giovedì 12 novembre 2015

La verità uccide - frame - I° - II° - III° parte (completo)


Prima parte:
Il bar-tabacchi di Pino, il suicidio di Aldente e una mano di poker.

Il Bar Tabacchi di Pino è un budello cieco con quattro tavoli contro la parete più lunga e un Panasonic appeso al soffitto, sempre acceso su MTV. Lo trovi sullo stradone che taglia in due il paese e non ha un nome proprio, si chiama così e basta.
Pino ha già sbrigato le ultime faccende: ha rovesciato le sedie, caricato i frigoriferi e passato lo straccio con la candeggina.
Al piano di sopra, sua moglie aspetta che le luci dell'insegna si spengano per buttare la pasta. Anche lui attende con pazienza che l’ultimo cliente della giornata finisca di dare un’occhiata alla cronaca locale sul Centro. Sono quasi le nove di sera ma per Giulio, il portiere di notte dell’hotel Corona, le notizie sono ancora fresche.

— Portalo via se ti interessa, così questa notte hai qualcosa da leggere. Ti aiuta a stare sveglio, o no?
Il barista glielo dice tutte le sere. Del giornale Giulio non sa che farsene, ma non ha il coraggio di rifiutare e ogni volta finisce per ripiegarlo e per infilarselo nella tasca della giacca.
Ringrazia con un gesto e non dice una parola.
— Quel tizio lì… Quello che si è sparato in testa… —  attacca Pino  —  Era un cliente del Corona, vero? Faceva Zanoletti di cognome, anche se tutti lo chiamavano Aldente.  Ma che cazzo di nome è Aldente?
La prima è una domanda inutile, e anche la risposta sarebbe ovvia. Per la seconda ci vorrebbe un po’ più di tempo per spiegarlo, ma non ne vale la pena. C’è una nota di sarcasmo nel tono della sua voce, non gli piace quello sguardo di complicità, ma non può far altro che annuire.
— Lo vedevo spesso da queste parti — continua il barista. — Si fermava a prendere il caffè e le Marlboro: due pacchetti.
Giulio decide improvvisamente che è tardi: prende un pacchetto di caramelle dall’espositore, infila le Camel in tasca, mette i soldi contati sul bancone e fa per andarsene:
— La vuoi sentire una storia?
Il suo turno di notte comincia tra dieci minuti, ma deve solo attraversare la Statale al semaforo, camminare sul ciglio della strada per cinquanta metri verso sud ed è arrivato. Anche se ritarda di qualche minuto non è la fine del mondo.
— Sentiamo.
— Una mattina di qualche settimana fa, saranno state le otto, le otto e mezza al massimo, si è fermato un Mercedes. Proprio qui, davanti al bar. Sono scesi due uomini di mezza età e, dalla faccia e da come erano vestiti, si capiva che avevano passato la notte al night, e forse in una bisca. La parlata era molisana, quasi pugliese. Mentre fanno colazione al banco ciancicano tra di loro in dialetto stretto. Non vogliono farsi capire. Cretini! Sono cresciuto dietro il bancone del bar e ho imparato anche il linguaggio delle labbra.
— Si fa tardi — dice Giulio. — Cerca di fare in fretta.
— Te la faccio breve. L’argomento era una mano di poker e un certo avvocato di Teramo che ci aveva lasciato le penne: la casa, lo studio, il conto in banca e l’automobile. Insomma, un sacco di soldi. Parlavano anche di una donna, forse la moglie… Però a quel punto ho dovuto dare retta ad altri clienti e mi sono perso la fine del discorso.
— Non sarebbe la prima volta, che c’è di straordinario?
— Niente, ma se ti dicessi che a vincere la mano era stato Aldente?
— Cazzo! — esclama Giulio. — E il nome di questo avvocato?
— Ah be’, adesso mi chiedi troppo.
— Giulio vorrebbe saperne di più, solo che è veramente tardi, deve proprio andarsene. Volta le spalle a Pino, la mano alzata in un saluto e l’altra già infilata fra le frange della tenda che lo separa dall’uscita. Ci infila anche una gamba e poi si blocca. La sua faccia ricompare tra le strisce di plastica.
— Mi vuoi dire che c’entra tutto questo con il suicidio di Aldente?
Pino fa spallucce — Non lo so, forse niente.
— E allora perché me l’hai raccontato?
Pino gira intorno al banco. Spegne quasi tutte le luci in sala e lo raggiunge sulla porta. Ha gli occhi pallati e un fare cospiratorio. Giulio si sposta d’istinto oltre la soglia, ma la voce dell’altro lo raggiunge lo stesso.
— Adesso siamo in due a sapere che non si è ammazzato per i soldi, non ti pare?


