lunedì 9 novembre 2015

La verità uccide - frame - racconto in 3 parti (noir )


Prima parte:

Il bar-tabacchi di Pino, il suicidio di Aldente e una mano di poker.

Il Bar Tabacchi di Pino è un budello cieco con quattro tavoli contro la parete più lunga e un Panasonic appeso al soffitto, sempre acceso su MTV. Lo trovi sullo stradone che taglia in due il paese e non ha un nome proprio, si chiama così e basta.
Pino ha già sbrigato le ultime faccende: ha rovesciato le sedie, caricato i frigoriferi e passato lo straccio con la candeggina.
Al piano di sopra, sua moglie aspetta che le luci dell'insegna si spengano per buttare la pasta. Anche lui attende con pazienza che l’ultimo cliente della giornata finisca di dare un’occhiata alla cronaca locale sul Centro. Sono quasi le nove di sera ma per Giulio, il portiere di notte dell’hotel Corona, le notizie sono ancora fresche.

— Portalo via se ti interessa, così questa notte hai qualcosa da leggere. Ti aiuta a stare sveglio, o no?
Il barista glielo dice tutte le sere. Del giornale Giulio non sa che farsene, ma non ha il coraggio di rifiutare e ogni volta finisce per ripiegarlo e per infilarselo nella tasca della giacca.
Ringrazia con un gesto e non dice una parola.
— Quel tizio lì… Quello che si è sparato in testa… —  attacca Pino  —  Era un cliente del Corona, vero? Faceva Zanoletti di cognome, anche se tutti lo chiamavano Aldente.  Ma che cazzo di nome è Aldente?
La prima è una domanda inutile, e anche la risposta sarebbe ovvia. Per la seconda ci vorrebbe un po’ più di tempo per spiegarlo, ma non ne vale la pena. C’è una nota di sarcasmo nel tono della sua voce, non gli piace quello sguardo di complicità, ma non può far altro che annuire.
— Lo vedevo spesso da queste parti — continua il barista. — Si fermava a prendere il caffè e le Marlboro: due pacchetti.
Giulio decide improvvisamente che è tardi: prende un pacchetto di caramelle dall’espositore, infila le Camel in tasca, mette i soldi contati sul bancone e fa per andarsene:
— La vuoi sentire una storia?
Il suo turno di notte comincia tra dieci minuti, ma deve solo attraversare la Statale al semaforo, camminare sul ciglio della strada per cinquanta metri verso sud ed è arrivato. Anche se ritarda di qualche minuto non è la fine del mondo.
— Sentiamo.
— Una mattina di qualche settimana fa, saranno state le otto, le otto e mezza al massimo, si è fermato un Mercedes. Proprio qui, davanti al bar. Sono scesi due uomini di mezza età e, dalla faccia e da come erano vestiti, si capiva che avevano passato la notte al night, e forse in una bisca. La parlata era molisana, quasi pugliese. Mentre fanno colazione al banco ciancicano tra di loro in dialetto stretto. Non vogliono farsi capire. Cretini! Sono cresciuto dietro il bancone del bar e ho imparato anche il linguaggio delle labbra.
— Si fa tardi — dice Giulio. — Cerca di fare in fretta.
— Te la faccio breve. L’argomento era una mano di poker e un certo avvocato di Teramo che ci aveva lasciato le penne: la casa, lo studio, il conto in banca e l’automobile. Insomma, un sacco di soldi. Parlavano anche di una donna, forse la moglie… Però a quel punto ho dovuto dare retta ad altri clienti e mi sono perso la fine del discorso.
— Non sarebbe la prima volta, che c’è di straordinario?
— Niente, ma se ti dicessi che a vincere la mano era stato Aldente?
— Cazzo! — esclama Giulio. — E il nome di questo avvocato?
— Ah be’, adesso mi chiedi troppo.
— Giulio vorrebbe saperne di più, solo che è veramente tardi, deve proprio andarsene. Volta le spalle a Pino, la mano alzata in un saluto e l’altra già infilata fra le frange della tenda che lo separa dall’uscita. Ci infila anche una gamba e poi si blocca. La sua faccia ricompare tra le strisce di plastica.
— Mi vuoi dire che c’entra tutto questo con il suicidio di Aldente?
Pino fa spallucce — Non lo so, forse niente.
— E allora perché me l’hai raccontato?
Pino gira intorno al banco. Spegne quasi tutte le luci in sala e lo raggiunge sulla porta. Ha gli occhi pallati e un fare cospiratorio. Giulio si sposta d’istinto oltre la soglia, ma la voce dell’altro lo raggiunge lo stesso.
— Adesso siamo in due a sapere che non si è ammazzato per i soldi, non ti pare?

