domenica 15 novembre 2015

101 - Claudia Lamma - narrativa


‹‹Così li avrebbe uccisi Sibilla››.
‹‹Come dice?››
‹‹Dico che così li avrebbe uccisi››.
L'uomo si alzò, le diede le spalle e fece scorrere il terzo cassetto della cassettiera.
Quando tornò a voltarsi, le porgeva un mazzo di fotografie.
La donna rimase incerta.
‹‹Avanti, le prenda›› insistette lui.
La donna obbedì. Un ricciolo scuro le scivolò lungo la tempia, senza premeditazione. L’uomo ne seguì il corso a ritroso, saltando sui dettagli di quel viso da ragazza di Mondrian. Man mano che sfogliava, i gesti della donna si fecero più calibrati e il segno di una ruga leonina si aprì in mezzo alla fronte.
L’uomo la guardò così a lungo da dimenticarsi del tempo.
La donna constatò un’ovvietà.
‹‹Sono cadaveri›› disse alzando la testa.


L’uomo annuì. La donna lo fissò, del tutto inespressiva, quindi riprese a sfogliare le fotografie come se avesse per le mani un catalogo di modelli della Taschen.
Cadaveri, sussurrò l’uomo in un mantra, il suo personale esorcismo.
La ripetizione è il segreto del rito e il rito è lo scheletro di ogni religione, anche quella della ragione e della scienza.
Quella parola, cadaveri, e quell’altra, ruga, lo aiutavano a ricordarsi che esisteva un prima e un dopo. Una sequenza di fari tagliò trasversalmente la stanza. Uno dei fasci recise in fretta il collo della donna e passò oltre.
 Lei ne sembrò divertita e accennò un sorriso. Poi il sorriso scomparve senza lasciare traccia.
L’uomo trascinò la propria sedia. Il rumore stridente riempì per un poco i metri cubi d’aria cava e dozzinale dell’ufficio. Quando il silenzio tornò, lui si sedette pensando a quanto fosse sciatta la sua vita.
‹‹Dovrebbe essere costernata›› disse alla donna, ‹‹o meglio, dovrebbe mostrarsi tale, non crede?››.
La donna non rispose subito. Riallineò il mazzo di foto lungo gli anelli del raccoglitore, lo richiuse con delicatezza e quindi lo posò sulla scrivania.
‹‹Sono tutti suicidi›› disse lei, ‹‹non vedo perché dovrei mostrarmi costernata››.
‹‹Un’altra persona, al suo posto, si sarebbe messa sulla difensiva›› l’uomo si attardò sulla parola difensiva prolungando le sibilanti con nessun risultato.
‹‹Potrei interpretare la cosa come segno di schiettezza da parte sua, oppure l’esatto contrario››.
Lei alzò le spalle.
‹‹Come le pare›› fece un cenno alle fotografie, ‹‹ma deve ancora chiarirmi come, secondo lei, una ragazzina di sedici anni possa avere a che fare con tutto questo››.
 Frugò nella borsetta di pelle che teneva a tracolla, ne estrasse un clipper ricaricabile e prese ad accenderlo e spegnerlo con regolarità, fissando il buco da cui usciva la fiamma.
 ‹‹Non posso fumare e ne avrei bisogno›› lo anticipò, ‹‹lasci che mi sfoghi così››.
‹‹Non sembrava nervosa››.
‹‹Lei non ha l’aria del poliziotto, eppure lo è››.
La pelle della donna, fra indice e medio, era brunita. L’uomo ne dedusse che fumava almeno un pacchetto al giorno da più di dieci anni.
‹‹Da quanto tempo fuma?›› le domandò.
‹‹Avevo tredici anni››.
‹‹Anche sua figlia ha cominciato?››.
‹‹Se rispondessi sì sarebbe una prova a carico?››.
L’uomo scattò dalla sedia e andò alla finestra: la strada era pressoché deserta e non gli rimase che una constatazione, e cioè che tutto si trovava esattamente dove l’aveva lasciato: il grattacielo della Unipol, il ponte sulla superstrada, l’insegna rotta del RodeHouse Grill e i grandi viali alberati che dalla statale riportavano al centro della città, in un inferno di rotonde, vetri a specchio e cemento armato. Solo una pioggia insonorizzata, calata da un cielo senza fondo, offriva una variazione al tema altrimenti identico. Si concentrò sulla parete dell’edificio dalla parte opposta della strada, dove quel tizio famoso in tutto il mondo aveva disegnato un porcospino di due metri, lo fissò a lungo e poi chiuse gli occhi, cercando di ricostruirne l’immagine mentale fin nei più piccoli dettagli. Quando li riaprì il porcospino era ancora là, sdraiato per due metri sul proprio fianco, ma non assomigliava affatto alla riproduzione nella sua testa. Gli succedeva la stessa cosa con le vittime: senza l’archivio fotografico, non sarebbe stato capace di ricordare i loro volti, distinguendo un caso da un altro. 
Ma qui non c’era nessun caso. Non era un interrogatorio ufficiale, soltanto lo sfizio di un poliziotto incapace di accettare che potessero esserci cose inspiegabili, depressioni croniche e vite che, proprio come la sua, non portavano da nessuna parte.
‹‹Non ci sono prove perché non c’è nessuna indagine a carico. Ognuno di quei fascicoli›› disse indicando il raccoglitore sul tavolo, ‹‹è archiviato. Suicidi, giusto? L’ho detto io, l’ha detto lei e lo ha stabilito anche la Procura della Repubblica››.
‹‹Bene›› disse lei buttando il clipper sul tavolo, ‹‹allora adesso possiamo fumare?››.
‹‹Non si fuma qui dentro›› rispose lui, ‹‹è un pubblico ufficio››.
‹‹Mi era sembrato di capire che non fosse così, non questa notte››.
L’uomo diede le spalle alla finestra e la fissò.
‹‹D’accordo›› disse, ‹‹questo non è l’ufficio dell’ispettore Mariani, lei non è la madre di Sibilla e loro non si sono suicidati››.
‹‹E lei non è Mariani›› precisò la donna.
‹‹E io non sono Mariani›› confermò Mariani. Le allungò una Merit. Lei declinò e si mise in bocca una Gauloises. Lui recuperò per primo il clipper dalla scrivania, si piegò su di lei e la fece accendere. Lei diede un lungo tiro e ringraziò.
