lunedì 21 dicembre 2015

Aveva un neo all'angolo della bocca - di Giacomo Colosio - racconto


Marta aveva quasi diciott’anni, quel giorno che la conobbi. Io ero più piccolo di lei; un paio d’anni e molta esperienza in meno, specialmente in materia di sesso.
Mi avvicinai titubante. Mi avevano detto tutti, anche Bruno del quale mi fidavo ciecamente, che lei era brava a baciare e non negava a nessuno un bella limonata alla francese, completa, con le lingue in bocca come fanno le tortore. Non dovevi far niente: solo chiedere e farti baciare. Le mani dovevano star ferme.



«Ah, sei tu… non avrei mai pensato...» disse quando le fui vicino.
Chissà perché mai la disse, quella frase.
Lei era stesa sull’erba del campetto di calcio abbandonato, quello dietro la croce di marmo, in mezzo ai campi di granturco. Era la sua posizione. Dovevi stenderti accanto, dirle vorrei baciarti, e la cosa era fatta. Io non la conoscevo, e nemmeno di quale famiglia fosse, e mi parve strano che lei invece sapesse chi ero e come mi chiamavo. Non sapevo che dire, e mi tremavano le gambe per l’emozione. Credo si capisse in che stato confusionale ero.
«Mi conosci?» seppi solo dire.
«Certo; e chi non ti conosce, in paese» disse lei mostrandomi i denti bianchi circondati da quelle labbra rosse e piene. Aveva un neo all’angolo della bocca, e gli occhi a mandorla, scuri. Sembrava una ragazza del sol levante, nell’aspetto. Anche i capelli erano neri, setosi e lunghi come quelli delle orientali, appunto. La pelle invece era bianca, liscia; di luna, si diceva noi.
«Mi hanno detto i tuoi amici che sei timido, e non hai mai baciato una ragazza. E’ vero?» aggiunse facendomi segno con la mano che batteva sull’erba, di fianco a lei, come a dire che potevo accomodarmi.
Ricordo che divenni rosso in viso: ero timido davvero. Ma non per altro, è che non mi piaceva essere studiato, valutato. E quella del bacio a me pareva proprio una prova, un esame, più che un gioco. Non avrei mai potuto sopportare che non le potesse piacere; nel dubbio avrei rinunciato. Ecco perché ero timido… queste cose gliele dissi, in un modo o nell’altro, e lei rise. Forse anche perché divenni rosso, come al solito. Uno scherzo dell’emozione, e il cuore che batteva più del dovuto. Non ho mai capito perché il sangue mi venisse pompato proprio in faccia, e sulle orecchie. Mah… mistero.
«Dopo che mi avrai baciato non lo sarai più, timido. Io sono una maga, e le curo queste piccole malattie dei maschi» disse lei carinamente.
Mi sistemai al suo fianco, nascosto dalle fronde generose del gelso che proiettava la sua ombra verso di noi, quasi fosse nostro complice.
Lei era spudorata: non aveva intenzione di nascondersi, anzi. Mi sa che il suo gioco era proprio quello di esibirsi.
Forse era una che un bel giorno avrebbe potuto dire:
«Lo vedi quello lì, il grande professore, o quell’altro che è diventato sindaco, o il capo dei vigili? Ecco, io li ho baciati tutti. Anche il dottore…»
Ma forse era una che aveva semplicemente una passione tutta sua per il bacio, anche se non c’era amore in quella stupida cosa che facevamo. Stupida, ma a me piacque. E quasi mi innamorai, di Marta. Ma quello avvenne dopo qualche tempo.
Tre giorni dopo, alla solita ora, tornai al Santuario della Madonna di Valverde, dove c’era il campetto abbandonato, e sentivo il cuore battere forte nel petto. Mi mordevo le labbra nervosamente, e le avvertivo turgide, piene di voglia. Sentivo che dentro di me si era guastato qualcosa, s’era come rotto un vaso e capivo che non ero più quello di prima.
Passato il cancello, che era sempre aperto, scartai a destra di colpo e la bici slittò sullo sterrato. Mi ritrovai per terra, di fronte al gelso. Lei non c’era. Mi sentivo perso, ed avvampai ancor più del solito. Mi pareva di essere osservato, anche se in giro c’era solo qualche ragazzino che giocava, e un paio di cani randagi.
