martedì 10 novembre 2015

La verità uccide - frame - seconda parte


Seconda parte:
La stanza numero cinquantacinque, la misteriosa amante e le maledette orecchie di Giulio

Seduto sullo sgabello alto e con le mani aggrappate alle ginocchia, Giulio non riesce a staccare lo sguardo dal casellario. Ha gli occhi fissi sulla numero cinquantacinque e sta pensando a quante volte negli ultimi tempi ha dovuto consegnare quella chiave nelle mani di Aldente e della sua stupenda amante bionda. Fa fatica a pensare che non succederà più e in quell’istante, ha la certezza che non rivedrà mai più nemmeno lei. O forse sì? Forse la incontrerà per strada, forse un giorno se la troverà di fronte e sentirà ancora la scossa nelle ginocchia e il sangue mandare a fuoco le sue povere orecchie… Maledette orecchie! Era costretto a portare i capelli lunghi per nascondere quel difetto.

Riprende in mano il giornale che poco prima aveva buttato nel cestino della carta e rilegge l’articolo un’altra volta. Non ci sono dubbi: il suicida è proprio Aldente. Il suo vero nome è un altro, anche se tutti lo chiamavano così perché odiava la pasta scotta. Quando entrava in un ristorante spaccava i maroni al cameriere e al cuoco. — Mi raccomando la pasta, che sia bene al dente. Sono stato chiaro?! La voglio al dente, al dente, al dente…

— Hai letto di Aldente? — fa Cremonini, indicando il giornale. — Ha fatto proprio una brutta fine. Chi l’avrebbe mai detto?
Il mio capo parla con la voce bassa, ha la fronte corrucciata, il viso serio, ma non sembra turbato. Lui ha avuto tutta la giornata per metabolizzare la notizia e il suicidio di Aldente non è più una sorpresa.
— E adesso? — La domanda di Giulio non scuote il titolare del Corona.
— Adesso cosa? — ripete scrollando la testa. — Ti stai domandando perché mai abbia fatto una cosa del genere?
Giulio si stringe nelle spalle e annuisce.
— Che cazzo ne so… forse era stanco di vivere. Vai a sapere. Forse era ammalato gravemente e nessuno lo sapeva. Oppure aveva problemi sulla coscienza. Certo è che abbiamo perso un ottimo cliente. Anche se era un grandissimo figlio di…
Cremonini si tappa la bocca, alza agli occhi al cielo e borbotta, pace all’anima sua, accennando un frettoloso segno della croce.
Poi lo guarda negli occhi fisso e dopo un po’, passando una mano sul cranio lucido, aggiunge:
— Ma tu lo sai chi è quella donna che si scopava?
— No, non lo so.
Giulio si era sempre domandato come facesse una donna giovane e bella come quella, a frequentare un uomo viscido e vecchio come Aldente, e adesso che era vicino alla verità, non era più sicuro di volerla conoscere.
— Quella bionda lì, non è una ragazza da night qualunque. Non è una professionista e nemmeno una baldracca, è una povera donna che…
Cremonini tentenna, è indeciso e all’ultimo minuto decide di tacere.
— Forse ho capito… Non mi dire che è la moglie di un certo avvocato… Un tale col vizietto delle carte?
 Giulio è pentito di quello che ha appena detto, ha seguito il suo istinto e ha aperto bocca senza riflettere, ma adesso guarda Cremonini e teme la sua reazione.
— Ah… lo sapevi anche tu? Oh cavolo! Ma lo sanno proprio tutti. E allora, perché mi fai parlare tanto?