‹‹Lei è molto galante›› mentì.
Sapeva perfettamente che il gesto non aveva niente a che fare con la galanteria, serviva soltanto a prenderle le misure. Quell’uomo era ancora convinto, nonostante tutto, che bastasse ridurre lo spazio e avere molta pazienza. Così facendo, avvicinandosi all’oggetto d’interesse e aspettando con calma, i milioni di dettagli irrilevanti che ne componevano la compagine, avrebbero poco alla volta rivelato il proprio disegno, fornendogli qualche logica risposta. La donna sorrise di quel pensiero da uomo vitruviano.
‹‹Da vicino sembra ancora più giovane›› le disse lui, ‹‹se non lo sapessi per certo, non crederei che Sibilla possa essere sua figlia››.
La donna si alzò, ‹‹Non è necessario essere adulti per essere fertili››.
Senza chiedergli il permesso aprì la finestra, lasciando entrare il freddo e il traffico blando della statale.
‹‹Avevo sedici anni e potevo ancora concedermi il lusso di credere che certi guai capitino soltanto nei film››.
‹‹Non deve essere stato facile››.
La donna fece spallucce, ‹‹Non saprei dirle›› ammise, ‹‹ci sono situazioni che andrebbero affrontate e basta, c’è chi ci riesce e chi invece no››.
Incurante di quello che avrebbe potuto fare la sigaretta, portò la mano all’altezza del ricciolo e, afferratolo tra anulare e mignolo, lo tirò fino a che non fu abbastanza disciplinato da rimanere dietro l’orecchio. L’uomo la osservò in silenzio per tutto il tempo dell’operazione, inconsciamente pronto a sentire la puzza di pollo bruciato, ma non successe.
La donna gettò in strada il resto della Gauloises, si sporse a guardare la parabola del suo lancio e poi rientrò.
‹‹Sono stanca›› disse, ‹‹sarebbe molto cortese da parte sua se arrivassimo al dunque››.
Prese una sedia, la strisciò fino ad accostarla a quella di lui e si sedette. Per un istante rimasero entrambi a fissare il nero variopinto oltre la finestra.
‹‹Non avevo mai letto Banana Yoshimoto prima di questi… fatti›› iniziò lui. Parlava guardando sempre la finestra, esattamente come lei. Adesso entrambi, uomo e donna, tenevano le mani sulle proprie ginocchia, i piedi paralleli e il mento in alto, puntato alle ombre dietro il vetro.
‹‹Non conoscevo il gioco dei Centoracconti›› disse, ‹‹non prima di aver letto N.P.››.
Disse ancora: ‹‹So che è Lei la traduttrice››.
‹‹Una delle traduttrici›› lo corresse la donna.
‹‹D’accordo›› continuò lui, ‹‹una delle traduttrici. L’unica nippoitaliana con una figlia di sedici anni dal padre ignoto››.
L’uomo si piegò appena in avanti, infilò una mano in tasca e ne estrasse un foglio A4 a quadretti che aprì e ripose sulle proprie ginocchia.
La donna continuava a guardare la finestra e l’uomo trasse un respiro più profondo, mentre inforcava gli occhiali da lettura. Quando cominciò a leggere, lo fece con un tono di voce più raccolto, come per un confessionale.
‹‹Quello che sapevo era che Sarao Takase, oscuro scrittore, aveva vissuto in
America, e durante la sua oscura esistenza aveva scritto una serie di racconti.
Che a quarantotto anni era morto suicida.
Che dalla moglie da cui era separato aveva avuto due figli.
Che i suoi racconti, raccolti in un volume, per breve tempo erano stati un
best-seller in America.
Il titolo del libro: N.P.
Comprende novantasette racconti. Forse per l'incostanza dell'autore, il libro
non è che il susseguirsi di storie brevissime, poco più di semplici bozzetti.
Queste cose le avevo sapute da Shoji, il mio ragazzo di un tempo. Era stato lui
a ritrovare il racconto n. 98, mai pubblicato, e a tradurlo.
Nel gioco dei
Centoracconti
* al termine della centesima storia accadeva
qualcosa. Ma il racconto n. 100 sono stata io a viverlo durante l'estate. Ho la
sensazione di averlo vissuto in prima persona, sulla mia pelle. Di essere stata
risucchiata in un vortice d'aria nel cielo d'estate. Sì, tutto ciò che è accaduto
durante quel breve periodo è stato un racconto›› .
L’uomo tacque. Piegò nuovamente il foglio, lo rimise in tasca e guardò la donna.
La donna si voltò a sua volta.
‹‹Immagino›› disse, ‹‹che quella fosse la calligrafia di mia figlia››.
‹‹Esatto›› lui rispose, ‹‹è un passo del romanzo della Yoshimoto, ed è lo stesso che abbiamo ritrovato addosso a ciascun suicida››.
‹‹Capisco›› disse lei puntando l’indice alla tasca in cui l’uomo aveva riposto il biglietto, ‹‹e come l’ha avuto?››.
‹‹È stata sua figlia a darmelo››.
L’espressione sul volto della donna non cambiò. Portò le mani alla nuca e sciolse i capelli dal fermaglio. Disse: ‹‹Perché lo avrebbe fatto?››.
L’uomo nascose la testa tra le mani e tossì.
‹‹Pensavo volesse allontanare da sé i sospetti›› disse, ‹‹una delle vittime era una sua compagna di classe››.
‹‹Mia figlia era in aula con gli altri quando Marina si è impiccata›› obiettò la donna, ‹‹ma lei questo lo sa perfettamente››.
L’uomo indicò il raccoglitore sul tavolo, ‹‹Lei non ha avuto la benché minima reazione quando in quel mazzo ha visto la foto di Marina››.
‹‹E anche questa potrebbe essere una prova a carico?››.
‹‹No›› si difese lui, ‹‹è solo strano, com’era strano che anche la ragazzina, sua figlia, non fosse affatto sconvolta››.
La donna si alzò, si accese un’altra Gauloises e aprì di nuovo la finestra. La vita giù in strada sembrava ancora più lontana.