Rialzai la bici e la ispezionai per bene, per vedere se era rotta. Ma non so cosa guardavo, era tutta scena, la mia. Pensavo a Marta, come negarlo. Avevo tenuto dentro di me la voglia di baciarla per tre giorni ed ora avevo la netta sensazione di essere stato tradito. Ma era un’idea senza logica.
Tornai a casa dopo aver girato avanti e indietro piano piano, nella speranza di vederla all’ultimo momento. La fontana, quella al centro del piazzale, l’avrò doppiata almeno cinque volte mentre mi guardavo in giro, nella speranza.
Il giorno dopo piovve, fino a sera. Quando cessò, avrei voluto fare un giretto su al Santuario ma capivo che era impossibile che lei fosse lì, nell’erba bagnata.
Ma avevo troppo voglia ed allora inforcai la bicicletta e mi misi a pedalare di buona lena. La ruota posteriore sollevava una scia di acqua e fango che mi veniva sulla schiena, ma lì per lì non la avvertii minimamente.
A metà viale sentii chiamarmi ed ebbi un tuffo al cuore, come si fosse inceppato qualche meccanismo. Era Marta. Stava sotto uno dei grossi ippocastani del viale, in un punto dove c’era una fontanella. Si stava risciacquando i piedi, e le gambe. S’era sporcata, chissà come. Frenai di colpo, e virai dalla sua parte.
«Dove vai così di fretta?» disse sorridendo, mentre si alzava un po’ la gonna per sciacquarsi le ginocchia.
Io le guardavo le gambe, e soffrivo. La guardavo e non parlavo.
«Hai in mente qualcosa… mi cercavi?» disse. Gli occhi erano lucidi, non so per cosa, forse aveva pianto, e il neo all’angolo della bocca mi chiamava.
«Sì, tutte e due le cose» risposi.
«Allora mi cercavi, e hai qualcosa in mente» continuò.
Io le dissi che avevo in mente qualcosa, e lei rideva contenta. Quella cosa, mi disse, vuoi un bacio, giusto?
Io volevo di più, ma non sapevo come dirglielo.
«O vuoi qualcos’altro?» , disse Marta. Era sorridente e felice, ed anch’io lo ero. Cominciavo a sentire la maglietta bagnata sulla schiena, ma era una cosa al di fuori dei miei pensieri. Lei se ne accorse e mi disse:
«Entriamo nel casotto di caccia, quello sulla collina dei frati. E’ di mio zio. Se togli la maglietta ti scaldo.»
Entrammo nel bosco di acacie spinose e castani. Ogni tanto c’era una candida betulla. La bici l’avevo lasciata nel vialetto del camposanto.
Lei era in preda ad una foga inspiegabile; mi stringeva la mano e mi tirava su per il sentiero. Si scivolava, su quella terra rossa, argillosa. Io ero in affanno e non era il respiro che mi mancava, ma la sicurezza del cuore.
Giungemmo al casotto in un lampo. La porticina era aperta e dentro eravamo debolmente illuminati da due piccole feritoie, ricavate tra le fronde che coprivano il capanno. Quella penombra era già eccitante di suo, almeno così mi sentivo.
Mi tolse la maglietta e cominciò a baciarmi. Mi stringeva e mi strofinava amorevolmente le mani sulla schiena, per scaldarmi. Alzò un po’ la gonna e si sfilò le mutandine. Io avevo chiuso gli occhi e immaginavo di essere su un tavolo operatorio. Avevo sentito dire che si perdeva conoscenza, e poi si stava bene. Sentii la sua mano che afferrava la mia e poi mi accorsi di averla fra le sue cosce. Ero confuso, ma tenevo duro e cercavo di vincere l’emozione che mi toglieva il respiro.
Marta mi guidava e sentivo le dita umide appiccicate alle sue. Ci baciammo per un tempo che non saprei definire, poi mi sentii bagnare ed anche la mia mano era umida. Entrambi soffocavamo i gemiti per paura di essere scoperti.
«Esci tu per primo… prendi la bici e vai. Io mi arrangio» disse alla fine.
Così feci. Andai a casa e non dormii, quella notte. Mi stavo ammalando di quella cosa che non conoscevo e che tutti chiamavano sesso. O amore?
…dalla raccolta di racconti: “I primi amori”



23 commenti:

  1. Per leggere questo racconto, la prima volta, avrò impiegato un paio d’ore, perché mi era impossibile frenare i ricordi che si accavallavano nella mente e mi impedivano di andare avanti nella storia di Giacomo. E che ci vuoi fare, sarò un inguaribile sentimentale, ma sta di fatto che queste storie paesane mi coinvolgono sempre. Oggi la ragazza col neo non avrebbe quasi diciott’anni, ma molti di meno, anche le biciclette hanno qualche marcia in più, e di maschietti imbranati se ne trovano proprio pochini. Però credo che più o meno i meccanismi e i sentimenti che agitano i cuori dei giovani, siano rimasti immutati. Anche il racconto è un classico tra quelli che io definisco: i "sempreverdi".
    Piaciuto.
    Franco

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  2. Forse la campagna,la bicicletta, l'odore di stalla sul far della sera hanno riportato il Frame a dei ricordi lontani. Io non ho avuto quella fortuna, scusatemi se scherzo: Il racconto m'è piaciuto, mi ha ricordato una donzella un po' particolare, madre del protagonista di un libro:
    La valle dell'Eden.

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  3. Per me il racconto è davvero molto bello, efficace e indubbiamente ben scritto.
    La capacità di ricreare sensazioni che tutti hanno provato o stanno provando nella vita dimostra l'abilità linguistica, pur mantenendo una rigorosa semplicità lessicale, cosa di cui andrebbe fiera la Ginzburg e Calvino con lei.
    Insomma, tanto di cappello.

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  4. Un racconto non è una pratica burocratica da sbrigare e accantonare.
    Gioca su due versanti: quello del contenuto, quale emerge dalla trama, e quello delle sensazioni suscitate ( le donne preferiscono definirle emozioni ).
    Il primo asettico, ma che tiene avvinta la curiosità sul come andrà a finire.
    Il secondo che accende la mente dei ricordi, agganciandoli ai tempi del vissuto.
    Quest'ultimo a mio giudizio il più pregnante, specie quando si realizza una concordanza di pensiero e d'esperienza autore/lettore.
    Di certo in modalità di tempo e luoghi diverse, eppure molti di noi tendono a riconoscersi nelle vicende di questo racconto, narrate con così tanta mano leggera.
    Il mio sè quindi torna quivi piacevolmente alla sua giovinezza, quando una bella morettina ebbe a rifiutarmi una scampagnata da soli perchè < saremmo sì partiti in due, ma con la certezza di tornare in tre >...
    E di un'altra che dopo un petting al fulmicotone ebbe lodevolmente a comprendere le ragioni della mia patta tutta sbrodolata.
    E così via.
    Infine a margine la solita puntualizzazione professionale.
    La cura della timidezza e del rossore in volto e conseguente balbuzie, terrore degli animali da palcoscenico.
    Ai tempi della tv in bianco e nero, l'intervistatore di Massimo Ranieri ebbe a sbottare immantinente < meraviglioso, se la tv fosse a colori vedreste quanto lui è diventato paonazzo! >.
    La timidezza e relativo rossore se del caso sono sintomi non di inadeguatezza, ma di scompenso neurovegetativo fin dalla nascita ( ansia e panico ), da cui in genere non se ne esce.
    Da curarsi ottimamente con una semplice pastiglietta di Xanax et similia alla bisogna, cioè al nascere della sensazione di pericolo per sovraesposizione mediatica colloquiale o altro.
    Un pò come i betabloccanti a salvaguardia del ritmo cardiaco dei corridori di formula uno.
    Infine parliamo di igiene orale.
    Il bacio profondo o alla francese è un rischio per la salute.
    In dieci secondi, 80 milioni di oltre 700 tipi di batteri trasmigrano da una bocca all'altra, inconsapevolmente da giovani.
    Ai tempi, rammento di una sirenetta che dopo pranzo pretendeva un bacio intenso.
    Ma un residuo di prezzemolo sul suo incisivo ebbe a bloccarmi.
    Da allora per precauzione giravo sempre con un paio di spazzolini da denti in tasca, per un'eventuale bisogna...
    Infine, forse due consecutio temporum da aggiustare al classico: < ...invece sapesse chi fossi e come mi chiamassi > e < ... in che stato confusionale fossi >.
    Concludendo, una narrazione quella in lettura semplice e coinvolgente.
    Siddharta

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  5. L'ho letto, mi è piaciuto e ora che esco ci penso su e quando torno lo commento. Ciao a tutti.

