martedì 1 dicembre 2015

Gli occhiali - racconto di Rubrus

Dopo le ferie di Natale, Patrizio aveva dato di matto.
Era venuto in ufficio urlando che era un regalo del cavolo, che l’anonimo donante era un vigliacco e che la faccenda non sarebbe finita lì.
Sulla vigliaccheria dell’ignoto benefattore potevamo anche essere d’accordo, ma la reazione di Patrizio era eccessiva e quindi che andasse al diavolo, lui e la sua briciola di ragione.
E poi, anche se non era il massimo della finezza, il regalo non rappresentava un insulto così pesante. Non era mica un proiettile, come quello che molti di noi, segretamente, gli avrebbero recapitato.
Era solo un paio d’occhiali. Di quelli a raggi X, sapete… sì, ecco… quelli che si suppone consentano di guardare attraverso i vestiti.


Ora: io non li ho mai usati, ma, per quanto ho sentito, si vede solo una nebbia rossastra. Niente visioni di seducenti lingerie e mutandine di pizzo, insomma. A pensarci bene, un regalo simile poteva fare tenerezza, retaggio di un’epoca e di un senso del pudore ormai svanito. Ci si poteva persino ridere sopra, ma Patrizio non aveva il senso dell’umorismo.
Per farla breve, quando ebbe finito di gridare – Patrizio era uno di quelli che godono ad essere arrabbiati – sbatté gli occhiali in un cassetto della scrivania e lo chiuse.
«Ma se gli hanno dato tanto fastidio perché non li ha buttati?» mi chiese Antonio. «Sai com’è fatto – risposi – probabilmente, di tanto in tanto, ha intenzione di guardarli per potersi arrabbiare di nuovo».
Ci saremmo dimenticati della faccenda se, verso Carnevale, Patrizio non fosse arrivato in ufficio indossando un paio di occhiali sorprendentemente simili a quelli che custodiva nel cassetto.
«Congiuntivite allergica» – ringhiò a mo’ di spiegazione.
Sapevamo. Ma sapevamo anche un’altra cosa: c’era una nuova impiegata in ufficio.
Era arrivata poco dopo l’Epifania, si chiamava Carmen e sembrava la versione in carne ed ossa di una bambola gonfiabile.
La pettoruta neoassunta aveva il box posto di sbieco rispetto a quello di Patrizio e più d’una volta avevamo colto il nostro irascibile collega con lo sguardo perso in quella direzione. Possibile che…?
In ogni caso, da quel momento, la mise di Patrizio comprendeva immancabilmente uno spesso paio di occhiali scuri molto simili allo sgradito regalo di Natale.
Se si trattava di una congiuntivite doveva essere un caso paurosamente grave. «Forse dovresti farti vedere da un medico» gli aveva suggerito Antonio (il poveretto ha un istinto da crocerossina e, probabilmente, una segreta aspirazione al martirio). «Fatti gli affari tuoi» era stata la risposta, insolitamente gentile, dell’interessato.
E poi Patrizio non aveva problemi di vista: ci vedeva bene. Straordinariamente bene.
Verso le vacanze di Pasqua avevo appena aperto un barattolo di colla quando mi aveva chiesto se potevo prestarglielo.
Mentre mi dirigevo verso il suo box (neppure per un istante avevo considerato la possibilità che lui venisse a prenderlo) fui colpito da un pensiero – un’illuminazione, se preferite – come aveva fatto a vedermi?
Già, perché non aveva detto «Puoi darmi un barattolo di colla?» ma «Puoi darmi quel barattolo di colla?». Proprio quello che avevo appena impugnato. Solo che, tra noi due, c’erano sei pareti di compensato che, per quanto traballanti, erano impermeabili alla vista.
Non se li toglie mai pensai mentre, fissandolo nelle lenti scure, gli passavo il barattolo sono quasi quattro mesi che non gli vedo gli occhi.
Me n’ero andato senza parlare, ma, mentre mi voltavo, non potevo fare a meno di sentirne lo sguardo sulle spalle. Attraverso le spalle.
Per i due mesi successivi continuai a pensarci su. Non ero il solo; tutti avevamo notato che c’era qualcosa di strano, ma nessuno affrontava l’argomento. Patrizio, del resto, non era tipo con cui valesse la pena di instaurare un colloquio. Io solo avevo l’impressione che, anche se avessimo accennato alla faccenda, non si sarebbe arrabbiato affatto. Dirò di più. Mi sembrava che sperasse che ne parlassimo. Ma nessuno lo fece.
A giugno, Carmen, la bambolona, cambiò ufficio. Dopotutto le bambole gonfiabili sono piene d’aria e, dunque, tendono a salire verso i piani alti.
E Patrizio continuò a portare gli occhiali.
Un paio di volte lo sorpresi a guardare fuori dalla finestra, verso il tramonto. Mi sarebbe piaciuto dire che era diventato romantico e che meditava sul disco rosso adagiato nella caligine delle auto in fuga verso il week end, ma non era così. Avevo la netta sensazione che stesse osservando qualcosa di molto preciso.
Un venerdì di luglio cedetti alla tentazione. L’ufficio era vuoto a parte me. Avevo notato Patrizio uscire dal palazzo sempre con quei dannati occhiali sul naso e dirigersi verso il parcheggio. Dal quinto piano, dove mi trovavo, mi era sembrato terribilmente solo, nel piazzale deserto.
Quando lo vidi salire in auto, presi un paio di forbici e cominciai ad armeggiare intorno al cassetto della sua scrivania. Non è come nei film, sapete? – o forse sono io che non ho la stoffa dello scassinatore. In ogni caso ci vuole concentrazione. Per questo non mi accorsi che Patrizio era rientrato fino a quando, alzando la testa nel tentativo di cercare qualcosa per cancellare i graffi che avevo prodotto, me lo trovai davanti.