Seconda parte:
La stanza numero cinquantacinque, la misteriosa amante e le maledette orecchie di Giulio

Seduto sullo sgabello alto e con le mani aggrappate alle ginocchia, Giulio non riesce a staccare lo sguardo dal casellario. Ha gli occhi fissi sulla numero cinquantacinque e sta pensando a quante volte negli ultimi tempi ha dovuto consegnare quella chiave nelle mani di Aldente e della sua stupenda amante bionda. Fa fatica a pensare che non succederà più e in quell’istante, ha la certezza che non rivedrà mai più nemmeno lei. O forse sì? Forse la incontrerà per strada, forse un giorno se la troverà di fronte e sentirà ancora la scossa nelle ginocchia e il sangue mandare a fuoco le sue povere orecchie… Maledette orecchie! Era costretto a portare i capelli lunghi per nascondere quel difetto.


Riprende in mano il giornale che poco prima aveva buttato nel cestino della carta e rilegge l’articolo un’altra volta. Non ci sono dubbi: il suicida è proprio Aldente. Il suo vero nome è un altro, anche se tutti lo chiamavano così perché odiava la pasta scotta. Quando entrava in un ristorante spaccava i maroni al cameriere e al cuoco. — Mi raccomando la pasta, che sia bene al dente. Sono stato chiaro?! La voglio al dente, al dente, al dente…

— Hai letto di Aldente? — fa Cremonini, indicando il giornale. — Ha fatto proprio una brutta fine. Chi l’avrebbe mai detto?
Il mio capo parla con la voce bassa, ha la fronte corrucciata, il viso serio, ma non sembra turbato. Lui ha avuto tutta la giornata per metabolizzare la notizia e il suicidio di Aldente non è più una sorpresa.
— E adesso? — La domanda di Giulio non scuote il titolare del Corona.
— Adesso cosa? — ripete scrollando la testa. — Ti stai domandando perché mai abbia fatto una cosa del genere?
Giulio si stringe nelle spalle e annuisce.
— Che cazzo ne so… forse era stanco di vivere. Vai a sapere. Forse era ammalato gravemente e nessuno lo sapeva. Oppure aveva problemi sulla coscienza. Certo è che abbiamo perso un ottimo cliente. Anche se era un grandissimo figlio di…
Cremonini si tappa la bocca, alza agli occhi al cielo e borbotta, pace all’anima sua, accennando un frettoloso segno della croce.
Poi lo guarda negli occhi fisso e dopo un po’, passando una mano sul cranio lucido, aggiunge:
— Ma tu lo sai chi è quella donna che si scopava?
— No, non lo so.
Giulio si era sempre domandato come facesse una donna giovane e bella come quella, a frequentare un uomo viscido e vecchio come Aldente, e adesso che era vicino alla verità, non era più sicuro di volerla conoscere.
— Quella bionda lì, non è una ragazza da night qualunque. Non è una professionista e nemmeno una baldracca, è una povera donna che…
Cremonini tentenna, è indeciso e all’ultimo minuto decide di tacere.
— Forse ho capito… Non mi dire che è la moglie di un certo avvocato… Un tale col vizietto delle carte?
 Giulio è pentito di quello che ha appena detto, ha seguito il suo istinto e ha aperto bocca senza riflettere, ma adesso guarda Cremonini e teme la sua reazione.
— Ah… lo sapevi anche tu? Oh cavolo! Ma lo sanno proprio tutti. E allora, perché mi fai parlare tanto?