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  6. Sarà perchè non sono particolarmente sentimentale, ma preferisco notare altro.
    Di solito si dice: "come descrive bene".
    A questo proposito, come diceva un mio insegnante di italiano, per cominciare bene è utile ricordarsi che percepiamo il mondo che ci circonda attraverso cinque sensi e all'accuratezza e alla precisione nel riportare quanto visto, udito, toccato, gustato, sentito, non possono supplire litanie di aggettivi roboanti o arditi artifici linguistici. Il segreto di questo racconto, che viene espresso in termini di "leggerezza", "scorrevolezza" ecc. secondo me parte da qui. Ovviamente ho detto "parte" perchè non basta analizzare pedissequamente le impressioni degli organi di senso, occorre ben altro e qui c'è.
    Poi avrei altro da dire, ma dopo.

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  7. Il tuo racconto nasconde in sè tutto il candore delle prime esperienze giovanili; indimenticabile momento della vita in cui si mettono allo scoperto i propri timori e desideri.
    Fragilità di un'età passata troppo in fretta, preziosi ricordi di quel candore che inevitabilmente ritorna in ogni bacio alla persona amata.
    Bellissimo racconto, gradevole lettura e un dolce tuffo nel passato.

    Gabriela

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  8. Cosa dire di quelle ingenue e imbranate esperienze del passato...ognuno, avrà avuto le sue.
    Io, se ci penso, con senno di poi mi dico: ma che scemo che sono stato! E cerco di scacciare dalla mente quei ricordi vergognosi. Ma poi ci ripenso e dico: vorrei riprovarle ancora quelle sensazioni, pure come l'acqua chiara di sorgente. Il tizio del racconto, è stato fortunato a trovare una tanto buona di cuore, capace di svezzare i giovanotti alle loro prime armi... vorrei che fosse successo a me, per svegliarmi da quell'imbranamento molto prima di quando poi è successo normalmente e con la donna giusta. Ma alla fine dico: penso che fa parte di una certa educazione...non avrei mai voluto far male a delle ragazze che non lo meritavano di essere sedotte e abbandonate. I miei erano altri tempi.
    Cosa dire del racconto, più di quanto è stato detto da menti superiori alla mia...che si lascia leggere facilmente tutto d'un fiato e non vedi l'ora di saperne sempre di più.
    L'autore, non dice se ci sono stati altri incontri, io penso di si, voi che ne dite?????

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  9. Lo trovo scritto con particolare leggerezza, come se i ricordi fossero appena vissuti, propri di uno spirito giovane ancora preso dall'avventura amorosa, e le emozioni sono rese con una freschezza immediata.
    Fra l'altro il racconto mi risulta difficile datazione: mi pare abbastanza spudorata lei, quel tanto da farmelo collocare in un'epoca abbastanza vicina ai nostri tempi, anche se, probabilmente, ragazze così, diciamo spigliate, sono esistite da sempre.
    Insomma un affresco di gradevole lettura, scorrevole e avvincente nella sua semplicità espositiva, in linea con la vicenda narrata.

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  10. Stavo dicendo. Strutturalmente il racconto mette in scena una figura tipica dell'immaginario maschile, l'allegra dispensatrice di piaceri che, dopo averli distribuiti, neanche disturba telefonando la mattina dopo. Il maschio si innamora (o crede di innamorarsi) "dopo" (ma chissà, magari ci sarà anche un po' di senso di colpa).
    Io però aspettavo il racconto sugli scacchi ;-) [se non altro perché sono più rari].

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  11. Colosio Giacomo22 dicembre 2015 14:02

    Grazie a tutti per la lettura, e per i commenti, che trovo davvero significativi, e anche complessi; quando l'analisi di un testo è così variegata e precisa vien voglia di scrivere, di correggersi, di imparare. Amo molto il dialogo e pertanto vi ringrazio, per ora, ma mi metto di buona lena per stendere una risposta per ogni commento, essendo impossibile riuscire a trovarne una collettiva che esaudisca i molti temi trattati. Grazie...ciaociao a tutti.

