mercoledì 18 novembre 2015

SCIGHÉRA - Rubrus - racconto

«L'è rivada la scighéra» aveva annunciato la vecchia Teresa,  avvolta nell'informe vestaglia azzurra, gli occhi opachi e spalancati in un'espressione di vuota, stupefatta demenza.
«L'è rivada la schighéra» aveva ripetuto ciabattando per il cortile nebbioso, e la sua voce aveva il suono fesso, cupo e smarrito di una campana a morto.
Poveretta aveva pensato Paolo affrettandosi al lavoro è proprio andata.   
Aveva cercato di ricordarsi quanti figli avesse e dove abitassero, ma senza riuscirci.
Quando era uscito in strada un altro pensiero la aveva distratto.
Solitamente, il movimento delle auto e le luci dei lampioni, lenti a spegnersi nelle riluttanti mattine di novembre, la disperdevano, ma quel giorno non era così.
Una caligine densa e porosa era calata sulla via, rendendola una sbiadita fotocopia di se stessa.
Un nebbione – come si diceva – da tagliare col coltello.


Si rese conto di essere salito sul tram solo dopo che ebbe superato la seconda fermata.
Fino a quel momento aveva osservato l'impenetrabile, ostinata colata di vapore acqueo che aveva cancellato la città.
Non vedeva una nebbia simile da quand'era bambino, e forse neanche da allora.
Scighéra era la parola in dialetto. Dimenticata anche quella.
Volgendo lo sguardo sugli altri passeggeri – ma fugacemente, perché gli erano sembrati, allo stesso tempo, ansiosi e inespressivi come il grigiore là fuori – e posandolo sulla lampada zigrinata appesa al soffitto, gli era venuto in mente che avrebbe dovuto prendere la metropolitana.
Per raggiungere l'ufficio anche il tram andava bene, ma sarebbe stato costretto a cambiare due linee.
Una volta facevo così si disse prima che prolungassero il metrò. Mi sono distratto e ho ripreso inconsciamente le vecchie abitudini.
Ma la metropolitana era stata costruita undici anni prima. E lui la prendeva da allora. Ogni giorno.