Forse era vero. Forse erano in tanti a sapere ciò che combinava quel vecchio porco, ma probabilmente non tutti conoscevano la verità su quel rapporto strano, e ancora meno erano quelli che potevano dire di averla vista di persona. Lui era il solo in albergo in grado di riconoscerla. Nemmeno Cremonini, che faceva tanto il gradasso, l’aveva mai incontrata. — Ma com’è la donna di Aldente? — gli aveva chiesto un giorno. — È davvero così bella come lui dice?
Aldente, le sere in cui aveva appuntamento con la misteriosa donna dagli occhi tristi e chiari come il cielo d’inverno, cenava solo al ristorante dell’albergo, poi si attardava al bar scolandosi due o tre Vecchia Romagna, e quindi prendeva possesso della stanza che aveva avuto cura di prenotare con largo anticipo. Afferrando la chiave lo guardava fisso dietro le lenti scure dei suoi occhiali e, invariabilmente, ripeteva: — Giovanotto, stai in campana, aspetto una visita importante.
Giulio lo odiava in quel momento. Era certo che volesse sfotterlo ed era come se gli dicesse: — Ehi, bamboccio! Che hai da guardare? Aspetta e vedrai di che cosa è ancora capace questo vecchietto!
Verso le undici, e comunque mai dopo la mezzanotte, lei entrava nella hall con l’aria trafelata. Lo faceva per darsi un tono, e forse era davvero preoccupata, come chi sa di essere in ritardo o nel posto sbagliato. Si avvicinava alla reception e porgendo la patente, lo guardava anche lei dritto negli occhi, ma la sua voce era un sospiro dolce e sapeva di menta fresca.
— Ecco, tenga… — diceva, appoggiando il documento sul bancone della reception. — Per favore, non mi registri… tanto non faccio tardi… vado via presto.
Lo ringraziava con un sorriso e senza aspettare l’ascensore, scivolava leggera sulle scale. Ogni volta Giulio compilava la schedina che, prima della fine del turno, regolarmente cestinava.

Adesso era ancora più convinto di aver fatto la cosa giusta. Però la morte di Aldente era sempre più inspiegabile. Era ricco quel vecchio porco, e possedeva una donna giovane tra le più belle che lui avesse mai visto da vicino, allora perché, si domandava inutilmente, togliersi la vita in quel modo?

8 commenti:

  1. Bene, scritto proprio bene. Aspettiamo si risolva il mistero della bella bionda.

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  2. Ho conosciuto anch'io un avvocato col vizietto del poker.
    In vacanza al mare, con moglie e figlioletto, aveva uno speciale intuito nell'individuare in albergo ospiti col suo stesso hobby.
    Non gli interessavano il mare, la spiaggia, il riposo: solo giocare e svenarsi.
    Perchè lui scompariva la notte e ricompariva il mattino, tra le disperazione della moglie.
    E' morto giovane, alcool dipendente.
    Sid

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  3. Non pensare a Camilleri, scrivi come dio comanda che lo sai fare.
    Ottimo direi.
    A domani

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  4. Sulla prima puntata.
    Mi faceva osservare la mia adorata Santippe che qui al nord < si butta la pasta > a pranzo e non a cena: a cena si tragugia la minestrina...
    Vedi un pò tu, Franco.
    Sid

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  5. Mi fa piacere che l'adorata Santippe legga con tanta attenzione il mio giallino, e colgo l'occasione per ringraziarla e salutarla cordialmente. Tuttavia devo precisare che, nonostante il mio accento polentone sia ancora intatto, vivo da trent'anni e passa al di là del Tronto, dove la pasta si butta tanto a pranzo quanto a cena. Inoltre, avendo avuto una madre di origine siciliana, la minestrina a casa nostra non è mai stata tanto popolare. Mia moglie che è una novarese, la odia perfino e i miei figli non la vogliono nemmeno quando sono malati.
    Però è vero, a casa dei miei zii e dei miei vicini di casa, un tempo la sera era sempre in brodo, e poi stracchino. Ah ah ha




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  6. Sono in perfetto orario visto l'argomento culinario (mannaggia!! Sono al nord e sto cucinando la pasta con i carciofi....)
    Il mistero si fa intrigante, peccato solo che il racconto sia corto (a meno che l'ultima parte non sia lunghissimissima) perché è davvero un bel giallino che meritava di essere tirato un po' per le lunghe; Franco sei stato bravissimo con la caratterizzazione dei personaggi e l'etimologia dell'appellativo "Aldente" fa un sacco ridere mentre, il gergo a tratti irriverente, si amalgama perfettamente con l'ambientazione volutamente squallidina. Moltomoltomoltomoltomoltomoltomolto bravo :-))
    Ne scrivi un altro nel frattempo?

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  7. Sempre sulla minestrina...
    L'adorata mia Santippe mi faceva notare che da noi la sera è tanto di rigore la minestrina da aversi il vecchio proverbio per i ragazzini capricciosi < o mangi questa minestra o salti dalla finestra >.
    Un tempo la minestra era sinonimo di povertà.
    Ricordo che i nostri contadini all'alba ne mangiavano una scodella, di quella avanzata la sera prima, dianzi di accingersi al duro lavoro dei campi.
    Ed io schifiltoso trasecolavo...
    Sid

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  8. Che dire, i gialli però si giudicano soltanto alla fine.
    E lì che vi aspetto e speriamo di non deludere... caso mai ne riparliamo... spereme bbe'!

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