Forse era vero. Forse erano in tanti a sapere ciò che combinava quel vecchio porco, ma probabilmente non tutti conoscevano la verità su quel rapporto strano, e ancora meno erano quelli che potevano dire di averla vista di persona. Lui era il solo in albergo in grado di riconoscerla. Nemmeno Cremonini, che faceva tanto il gradasso, l’aveva mai incontrata. — Ma com’è la donna di Aldente? — gli aveva chiesto un giorno. — È davvero così bella come lui dice?
Aldente, le sere in cui aveva appuntamento con la misteriosa donna dagli occhi tristi e chiari come il cielo d’inverno, cenava solo al ristorante dell’albergo, poi si attardava al bar scolandosi due o tre Vecchia Romagna, e quindi prendeva possesso della stanza che aveva avuto cura di prenotare con largo anticipo. Afferrando la chiave lo guardava fisso dietro le lenti scure dei suoi occhiali e, invariabilmente, ripeteva: — Giovanotto, stai in campana, aspetto una visita importante.
Giulio lo odiava in quel momento. Era certo che volesse sfotterlo ed era come se gli dicesse: — Ehi, bamboccio! Che hai da guardare? Aspetta e vedrai di che cosa è ancora capace questo vecchietto!
Verso le undici, e comunque mai dopo la mezzanotte, lei entrava nella hall con l’aria trafelata. Lo faceva per darsi un tono, e forse era davvero preoccupata, come chi sa di essere in ritardo o nel posto sbagliato. Si avvicinava alla reception e porgendo la patente, lo guardava anche lei dritto negli occhi, ma la sua voce era un sospiro dolce e sapeva di menta fresca.
— Ecco, tenga… — diceva, appoggiando il documento sul bancone della reception. — Per favore, non mi registri… tanto non faccio tardi… vado via presto.
Lo ringraziava con un sorriso e senza aspettare l’ascensore, scivolava leggera sulle scale. Ogni volta Giulio compilava la schedina che, prima della fine del turno, regolarmente cestinava.

Adesso era ancora più convinto di aver fatto la cosa giusta. Però la morte di Aldente era sempre più inspiegabile. Era ricco quel vecchio porco, e possedeva una donna giovane tra le più belle che lui avesse mai visto da vicino, allora perché, si domandava inutilmente, togliersi la vita in quel modo?


Terza parte:
Un po’ di gossip, qualche ricordo e un fiore sulla tomba di Aldente

Mancano pochi minuti alla chiusura e il bar di Pino non è vuoto come sempre a quell’ora. Seduti al tavolino più lontano, due clienti chiacchierano fitto davanti ai propri bicchieri vuoti. Nei calici è rimasto un po’ di liquido giallognolo, e l’odore inconfondibile della mandorla è ancora nell’aria. Il più vecchio è già brillo, ha un sorriso ebete stampato in faccia, ascolta il compagno con le palpebre a mezz’asta, e fatica a mantenere la testa in equilibrio. L’altro invece, quello di spalle, parla ad alta voce: anche lui ha fatto il pieno, ma regge meglio l’alcool. Ha la sbornia allegra, la lingua sciolta, anche se non si capisce bene di che cosa stia parlando. Non è del posto, si sente dalla parlata che arriva dalle montagne.