‹‹Mi meraviglio di lei›› disse, ‹‹come se strapparsi i capelli e gridare in pubblico equivalesse a soffrire di più, o ad essere più sconvolti›› si tolse le scarpe con naturalezza e si sedette sul davanzale.
‹‹Scenda di lì, la prego›› disse lui.
‹‹Siamo tutti vittime›› lei continuò senza ironia, ‹‹e il primo carnefice è sempre l’io››.
‹‹È quello che mi ha detto sua figlia››.
L’uomo fece un respiro più profondo, prese il pacchetto di sigarette e raggiunse la donna alla finestra. A quell’ora, in quel palazzo di uffici, non era rimasto nessuno, a parte il portiere notturno.
‹‹Io credo›› cominciò l’uomo facendo brillare il clipper, ‹‹che si possa parlare di istigazione al suicidio››.
La donna non disse nulla e lui continuò.
‹‹Penso che, in qualche modo, sua figlia sappia riconoscere i tratti delle vite incompiute… le vite che non trovano una propria logica››.
L’uomo si allungò sul tavolo, afferrò il raccoglitore e fece scorrere le fotografie una seconda volta.
‹‹Sa chi è questa donna? E quest’uomo? E questo ragazzo?›› le chiese.
La donna, suo malgrado, guardò ancora una volta.
‹‹No›› scosse la testa, ‹‹non so chi siano, a parte Marina››.
‹‹Erano tutte persone incompiute›› disse l’uomo, ‹‹persone cui mancava o era stato portato via lo scopo e il senso dell’esistenza››.
‹‹Non sia sciocco›› reagì lei, ‹‹nessuno di noi ce l’ha››.
Sorrise.
‹‹Cosa sono i figli, in fondo, se non la più grande illusione di poter continuare ad esistere anche dopo la morte?››.
Lui scosse la testa.
‹‹Le sto dicendo un’altra cosa››, prese febbrilmente l’album e lo squadernò sul corpo appeso di Marina.
‹‹La vede?›› chiese a voce troppo alta.
La donna annuì.
‹‹Non è perfetta ora?››.
‹‹Non capisco››.
‹‹Questa ragazzina››, il polpastrello dell’uomo sfiorò più volte la sagoma appesa al soffitto del bagno, ‹‹si odiava››.
‹‹Odiava tutto di sé››.
‹‹Questo invece››, puntò il dito sull’uomo a faccia in giù, nel bel mezzo del lago Maggiore.
La donna si chiese per un istante se la località fosse Stresa e se quella che si vedeva in lontananza fosse l’Isola Bella, ma si sentì sciocca.
‹‹Questo invece si era convinto che la vita non gli avrebbe più offerto sorprese. Si lasciava esistere, un giorno avanti all’altro, sempre le stesse cose, sempre le stesse cose, sempre le stesse cose››.
‹‹Questa invece›› continuò, ‹‹si lasciava decidere anziché essere decisa››.
‹‹E mia figlia, secondo lei, li avrebbe spinti a suicidarsi››.
‹‹Esatto››.
‹‹Per fare che? Una folle opera di bene?››.
‹‹Non sia sarcastica, lei sa benissimo perché››.
La donna scese di scatto dal davanzale.
‹‹Sa cosa penso?›› disse cercando di mettere quanto più spazio possibile tra sé e quell’uomo, ‹‹penso che lei si sia fissato con mia figlia. Penso che quelle foto siano troppo composte…troppo esteticamente perfette per essere solo quello che dovrebbero. Penso›› continuò, ‹‹che lei non sia affatto lucido››.
‹‹Sono lucidissimo invece›› disse lui. Aprì un quarto cassetto, ne estrasse un documento e glielo porse.
 ‹‹Lo riconosce?›› domandò.
‹‹È il mio contratto editoriale›› rispose lei.
‹‹Quindi lei non si limita a tradurre, lei scrive››.
‹‹Ora non più››.
L’uomo si abbandonò sulla sedia.
‹‹Ha esaurito le risorse?›› chiese beffardo.
‹‹Non lo so, e non vedo cosa c’entri con tutto questo››.
‹‹C’entra eccome›› disse l’uomo facendo schioccare le nocche, ‹‹sua figlia l’ha solo aiutata a far sì che il blocco se ne andasse. Sua figlia›› le si avvicinò chiudendola fra l’angolo della finestra e la porta, ‹‹ha fatto in modo che queste persone avessero un senso e che lei avesse nuovi intrecci››.
La donna lo guardò dritto negli occhi. Dietro la finestra, lì accanto, lo skiline della città stava lentamente cambiando.
‹‹Lei non sa quello che dice››.
‹‹Oh sì invece››.
Si piegò in avanti, i gomiti sulle ginocchia e la testa nascosta tra le mani. Prese a muoverle avanti e indietro, in un massaggio che saliva dalla fronte ai capelli e dai capelli alla fronte, più e più volte, con metodica lentezza.
Quando alzò gli occhi, guardò la donna come se la vedesse per la prima volta.
‹‹Scommetto che Sibilla non le ha fatto un fiato su di me››.
La donna scosse la testa, ‹‹Avrebbe dovuto?››.
Si guardò intorno, smarrita. La ruga leonina sprofondò nella fronte e gli occhi scuri corsero da uno schedario all’altro, senza mai mettere a fuoco.
Quando tornò in sé e parlò, l’uomo non riconobbe la sua voce.
‹‹Che cosa avrebbe dovuto dirmi mia figlia?››.
Fece un passo nella sua direzione. Le tremavano le mani.
‹‹Qual è la natura dei vostri rapporti?›› lo incalzò, ‹‹E cosa di lei, di tutto…›› allargò le braccia ad abbracciare la stanza, ‹‹questo dovrebbe interessarmi?››.
‹‹Qui›› disse quietandosi, ‹‹non c’è vita, non più››.
‹‹Ma c’è stata›› la interruppe lui, ‹‹qui›› disse portandosi la mano al petto, ‹‹e qui, e qui››.
La guardò, ‹‹È questo che sua figlia sa fare›› disse, ‹‹disseppellire il vissuto, mettere l’essere umano di fronte a se stesso e, se è il caso, aiutarlo a farla finita››.
Si passò nuovamente le mani nei capelli, in un gesto che non voleva essere consolatorio.
‹‹La natura del mio rapporto con Sibilla…››
‹‹La natura di tutti i rapporti che Sibilla ha intrattenuto con le vittime›› si corresse, ‹‹è confidenziale››.
‹‹Quelle persone›› indicò il raccoglitore, ‹‹io stesso…Abbiamo finito col raccontarle ciò che prima di conoscerla non eravamo riusciti a confessare nemmeno a noi stessi››.
‹‹Sua figlia è un’ascoltatrice granitica›› disse con un sorriso, ‹‹e forse questa, non tanto la sua capacità persuasiva, è la vera arma del delitto››.