«Che nebbia» disse Carlo guardando fuori dalla finestra.
Controllò l'orologio: le nove e mezzo.
«Augusta non è ancora arrivata» constatò.
«L'hai detto anche tu. C'è nebbia» ribatté Carlo.
Non che ci fosse bisogno della segretaria: il telefono era tranquillo; persino le mail erano insolitamente poche.
Carlo accostò le tende «Non fa differenza. Tanto fuori non si vede niente».
Si sedette e prese a smanettare al computer. Per un po' si sentì solo il click del mouse. «Mi piacerebbe sapere dov'è finita» disse.
«È solo in ritardo. E poi è una giornata tranquilla» rispose Paolo.
Guardò le tende serrate. Scoprì di essere contento che Carlo le avesse chiuse. Non si vedeva niente, fuori. Ed era contento di non poter vedere quel niente.  
«Ho sentito la radio. È una roba eccezionale. Sono anni che non è così intensa. Dicono di non uscire di casa, a meno che non sia indispensabile».
«Una volta Milano era la città della nebbia. Io però sono anni che non vedo una  così. Sono anni che non ne vedo per niente, a dire il vero».
Paolo prese il cellulare e selezionò il numero di Giulia. Avvertiva il bisogno di sentire la sua voce, di sapere che era arrivata in ufficio. O, meglio ancora, che non ci era andata affatto. Si sentì sciocco. Cosa avrebbe potuto succederle?
Ovattato, si udì uno schianto. Cozzare di auto. Ma attutito, come se le macchine fossero avvolte nella bambagia.
«Qualcuno ha fatto il ciocco» diagnosticò Carlo con un sorriso nervoso..
Paolo impugnò di nuovo il cellulare. Cercò il numero di Giulia e non lo trovò. Ah già, l'aveva messo tra i numeri con chiamata rapida. Come aveva potuto scordarlo? Premette il tasto. Il logo rotante che indicava la ricerca di connessione vorticò pigramente sei, sette volte, poi svanì con un gemito dolente.
«Quei marchingegni moderni» sbuffò Carlo. Lui usava un vecchio modello da pochi euro, con le sole funzioni di fonia e messaggistica.«Chiamo Augusta» dichiarò.
Carlo consultò i siti di notizie. Le prime erano dedicate alla nebbia record. La scighéra.
Come hai potuto scordare di aver messo Giulia tra i numeri preferiti? È successo solo una settimana fa.
Non era un modo molto romantico per contrassegnare l'inizio di una relazione, ma, nel libro segreto del proprio cuore, ognuno usa i segnalibri che preferisce. Anche se sarebbe più significativo ricordarlo a memoria, il numero. Solo che  lui non ce la faceva. Non in quel momento, almeno. E sei sicuro che sia solo un momento, vero?.
Sentì Carlo parlare al telefono con Augusta – forse il collega aveva ragione, sui cellulari.
Si alzò, stizzito. Eh no, così non andava. Giulia non era il tipo da dare importanza agli anniversari, ma non era questo il punto. Il punto era che lui avrebbe dovuto, avrebbe voluto ricordarselo. Al di là di ogni altra considerazione, non era uno sciupafemmine.
Scostò appena le tende. Era come se, dietro, qualcuno ne avesse steso un altro paio. Scure e pesanti, come i drappi funebri che si usavano una volta. L'è rivada la scighéra aveva detto la vecchia Teresa. Quella voce come una campana a morto.
«Ha detto che non viene» annunciò Carlo alle sue spalle.
Paolo si voltò. Il collega teneva il cellulare in una mano, il viso rivolto per tre quarti verso di lui, per un quarto verso il computer. Alla luce del monitor sembrava pallido, esangue.
«Fa bene» replicò Paolo, voltando le spalle alla finestra. «Con questa nebbia...».
«Non capisci» disse Carlo e Paolo si avvide che non sembrava spaventato. Lo era. Gli occhi erano grandi e liquidi. «Mi ha detto che non se la sentiva di affrontare il viaggio, ma per qualche secondo...» una sirena echeggiò, lontano «Ho avuto l'impressione che non sapesse con chi stesse parlando».
«È solo nebbia» disse Paolo tornando a sedersi.
Mosse il mouse per chiudere la pagina internet, ma non lo fece. Ora tutte le notizie parlavano della nebbia.
Cercò di mettersi al lavoro, ma sapeva cosa fare. Controllò la posta: non c'erano nuovi messaggi. Guardò l'ora: le undici. Non era possibile. Non era rimasto accanto alla finestra così tanto.
Sicuro?.
«È davvero un fatto eccezionale» disse Carlo «Ricordi che questa estate non pioveva mai? Hanno provato a creare le nuvole usando sali, cristalli e nitrati per favorire la condensazione. È così che si formano le nuvole e la pioggia: un precipitato di minuscole gocce attorno a un catalizzatore. È lo stesso fenomeno che provoca la  nebbia, per questo una volta ce n'era così tanta. Meno riscaldamento, meno auto... ma soprattutto grosse particelle di sostanze inquinanti che attiravano il vapore acqueo presente nei bassi strati dell'atmosfera. Poi l'inquinamento è cambiato. Microparticolato e tutto il resto. Ma quest'estate hanno sparato in aria quella roba. L'ho letto in rete poco fa». 
«E allora?». 
«Un essere umano è fatto per il settanta per cento di acqua. Una medusa per il novantotto per cento. Dicono che la vita sia cominciata nell'acqua: pozzanghere, probabilmente. Lì non ce n'è molta, come nella nebbia. Questo nebbione è fatto di acqua per il novantanove per cento. Ma il resto...? Così dice quel sito. Controlla, ti mando il link».
«Oh, andiamo! Tu guardi troppi siti complottisti e troppi film di fantascienza. È solo vapore acqueo!» scattò fece Paolo.
Altre sirene, in lontananza.
«É la prima cosa cui ho pensato stamattina. Mostri che escono dalla nebbia. Come in quei film... solo che non me li ricordavo, i titoli. Non ce l'ho fatta anche se ci ho pensato tutta la mattina. Cristo, non credo che là fuori ci siano creature di un'altra dimensione, o fantasmi. È solo un vuoto di memoria. Solo un dannato vuoto di memoria. Cioè... non sarà mica Alzheimer o roba del genere».
La connessione a internet saltò.
Paolo sollevò il viso verso Carlo. A questo punto la domanda era chi fosse più spaventato dei due.
In strada, vicinissimo stavolta, ci fu un altro schianto.
E basta.
Niente allarmi, niente sirene. Neppure grida o imprecazioni.
Niente mostri. Nulla di vivo, almeno per come noi intendiamo la vita. Un composto rozzamente organizzato, una forma semi-organica di gas, un ammasso di molecole in grado di alterare l'equilibrio elettrochimico del cervello. Demenza. I primi a subirne le conseguenze sono i soggetti più fragili: vecchi, malati. Poi... 
Quando Carlo parlò, la sua voce era sottile come un velo di garza. «Le grandi nebbie causano sempre morti. Lo so, anche se non so dove e quando. Benché l'abbia letto solo tre minuti fa».
La domanda successiva non voleva uscirgli, come se fosse rimasta impigliata nel pomo d'Adamo che andava su e giù come un ascensore impazzito.
Paolo distolse lo sguardo e credette di scorgere un filo di fumo – di nebbia – filtrare da dietro la finestra attraverso le tende tirate.
«Paolo... da quanto tempo ci conosciamo, noi due?».

