mercoledì 25 novembre 2015

Antirubrica onnivora - BUTTIAMOCI GIU' - n°04

#Buttiamoci giù
4
Lucida-mente

Da domani.
Da domani
non dobbiamo avere paura di prendere un treno, di visitare una città, di frequentare un mercato, di assistere ad un concerto, di volare con l’Air France, di avere per vicini una famiglia di religione islamica. Non dobbiamo farci prendere da quella forma di panico preventivo che col tempo si trasforma in pregiudizio e conduce alla castrazione propria ed altrui.
La strategia del terrore è efficace perché funziona con il criterio della grande Livella: colpisce a caso e colpisce tutti, mendicanti e Re.


Per questo nessuno si sente al sicuro.
Per questo serpeggia la paura.
Quando c’erano i Savi in giro per Bologna, le persone tremavano al solo pensiero di dover fare benzina.
Pensavano: e se rapinano questo distributore proprio quando ci sono io? E se attaccano questa banca proprio quando sono lì che prelevo?
Così la gente aveva cominciato ad andare a piedi pur di non frequentare i distributori, e guardava sempre a terra per non correre il rischio di leggere per caso il numero di targa di un’auto bianca, finendo crivellata di colpi solo per essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Piano piano, l’efferata anarchia d’azione della Uno Bianca aveva prodotto una città allo sbando, prigioniera della propria paura e per questo più facilmente attaccabile.
Ho domato e addestrato puledri selezionati per il salto a ostacoli dal 1998 al 2013.
In diciassette anni di attività, a parte episodi di microfratture, contusioni varie e lesioni a muscoli e tendini, ho avuto la fortuna di non farmi mai davvero male.
Ci sono persone che facevano il mio stesso lavoro le quali, a seguito di tremende cadute e/o incidenti di vario tipo, sono rimaste allettate per mesi. Qualcuno, purtroppo, è sulla sedia a rotelle.
Era un lavoro pericoloso, insomma, e per farlo ci voleva quella passione indistruttibile che è ironicamente rappresentata in Febbre da cavallo.
Mi sono ritirata perché dovevo essere operata e mi avevano tassativamente proibito di sostenere attività fisiche che potessero procurarmi emorragie prima dell’intervento. Così, dopo diciassette anni di lavoro e più di venti di passione, ho deciso che avevo raggiunto il limite d’età e di fortuna. E ho smesso di punto in bianco.
Quel lavoro, addestrare animali di quattro-cinque quintali, mi ha insegnato a riconoscere la paura. C’è una paura buona che è istinto di autoconservazione e una paura cattiva che è pura nebbia per il cervello e si traduce in panico.
‹‹Se hai fifa non ragioni›› diceva il mio mentore, ‹‹e se non ragioni il meglio che ti capita è di farti molto male››.

Diceva anche che il discorso non valeva soltanto per il nostro mestiere ed era vero, vale come regola di vita.
Perciò non smetterò di prendere treni e aerei per via degli attentati. Continuerò ad andare a Roma a trovare mia sorella che si è trasferita lì per studiare alla Sapienza e lo farò nonostante il prossimo venturo Giubileo. Non ho nessuna intenzione di assecondare la strategia del terrore che sfruttando la paura cattiva insita in tutti noi, altera la nostra percezione del pericolo e ci riduce allo stato larvale, privandoci della libertà e mettendoci gli uni contro gli altri in nome di una sicurezza che non esiste, perché siamo comunque tutti destinati a morire.
Credo che la prima risposta a questo calcolato processo di decostruzione, distruzione e abuso, stia proprio nel riaffermare la libertà come diritto di vita.
Avere il coraggio di non cambiare le proprie abitudini. Avere la forza di non farsi sopraffare dai pregiudizi, senza, al contempo, dimenticare quel criterio che distingue una paura dall’altra. È un diritto, la libertà, che ci è stato regalato grazie agli sforzi di quanti ci hanno preceduto. Gente che è morta in nome della democrazia.
Quindi la nostra libertà è anche un dovere. È l’eredità culturale che non possiamo cedere, o calpesteremo il passato da cui veniamo e noi stessi.
È una scelta individuale, che pareggia ancora una volta mendicanti e Re. Ma se ciascun cittadino europeo, pur avendo la giusta paura, avrà la forza di affermare se stesso e la propria libertà, la collettività europea avrà la forza di respingere la strategia del terrore.
Non è facile, ma io e i ragazzi che scrivono con me questo credono.
La prima risposta alla sicurezza proviene da noi, non da fuori.
E non ci sarà nessuno a puntarci un coltello alla gola se non saremo in grado di controllare la paura. Nessuno ci biasimerà. Ma saremo comunque i primi a pagarne le conseguenze.
Perché la paura uccide la mente e noi siamo gli eredi di una civiltà di liberi pensatori.
Postiamo qui di seguito il link di Bruxelles, un racconto di Manuela La Gamma, pubblicato da Abbiamo Le Prove, il sito letterario di Violetta Bellocchio. Manuela La Gamma vive e lavora a Bruxelles da sei anni, ed è là anche adesso. La sua voce e dalla sua voce, se avrete voglia di leggere, verrà più facilmente fuori la conseguenza di quanto stiamo dicendo. Per leggere,
qui.