‹‹A questo punto›› disse lui, ‹‹dovrei spiegarle come ho proceduto… La prassi, la prassi del poliziotto››.
Si sollevò con una certa fatica, raggiunse il raccoglitore e nuovamente lo aprì.
‹‹Paladini Pietro›› recitò sulla foto dell’annegato di Stresa, ‹‹anni trentadue, nato ad Ispra, si è trasferito a Milano dove ha conseguito la laurea in architettura con il massimo dei voti››.
‹‹Quattro anni fa ha abbandonato lo studio che lo aveva assunto e si è spostato qui, con il progetto di mettere su famiglia in capo ad un anno, cosa che ha poi effettivamente fatto››.
‹‹Solo che la sua compagna, una ragazza di Chioggia, il sette ottobre del 2012 ha centrifugato la loro figlioletta di venti giorni nel cestello della lavatrice, poi si è ingoiata l’equivalente di tre flaconi di lexotan e ha riempito la vasca››.
‹‹Depressione post-partum?›› chiese la donna.
L’uomo fece spallucce, ‹‹Così pare, ma lei lo sa meglio di me, ogni spiegazione è soltanto l’apparenza di una risposta››.
‹‹Non è una frase da poliziotto››.
‹‹Non lo sono infatti›› disse lui, ‹‹non questa notte, ma rimanga con me, in quel momento durante il quale il Paladini rientra a casa e trova la scena. È con me?››.
La donna annuì suo malgrado.
‹‹Il Paladini rientra, e vede. Qualcosa dentro di lui si spacca e non sto parlando solo dello shock, ma di tutta quell’importante ed illusoria impalcatura su cui quell’uomo aveva edificato la propria vita. In un solo giorno, Paladini perde le motivazioni che lo spingono a procedere e le convinzioni che lo hanno reso quello che è. Dopo quel giorno, la sua vita diventa una sequenza di tentativi di recupero, tutti falliti miseramente. Vende la casa e si sposta nel vostro quartiere. Smette di uscire con gli amici. Smette di usare la macchina e va al lavoro in autobus, tutti i giorni la stessa tratta. E indovini un po’››.
‹‹È il venticinque?›› chiese la donna.
L’uomo annuì.
‹‹È lo stesso autobus che sua figlia prende per andare a scuola››.
L’uomo sospirò e fece scorrere le fotografie.
‹‹Vuole che faccia la stessa cosa con tutti gli altri?›› le domandò.
‹‹Non credo sia necessario›› disse, ‹‹lei ha fatto il suo lavoro e ha scoperto che mia figlia li conosceva tutti. Ha scoperto anche che intratteneva con queste persone rapporti amicali, chiamiamoli così. E fin qui, non c’è dubbio, s’è attenuto alla logica dei fatti››.
Frugò nella borsa, ne estrasse un burro cacao, se lo passò rapidamente sulle labbra e poi se le morse come volesse mangiarselo.
‹‹Microferite da stress›› disse mostrandogli l’interno del labbro, ‹‹eccole una mia debolezza››.
‹‹Per continuare›› disse poi lei, ‹‹dalla logica inequivocabile dei fatti lei è passato alle ipotesi. Un suicidio è un caso. Due suicidi una coincidenza, tre una sequenza, non è così?››.
L’uomo annuì.
‹‹Prima di scoprire che tutti conoscevano Sibilla ha scoperto che tutti, anche se in tempi diversi, avevano vissuto nel nostro quartiere?››.
‹‹Sì è così››.
‹‹E questo ha alimentato le sue ipotesi››.
L’uomo annuì.
‹‹Le ipotesi non sono fatti››.
L’uomo annuì, ‹‹le ipotesi sono teorie di fatti, vanno provate. Io non avevo prove e la Procura ha archiviato››.
‹‹Non le è mai venuto il dubbio che queste sue ipotesi riguardo al ruolo di mia figlia, riguardo al… suo movente e al mio grado di consapevolezza nel merito potessero essere errate?››.
L’uomo non rispose. Disse invece: ‹‹Curioso, ho insinuato che Sibilla non le avesse parlato di me e lei mi ha risposto chiedendomi perché avrebbe dovuto. Una madre qualunque, sapendo di quel suicidio a scuola e avendo dato l’autorizzazione a che la figlia minorenne venisse interrogata insieme ai suoi compagni, non avrebbe aspettato, avrebbe chiesto a quella stessa figlia com’era andata, per sincerarsi che la cosa non le avesse prodotto traumi››.
‹‹Come gestisco l’educazione di Sibilla non è affar suo. Per quanto mi riguarda, la vita è complicata e tanto più si aspetta a mettere i propri ragazzi di fronte a questa realtà, maggiore sarà la loro inesperienza quando saranno costretti ad affrontarla, perciò no, non ho avuto alcuna premura al riguardo e non mi sono preoccupata di verificare che mia figlia fosse uscita indenne da un interrogatorio, come lo chiama lei, di prassi››.
‹‹Lei non lo ha fatto solo perché non sa, fino all’ultimo, quale altra storia sua figlia le darà in pasto. Lei non lo ha fatto perché non lo riteneva narrativamente rilevante››.
L’uomo pescò nella propria tasca, estrasse la minuta con la citazione e la spiegò a pochi centimetri dal naso della donna.
‹‹I cento racconti, ricorda?  Il brano della Yoshimoto che tutti i suicidi tenevano in tasca››.
‹‹Certo che mi ricordo›› lei disse.
‹‹È stata sua figlia a darmela, è stata lei a mettermi sulla strada giusta››.
‹‹Mi ha già detto anche questo›› lei disse.
‹‹Sì››, disse lui, ‹‹sua figlia all’inizio voleva che la aiutassi a smettere››.
Si scostò da lei e aprì la finestra, ‹‹Lo sa perché?››.
‹‹No, non so il perché››.
‹‹Nemmeno io. Quello che so è che Sibilla ha cambiato idea e ha deciso di continuare››.
Tossì e poggiò i palmi sul davanzale.
‹‹Davvero non sa chi sono?›› le chiese stanco.
‹‹L’ ispettore Mariani››.
Lui scosse la testa e chiuse gli occhi.
‹‹Io sono soltanto il prossimo››.
Fuori, nel palazzo di fronte, il porcospino di due metri girato sul fianco sembrava aspettarlo.