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    1. Urka...leggo ora del racconto sugli scacchi...ne ho uno interessante, chissà se Fram me lo pubblica...io ci sto

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  12. Colosio Giacomo22 dicembre 2015 14:19

    @ Franco L. Melzi
    Questa tua prima frase che hai scritto: Per leggere questo racconto, la prima volta, avrò impiegato un paio d’ore, perché mi era impossibile frenare i ricordi che si accavallavano nella mente e mi impedivano di andare avanti nella storia ... è un gran complimento, almeno io lo ritengo tale, per il semplice motivo che quel percorso a ritroso l'ho creato ad arte anch'io su me stesso nel tentativo di far "sentire" al lettore quel che ho provato io da ragazzo in quella mini avventura amorosa...una sorta di iniziazione, imbranato com'ero. Beh, poi anche la chiusa del tuo commento mi riempie di gioia: ... il racconto è un classico tra quelli che io definisco: i "sempreverdi". Non sono tutti così i miei racconti, ma quelli che riguardano i primi amori sono dello stesso tenore e scritti con lo stesso minimalismo...grazie. Ciaociao

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  13. Colosio Giacomo22 dicembre 2015 14:28

    @ Elisa Sala
    Chissà se questo racconto lo avevi già letto su Net, quando ero iscritto con il nick del "bravo ragazzo"?...forse sì, però non ne sono certo perché il racconto è datato, ma può pure essere che non lo avessi ancora scritto. La madre di Cal, il protagonista del romanzo di Steinbeck,era andata via di casa e gestiva un locale malfamato, tant'è che avevano fatto credere ai ragazzi che fosse morta. No no, Marta era una così detta ragazza facile, ma solo per giochi di baci e carezze, nulla più...diciamo che era una baciatrice spinta. Spero che nel testo si capisca che alla fin fine non combinammo niente di irreparabile. Ciaociao, Elisa, mi aspetto uno dei tuoi bei racconti, anche se già pubblicato in quei bei tempi andati di Neteditor.

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  14. Colosio Giacomo22 dicembre 2015 14:41

    @ Claudia.
    Il tuo commento è talmente grazioso che mi ha fatto sospendere il cuore, per qualche battito...mi sono sentito leggero al pari del mio modo di scrivere, chiamiamolo stile narrativo, per usare paroloni.
    Commento grazioso, dicevo, ma stranamente anche molto psicologico, quasi da psicorerapeuta. Infatti appena ho letto il nome della Ginzburg, ho fatto un salto sulla sedia. Eh sì, perché uno dei miei romanzi preferiti è proprio Lessico familiare, ed anche se il paragone è davvero improponibile, mi sono sentito quasi scoperto, letto dentro di me. Ed allora mi è pure venuto in mente che probabilmente ne sono stato influenzato, tant'è che inconsciamente sto scrivendo una serie di racconti che riguardano la mia famiglia e al libro che li raccoglie ho dato il nome di Collage familiare... e quando l'ho deciso non mi rendevo conto di avere dentro di me il grande amore per quel romanzo della Ginzburg. Quei racconti della mia famiglia hanno un taglio ed una struttura simile a questa, non per scelta - fatico a decidere come scrivere -...dipende dal racconto, è lui che mi prende la mano.
    Va da sè che quei racconti, specialmente Il complesso di Edipo, racconto dedicato a mia madre, io li ritengo molto più belli ed importanti... ma forse per il lettore così non è. Grazie tante, vorrei anche chiederti l'amicizia, non credo sia una cosa sconveniente, anche se non ci conosciamo.... ciaociao.

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    1. Amicizia yeppa! Claudia Lamma, 74 quella con la testa grossa che abita a bologna. A parte questo, vorrei leggeri,e quindi ti chiedo la cortesia di d'armi i riferimenti per farlo qui: claudialamma@gmail.com

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  15. Colosio Giacomo22 dicembre 2015 15:46