— Hai sentito cosa sta dicendo quel coglione?
Giulio scuote il capo sfiorandosi l’orecchio; allora l’oste si allunga dalla sua parte e con lo straccio in mano finge di pulire il bancone.
— Sta parlando di Aldente, dice che tanti anni fa, quando era ancora un giovanotto, è dovuto scappare dal paese perché aveva messo nei pasticci una donna. Il padre di lei, voleva fargli la pelle!
— Non si fa fatica a credergli — aggiunge Pino — quel vizietto ce l’aveva di sicuro.
Il montanaro dice altre cose, anche sul conto della famiglia, e a Giulio prende la fretta di uscire dal bar. Si sente soffocare. Ha bisogno d’aria. Sono tre giorni che in paese non si parla d’altro. Ormai tutti sembrano convinti che Aldente si sia ucciso per una delusione d’amore. La giovane amante, una donnina allegra e intraprendente nelle ultime indiscrezioni, dopo averlo spennato per bene, lo aveva definitivamente abbandonato. E la gara ad infangare la memoria di Zanoletti era solo all’inizio. Del resto Aldente, traffichino arrogante, che si spacciava per agente immobiliare, donnaiolo impunito e cosa ancora più difficile da accettare, giocatore d’azzardo baciato dalla fortuna, non era mai stato simpatico alla maggior parte dei compaesani.
Giulio invece a quella versione non credeva affatto ed era rimasto scettico anche sul resto delle chiacchiere. Doveva solo dimenticare in fretta tutta la storia e non pensare più a lei. Di Aldente, in fondo, non gli era mai importato nulla.

Il lungomare è spazzato da un forte vento di levante e la pioggia arriva a scrosci dalla parte del mare. L’asfalto lucido è uno specchio nero sul quale scorrono riflessi e giochi di luce in rapida sequenza. Immagini che si dissolvono ogni volta che la Fiesta incontra i fari di un'altra vettura. Giulio pensa ai giorni di festa in cui suo padre tornava a casa in licenza: ai regali sotto l’albero, al salotto buio e le diapositive sulla parete. Tramonti da cartolina, panorami notturni e scorci di strade poco illuminate, erano i soggetti preferiti del papà. Ne scattava a centinaia, poi costringeva tutti gli invitati a sedute interminabili davanti al proiettore. A ottobre sono già… un sacco d’anni che lui non c’è più. Sembra sia passato un secolo. Forse perché la data sulla lapide è di un altro millennio. L’ultima volta che l’ha vista faceva ancora caldo. Al camposanto ci arriva in un mattino fresco e luminoso, uno di quelli che precedono il Natale, e non sono un’eccezione da quelle parti. Ha soltanto un maglione addosso eppure non sente freddo. Non ha detto niente alla mamma, preferisce essere solo. Ha comperato al chiosco dei crisantemi bianchi e si sente impacciato con quel mazzo di fiori in mano. Molto meglio così, perlomeno evita d’infilarsele nelle tasche.

Deve percorrere il vialetto centrale altrimenti si perde, poi, quando arriva al monumento con l’angelo, sa che deve svoltare a destra. Da lì non è difficile… il posto di papà lo conosce bene. Nel prato ci sono tumuli freschi e non tutti hanno una fotografia. Una però la riconosce subito e ha un sussulto. È quella di Zanoletti Domenico e c’è un fiore col gambo lungo sulla terra compatta. Fa un effetto strano leggere il nome così per esteso. Anche la fotografia non è recente, non sembra nemmeno lui. È molto più giovane ed è senza occhiali. Non glieli aveva mai visti gli occhi… così chiari e con quel taglio triste. E quella fronte. La bocca poi è identica. Si inginocchia per guardarla meglio e adesso non ha più dubbi. Adesso conosce la verità, la verità che ha ucciso Aldente.