Toulouse-Lautrec a Pisa
Di
VallyCas

Pisa ospita, al Palazzo Blu, dal 16 ottobre 2015 fino al 14 febbraio 2016, la mostra intitolata “Toulouse-Lautrec. Luci ed ombre di Montmartre”.
La mostra, curata da Maria Teresa Benedetti, con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, della Regione Toscana e del Comune di Pisa, è organizzata dalla Fondazione Palazzo Blu in collaborazione con MondoMostre. Il catalogo della mostra, edito da Skira editore, raccoglie per la prima volta in lingua italiana l’opera grafica completa dell’artista.
L’esposizione consta di otre 180 opere del grande artista, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private francesi e internazionali. Manifesti, disegni, dipinti e, per la prima volta in Italia, una delle più complete collezioni della sua opera grafica, composta da prime edizioni e numerose litografie con dediche originali dell’artista.
Il percorso espositivo della mostra si sviluppa in cinque sezioni: la prima “Le star-luci e colori di Montmartre” è dedicata ai protagonisti e alla vita nel quartiere omonimo e comprende i più noti manifesti realizzati dall’artista. La seconda sezione, “Il teatro, l’opera e lo spettacolo d’avanguardia” comprende una serie di opere dedicate dall’artista agli spettacoli teatrali, di cui è un assiduo frequentatore.
La terza sezione, “Il Grande Pubblicitario”, espone le opere grafiche da lui realizzate per pubblicizzare e illustrare i più svariati oggetti.
La quarta, “Maisons closes” è dedicata principalmente alle undici litografie che compongono l’album Elles, realizzato nel 1986, nel quale l’artista racconta la vita quotidiana delle prostitute, da cui è profondamente colpito.
La quinta, “Nel segno, le passioni”, raccoglie una serie di litografie e dipinti dedicati ai temi cari all’uomo Toulouse Lautrec: i cavalli, il circo, gli incontri e i temi della vita quotidiana.
Oltre a due opere di Degas, il percorso espositivo è arricchito da una selezione delle opere degli Italiens de Paris, capolavori di grandi maestri italiani, tra cui Boldini, Natali, Zandomeneghi e Macchiati.
“Toulouse-Lautrec. Luci ed ombre di Montmartre”, è il titolo scelto per la mostra perché è proprio nel cuore del quartiere di Montmartre, dove a tutt’oggi è possibile ammirare le vetrate di quello che fu il suo atelier, che Lautrec diventa l’anima di Montmartre, diventando attraverso la sua opera, il maggior portavoce dello stile di vita della Parigi di fine Ottocento, la Parigi del Moulen Rouge, di Montmartre appunto, e delle maisons closes, un’umanità sì circoscritta, ma vista dall’interno e descritta con obiettività e furore.
Lautrec, che studia la nudità e vive nei bordelli. Lautrec che ci consegna i veli della Loie Fuller e il fascino di Marcelle Lender, con l’audacia di uno sperimentalismo che aprirà le porte alla modernità e all’uso della rappresentazione artistica come veicolo pubblicitario.
Con l’amico Degas condivide l’audacia per la sperimentazione, mentre grazie a Vincent Van Gogh, conosciuto nel 1886 nello studio di Cormon, Lautrec si avvicina al giapponismo, che rimarrà una costante nel suo tratto.
Compromesso nel fisico fin dalla nascita e ulteriormente debilitato da una serie di vicissitudini, Lautrec farà della sua arte la principale ragione di vita e non smetterà di produrre fino all’ultimo, pur essendo completamente debilitato.
Muore il 09 settembre 1901, a soli trentasei anni.
Per info su tariffe e orari, qui.