A casa.
Paolo doveva andare a casa e se lo ripeteva in continuazione.
Ci sarebbe arrivato a costo di andarci a piedi, perché non trovava più la fermata del tram. Non che non sapesse dov'era, solo che l'avevano spostata e, con quella nebbia, i cartelli non si vedevano.
E l'avevano spostata perché, perché... non importava.
A casa, mamma e papà l'avrebbero avvolto in una coperta calda, frizionandolo per asciugarlo perché quel nebbione l'aveva inzuppato e intirizzito come...
No, mamma e papà erano morti da un pezzo.
Era un'altra la persona che avrebbe trovato a casa.
O forse avrebbe solo voluto che quella persona vivesse con lui, quando invece..
E come si chiamava?
L'uomo sbucò dalla nebbia all'improvviso.
Era pallido e sudato, i capelli scomposti, e zoppicava come se camminasse da ore.
Portava un giaccone costoso, ma se lo era abbottonato male. Un lembo era sfasato rispetto all'altro, come una matricola disarticolata.
«Senta...» farfugliò «senta...» in lontananza si udì un boato, poi si vide un bagliore, come di lingue di fuoco.
L'uomo si slacciò il giaccone «Senta... » ripeté.
Come si chiamava la persona che doveva vivere con lui?
«Senta... io...». Estrasse un foglio plastificato piegato in quattro. Una carta d'identità.
Scighéra. Suo nonno la chiamava così. Ecco, se non avesse trovato la casa avrebbe potuto andare dai nonni.
«Io devo andare qui» disse l'uomo indicando delle parole sul foglio.
Paolo scosse la testa. Le vedeva, ma non le capiva, come se un po' di nebbia, attraverso il naso e la bocca, fosse finita nella sua testa.
L'uomo lasciò cadere il pezzo di carta e, senza degnare Paolo di uno sguardo, si rimise in cammino, scomarendo nell'infinito, indistinto, acquoso grigiore.
Paolo lo osservò andarsene e si allontanò, svanendo nella scighéra.



24 commenti:

  1. Sai che ti leggo sempre, ma i commenti non mi escono bene, ma due parole per la scighéra le meriti. Lo conoscevo questo bel vocabolo!
    Hai dato alla nebbia la disambiguità, il potere di oltrepassare il limite di cancellare le immagini. Mi piacciono i dialoghi e la descrizione sottile che fai dei protagonisti.
    Bravo.

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  2. Con la nebbia può succedere di tutto, perdere l’identità e dare fuori di matto è un classico, ma perdere la carta d’identità ancora non l’avevo sentito. Chissà se ha un significato particolare, me lo sono domandato per il vezzo e l’abitudine di voler indagare e andare oltre il significato delle parole. Un bel mistero urbano. Questa volta niente horror. Dal titolo mi aspettavo qualcosa alla Carpenter, vuoi vedere che avremo una serie di delitti sul Naviglio, mi sono detto, invece, forse perché siamo a Milano, ma per il clima surreale e misterioso, il racconto mi ha ricordato l’atmosfera angosciosa di certi racconti di Buzzati.

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  3. Un racconto atmosferico che gioca, per quanto mi riguarda, su una paura ancestrale, quella che il mondo svanisca intorno a noi rendendoci consapevoli del nulla.
    Un nulla di cui la nebbia, con le sue caratteristiche intrinseche, è portavoce ufficiale.
    E si collega all'angoscia irrazionale del non essere più.
    Non so a voi, ma a me è capitato più volte di fare un sogno ricorrente nel quale prendevo l'autobus, scendevo alla solita fermata, e niente di ciò che prima mi era consueto e familiare era più presente: tutto scomparso e inghiottito dalla nebbia, ad eccezione di uno o due riferimenti che poi si rivelavano, nel prosegui del sogno, ingannevoli, e più cercavo la strada conosciuta più finivo nel nulla.
    Il racconto traduce in pieno la risposta sensoriale ed emotiva ed è assolutamente efficace.
    L'evanescenza è terrore puro (e infatti è un soggetto narrativo con cui si sono cimentati in molti, in vari campi dell'arte). Il riferimento dialettale localizza volutamente il narrato, facendo sì che la componente realistico-territoriale rafforzi il progressivo "smaterializzarsi" del dato oggettivo.
    Bravo rub

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  4. Elisa: ho cercato di adeguare lo stile all'oggetto del racconto. Cerco sempre di fare così: ho una concezione funzionale e teleologica del linguaggio (paroloni per dire che penso che la lingua in un racconto deve servire a raccontare la storia producendo l'effetto o gli effetti voluti).