FINE

(frame)

27 commenti:

  1. Acc. si chiude nel mistero questo giallo: che niente niente Aldente ha scoperto che si tratta di un...
    No, mi taccio, te lo dirò privatamente il mio sospetto, perché voglio prima vedere che ne pensano gli altri.
    Bravo, però, te lo ripeto: una prosa scorrevole, con un buon tratteggio dei personaggi, nonché belle descrizioni degli ambienti.
    Alle due ti telefono (p.m., naturalmente, non ti spaventare) :-))

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  2. Eh, mi pare che ci sia un bel colpo di scena finale! E tu poi sei stato bravo con quel dire non dire, svelando il mistero puntando sui tratti somatici, sul colore degli occhi, sull'innegabile somiglianza; e poi c'è il dettaglio della donna che Aldente aveva messo nei pasticci che, lí per lí mi era anche sfuggito... certo che scoprire che era la figlia rende plausibile l 'estremo gesto. Bravo Franco, mi é piaciuto molto (te l'avevo detto che mi piaceva, non mi occorreva aspettare la fine!! :-))

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  3. Non riesco a recuperare le prime due parti: conto sull'accorpamento dell'intero racconto.
    Poi, non avendo costituzionalmnete talento introspettivo, non sono ancora riuscito a sciogliere il giallo.
    Malgrado la dritta di Ganimede.
    Spero che la lettura tutta di seguito serva ad illuminarmi...
    SID

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  4. Sul linguaggio e la questione del dialetto. Inutile fissarcisi: è il solito mito del realismo. Se i personaggi rozzi dovessero parlare in dialetto, allora, se parlasse, per esempio, un rappresentante dell'Onu dovrebbe parlare come un diplomatico, ecc. Insomma, si dovrebbe pretendere che l'autore conosca tutti i tecnicismi conosciuti dai personaggi della storia. Questo non soltanto la renderebbe noiosa, ma incomprensibile ai non tecnici e, dal momento che l'autore non può essere onnisciente, un vero tecnico ci troverebbe comunque degli errori - e quindi sarebbe fatica sprecata. Basta che ci sia quella "accettabile approssimazione" che, essendo congruente alla storia, la rende credibile e avvincente.
    Sull'intreccio, be', secondo me è chiaro, benché suggerito, ma non so se esplicitarlo, quindi starò sul vago.
    Tanto per fare un rilievo marginale.
    Soprattutto se si considera che si tratta di una storia a puntate, e quindi inevitabilmente ora che hai letto la terza, hai dimenticato metà della prima parte, io avrei insistito un po' più sul particolare rivelatore, ripetendolo un po' più spesso, e l'avrei reso un po' più evidente (la prima cosa che mi viene in mente è un dettaglio fisico peculiare, ma non deformante, che so... una fossetta alla Kirk Douglas sul mento, insomma, qualcosa di un po' meno generico dell'incarnato), magari sacrificando un po' certe descrizioni d'ambiente.
    Sono però opinabili sfumature.

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  5. Beh sí, magari un dettaglio fisico più peculiare ci sarebbe anche potuto stato bene, tipo il solito neo sulla guancia o chessò ...
    Però dai, si è soffermato sul particolare occhi con un' osservazione insolita, com'é che era? "Occhi chiari come il cielo d'inverno" mi pare....

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  6. Io lo trovo un racconto davvero buono. Buona la caratterizzazione, i dialoghi e la progressiva struttura a disvelamento che porta alla rivelazione finale, o colpo di scena che dir si voglia. Se devo fare il pelo all'uovo, e lo faccio perche' altrimenti sarebbe bastato scriverti bravo e basta, il punto debole che io individuo -per il nesso su cui si sofferma anche rub- sta nella digressione in cui il narratore 'mostra' l'amante di Aldente e descrive, tramite uno stralcio di conversazione, il rapporto intercorrente tra la stessa e il narratore. In questo delicatissimo punto, il lettore si approccia per la prima volta in maniera diretta con la 'chiave' del racconto, cioe' la tipa e se, da un lato, la di lei descrizione fisica puo' essere bastevole per la conclusione stessa, le motivazioni che spingono il narratore ad essere omertoso come lei chiede (= non registrarla) sono poco caratterizzate. Cioe' la cosa viene liquidata con una fascinazione che e' solo riportata, non fatta vivere al lettore. Ma e' fare il pelo nell'uovo. Pero', curando maggiormente le 2 battute di scambio e la descrizione contestuale, ritengo diventerebbe non necessaria la reiterazione di cui parla Rub. E in ogni caso, gia' cosi', si legge tutto d'un fiato. Brev

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  7. Incredibile dictu!
    Insomma io non ci sono ancora venuto a capo del giallo, malgrado l'abbia ripreso più volte da capo.
    Chi ha ucciso Aldente?
    Ancor di più: prego spiegarmi la soluzione dettagliatamente ( conclusioni della polizia, ecc. ).
    Ringraziando, Sid.