I consigli della redazione
Consigliamo ai lettori la visione dell’inchiesta dal titolo: È oro quello che luccica?, andata in onda nella puntata del 22 novembre 2015 di Report, la trasmissione condotta da Milena Gabanelli.
La visione è consigliata a scopo educativo e, per chi volesse, è visionabile qui.
Ci riserviamo in futuro di postare un servizio sulla curatrice del format, Milena Gabanelli appunto, pioniera dei video reporter e donna oltremodo coraggiosa, esempio, per quanto ci riguarda di coerenza etica, ingegno e costanza professionale.
Il suo metodo di indagine giornalistica è diventato scuola per molti promettenti freelance e ha fatto sì che, nonostante i vizi della moderna informazione, possano ancora esistere canali d’informazione e d’inchiesta quanto meno seri.
Detto ciò, anticipiamo la recensione di questo numero quattro, scritta da Rubrus e gentilmente concessaci, che, non a caso, si occupa dell’ultima versione cinematografica di uno dei più grandi detective della storia, Sherlock Holmes.



Sherlock Holmes indaga su se stesso
Di
Rubrus
Siamo nel 1947. Sherlock Holmes è in pensione da quasi trent’anni e si dedica alle api. Solo che, ormai, è novantatreenne e la mente che è stata finora tutta la sua vita comincia a dare segni di cedimento. Le sue capacità deduttive sono intatte, ma dimentica le cose e confonde i casi. All’inizio della pellicola lo vediamo infatti di ritorno dal Giappone, dove è andato a procurarsi una spezia curativa. Lo studioso che lo ha chiamato, però, non era affatto uno studioso esperto di api e spezie, ma, come apprenderemo, un uomo comune intenzionato a capire perché il padre, anni prima, lo aveva abbandonato lasciandogli solo, a mo’ di spiegazione, un laconico biglietto e un volume, appunto, sulle avventure del celebre detective. Ma perché Holmes ci tiene tanto a ricordare e perché vuole rammentare soprattutto un caso particolare (il mistero irrisolto del titolo)?. Perché, scopriremo, quel caso non si è concluso come Watson lo ha raccontato (e come Holmes vede al cinema, guardando se stesso rappresentato sullo schermo ) ma in modo diverso, lasciandogli un così profondo senso di colpa da indurlo a lasciare la professione. Peccato che il novantatreenne ex detective ed ora apicoltore non ricorda perché si senta in colpa, né come sia andato a finire il caso.   
Lo verrà a sapere man mano che scoprirà la vera natura del rapporto che lo lega al ragazzo figlio della vedova presso la quale ha stabilito la propria senile dimora.            
“Sherlock Holmes indaga su se stesso” potrebbe essere il titolo più adatto per questo film. Qualcuno ha detto che “Il processo” di Kafka è un giallo in cui è noto il colpevole, ma non la colpa.
“Sherlock Holmes e il mistero del caso irrisolto” funziona più o meno così. Da un altro punto di vista si potrebbe dire che il meccanismo della mente incompleta o declinante viene usato come ne “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” o ne “La versione di Barney”. Qui è il passato del detective stesso ad essere oggetto di indagine e la sua colpa, verremo a sapere, sta nella sua stessa natura.
Scoprendo (no, non ve lo dico, tranquilli) come è andato a finire il caso irrisolto, Holmes conoscerà se stesso e, in particolare, quei lati di sé su cui, troppo sicuro o forse troppo intimorito, non ha mai voluto indagare.
È una presa di coscienza che passa attraverso la consapevolezza della propria fragilità, conduce alla comprensione della ineliminabile quota di illogicità del mondo e della propria persona, sfocia, in tre passaggi, nella acquisizione, interiorizzazione ed esteriorizzazione dell’affettività, della fantasia (non è un caso che il nodo costituito dalla sottotrama del “giapponese bugiardo” venga sciolto non dai fatti, ma da una storia inventata) e dell’emotività all’interno di un mondo fatto di relazioni umane.
“Sherlock Holmes e il mistero del caso irrisolto” si basa su dissidio tra il personaggio e la persona (il titolo inglese ci parla non a caso di “Mr.” Holmes) e, senza rinnegare la maschera, ci mostra l’uomo.
Ian MC Kellen ci regala un Holmes senile assai credibile, fortunatamente mille miglia lontano da quello di Robert Downey Junior, in perfetto equilibrio tra quello del canone e quello del film, acuto e incerto, smarrito e burbero.   
Il numero 4 di #ButtiamociGiù si chiude qua.
Non abbiate paura.
Alla prossima.