14 commenti:

  1. E pensare che avevo proprio intenzione di leggerlo quel libro di Banana Yoshimoto . Adesso avrei più argomenti per discutere di questo racconto che è di un sottile che fa paura. Adesso mi taccio e caso mai ne parliamo ancora dopo. Ma come scrive bene questa Claudia... Ah, come scrive bene.
    Forse per il web risulterà un po' lunghetto, ma di sicuro ne vale la pena. L'ho voluto dire per sgomberare il campo da ogni discussione. Io non faccio distinzione tra racconti lunghi e corti, è l'autore che deve sapere quale è per lui la giusta misura. Se va bene a lui, io non ho niente in contrario. Anzi...

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  2. Grazie Franco, purtroppo però credo che tu mi stia sovrastimando. Scrivo questa mia a mo' di nota, per chi si avventurasse nella lettura del racconto che, come giustamente ha sottolineato il master, è troppo lungo per il taglio web. E lo ringrazio per il coraggio con cui, nonostante questo, accetta di postare racconti non conformi al trend. E lo ringrazio pure per la libertà di questo blog, che non vincola necessariamente ad una produzione incanalata, anche in termini di argomenti e forme. La libertà non è un dato banale, è eccezionale anche di questi tempi, e quando esiste va ricordata, perché estremamente preziosa.
    Vengo alla nota: I cento racconti di cui si serve la Yoshimoto ( e di cui mi sono servita io a mia volta) è un sistema narrativo aperto, tramandato oralmente. Lo Hyakumonogatari Kaidankai (百物語怪談会? lett. insieme di cento racconti fantastici) è un gioco del Periodo Edo molto popolare in Giappone. In una stanza, in notte fonda, si accendono cento candele. I giocatori si mettono a raccontare dei kwaidan (怪談? lett. storia di fantasmi). Ad ogni kwaidan raccontato, si spegne una candela. La stanza diviene sempre più buia durante il gioco. I giocatori pensano che quando si spegne l'ultima candela, arrivi un essere soprannaturale, Aoandon.
    Questa la succinta ed efficace spiegazione di Wikipedia. Ora, la Yoshimoto, nel suo N.P., sfrutta il sistema aperto per costruire un metaromanzo. Io, pur con tutti i limiti del caso, ho sfruttato la Yoshimoto per cercare di costruire un meta-noir.
    Dico questa cosa perché dubito che in molti arrivino fin qui, e poi perché, sempre fiduciosa nelle mie risorse, non credo che l'operazione sia del tutto passata, sebbene mi sia impegnata affinché succedesse. Mi dilungo perché credo che il metaletterario rivesta un ruolo fondamentale nella letteratura moderna. E credo anche che, gestito e dosato, aiuterebbe la critica e la manovalanza (gli scrittori) a superare l'annosa questione dei generi. Insomma, usato come esercizio, aiuta ad entrare nelle pertinenze di una tipologia di testo, senza però rimanerci imprigionato.
    Un'ultima cosa. Come Franco, esistono altri soggetti coraggiosi. Settimana scorsa mi è stato chiesto di completare un racconto lungo che verrà inserito in un'antologia che, se non salta tutto, verrà pubblicata in e-book dalla casa editrice Liberaria. Il racconto in questione supera le novemila parole, e il solo chiedermelo, a prescindere dal fatto che alla fine venga inserito o meno, dimostra da parte di questo gruppo coraggio e libertà. Andava detto. E infatti, ragazzi, vi lovvo :)


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  3. A proposito di letteratura metaletteraria mi viene subito in mente "Se una notte d’inverno un viaggiatore" di Calvino.
    Per venire al tuo racconto, è senz'altro buono, benché un po' lungo per me: sì, forse non adatto per il frettoloso lettore del web. Mi pare piuttosto concettoso e intellettuale (in senso positivo) col suo dilungarsi sulla schermaglia fra i due protagonisti, fatta di giochi di parole e gesti studiati.
    La trama è psicologicamente ben condotta, benché l'atto finale mi risulti un po' prevedibile... non subito, da metà racconto, direi.
    Al dunque ti faccio i miei complimenti, Claudia, scrivi bene e hai molta fantasia.