«Con queste fai prima» disse buttandomi le chiavi.
«Ti ho visto» aggiunse a mo’ di spiegazione mentre le impugnavo. Non dubitai neppure per un secondo che dicesse la verità, poi aprii il cassetto.
Gli occhiali a raggi X erano là dentro e non erano neppure identici a quelli che indossava. Si capiva subito che la montatura era in una plastica più scadente.
«Non li uso da fine gennaio» disse «In realtà non li ho usati molto. Mi sono accorto subito che qualcosa non andava. Forse è un difetto di fabbrica, ma è bastato a modificarmi la vista. E adesso non ne ho più bisogno».
Allungai la mano e li sfiorai. Sembravano normali occhiali da quattro soldi, di quelli che si comprano in farmacia o si ordinano per posta. Non era difficile credere che, se usati a sproposito, potessero essere dannosi.
«Io non li metterei se fossi in te – disse – Carmen non porta quasi mai le mutandine, ma il resto non è un bel vedere».
Mi allontanai e lui si sedette al suo posto.
«A Carnevale, quando cominciai a portare questi – e accennò a quelli che indossava – vedevo già attraverso i muri. Dopo una settimana vedevo molto, molto più lontano. La vista cambiava ad una velocità spaventosa. In progressione geometrica. E non si è più fermata».
«Ma come…».
Scosse la testa «È inutile – disse – non si può spiegare. Non più di quanto si possano descrivere i colori a un cieco nato. L’unica cosa che posso dirti è che tu vedi il parcheggio qua sotto e, oltre, gli alberi e, oltre ancora, i profili dei grattacieli. Se fosse una serata tersa potresti vedere anche le montagne. Be', per me è la stessa cosa. Solo che io vedo più lontano».
Chiuse il cassetto.
«Dopo Carnevale la mia vista arrivava ad oltre 50 km, al di là del raggio di curvatura terrestre e, per Pasqua, potevo sbirciare dietro la Nube di Oort».
Riprese le chiavi della scrivania e se le mise in tasca.
«Per i primi di maggio ero in grado di guardare oltre Andromeda e, a giugno… inutile che lo dica… non so che cosa stavo guardando. I telescopi non ci sono ancora arrivati».
Mi piantò in faccia le lenti scure, sogghignando e, improvvisamente, quelle sottili pellicole di plastica mi sembrarono molto fragili. Troppo.
«Lo sai che cosa succede quando guardi così lontano? Guardi anche nel tempo. Puoi vedere quello che c’è in fondo… quello che c’era all’inizio».
Si girò di tre quarti verso di me e un angolo remoto del mio cervello mi avvertì che, nel farlo, aveva impugnato le forbici, ma non riuscii a muovermi, come un uccello ipnotizzato da un serpente, o peggio.
«Per un bel pezzo credetti di essere arrivato alla fine. Lo sperai persino. Arrivai ad aguzzare lo sguardo come un bambino miope che, dal fondo dell’aula, cerca di leggere la lavagna. Solo che io speravo di non leggere niente, dopo quello che avevo intravisto. Ma mi sbagliavo».
Si alzò in piedi.
«Così alla fine l’ho visto. È stato tre giorni fa».
Fece un passo in avanti.
«Credimi, non vorresti vederlo, non vorresti proprio. Ci sono cose capaci di far impazzire un uomo anche solo per averci dato una rapida occhiata. E io ho fatto molto di più».
Alzò una mano.
«Non ti preoccupare, non te lo descriverò. Non potrei farlo. Nessuno potrebbe».
Incespicai e quasi caddi all’indietro mentre Patrizio avanzava con le forbici in mano.
«Una cosa però posso farla. Hai pagato il biglietto e adesso hai tutto il diritto di goderti lo spettacolo, fino all’ultima scena». E, così dicendo, si tolse gli occhiali.
A pensarci bene non era tanto spaventoso. Al semplice costo di un biglietto cinematografico si possono gustare spettacoli ben più raccapriccianti. I suoi occhi erano neri, tutti neri, di una tenebra assoluta e profonda, senza iride, senza pupilla e senza cornea. Due frammenti d’abisso infilzati in un volto umano. E brillanti. A guardarli con attenzione (del resto era impossibile distogliere la vista) sembrava che dentro qualcosa scintillasse, anche se il buio, a rigor di logica, non potrebbe, non dovrebbe scintillare… ma la logica non esisteva, laggiù.
«Oh sì – disse Patrizio sogghignando – anche lui mi ha visto. E adesso vede te. Ed è contento di vederti». Poi alzò le forbici.
Ripensandoci credo che abbia mormorato qualcosa del tipo “Se il tuo occhio ti dà scandalo, strappalo”, ma non ne sono sicuro.
Con due colpi precisi, quasi eleganti, come un sommelier che stappa una bottiglia, s’infilò le forbici nelle orbite e si fece saltar via i bulbi oculari. Il destro rimase per un attimo appeso a un nervo sanguinolento poi precipitò a terra e tutt’e due saltellarono verso di me come strane biglie d’un nero lucente, quasi volessero mordermi le caviglie.
Adesso vorrei che mi credeste se vi dico che avrei potuto fermarlo: Patrizio non era molto robusto. A dispetto del suo carattere irascibile arrivava appena al metro e sessanta ed aveva il fisico del sedentario medio. Solo che non volli farlo.
Penso che un uomo – anche uno che, come Patrizio, non aspira al titolo di mister simpatia – abbia diritto ad un po’ di compassione o, almeno, il diritto di dire “basta”, così lo lasciai aprire la finestra e buttarsi di sotto.
Furono le sue ultime parole che mi convinsero a lasciarlo andare.
«Lo vedo ancora».