17 commenti:

  1. grandissimo MC Kellen, trovo che a sto giro ci abbia regalato un'interpretazione toccante e centratissima. dopo tanti sherlocchi meccanici e inumani ecco l'"ecce homo", finalmente.
    però devo ammettere che mi ha divertito molto anche la saga di Guy Ritchie, nonostante i personaggi siano molto lontani dallo spirito originale. mah.. sarà perchè coltivo un'insana passione sia per Downey Junior che per Jude Law?
    Fil da vedere. ciauuuu

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  2. Lucida-mente
    Grazie per averci regalato un pezzetto della tua vita, adesso ne sappiamo un cicinin di più su di te e sul tuo modo di guardare il mondo. Il linea di massima credo che si debba essere d’accordo, non dobbiamo lasciarci condizionare, non dobbiamo farci prendere dalla paura e continuare a fare la nostra vita. Be’ il concetto è chiaro anche se si presta a molte considerazioni. Ne faccio una per tutte, e più che una risposta vuol essere una domanda. Avevo una mezza intenzione di andare a Roma in occasione del Giubileo, adesso non sono più così sicuro di volerlo fare questo viaggetto. Che ti devo dire… non lo so se è la reale paura di attentati, una istintiva prudenza a frenarmi. Forse non ci sarei andato lo stesso a Roma per il Giubileo, non sono religioso, quindi perché andarci con tutto quel casino? Forse sto cercando dentro di me delle giustificazioni. Ci devo andare per dimostrare a me stesso e al mondo intero di non aver paura? Ma…
    Insomma è un bel casino, ancora non ho le idee chiare. Ma ti ringrazio per aver sollevato il problema.
    Questo numero è fantastico, c’è un sacco da leggere e me le voglio tenere da conto. Poi arrivo anche agli altri pezzi.