    @ Siddharta

    Il tuo commento l'ho riletto più e più volte sia per la complessità dei temi trattati, che per la grande varianza degli argomenti. Quindi sintetizzo, andando per ordine:
    Sul tema del contenuto ( trama ) e delle sensazioni suscitate, concordo. La trama è di una semplicità disarmante, non ho nemmeno tolto o aggiunto una virgola alla vicenda reale, se non il nome di quella ragazza, per delicatezza ma anche perché l'ho pure scordato.
    Sul fatto che anche a te come a Franco siano tornati in mente episodi vissuti, come ho già detto a lui mi riempie di gioia perché era ciò che volevo ottenere: entrare io stesso in quei lontani ricordi e scrivere in una maniera tale da far coinvolgere il lettore, senza minimamente alterare il suo vissuto. In pratica è la tecnica del minimalismo alla Carver, che io purtroppo uso male, la quale prende il lettore e lo fa diventare attore, anziché spettatore, obbligandolo ad immaginare esso stesso la sua storia. Ho scritto qualcosa su Proust e la sua tecnica dell'”elastico” messa a confronto con la narrativa russa ed il minimalismo di Raymond Carver ed Hemingway. Chissà se un giorno Franco la pubblicherà questa mia considerazione sulla Lectio Magistralis di Baricco, alla quale ho assistito.
    La tua considerazione professionale sul rossore in viso arriva purtroppo in ritardo: ormai un vecchio orso come me, nemmeno volendo lo diverrebbe rosso, ma nemmeno rosa....ahahahah... Certo che da ragazzo mi avrebbe aiutato: le donne mi mettevano in agitazione, nel panico. Avrebbero potuto far di me quel che volevano, peccato che non l'hanno voluto, tranne Marta...ahahahahhah
    La considerazione sulla lettura mi conforta assai perché è il mio pallino: cercare di renderla semplice e coinvolgente. Uso un metodo ormai collaudato: faccio leggere il racconto a mia moglie e le chiedo se è dovuta tornare indietro a rileggere qualche periodo nebuloso; se la sua risposta è negativa, allora il collaudo è riuscito. In caso contrario correggo, tolgo, snellisco. Da giovane invece scrivevo alla Proust, senza avere nemmeno l'idea di quanto sia complicato trasmettere un pensiero senza usare il corpo, in particolare i gesti … periodi di sette otto righe che mandavano in apnea anche un sub.
    Per ultimo la questione della consecutio temporum: credo di avere diverse versioni di questo racconto, ed in una di queste ho usato i congiuntivi anziché l'indicativo. Però tutti mi hanno fatto notare che una frase come questa...non pensavo che lei sapesse chi fossi e dove andassi... è oltretutto cacofonica, e pesantina. Allora feci una ricerca anche sul sito dell'Accademia della Crusca, e trovai diversi esempi dei possibili modi di dire. A quanto pare sono possibili entrambe le forme, anche se quella che segnali tu è la più corretta e la più classica. A me il dubbio resta, una forma più snella o più corretta?... l'importante è che scrivere: “ non pensavo che lei sapesse chi ero... “ non sia sbagliato. Faccio già troppi errori ed in particolare i refusi mi scappano con la stessa frequenza con la quale mi scappa da ridere....ahahahah...in parte dovuti alla tastiera massacrata, alle mie dita grosse come cotechini che battono anche tre tasti contemporaneamente e, cose invero più grave, ad una strana forma di dislessia dei riflessi che mi fa battere i tasti invertiti... per esempio grzaie anziché grazie. Ciaociao Sid, è stato un piacere.

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  16. Colosio Giacomo22 dicembre 2015 18:17

    @ Serenella Tozzi

    Il racconto è recente, l'ho scritto pochi anni fa, ma la storia narrata, completamente autobiografica tranne il nome, che ho pure dimenticato, risale agli anni sessanta. Sì, è vero, le ragazze "facili" erano rare, e poi si limitavano come Marta a baciare tutti ( o forse con gli altri meno imbranati di me si sarà divertita un po' più, non era difficile...ahahahah, forse adesso un racconto come il mio fa ridere i giovani....ahahahah, ne rido anch'io.
    bello il tuo commento, molto gratificante, vien voglia di farvi leggere anche gli altri di quel genere...
    Questa tua frase iniziale mi riempie di orgoglio, sarà un po' di vanità la mia?: "Lo trovo scritto con particolare leggerezza, come se i ricordi fossero appena vissuti, propri di uno spirito giovane ancora preso dall'avventura amorosa, e le emozioni sono rese con una freschezza immediata."...ecco, per essere piccole avventure di mezzo secolo fa, quel che dici mi è piaciuto molto e se lo negassi direi una bugia. Ciaociao, e grazie.