    Franco: Be', ovviamente Carpenter è ricordato, come anche Darabont (The Mist): sono questi i film che Carlo cita, senza rammentarne il titolo. Nessun bisogno di andare oltre le parole. Quindi - e non per citarmi: "[...]una forma semi-organica di gas, un ammasso di molecole in grado di alterare l'equilibrio elettrochimico del cervello. Demenza. ". Nessun significato letterale, solo quello fatto proprio dal senso letterale delle parole e dalla loro connessione.

    Claudia: A me capitava di sognare di andare a prendere il tram e di arrivare alla fermata in tempo per vederlo ripartire, di corrergli dietro, di raggiungerlo, e di vederlo ripartire ancora. E ancora. Alla fine ho preso il metrò.

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  5. "La scighéra", che strano, a me che non conosco il milanese questo termine è suonato familiare. Chissà chi me ne avrà parlato!
    Nei miei sogni ricorrenti (del passato, ora non ne ho) c'era sempre l'acqua... dovrei verificarne il significato.
    E' interessante come il racconto dimostri le paure umane appese sottilmente alla mente: che i timori possano riferirsi al terrore della solitudine legata all'incomunicabilità?
    Bello.

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  6. L'acqua ha una vagonata di significati a seconda, credo, delle varie scuole psicanalitiche - il che a un certo punto equivale a dire che non ne ha nessuno.
    Credo che il terrore principale suggerito in questo racconto sia la perdita dell'identità, identità che esiste, però, nella misura in cui c'è un luogo e un altro cui rapportarla. Del resto quella che credo sia chiamata perdita del sè è sintomo di non poche malattie della mente.
    Una curiosità: è possibile creare nuvole artificialmente, ed è stato fatto ricorrendo a vari materiali che funzionano nel modo descritto. Si è usato persino lo ioduro d'argento, ma vanno benissimo anche il comune sale o il ghiaccio secco (per approfondimenti: https://it.wikipedia.org/wiki/Inseminazione_delle_nuvole).

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  7. Qualche volta dovrei dare più ascolto al mio naso. Ti leggo da ormai qualche annetto e il cambio di stile lo avevo percepito quasi immediatamente. Poi, siccome non mi fido quasi mai del mio intuito e ho la memoria corta, mi sono dimenticato di sottolinearlo. Però era chiaro come il sole che in questo racconto non era il solito Rubrus che tutti conosciamo. Beato te che sei in grado di cambiare lo stile a piacere, io purtroppo credo di non averne nemmeno uno. O forse sì, ma soltanto mio malgrado. Sono quasi certo di essere riconoscibile, ma solo attraverso i difetti e nella punteggiatura ballerina. La considerazione non è fatta per farmi commiserare, non ne ho bisogno, ma mi porta ad un vecchio mio pallino, quello di pubblicare i racconti senza mettere il nome dell’autore. Lo so, forse è una idea peregrina e potrebbe offendere la buona fede dei lettori. E’ come se dicessi che i commenti in genere, sono quasi sempre condizionati dalla firma dell’autore.
    Senza contare che nei siti letterari la cosa non funzionerebbe, per una lunga serie di motivi che tutti conosco molto bene e non sto ad elencare. Tuttavia, non è detto che per gioco e per nostro divertimento non decida di fare l’esperimento. Il fatto è che qui dentro siamo pochini a scrivere e ci conosciamo tutti sin troppo bene. Non so se è fattibile ci devo ancora pensare, però c’è un IGNOTO 4 che vorrebbe tentare l’esperimento. Ci tiene ad avere il nostro parere, ma per il momento non vuole rivelare la sua identità. Voi che ne dite, lo lasciamo pubblicare?