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  4. Sostanzialmente i temi del racconto sono due, intrecciati: il primo è rapporto tra vita e letteratura, il secondo tra letteratura e follia.
    Volendo, si può dunque ridurre il racconto ad una proporzione: la vita sta alla letteratura come la letteratura sta alla follia. La letteratura è quindi medio proporzionale tra i due estremi.
    Naturalmente è una proporzione che dà un esito approssimativo e incerto perché la vita, a differenza della letteratura, non consente, o non consente sempre, di trovare in filigrana un senso.
    Dal momento però che (e questo lo diceva già Erodoto) per trovare il senso ad una storia si deve aspettare la fine, bisogna far finire le vite cui si vuol applicare la proporzione, per ottenere un risultato.
    Sibilla – mi pare che non sia il caso di dire tanto sul nome se non, appunto, nomen omen – forza pertanto le vite cui applicare la proporzione di cui sopra (e quindi si inserisce in questo racconto il tema della hyris) portandole verso il senso – l'autodistruzione per mancanza di senso – che in quelle esistenze coglie o crede di cogliere.
    Questa azione diventa una sorta di sacrificio sull'altare della letteratura per consentire alla madre cui scrivere (quindi mai chiedere a uno scrittore “dove prendi le tue idee?”). E del resto abbiamo davanti un racconto, non una vita vera.
    Ne consegue che il nucleo di questo racconto può essere individuato nell'affermazione della necessità di un senso che, per prendere realtà, deve essere raccontato, benchè quella proporzione che esprime questa incarnazione (la vita sta alla letteratura come la letteratura sta alla follia) dia un risultato non certo – come se fosse una proporzione di numeri irrazionali.
    Strutturalmente, il meccanismo narrativo si basa sui “propagatori di follia”; sul web e anche altrove si trovano siti (giocoforza virtuali e reali) in cui si istiga o addirittura si inneggia al suicidio – sovente con esiti esiziali per gli adolescenti che ne sono i più numerosi frequentatori, ma il racconto inverte i rapporti di forza, per cui è l'adolescente a istigare l'adulto, quasi una perfida lolita.
    Io ci sento l'eco di “Schizo Jimmy”, di Fritz Leiber – uno scrittore di horror e fantascienza. Se così è, ciò dimostra che i generi esistono, ma non incidono sul valore dei testi.
    Sulla lunghezza.
    La letteratura, come ogni arte, è un linguaggio. Come tale, è recettizio, ossia necessita di un interlocutore. Non sono quindi d'accordo con il padrone di casa nel momento in cui dà preminenza al “conta quel che pensa l'autore”. È come parlare col muro e convincersi di avere ragione perché chi tace acconsente (quindi un giorno scriverò un racconto su un muro che risponde...).
    Sono invece d'accordo con Poe quando dice che un racconto deve durare lo spazio sufficiente a concluderlo in una sessione di lettura - e infatti fu grande autore di racconti, scarsino quanto ai romani.
    E oggi, specie sul web, le sessioni di lettura sono molto più brevi che nella prima metà dell'ottocento.
    Non tenerne conto, è, a mio parere, accademismo.

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  5. @ Serenella
    Intanto grazie per i complimenti. Mi rendo conto che a molti possa risultare lungo, ma sul mio parere riguardo alla questione "lunghezza" rimando a qui sotto, quando risponderò a Rub, solo perché altrimenti dovrei copincollare quello che penso anche quando rispondo a lui. Qui ti anticipo soltanto che, nel mio caso particolare, credo che il problema sia più legato ai miei limiti e alle mie "intenzioni" (=poetica) che non all'effettiva lunghezza del testo. Non è falsa modestia la mia, sia chiaro, è proprio una consapevolezza che ho. Grande spunto invece il tuo riferimento al libro di Calvino. In "se una notte d'inverno un viaggiatore", l'idea del racconto come macchina per moltiplicare le narrazioni è esemplificata dalla figura dello scrittore-traduttore-falsificatore Ermes Marana, che aumenta all'infinito il numero di storie traducendo libri, variandone l'ambientazione, sostituendone i personaggi, associando liberamente titoli e contenuti diversi. Inoltre le porzioni dei dieci libri narrati potrebbero essere degli inizi di altrettanti libri ma anche, e con maggior forza, sono dei racconti con la fine sospesa.
    Ciò che viene realizzato all'interno del romanzo di Calvino non è ipertestualità, (infatti il romanzo ha un andamento sequenziale) ma intertestualità, cioè comunicazione tra diversi testi, diversi libri, fossero questi anche dei libri fittizi. Alla base di tutto ciò sta l'idea (dichiaratamente espressa nelle Lezioni americane)di Calvino che i libri tra di loro si parlino e che non possa esistere un libro avulso dall'universo degli altri libri. E quest'ultima frase stringe la mano a quanto ho scritto in precedenza, e cioè che questo tipo di operazione "mostri" come, in termini estetici, la categorizzazione per generi sia un'operazione a posteriori e quindi un prodotto della critica, non dell'oggetto in sé. Nessun manufatto può autodefinirsi, tantomeno un libro. La categorizzazione è uno strumnento necessario, basta non dimenticarsi che di strumento si tratta.

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  6. Io mi sforzo di dire quasi sempre la verità, ma non dimentico i miei doveri di ospitalità, quindi qualche volta sono meno franco di quanto indichi il mio nome stesso. E quando dico che è lo scrittore che decide, è come se dicessi mi casa es tu casa, accomodati pure. In assoluto lo so anch'io che la misura dello scritto conta, eccome se conta. Non è la prima volta che parliamo di taglio web eccetera eccetera, quindi passiamo oltre.