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  8. Ah non guardare me! (Magari sbaglio pure) ma rifletti sull'ultima frase "la verità che ha ucciso Aldente" non la persona....

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  9. Stai scherzando, vero Sid? Comunque ecco qua la soluzione.
    Si è trattato di Suicidio, Sid.
    Suicidio comprovato dalle indagini della polizia che ha così archiviato il caso.
    Il povero Aldente si è suicidato dopo aver capito che la bella amante bionda altro non era che la figlia avuta in gioventù da una donna del suo paese... dal quale era dovuto scappare per sfuggire alle ire del padre di lei (ne parlavano i due tizi alticci al tavolo del bar, ricordi?).
    Gli occhi innamorati di Giulio, che aveva bene impresse le sembianze della donna che si presentava in albergo, andando al cimitero e vedendo la foto giovanile dell'Aldente hanno immediatamente riconosciuto la somiglianza fra loro due, e lui ne ha tratte le debite conclusioni.
    Il tutto è presentato nel racconto in maniera sottile ma efficace, senza inutili lungagini o appesantimenti. Insomma: un piccolo gioiello.

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  10. Caro Sid, non dare retta agli amici, il colpevole è il maggiordomo. E se non l'avevi capito consolati, non sei il solo, e la colpa è mia che non mi sono espresso bene!
    La prossima volta voglio scrivere una storia d'ammmore a luci rosse. Se mi ricordo ancora qualcosa sull'argomento, nella peggiore delle ipotesi ti interpello, renditi disponibile e non far sapeer nulla all'adorata Santippe, mi raccomando.
    A tutti gli altri risponderò con calma perchè mi interessa il parere di tutti e sono sempre disposto a mettere mano ai miei racconti per migliorare. Lo dico davvero, è stata una bella esperienza. Dai, datevi da fare, mandatemi i vostri lavori. Se sono lunghi meglio, li serviamo a spezzatino.

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  11. Levate le spiegazioni nel finale, l'unico indizio vero e proprio si trova nel titolo.
    Un bel racconto, tutti i crismi del giallo classico.
    Sei bravo e lo sai di esserelo, ma in questo caso ha ragione Rubrus, un indizio in più non avrebbe fatto difetto, avrebbe reso il racconto meno rompicapo.

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  12. Un incesto, dunque.
    Io non ci sarei mai arrivato: sarà che sono tutto acqua e sapone...
    Ah, le donne!
    Sid

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  13. Adesso che è finito, lo copio e me lo leggo con calma.

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  14. Ahahah! E' risaputo che le donne ne sanno una più del diavolo, Sid.

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  15. Il giallo infinito...
    Già, ma lui, l'Aldente, come ha fatto a capire che la lei era sua figlia?
    Sid

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  16. Bella domanda Sid, vorrei saperlo anch'io, ma ormai Aldente è morto e nessuno può risponderti. Nemmeno il protagonista la conosce con certezza, ti devi fidare della sua intuizione, oppure rifiutare la sua conclusione. Non è obbligatorio condividerla, ma i fatti sono questi. Lo so, tu vorresti conoscere tutti i dettagli della storia, ma per farlo avrei dovuto scrivere un mezzo romanzo. Allora ti confido un segreto. La prima intenzione era quella di scrivere una storia molto lunga e complessa, poi mi sono rotto le scatole e fatto un lavoro di taglio e cucito. Magari l'abito è uscito un po' stretto e mal fatto. Vedremo di fare meglio la prossima volta. Se ce ne sarà l'occasione naturalmente. Io aspetto sempre anche i vostri lavori. Perchè non me li mandate, non teneteli nel cassetto, non date retta ad Epitteto, pubblicate, pubblicate, almeno qui non si paga e c'è soddisfazione. Io perlomeno mi sono divertito un sacco e ringrazio tutti per l'attenzione.
    Se ci sono altri consigli io li prendo volentieri, e state sicuri che ne tengo conto, sono sempre pronto a mettere mano ai miei lavori. I miei racconti sono sempre in cantiere per la revisione e di cisacuno ne ho numero versioni.