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  8. Ti racconto un aneddoto. Anni fa pare che uno dei Beatles - non so quale - avesse in mente di provare a camuffarsi e mettersi a suonare con tutto il complesso in un localino di seconda mano per riprovare l'ebbrezza della "scoperta" da parte del pubblico. Voleva ciò essere apprezzato non come Beatle, ma come musicista.
    Al di là delle conseguenze economiche (non avrebbero incassato granchè, ma questo era secondario) gli fecero notare che li avrebbero riconosciuti dal modo di suonare.
    Poi, a me, 'sta roba dello stile comincia a stare un po' sullo stomaco.
    Innanzi tutto, vediamo di chiarire che cosa sia lo stile, visto che ci piace parlarne.
    Parlando di narrativa, l'intreccio fa parte dello stile? oppure solo il lessico, la sintassi, ecc? E il genere fa parte dello stile?.
    La mia personale risposta è che non mi interessa: sono rimasto fermo a Catone il vecchio: rem tene, verba sequentur. Per "res" intendo quello che intendo raccontare in modo da raggiungere un certo effetto, effetto a sua volta coincidente, con buona approssimazione, con uno stato emotivo (e comunque secondo me incaponirsi sullo stile è una megagalattica perdita di tempo).
    Premesso dunque che non sappiamo con adeguatezza, secondo me, e fino a prova contraria, cosa sia lo stile, è innegabile, parlando sempre di narrativa, che ci siano poi degli autori che affinano la capacità di raccontare certe storie, o certi tipi di storie, o tanti tipi di storie in modo estremamente efficace.
    Così efficace che altri cominciano ad imitarli.
    Lo stile è quindi quel modo di raccontare che, come la settimana enigmistica, vanta tentativi di imitazione ;-).
    E adesso parliamo di Baglioni e De Gregori. Pare, ma è da verificare, che abbiano compiuto sul serio il tentativo di cui parlavo all'inizio. E che quasi nessuno li abbia riconosciuti.
    Come dice il saggio, attenti a quello che chiedi, perchè potresti ottenerlo.




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  9. L'argomento che hai tirato fuori è parecchio complesso, ma ponendo come premessa un criterio relativista, e cioè parlare di qualcosa soltanto in relazione a qualcos'altro, vorrei puntualizzare sul 'rem tene, verba sequentur'. Catone il Censore ha usato questa frase (pare) nelle Orationes, un "prontuario", chiamiamolo così, dell'ars oratoria secondo i criteri del mos maiorum, in apparente antitesi con il suo predecessore, Aristotele, che in una parte della Retorica sosteneva che non è sufficiente avere chiaro in testa cosa si vuole dire, ma è necessario avere anche gli strumenti sul "come" dirlo. Apparente perchè, se si considera che in entrambe le culture (greca prima e latina poi) c'è stata una sistematica organizzazione dello scibile e della lingua ad esso connessa, non sarà difficile comprendere come l'apparente antitesi si risolva in un nulla di fatto quando entrambi gli eruditi parlano della chiarezza del concetto e della relazione che esso intrattiene con il modo con cui è espresso sempre in rapporto ad una branca specifica, e cioè l'oratoria. Ora, l'assioma è valido tutt'oggi ed è estendibile a tutti i campi che hanno a che fare con il linguaggio, ma solo se messo debitamente in relazione con ciascun campo (= modo) e solo se si tiene conto dell'evoluzione continua del linguaggio stesso. Diversamente si crea una falsa riga, o assolutizzazione, la stessa falsa riga in virtù della quale per secoli gli eredi di Aristotele hanno preso per tavole della legge, decontestualizzandole, quanto Aristotele aveva scritto nella Poetica riguardo a commedia, epos e tragedia. Per quanto concerne la narrativa, da un punto di vista estetico (una certa branca dell'estetica), il discorso si fa interessante perchè l'oggetto (rem) viene messo in relazione con il modo (verba), partendo dal presupposto che la natura dell'oggetto è in sè polisemica (cioè, per dirlo alla carlona, portatrice di un valore infinito di significati e possibili significanti) ed è proprio la lingua che usiamo per "dirla" a rendere l'oggetto monosemico e quindi conoscibile e quindi comunicabile. Quindi traducendo l'aforisma catoniano in termini estetici, l'avere in chiaro ciò che si vuole dire equivale a "monosemizzare" il segno introiettandolo (percezione del concetto), per poi esprimerlo (emissione del concetto fuori da sè) attraverso un codice linguistico basato su comuni regole ma debitamente personalizzato da tutta una serie di fattori che in parte controlliamo e in parte no. Questi fattori sono:personalità, cultura e scopo. Questo per dire che non basta avere chiaro il concetto, è necessario anche saperlo esprimere in modi diversi a seconda del campo di applicazione e che il modo di ciascuno, intendendo con modo l'insieme delle caratteristiche di cui sopra in relazione al campo e all'oggetto, distingue l'io comunicante dall'oggetto stesso. Poi, siccome con i segni si può mentire, tanto più il soggetto comunicante è padrone dei modi, maggiore sarà la sua capacità di mistificazione dell'io in relazione all'oggetto. In parole povere, più sono padrone della lingua, maggiore sarà la mia capacità di usare lo strumento per definire l'oggetto e, se voglio, nascondere la mia identità o marcarla. I marcatori linguistici sono tratti distintivi di una lingua. Per dire, io debbo controllare l'uso di certe frasi, tipo: questo palazzo ha un che.
    Oppure: miseria! Oppure i gergali, l'iperbole quando scrivo roba comica, ecc... Lo stesso dicasi per tutte le costruzioni, dalle più semplici alle più complesse, che se guardate alla lente nel loro impiego, possono indicare me e non un altro, oppure fare esattamente il contrario se "entro" nel testo di qualcun altro e mi attengo al suo sistema linguistico. In conclusione, dal mio punto di vista i due elementi non sono separabili e la riconoscibilità o non riconoscibilità di un soggetto scrivente è possibile o non possibile a seconda dei casi.