7 commenti:

  1. Urca! Ho incominciato a leggere col sorriso sulle labbra ma ho finito con lo sguardo spento, attonito e con un leggero aumento della palpitazione. Meno male che faccio uso di metabloccanti, altrimenti chissà dove sarei finito
    Non me l’aspettavo un risvolto del genere, e tutto questo partendo dai famosi occhialini raggi x, tanto reclamizzati negli anni sessanta/ottanta sul Monello e l’Intrepido. Un po’ tutti ci abbiamo creduto, a quei tempi io li desideravo non tanto per guardare sotto la gonna della maestra, ma per vedere sotto l’acqua dove stavano i pesci, ed ero convinto che con quelli addosso andare a funghi sarebbe stato uno scherzo, ma la genialata vera è stata quella di Rubrus, cioè quella di attribuire a questi occhiali il potere di vedere anche il…

    Eh no, non ve lo posso dire, se lo volete sapere, ve lo dovete leggere. Complimenti Ru’, qui siamo proprio a cavallo tra la fantascienza e l’horror. Un po’ il genere di Fredric Brown, o mi sbaglio? Lo so, lo so… gli accostamenti sono sempre imbarazzanti anche quando sono azzeccati, ma qui siamo tra di noi e certe uscite ce le possiamo permettere.