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  17. Comunque l'Aldente si è suicidato:
    - perchè divenuto impotente alla scoperta dell'incesto;
    - perchè la figlia gli ha detto di essere incinta di lui dopo aver saputo
    dell'incesto;
    - perchè affetto da un male incurabile all'ultimo stadio;
    - perchè... perchè...
    Sid

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  18. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  19. Ragazzi, non avete capito la sottile finezza che si nasconde nella costruzione narrativa.
    Prima di tutto non è stato il maggiordomo, ma soprattutto.....Giuglio non dice la verità.
    Alla fine del racconto, osservato l'aspetto di Aldente e dopo aver fatto i debiti collegamenti , Giuglio afferma di aver capito tutto , non dovete credetegli.
    L'astuto narrartore vuole depistarvi.
    La verità è che è lui,Giuglio, il colpevole. Ha ammazzato Aldente devastato dall'invidia
    e dalla dalla consapevolezza di non poter mai aspirare a tanta grazia terrena, cosa che noi capiamo benissimo.
    FRAME il tuo racconto mi è piaciuto e l'ho trovato anche scritto in modo corretto e veloce.
    Ciao
    Bicio

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  20. Veramente, se non ho letto male, è Pino a dire che Aldente Zanoletti si è sparato in testa, non Giulio.
    E poi, se fosse vero quanto dici, vorrebbe dire che prima Giulio ha ucciso Aldente e poi fatto i collegamenti di parentela.
    Infine, è molto difficile simulare un omicidio come quello descritto facendolo passare per suicidio (bruciature guanto di paraffina, angolo con cui il proiettile entra).
    Da ultimo, lo stesso Giulio dovrebbe essere così abile da dissimulare pure la vera causa di morte.

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  21. Penso che Franco se la gongolerà tutta...
    Sid

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  22. Rubrus,pensi che abbia fatto un po di confusione? accecato Io dall'invidia?
    Ricordo, comunque, a tutti che il narratore è scaltrissimo ed è un affabulatore abilissimo...lo conosco bene.
    Comunque di una cosa sono certo......non è stato il maggiordomo.
    Bicio

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  23. Comincio ad avere seri dubbi su chi sia stato! :-)))

    Capperi che giallo coi fiocchi! ;-)

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  24. Caro Nicolson,
    L'è minga pusìbil! Giulio e l'autore non sono la stessa persona. La tua è una insinuazione tendenziosa e, semmai, mi potrei identificare con Aldente, che tra i due è il più fetente.
    Ha ragione Sid, mi sto divertendo, a dimostrazione che un giallo intricato e complicato, anche se involontariamente, fa discutere di più, non c'è niente da fare. Resta inteso che non sottovaluto il suggerimento di Rubrus, qua e là si poteva lasciare qualche indizio, anche a scapito di qualche nota di colore.

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  25. Secondo me è come la lettera rubata di Poe. Nessuno la vedeva proprio perchè era lì davanti.
    "La verità ha ucciso Aldente" - che si è suicidato.
    La verità è dunque che - penso che ormai si possa dire - la donna con la quale aveva una relazione era la figlia.
    Edipico. Anzi, elettrico.

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  26. Rubus svegliati, possibile che tu non abbia ancora capito che stavamo ironizzando, oppure anche tu stai facendo ironia?

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