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  17. Colosio Giacomo22 dicembre 2015 18:34

    @ Rubrus

    Quando ho visto il tuo nick mi sono ricordato i bei tempi di Neteditor, e quanto ti apprezzassi, te ed altri bravissimi scrittori. Non so se mi hai riconosciuto, ma non importa, ne riparleremo. Il tuo commento mi lusinga assai perché in effetti, dietro il minimalismo del "non uso" di aggettivi roboanti si nasconde il desiderio di trasmettere il più possibile cercando di non alterare quello che in genere percepiscono i nostri sensi, senza che abbiano bisogno di leggere alcunché.
    E invece noi poveri scrittori abbiamo a disposizione questi segni nero su bianco, questi geroglifici che sono parole per chi le comprende oppure schiribizzi per chi non parli la nostra lingua. Mi pare di aver capito che a tuo avviso ci sono riuscito, e se così è il motivo è uno solo: è quello che volevoottenre, non altro, proprio quello.
    Per quanto riguarda i racconti sugli scacchi ne ho un discreto numero, brevi, brevissimi, alcuni anche corposi e che raccontano storie di campioni, vissute da me direttamente sulla scacchiera( Bacrot, Milan Mrdja e Milorad Vujovic, questi ultimi veri zingari delle 64 caselle). Uno di questi è un breve che più breve non si può, 5 righe...credo di averlo messo nell'ebook 77 Racconti Lampo...eccolo:

    La regina di Milorad

    Milorad Vujovic è stato certamente un personaggio, nel mondo degli scacchi. Un passato di pugile e poi portiere di calcio, approda a ventidue anni nel mondo delle 64 caselle, diventando in breve Grande Maestro. Girovago, viveva di tornei lampo e, giocando, vendeva anche libri e materiale scacchistico. Ad una certa età si accorse che la pasta adesiva per dentiere poteva servire a riparare i pezzi scheggiati. Io ho una regina bianca aggiustata in quel modo: vale più di tutto il resto.

    Ciaociao Rubrus, meno male che ci siete voi su Fb...stavo pensando di andarmene dopo neanche tre mesi dall'iscrizione

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  18. Colosio Giacomo22 dicembre 2015 19:32

    @ Gabriela

    Che bel commento...gradevole lettura e bel tuffo nel passato, non potevo pretendere di più da un lettore attento come sei tu. Questa frase: Fragilità di un'età passata troppo in fretta, preziosi ricordi di quel candore che inevitabilmente ritorna in ogni bacio alla persona amata... mi ha colpito molto positivamente. Grazie e Ciaociao

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  19. Colosio Giacomo22 dicembre 2015 19:38

    @ Pietro Zurlo

    Non ci wsono stati altri incontri, Pietro...ed anche quello fu molto fugace, un po' di baci e di carezze spinte, ma niente di più... e poi lei ne aveva di uomini, e molto meno imbranati di me. Io di lei ho scordato il nome ( Marta è l'unica cosa non reale) ma ho raccontato dopo 50 anni quella bella piccola grande avventura, lei forse non ricorda nemmeno chi sono....ahahahah...povero Giacomo, sono sempre stato una frana con le donne. Ciaociao, Pietro...contento che volevi saperne sempre di più, vuol dire che ti stimolava, la narrazione.

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  20. Certo che il racconto era avvincente caro Giacomo...mi fai ricordare di una sera, all'ombra amica di un albero di fico, con la sola luce di una pallida luna, quando mi appartai con una ragazza tre, quattro anni più grande di me, siamo sempre nell'età della prima giovinezza e avrei voluto che lei mi spronasse e m'insegnasse qualcosa di più...era di certo una che voleva un uomo più maturo e non si volle mettere con uno sbarbatello. Non ero ancora pronto e con le idee chiare.

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  21. Colosio Giacomo23 dicembre 2015 07:27

    @ Pietro: a me è successa la stessa cosa, caro Pietro...chissà, forse a noi che contiamo parecchi 'anta sulle spalle succedeva così, oggi un racconto come il mio sarebbe improponibile fra i giovani....ahahahah...li sento già ridere di queste cose. Ciaociao

    @ Claudia Lamma...inviata la richiesta di amicizia... che dire, quando hai scritto Yeppa ho capito subito che potevi avere " di molte decine d'anni in meno di me" si dice all'isola dove abito gran parte dell'anno... mi sono anche spaventato, ed allora ho cercato su Google ....ahahahahah...è un'esclamzione di gioia!...ciaociao

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