7 commenti:

  1. In tre parti non perché sia particolarmente lungo, e non è nemmeno una scusa per moltiplicare un post, molto più semplicemente è così per dare tempo più tempo ai miei numerozizzimi lettori di leggerlo e di commentarlo. Lo so, è un po’ una pretesa e non sono incline a postare la mia robetta, mi sembra di approfittare, ma in tempi di magra il convento offre quello che ha in cascina. Chi come me preferisce leggere i racconti anche se lunghetti, tutti in una volta sola, è liberissimo di aspettare l’ultima parte. Tanto in tre giorni abbiamo finito. Chi invece ha meglio da fare, buon per lui e amici come prima.

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  2. E no franco, non la racconti giusta! Tu lo fai per tenerci sulle spine e ci riesci! Che dire... intanto sei riuscito a rendere magistralmente l'atmosfera decadente è un po' squallidina del barotto di paese, con quell'esordio poi "un budello cieco con quattro tavoli..." noir é noir!
    Poi, il fatto che il testo sia corto è effettivamente ottima cosa per me, che riesco a leggerlo e commentarlo con una mano mentre con l'altra gestisco l'andazzo della mia zuppa leggendaria della casa...(ora non pensare che l'abbia letto distrattamente é che per noi donne fare così é una necessità!)
    Ah! E comunque a me piace quello che offre la cascina e non é per cortesia nei confronti del padrone di casa! :-D

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  3. Secondo me dovresti inserirne di più dei tuoi lavori, sono sempre piacevoli da leggere.
    Per il noir, la descrizione certosina riesce a renderci visivo l'ambiente e il fare ammiccante di Pino, con l'imbarazzo di Giulio, promettono chissà quali sviluppi.
    Molto bene, aspettiamo il seguito con vivo desiderio.

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  4. Buonissimo incipit, la caratterizzazione è veloce e, al tempo stesso incisiva. Il dialogo tra i due non ha cadute di tono e lo scambio fa sì che il lettore venga preso e portato per mano alla battuta finale, che invoglia a continuare.
    La costruzione, per "elementi progressivi" è ottima.
    Grande Frenk, aspettiamo il resto.

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  5. In verità non ho mai capito perchè in provincia i paesani si ostinino a parla re in un italiano forbito.
    Da le me bande i parlarèss en dialètt...
    Almeno si saprebbe subito localizzare l'ambiente.
    Fuor di battuta, apprezzo la velocizzazione della vicenda, senza inutili ghirigori e aggetti letterari.
    Nel mio poker praticato il valore delle fiches corrisponde sempre ad altrettanti fagioli, mai in denaro.
    Così da consentire al vincitore un ottimo minestrone.
    Quand'ero universitario, con in tasca i soldi dell'immatricolazione all'anno accademico, una volta fui attirato in casa privata per una pokerata.
    Intuita l'intesa degli altri giocatori a sbancarmi, me la filai con una scusa.
    E sono orgoglioso di dichiarare che così facendo anche in altre occasioni, non ho mai perso nè vinto nella mia vita un solo penny.
    Sid

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  6. La lingua e lo stile da usare nei dialoghi è un aspetto sul quale si dovrebbe discutere. Il problema io me lo pongo spesso, ma fino a questo momento mi pare che soltanto Camilleri lo abbia in parte risolto. Ricordo uno dei suoi primi romanzi in cui aveva fatto uso di molti dialetti, credo fosse Il Birraio di Preston, ma non ne sono sicuro. Gli altri scrittori si concedono al massimo qualche battuta in dialetto, per il resto si arrangiano come credono. La gente comune commette degli errori grammaticali quando parla, non usa il congiuntivo per esempio, allora che si deve fare in questi casi? Scimmiottare la parlata locale? Scrivere in volgare?
    E comunque, se io avessi proposto un testo in abruzzese, seppur limitato ai dialoghi, la maggior parte dei lettori che avrebbe capito?
    No, non mi pare d'aver usato un linguaggio forbito nei dialoghi, se fosse vero, sarebbe da considerarsi un errore, perlomeno di stile.
    Però il tema è interessante e ti ringrazio per averlo sollevato.

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  7. Sì, Camilleri deve aver capito il problema.
    Sulla forbitezza: ovviamente il mio ero solo un appunto di carattere generale.
    Ad esempio Rubrus fa pensare e parlare gli undicenni come novantenni di lungo corso...
    Nei film stranieri hanno ovviato coi sottotitoli.
    Sentiamo i pareri anche degli altri corrispondenti del blog.
    Sid

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