    Dopo Rubrus di solito resta poco da dire sulla sostanza e pertanto lasciatemi dire due parole da incompetente sulla forma.

    Secondo me il racconto è suddiviso nelle canoniche tre parti. La prima termina quando la donna dice all’uomo pressappoco così: sono stanca, facciamo il punto della situazione. Dal mio punto di vista, sul piano della forma, è la più interessante. È in questa fase che esce lo stile della scrittrice. Molti scrittori, soprattutto dell’ultima generazione, scrivono così, non rinunciano alle citazioni di costume, anche alla battuta purché sia fine, intelligente e soprattutto nuova, non hanno fretta di arrivare al punto, lasciano che la storia si dipani lentamente, tra un ammiccamento e un riferimento colto, tra una sigaretta accesa e la vista sulla città, un luogo che non ti viene descritto in modo tradizionale, ma soltanto suggerito. E se non capisci, non hai viaggiato, e non hai letto abbastanza, e se non ti aggiorni continuamente, sono cavoli tuoi, vuol dire che non sei un lettore interessante. Nel senso che non è una lettura proprio proprio per tutti, qualcuno potrebbe perfino trovarla noiosa e troppo ricercata. E va bene, allora sucati un Harmony, che tra l’altro è scritto in ottimo italiano, e si lascia leggere anche in tram.
    Ecco, magari non è proprio così, io mi esprimo male, ma questo modo di raccontare lo trovo interessante, una strada quasi obbligata e forse già troppo battuta. L’autore queste cose le conosce meglio di me, è cosciente di quello scrive. Io ne parlo soltanto per il piacere di confrontarmi con altri lettori, non certo per criticare.

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  7. L'azione mi sembra lenta, alla Poirot.
    Le caratterizzazioni paiono minuziose all'orientale, la trama devo ancora ben inquadrarla a causa dei tanti passaggi.
    Quindi un'impressione d'acchito, la mia.
    Poi si vedrà.
    Preferirei l'espressione < dar di spalle > nei due richiami.
    Forse il refuso < Lei >, se non cerimonioso appunto.
    Una buona penna, analitica e psico-retrospettiva.
    Siddharta

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  8. @ Rub
    Sono d'accordo sul fatto che essendo la letteratura un linguaggio, ed essendo il linguaggio la principale espressione della cultura umana (che continuamente evolve), la letteratura debba necessariamente riconoscere la propria matrice di provenienza, cioè il linguaggio specifico hic et nunc, pena lo scollamento dallo strumento e dall'oggetto, con il conseguente risultato di una non-comunicazione.
    Detto questo, però, voglio spendere due parole per un criterio che faccia da apologia per i ringraziamenti del primo post. Questo criterio è un distinguo. Io ho scritto su commissione e non ho mai fatto un fiato. Credo di aver già ampiamente espresso in commenti, post eccetera, quali siano le mie posizioni rispetto a domanda, offerta e produzione in editoria. Quindi non sono certo quella che si rapporta al settore in maniera utopistica, tutt'altro. Però per il web il distinguo è questo: gli spazi.
    Una rivista on line come "Cattedrale", ad esempio, richiede racconti (limite dato soltanto agli esordienti, che non superino le ottomila parole. Ottomila parole, parola più, parola meno, sono otto pagine A4. Nazione indiana ha altri criteri, ma non ha mai respinto un racconto di quattro-cinquemila parole, purchè giudicato interessante, e allo stesso modo non può prenderne in considerazione uno che ne conti diecimila. Questi 2 esempi riferiscono di riviste e di blog (come Abbiamo le prove, ad esempio) gestiti e organizzati da professionisti del settore, e collegati a case editrici più o meno grandi. Non ho citato posti come Writer's dream o Neteditor perché lì vale il self-publishing, e quindi si tratta di piattaforme espositive, dove io metto e tu leggi se vuoi. Quindi, attenendoci agli esempi di cui sopra, il limite oscilla tra le seimila e le ottomila parole.
    Questo limite si abbassa paurosamente (il range è 1000-1500) quando si passa invece alle piattaforme, ma non per opera del gestore della piattaforma, ma per orientamento del pubblico. Essendo il pubblico composto da "produttori" che leggono anche per essere a loro volta letti, la necessità del breve è in correlazione con la quantità di autori da leggere. Se devo leggere 10 racconti da ottomila parole in un giorno, vuol dire che leggo l'equivalente di un romanzo al giorno, il che è fattibile se si è in pensione e si ha un'ottima vista. E' chiaro allora che è molto più fattibile affrontare dieci racconti da mille parole, per poter leggere in un giorno dieci autori diversi. Quindi il distinguo sta nel fruitore e nelle intenzioni del produttore (che non è lo scrittore ma colui che dirige e organizza lo spazio). Se si va dietro al meccanismo creato da certe piattaforme o dagli stessi social, la lunghezza "media" di riferimento non è più un parametro, ma una follia, nel senso che riflette soltanto l'aspetto negativo dell'evoluzione del linguaggio e della letteratura, e cioè che, paradossalmente, pur riducendo ai minimi termini il testo, le persone non si soffermano sul testo. Cioè fanno della poetica senza, spesso, comprendere quello che leggono. E questo è un problema.
    Venendo al mio testo, il meccanismo narrativo è quello individuato, intertestuale e mirato alla concatenazione (i racconti raccontano da 1 a 99, la Yoshimoto racconta dei racconti, mente e ricompone il 100, io cito la Yoshimoto nel momento in cui cita i 100 e la uso come arma, insieme al potere di ascolto e persuasione della ragazzina, per costruire una catena di delitti che non sono delitti, tecnicamente parlando, e che funzionano ad innesco, cosa per cui il 101 chiude con un finale che sembra chiuso ma è sospeso. E infatti Mariani non dice "io sono l'ultimo", Mariani dice "io sono il prossimo".