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  10. Claudia, ho dovuto leggere il commento tre volte prima di capirci qualcosa. pare una supercazzola. Ogni volta che arrivo a "monosemizzare il segno introiettandolo" mi si incricca il cervello. sarà che di latino ne so quanto delle rotte migratorie della capinera o della bigia padovana? tieni proprio un testone da liceo classico ;)

    Bello il racconto. e terribile l'idea che l'universo di relazioni che ci caratterizza come individui possa, un giorno, smarrirsi.
    terribile o consolatorio. forse dipende dall'idea che abbiamo di noi stessi. credo che il racconto sfiori anche la paura dell'ignoto, e quindi del cambiamento. in fondo siamo creature seriali, spesso intrappolati in schemi che ripetiamo all'infinito. dover ricominciare tutto da capo, per alcuni, potrebbe sembrare intollerabile.
    ecco, mi sono intristito da solo, quindi meglio chiudere il commento con un bon mot di Wilde. lui l'ha scritto su Londra, ma io ci ho messo Milano perchè da buon meneghino ci trovo un senso più vero.
    ciau.

    "A Milano c’è troppa nebbia e troppa gente seria. Non si capisce bene se sia la nebbia a fare la gente seria o la gente seria a produrre la nebbia".
    Oscar Wilde


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  11. Maronna Claudia, forse è meglio non tener conto proprio di tutte queste cose quando si scrive, per fortuna domani me le sono già dimenticate altrimenti non riuscirei più a scrivere nemmeno la lista della spesa senza pormi delle domande sull'estetica, la retorica, la filosofia e cosa ho dimenticato ancora, ah sì la psicologia, l'etica, la grammatica e come diceva la mia mamma anche la rava e la fava. Comunque e in ogni caso complimenti sinceri. Più che un bagaglio di cultura, tu trascini a rimorchio uno Scania di dodici assi e senza fare fatica.

    Caro Rubrus
    Non l'ho capita bene la faccenduola dello stile. Me la spieghi un'altra volta?
    Scherzavo naturalmente però l'hai detto tu che cerchi di cambiare stile in base al racconto... Mica io.
    Testuali parole:
    Elisa: ho cercato di adeguare lo stile all'oggetto del racconto.
    E poi te ne esci con questa:
    Poi, a me, 'sta roba dello stile comincia a stare un po' sullo stomaco. mettiamoci d'accordo...
    Eh va bene, mettiamoci d'accordo, anche se dubito ti interessi molto il mio parere, ma te lo voglio dire lo stesso, certo non lo so argomentare bene come Claudia, ma se potessi, sempre con tre parole te lo direi.
    Comunque a me sembrava abbastanza semplice il concetto e il significato di stile, (prima di leggere la relazione di Claudia, adesso un po' meno :-) e mi pareva chiaro che uno per stile non intendesse soltanto la sintassi e il lessico, ma un po' tutto l'insieme e il modo di affrontare l'argomento, lo svolgimento, l'argomento e altre cento altre sfumature che non saprei definire, ma che le sento e le individuo quando leggo. Oddio, magari sempre meno di un tempo, perchè con l'eta un certo rimbambimento bisogna pure metterlo in conto.
    Adesso però voi due mi avete confuso le idee, e prima che io nomini ancora questa parola... eh ne deve passare di acqua sotto i ponti. Va be' dai, si fa per dire.