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  3. @Franco, intanto grazie a nome di tutta la Redazione di #Buttiamoci giù. Per i complimenti e per lo spazio che ci concedi.
    Quanto al problema sollevato in Lucida-mente: è naturale avere paura ed è anche giusto. Esiste una linea sottile che separa la paura buona da quella cattiva, così come c'è un confine oltre il quale il coraggio diventa stupidità o, nel caso di attività a rischio (come quella raccontata nell'intro), vera e propria patologia.
    L'adrenalina è la droga naturale più potente che ci sia, e chi passa quel confine di cui sopra ne diventa dipendente. Ma questo è ancora un altro argomento. Rimanendo invece al nostro, di argomento, io credo che la titubanza riguardo alla tua gita a Roma sia più che giustificabile e in linea con quanto suggerito dall'intro. Roma potrebbe essere un bersaglio più interessante della città in cui vivi. Statisticamente parlando ci sono più probabilità, forse, che accada qualcosa in una delle grandi metropoli o nelle città d'arte, piuttosto che non in una qualunque cittadina di provincia. E poi non cambi le tue abitudini perché scegli di non correre quel tipo di rischio. Semplicemente assecondi la prudenza del tuo cervello. Se invece avessi scritto che ti eri barricato in casa, che stavi lasciando marcire le olive e che non ti allungavi manco più al bar per un caffè o un birrino, e che avevi imposto ai tuoi figli di costruirsi un bunker, allora ti avrei detto: il tuo cervello è sopraffatto dalla fifa.
    Ecco, questa è la faccenda.
    Spero che in molti clicchino sul racconto di Manuela La Gamma. Il pezzo che ci ha spinto ad aprire con quest'intro è questo qui: "Quando hanno consigliato di stare lontani dalle finestre mi sono resa conta di una cosa: ho paura. Ho paura di sentirmi trascinata per i capelli in una guerra che non conosco a sufficienza, che non riesco a comprendere. Ho paura di uscire di casa e non sentirmi sicura, di guardare con sospetto ogni velo nella metro, di non riuscire più a leggere nel tram, sbagliando sempre fermata".
    E, capisciammè, è naturale.
    Solo che ci sembrava doveroso ricordare che se non difendiamo la nostra libertà come principio identitario, prima di tutto, ci facciamo prigionieri da soli, in tutti i sensi.
    @ Heep: contribuisci all'antirubrica, pleaze e rispondi al suono del nostro corno come ha fatto, di grazia, il buon Rub. Ci contiamo.

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  4. Yeppaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
    aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
    aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
    aaaaaaaaaaa
    a
    :)

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  5. Accidenti che mestiere interessante, Claudia. Certo non deve essere facile ne leggero ammaestrare cavalli al salto ad ostacoli, mi complimento con te.
    In quanto all'argomento del saper affrontare la paura, sicuramente in certe situazioni bisogna trovarcisi per avere la certezza delle nostre reazioni. Ti posso però dire che al momento la mia reazione è uguale e contraria all'intensità della sfida: cioè è mia intenzione prendere la metropolitana, andare a visitare il Colosseo e andare la domenica a San Pietro per la benedizione papale, cose che in momenti differenti non sarei portata a fare (di solito vado in macchina o a piedi, il Colosseo da ragazza lo visitavo giornalmente (in beata solitudine, senza l'orda turistica degli ultimi tempi), per via della vicinanza della scuola che frequentavo e, come agnostica, non sento la necessità di assistere alla benedizione papale la domenica.
    Papa Francesco ha detto che del suo viaggio in Africa teme le zanzare. Che Papa meraviglioso abbiamo.
    Ciao, alla prossima puntata con grande piacere.

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  6. Circa la paura degli attentati dice il saggio cinese: "se puoi farci qualcosa, perché ti preoccupi? e se non puoi farci niente, perché ti preoccupi?"

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  7. Letto e commentato il racconto di Emanuela.

    Ripensandoci, mio figlio e da poco tornato da Bruxelles e si è divertito un sacco. sarà stata la birra che si è trangugiato e qualche extra che non ha raccontato, sta di fatto che è tornato contento. Adesso però... è un momentaccio. Lo capisco.

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  8. @Serenella: per la precisione facevo pure la groom :) cioè preparavo i cavalli di cavalieri professionisti. Sì, una vita un po' pesante ma nolto bella.
    Sempre in giro.
    Un po' come quelli del circo:)
    Son contenta proprio che ti sia piaciuto 'sto numero 4. I règaz s'impegnano. E mi raccomando, se ti vien voglia di scrivere un pezzo, mandacelo! C'interessa tutto, dalla mostra alla sagra. Tutto.
    Quanto alla paura...è verissimo, bisogna trovarcisi. A presto.