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  9. @ Sid
    Grazie. La lentezza è voluta, infatti.
    Sui refusi hai ragione su un paio di "lei" che devo togliere, un paio di espressioni che devo sistemare e un paio di frasi che posso stringere. Ti sei, notando queste cose, inconsciamente avveduto dell'innesto e questo mi fa un gran piacere perché, a prescindere che il racconto alla fine ti piacerà o meno, significa che gli hai dedicato attenzione. Quanto all'innesto, riguarda tutto il pezzo che va da "scommetto che sibilla non ha fatto un fiato su di me" a "lei non lo ha fatto perché non lo riteneva rilevante". L'innesto è uscito dopo il confronto con due amici che, letto il racconto, ciascuno a modo proprio, mi hanno detto: non mostri le vittime, non chiarisci la natura del rapporto madre/figlia e la modalità con cui questa figlia adesca i soggetti. l'innesto, a differenza del resto del racconto, non ha subito riscritture perché non ne ho avuto il tempo. Limato, oltre a spiegare quanto segnalato dai due amici, dovrebbe pure accompagnare il lettore verso una conclusione che, scelta la scelta dell'innesto (scusami il gioco di parole) risulta meno ad effetto.
    Quando ci rimetto mano, vedremo cosa ne uscirà.
    Intanto grazie.

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  10. Claudia. Certo. Il limite della ricerca della brevità è che alla fine uccide la storia. L'asticella, mossa dal meccanismo della voglia di essere letti, si abbassa sempre di più. Paradossalmente, alla fine si arriva a non scrivere niente o ascrivere non storie, ma poesie, aforismi, mottetti oracolari o battute di spirito (di patata, sovente). Se pensi che duemila parole siano troppe (e c'è chi lo pensa..) poi troverai che mille parole sono troppe, poi cinquecento, e così via. Finisce che prima ammazzi la storia e poi ammutolisci.

    Franco, ne parlo qui perchè avevi accennato alla questione altrove.
    Quanto al modo di scrivere per ammiccamenti e per citazioni, un buon esempio è Eco.
    Prendiamo “Numero zero”.
    E' in sostanza la stessa storia de “Il nome della rosa” o “Il pendolo di Focault”, ma più in breve e quindi, soprattutto rispetto al “pendolo”, secondo me in modo molto più efficace e proficuo.
    La morale della storia è che coi segni si può mentire perchè i segni esistono solo se interpretati, ma le interpretazioni non sono mai univoche e sono sempre tantissime.
    La vicenda ruota intorno a un personaggio che rimane vittima del lavoro di decrittazione, fino a finire preda, se non della follia, almeno della paranoia.
    Egli quindi costruisce una storia non perchè interpreta correttamente i segni, che non è possibile perchè non esiste una interpretazione corretta, ma perchè costruisce una interpretazione a posteriori che non è incompatibile coi fatti, anzi pare adattarsi ad essi.
    Come dice Guglielmo da Baskerville nel “nome”: “Non c'era una trama e io l'ho scoperta per caso”.
    Nel “numero” la storia è la pseudostoria di Mussolini e dell'ascesa del Commendatore.
    Nel “pendolo” è la fantastoria esoterica con fanfaluche annesse (pseudostoria volta a “decrittare il senso”, quindi il contrario della tesi di Eco).
    La vicenda apparentemente principale – nel senso che lo è per coloro che la vivono, ma non è la storia narrata dal romanzo - (storia di Mussolini, polemica nominalisti/realisti) funge da “rumore di fondo” e si rivela fatale per i protagonisti.
    Come nel “nome” la “realtà al di là del segno” si potrebbe – ma l'autore non ci crede troppo – trovare nella relazione d'amore (ma della lei della “rosa” non sappiamo il nome e quella del “numero” è un po' autistica e un po' squinternata).
    Stilisticamente – e non a caso il protagonista del “numero” fa il traduttore – il narratore, così come il protagonista narratore, racconta per citazioni o, come viene rimproverato al protagonista del “pendolo”, per “sovrapposizione di superfici”.
    Eco narratore prende le distanze da questo modo di narrare, proprio dei suoi personaggi, di cui vede perfettamente i limiti.
    Personalmente, sono d'accordo con lui, posto che secondo me, per il linguaggio, deve valere il principio dell'iceberg fatto proprio da Hemigway e citato da Claudia. Il trucco – e la citazione è un trucco, un meccanismo narrativo – non si deve vedere, anche se c'è e non può non esserci poiché non esiste storia che non sia stata già raccontata e pretendere di avere trame (non intrecci) originali da raccontare è mera illusione. Ma della chimera dell'originalità, magari, parliamo un'altra volta..

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  11. Sono allibito.
    Non sospettavo minimamente che dietro una narrativa d'evasione ci fosse tanta
    conoscenza scientifico-sapienziale.
    Addirittura una filosofia d'indirizzo tematico.
    A questo punto si potrebbe prefigurare a ragione un corso di docenza para-universitario, se non già esistente.
    Nella mia ignoranza pensavo che a monte della giallistica ci fosse solo il rigore della trama e della precisione investigativa.
    Un divertimento insomma, e non anche una profonda preparazione tecno-scientifico-letteraria.
    Vorrà dire che d'ora innanzi mi accosterò alla materia in modo più attento e rispettoso.
    Per Rubrus: auguri di pronta guarigione.
    Sid

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  12. Volevo fare un'errata corrige, questa: quando ho scritto "parole", in realtà intendevo dire "battute". 6.000-8.000 battute, non parole.
    @Sid: Rub è un manico del settore, hai ragione. :)

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  13. Come Claudia, Rubrus è uno che ciurla nel manico? :-D
    Nooo, non ci credo, anzi non mi pare proprio! :-)))

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