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  12. Io faccio solo supercazzole :)
    e poi ci ho un ascesso in faccia che incrementa la mia schizofrenia paranoide, assomiglio a un botto, che dalle mie parti è un rospo.
    e poi sono sotto minaccia licinziamento, non ho un euro e se m'inghiotte la nebbia mi risputa dopo tre secondi perchè pure lei pensa che c'ho il malocchio.
    e per la cronaca io non so una ceppa. e punto.

    però qua se parlo come mangio non va bièn, se tiro fuori Nanni (che poi è il tizio che mooolto più o meno ha detto quella roba lassù) non va bièn, se faccio tre pagine di ammazzatine non va bièn, se non muore nisciuno non va bien.
    non va mai bien.
    se qualcuno mi allunga un cinquecento euro sto zitta per un po'. diciamo 2 settimane.
    Il benefattore mi scriva, pleaze, che gli mando l'iban :)

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  13. Forse anche Siddharta non se la passa molto bene e non credo si tratti di un ascesso.
    Non abbiamo notizie certe, e vorrei proprio sbagliarmi, però gli faccio tanti auguri lo stesso. Speriamo di risentirlo presto.

    E tu Claudia piantala di fare la frignona che lo sai benissimo che da queste parti vai bene a tutti, anzi, qualcuno mi ha detto che sei un lusso per questa casa e non ti meritiamo. Non ti dico cosa gli ho risposto, non sta bene :-)

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  14. bravo Franco!
    e sì Clodia, noi ti si vuole bene anche in versione Elephant Man.

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  15. Ciao Claudia, ti ha scritto nessuno? No, eh!
    Vedi, quindi, quanto sei apprezzata, nessuno vuole che tu taccia. :-)
    Avrei io un suggerimento: potresti far scoppiare il bubbone in faccia al Renzi, hai visto mai che diventi l'idolo dei mass media. Sai quanto pagano le interviste esclusive ai giorni nostri, senza contare mammona RAI che ci sguazza su queste note.
    A parte le celie, ragazza mia in questo mondo, che è il migliore dei mondi, bisogna darsi coraggio e aiutarsi da sé.
    Mi dispiace del momento nero, se vuoi piangiamo insieme.
    Un bacio.

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  16. Mi dispiace intervenire senza avere avuto la possibilità (il tempo)di leggere i commenti e presumibile dibattito in essi contenuto, posso solo dire di avere apprezzato il racconto; amo la nebbia quasi più del sole e se, nonostante tutto, mi è arrivato il senso di inqiuietudine e smarrimento da "scomparsa" (di punti fermi, identità, senso "dell'habitat", memoria, e percezione della vista come senso utile al rapporto con il mondo circostante) significa che è scritto con una certa capacità di trasmettere pathos e sconcerto; mi è piaciuta molto l'immagine della vecchia Teresa nel suo affannarsi ad avvisare ciabattando, dell'arrivo della scighèra e gli approfondimenti chimico-fisici (sempre utili perchè rendono il racconto più coinvolgente nel momento in cui riescono a spiegare anche le dinamiche tecniche di un fatto e non il semplice fatto stesso buttato lí)

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  17. Innanzi tutto un grande in bocca al lupo a Sid che spero di ritrovare al più presto.
    Franco. Nessuna contraddizione. Con lo stile faccio come con l'autobus: prendo quello che mi serve, quando mi serve, per il tempo che mi serve e non mi ci affeziono. O come le lame del rasoio: uso e getto. Basta che sia affilato. Ecco perchè perderci tempo più di tanto - cioè più dello stretto indispensabile - è vacuo.
    Poi, no, secondo me l'intreccio non attiene allo stile.
    In astratto. Se mettiamo il contenuto di un testo di narrativa su un asse cartesiano e la forma sull'altro, l'intreccio è la retta che si trova nello spazio di piano tra i due assi. Il miglior intreccio è la linea retta equidistante tra i due assi (forma e contenuto). L'intreccio non attiene quindi nè al contenuto, nè alla forma, ma è la retta lungo la quale si muove la storia. E ovviamente se manca l'intreccio manca tutto.
    In concreto. LA storia di questo racconto parla di una nebbia creata non dall'inquinamento ma dall'ingegneria climatica allo scopo di piegare il clima ad esigenze contingenti. Questa nebbia inquinata, che si è evoluta in qualcosa di semiorganica, colpisce non le vie respiratorie, ma il ccervello, causando una forma di demenza simile all'Alzheimer. Chiaro questo concetto, anzi, questo punto di partenza, la storia è bell'e pronta. Come potrebbe presentarsi una città colpita così? In che modo delle persone comuni potrebbero manifestare segni di demenza? Chi sarebbe colpito per primo e chi per ultimo? Come reagiremmo, se capitasse a noi? E così via di deduzione in deduzione. Le parole sono consequenziali. La realtà, direttamente e indirettamente osservata, ci presenta le immagini, i suoni, gli odori, i rumori, le sensazioni tattili e uditive. Idem per il lato introspettivo. Persone che abbiamo visto sprofondare nella demenza, un po' di immaginazione su come potremmo reagire noi se ci accadesse. E' tutto già lì.