    @ Rub: io me lo porterei nello zaino il mitico saggio cinese :)

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  9. Alla spicciolata.
    La paura: un salutare istinto di conservazione.
    Nel mondo animale la fuga è il rimedio principe per la sopravvivenza.
    Per quanto mi riguarda, in forza del principio etico-filosofico del determinismo, son convinto che il nostro destino sia già segnato fin dalla nascita.
    Agitarsi è inutile, quel che deve accadere capiterà.
    Il Papa: invece di girellare a zonzo per il mondo, che mettesse a posto i guai di casa sua, che sarà meglio.
    I cavalli: si fa presto a dire equini.
    Sono alti da far impressione, e se si cade di sella sono guai...
    Prima dell'avvento dei motori, certe chiese inalberavano a mò di palmarès un fottìo di ex voto a salvezza da incidenti provocati dai cari quadrupedi.
    Ricordo, ai tempi, l'incavo permanente sulla fronte di un compaesano colpito da un calcio di cavallo.
    Da bambino ne ho azzoppato uno col cerchione di bicicletta che rotolando in discesa mi era sfuggito di mano.
    Siddharta

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  10. Bruxelles. Obbiettivamente il disagio c'è. Un mio collega ha dovuto andare a Colonia per prendere l'aereo per tornare in Italia. L'articolo, che ho letto, secondo me tende a confondere un po' due tipi di paure: la paura - base (quella che per esempio un pazzo decida di farsi saltare in aria proprio nel vagone della metropolitana dove ti trovi tu) e la paura derivata, la paura di avere paura, la paura, in sintesi o forse in fondo, di vedere mutato il proprio stile di vita.

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  11. Spero...e lo dico da uomo tranquillo e buon padre di famiglia che questa paura serva anche a dare una calmata ai nostri giovani, figli e nipoti, che occupino il loro tempo libero a cose più concrete ed essenziali...insomma: che serva da freno ad una vita che era andata un po' troppo alla deriva.

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  12. @ Sid: io ho collezionato calci, testate e pestoni.
    Però il peggiore me l'ha tirato Achille, un somaro incazzoso cui limavo le unghie :)

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  13. Toulouse Lautrec, ecco una mostra alla quale parteciperei volentieri. Senza contare che a Pisa ci vado sempre volentieri. Questo genere di notizie si sposa a meraviglia con il blog.
    E pure sulla Gabanelli non ho niente da dire. Dopo tanti anni di onesta attività, mi pare che abbia dimostrato ampiamente di sapere fare bene il suo lavoro. Certo imparziale non lo è mai stata quella trasmissione, forse sconta ancora il peccato originale della terza rete, ma è un bene che i giornalisti non lo siano, almeno si sa da che pulpito arriva la predica.

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  14. Lucida mente: scusate, non vorrei sembrare dissacrante, data l'evidente gravità della situazione, però mi fa (simpaticamente) sorridere Franco che si ritrova con la confusione in testa riguardo all'idea di intraprendere o meno un viaggio che forse non avrebbe fatto comunque per tema che il fatto di rinunciarvi potrebbe apparire come una resa alla paura; però così, secondo me, ti infliggi una violenza psicologica che non mi pare molto in linea con il concetto di "continuare a vivere la vita di sempre". Penso che si debba fare in modo che le scelte continuino ad essere quanto più "rilassate" e meno indotte possibile da processi mentali diretti o inversi che siano (altrimenti si rischia la paranoia). Personalmente, a dicembre, andrò qualche giorno in una città europea, in treno e non in aereo per puro caso (la meta non è lontanissima) tanto il caso è la cosa più fuori di testa che esista: ti uccide per shock anafilattico causato da una puntura d'ape mentre sei in piena campagna (come successo a un mio conoscente), ti salva la vita a Parigi grazie uno smartphone appoggiato all'orecchio (ammesso che il racconto del ragazzo sia vero, naturalmente).
    Quanto al resto viva Lautrec, la Gabanelli e il coraggio di Claudia con i cavalli (anche se io continuo a preferire la macchina che mi pare più gestibile :-D)

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  15. Sherlock Holmes e il mistero del caso irrisolto

    A proposito del film però non ci hai detto se ti è piaciuto o meno. Insomma, lo consiglieresti solo agli appassionati di S.H. oppure è un bel film e basta?

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  16. Non saprei.
    A me i racconti di SH piacciono, quindi non posso dire come lo giudicherebbe uno cui non piacciono o cui sono indifferenti.
    Posso solo dire come è fatto e di cosa parla il film - e che secondo me McKellan ci ha offerto una interpretazione superba.

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