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  2. Interessante, molto interessante. Letto con piacere per la prosa come sempre scorrevole e per il tema come sempre originale. Di più non posso dire perché essendo digiuna di letteratura di fantascienza o horror non saprei che aggiungere.
    Bravò Rubrus.

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  3. A Franco consiglierei i betabloccanti ( il solito refuso... ).
    Invece a Rubrus devo porgere i miei complimenti perchè sono riuscito a leggere tutto il racconto senza dover saccheggiare mezzo scibile umano...
    Fuor d'ironia, Roberto è stato di parola scovando e pubblicando questo < vecchio > pezzo sullo stimolo di un mio pensiero cinico.
    Vabbè, sorvolo sul fatto che anch'io ai tempi come tanti altri pirla ero stato soggiogato dalla bufala degli occhiali a raggi X.
    Qui invece il gioco si fa pesante: il protagonista fora il tempo e lo spazio risalendo al colpevole primo di tutte le disgrazie umane.
    Allora Mosè se l'era cavata col roveto ardente, qui Patrizio invece ha preferito andare per le spicce.
    Narrazione piacevole e ben congegnata sullo sfondo di un epilogo al solito inusitato.
    Siddharta

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  4. Se Kafka fosse ancora vivo, ti riconoscerebbe il merito d'essere il suo alunno più diligente, nel seguire i suoi insegnamenti.

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  5. Grazie Sid per aver scovato il refuso, però in questo caso si tratta di un lapsus freudiano, in quanto mi ricordo di prenderli un giorno sì e l'altro no, pertanto sono bloccanti a metà = metabloccanti... ah...ah...ah... battutaccia. quasi quasi mi cancello. Ma no... be' vedremo.

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  6. Due paroline di spiegazione perché non mi piace attribuirmi meriti che non ho.
    Nel 1945 il francese Jacques Spitz scrisse il romanzo "l'occhio del purgatorio" nel quale il protagonista sintetizzava un collirio che gli permetteva di guardare avanti nel tempo. Nel 1963 Roger Corman, reinterpretando a modo suo il racconto, girava "L'uomo dagli occhi a raggi X" in cui il collirio permetteva di guardare avanti nello spazio e che aveva come protagonista Ray Milland - che, alla fine del film, si strappa gli occhi (come succede nel mio racconto). Girava voce, però, che la versione trasmessa nelle sale fosse censurata. La mia versione - nella quale non sono il collirio, ma gli occhiali la causa della supervista - è quella che, secondo queste voci, più si avvicina a quella che si dice avrebbe dovuto essere versione non censurata. Quindi, volendo, è il terzo "spin off" del romanzo. In realtà, volendo andare un po' più in profondità, si trovano archetipi e riferimenti a non finire. "Il cuore rivelatore" di Poe, giusto per citarne uno, parla di un uomo che è convinto di udire troppo. Andando alla radice, tuttavia, direi che questa, nelle sue varie versioni, è una storia di Hyrbis la cui morale è così declinata "all'uomo non è concesso di sapere certe cose". Come in molte storie di questo genere, una colpa lieve viene punita in modo spaventoso e, come in molte storie di horror o fantascienza è lo strumento tecnico il mezzo attraverso cui l'hybris viene punita ("non tutto ciò che è tecnicamente possibile è giusto e/o lecito o anche solo opportuno" è la morale suggerita - la stessa del "Frankenstein" giusto per citare un'opera a metà tra horror e fantascienza). Secondo me, la battuta finale (lo confesso, mi piace) è molto lovecraftiana: il cuore dell'universo è follia e dannazione e chi solleva il velo di Maia (perché sappiamo tutti per cosa avremmo voluto usare gli occhiali a raggi X, vero?) non potrà che attirare su di sè, senza appello, tale follia e tale dannazione.

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  7. Vero. Curioso che, per un meccanismo al contrario, Edipo finisca anche lui per strapparsi gli occhi... mi interessa rilevare l'analogia dell'azione simbolica, perché, comunque la si giri, pare che il percorso verso la conoscenza passi inevitabilmente attraverso il dolore. E, in particolari frangenti della storia umana, ad un' orribile morte

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