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  18. U'... era nebbia o il fumo che accompagna l'apparizione delle ombre da un altro mondo, quella che ti accompagnava?
    Battute a parte.
    Noi siamo la nostra mente, ma la mente umana non esiste solo in se stessa (tranne che per il satana miltoniano, la cui mente è il luogo di se stessa e in se stessa può fare un inferno del paradiso e del paradiso un inferno).
    Credo che ciò sia dentro la storia, anzi, dentro le storie di chi, purtroppo, veda sparire tale mente - e tra l'altro è curioso notare come, sovente, i ricordi più tenaci, i più restii a svanire, siano i primi.

    Claudia. Esatto. Catone opponeva l'empirismo romano alla teoresi greca - anzi, parlando del suo tempo, ellenistica. Poi, come si diceva l'altra volta, il linguaggio è comunicazione e quindi deve essere in relazione col soggetto cui è diretto, quindi, chiare le idee, si devono trovare i mezzi più adatte per esporle all'interlocutore. E le parole, a questo punto, sono come gli ingredienti sugli scaffali del supermercato. Più ne hai, più hai la possibilità di cucinare bene.

    Ganimede. Grazie. Senza l'idea biochimica mostrificante il racconto non sarebbe nato. Può non essere un idea molto pregnante, ma spero abbia spinto il racconto fin dove poteva, anche se magari non è abbastanza lontano.

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  19. Essì, è vero! L'intreccio, cioè la storia che parla di una nebbia di diversa natura, e delle conseguenze tragiche sul cervello umano, non dico che fosse passata in cavalleria, ma sicuramente meritava più attenzione. Hai fatto bene a ribadirlo. Talvolta si perde tempo a fare accademia e si perde di vista il nocciolo della questione.

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  20. oddio Rob, mi sa che non ho mica capito sai. mumble mumble..

    boh, comunque era probabilmente fumo. ciaooo!

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  21. Serenella no, non mi ha scritto nessuno :) Scherzi a parte, mi auguro anche io che Sid si rimetta presto.

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  22. Non avevo ancora letto di Sid... ora che lo so gli faccio i miei migliori auguri!

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  23. All'inizio il refuso < la aveva distratto >.
    Due cose mi hanno colpito.
    Almeno fino alle undici i due colleghi han detto e fatto di tutto fuorchè lavorare.
    Ipotizzando che Paolo e Carlo fossero dei dipendenti ( chissà, forse un ufficio pubblico ), pare confortato il fatto di quei lavoratori che dopo timbrato il cartellino di presenza se ne andavano per i fatti loro.
    Se così, è evidente che la carenza più che ai due dovrebbe imputarsi alla mancata sorveglianza del dirigente preposto: è l'appunto che sempre sollevo in questi casi.
    In secondo luogo, i dotti commenti.
    Superando la mia confusione e perplessità in taluni passaggi degni delle migliori astrazioni filosofiche, mi sento un tantino preoccupato.
    Per la mia limitatezza speculativa, non avendo mai supposto che un semplice racconto potesse poggiare su basi teoriche tanto approfondite.
    Per me un vero godimento e continuo apprendimento in aree narrative che ritenevo d'evasione.
    Complimenti quindi agli interventi delucidativi.
    Sulla mia salute: come già detto altrove, sono in manutenzione straordinaria, speriamo in bene.
    Un vivo ringraziamento per il vostro interessamento.
    Sid

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  24. Caro Sid, è un piacere rivederti in forma - tanto che hai notato un refuso che era sfuggito a tutti, me per primo.
    I due sono lavoratori autonomi, tant'è che sono loro stessi a chiamare la segretaria per vedere che fine ha fatto.
    E naturalmente la loro capacità di discernimento, nel mentre che i fatti avvengono, viene gradualmente compromessa dalla nebbia, che filtra poco a poco dall'esterno (tant'è che scordano, o fanno confusione, su dati o circostanze). Solo che loro non se ne rendono conto.

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