aspetto religioso che è confinato ai credenti.


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  10. Hai ragione Pietro. Onoriamo i Morti. Secondo me la diffusione di Halloween è legata proprio anche all'abolizione di questa ricorrenza. La morte mica si cancella per decreto. Ma il due novembre (e anche il quattro) sono inopinatamente spariti dal calendario - ricordi come qualche anno fa provarono a far sparire anche la Befana?

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  11. Un bel racconto, malinconico e pulviscolare.
    Il tono fa da legante tra i due binari della storia, quello del rapporto tra il padre e l'amico e quello tra padre e figlio.
    Per certi versi è anche un racconto di riscatto dal rancore.
    Rancore del padre per le potenzialità dell'amico e l'uso che ne faceva, e rancore del figlio per la morte (=abbandono) del padre.
    La riconciliazione non si esplica tanto nei rapporti tra le figure del racconto (essendo essi su due piani esistenziali separati), quanto in se stessi.
    E il Ponte fa da tramite.

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  12. Hai ragione, Rubrus, la lingua batte dove il dente duole...Si continua ad abolire festività (la maggioranza religiose), contrabbandando queste abrogazioni, con l'inviare il falso messaggio d'incrementare una maggiore produttività socio-economica, mentre l'unico intento è quello di ri-creare unicamente, una nuova forma di nichilismo per arrivare, dulcis in fundo, alla cancellazione della famiglia in senso tradizionale, primo nucleo societario. Sui diritti legali di ciascuno non si discute, compresi, però, anche quelli dei bambini, futuri uomini, che saranno coloro che avranno la responsabilità d'assistere noi, ormai anziani, e condurre avanti la collettività.
    Sperando non si avveri quell'adagio che recita: "Chi semina vento, raccoglierà tempesta", perchè ad ogni azione, inevitabilmente, corrisponde sempre una reazione, magari protratta nel tempo, ma alfine puntuale.

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  13. Potei citare, benchè sia di parte, il detto di Chesterton secondo il quale chi smette di credere in Dio inizia a credere in qualunque cosa. Ecco, forse certi eccessi di credulità - comprese forme deteriori e paganeggianti di spiritismo et similia - si spiegano così. C'è nell'uomo una domanda di "totalmente altro" che non può essere ignorata, anche se deve essere discilpinata e contenuta per non portare alla follia. E il reale non è sempre è razionale. E' reale e se ne frega di ciò che noi consideriamo razionale o no.
    Quanto al racconto credo sia più cose, ma prima di tutto, come dice Claudia, una storia che parla di riconciliazione attraverso la consapevolezza della mortalità e l'intuizione di una possibilità (non di una certezza) in un Oltre. Ed è ovviamente anche una storia di crescita e di legami.

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  14. È stato facile per me immededesimarmi in questa “pastogia”. Dalle mie parti e a quei tempi le storie dei grandi si chiamavano così e quasi sempre mettevano un po’ di paura. Senza contare che mi chiamavano tutti con il mio secondo nome, Luisìn appunto e che sui muri scrostati delle case di campagna si leggeva spesso W Coppi e W Bartali. Ricordo anche, da appassionato di ciclismo che si è sempre favoleggiato molto su questa famosa maglia nera. Fino a poco tempo fa, prima che il ciclismo uscisse dai programmi ufficiali della Rai, i cronisti e i giornalisti della Gazzetta dello sport ci propinavano volentieri storie di questo tipo. Non so se è soltanto una mia impressione, ma io ricordo questi giorni autunnali con temperature molto più rigide. Freddo, nebbia e, se la memoria non mi tradisce, perfino neve una volta. Questa mattina al cimitero invece si stava bene senza giacca e sotto un sole splendente c’era una diversa atmosfera. Anche i crisantemi sembravano fiori fuori stagione.
    Comunque, la festa delle zucche mi lascia abbastanza indifferente. Non ci ho più l’età e ricordo che il carnevale da bambino l’ho sempre festeggiato pressappoco così. Ci vestivamo in maschera, cioè con degli stracci e bussavamo alla porta dei vicini di casa per ricevere dolcetti e monetine. Non recitavamo la canzoncina, ma stavamo in religioso silenzio dietro le maschere per non farci riconoscere. Era l’usanza, anche quella finita chissà dove e soppiantata da altre di provenienza esotica. La diatriba sorta intorno a Halloween mi sembra inutile e la considero una battaglia persa in partenza, ormai tutte le feste, pagane o religiose che siano sono diventate un’occasione ghiotta per il commercio e l’economia in generale. Per tornare al racconto mi è sembrata soprattutto una bella storia, vera o inventata non fa differenza, frutto di ricordi o esperienze strettamente personali, sui quali ci si potrebbe, volendo, sbizzarrire a trovare significati più o meno occulti. Molto gradito, è un genere questo che leggo sempre volentieri.

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  15. Ah Franco, non è una tua impressione: faceva davvero più freddo - e c'era davvero più nebbia di quanto non accada oggi.
    Sono d'accordo sulla inutilità della diatriba intorno ad Halloween. C'è, punto e basta.
    Concordo anche sulla irrilevanza del storia vera / inventata. Parlando di narrativa, la verificabilità o falsificabilità di una storia è immensamente meno importante della sua coerenza interna. Una storia secondo me non è più bella perchè "vera" (id est: Manzoni l'ha fatta fuori dal vaso... ma fino a un certo punto perchè gli stessi PS sono tutta una sua invenzione), ma perchè congruente.
    E quello che conta è la storia. I significati, se uno vuole, li cerca e li trova. Ma non deve essere un obbligo nè devono essere indispensabili per gustarsi il racconto stesso.

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