lunedì 14 dicembre 2015

LA DIVERSITA’ - di Gabriella De Gennaro - racconto


                                                                          
Lucilla nacque in un giorno di primavera inoltrata in una casa piccola che affacciava su una piccola strada. Erano le tre di un sabato mattina.
Venne al mondo con gli occhi aperti e grande fu lo spavento della vecchia ostetrica che, tagliato il cordone, avvolse la neonata in una copertina e frettolosamente la posò tra le braccia della nonna che aveva assistito al parto. Visitò la puerpera, si lavò le mani e scappò via senza neanche chiedere l’onorario. 


Avrebbe voluto gridare ai quattro venti che i neonati hanno gli occhi chiusi, ben chiusi, non girano la testa per guardarti in faccia e sorridere compiaciuti, come per ringraziare di averli aiutati a venire al mondo. La sua etica professionale e la trentennale esperienza le imposero però un silenzio assoluto. Affannata e in preda al panico, in pochi secondi aveva fatto, dimenticando l’artrite che le torturava da anni, una ventina di gradini di legno spezzati e rosicchiati dalle tarme e ora, sul ciglio della porta, più tranquilla e al sicuro, salutava con grandi gesti una scala vuota gridando a squarciagola: «Tutto a posto, madre e figlia stanno bene, auguri, auguri.»
“Anche questa è fatta” pensò tra sé ed estrasse dalla borsa di lavoro nera e logora una bottiglia di un tonico fatto da monaci tibetani, difficilissimo da trovare ma a suo parere miracoloso. Ne bevve alcuni sorsi e si sentì completamente rigenerata. Giunse così strada arrivando alla conclusione che la stanchezza gioca tiri mancini e che la bambina, povera creatura, era in tutto e per tutto uguale ad ogni altro neonato, solo un poco sottopeso e un poco più raggrinzita.
“Che Dio mi perdoni,” disse fra sé “ma quella bambina è proprio… come dire… diversa?”
Arrivò finalmente a casa, si tolse le scarpe lasciandole come sempre al centro della stanza, buttò a terra la borsa e corse in cucina a bere un bicchiere di latte, poi andò a letto dove il gatto la stava aspettando.
“La stanchezza gioca brutti scherzi” pensò. “Gli occhi erano sicuramente chiusi, ma a me son sembrati aperti: colpa dello stress… troppa responsabilità, che mestiere il mio…   Eppure ho visto bene, erano aperti, direi spalancati… in tal caso… domani andrò al mare; ma prima passo dal mio medico, ho bisogno di riposo, forse di cure.”
«Tu rimani in giardino ad acchiappare i topi, ladro che non sei altro» disse rivolgendosi al gatto.
La vecchia ostetrica passò il resto della notte seduta sul letto malgrado un’altra dose di tonico miracoloso e ringraziò il momento in cui aveva accolto quel gatto dispettoso, oggetto di violenti litigi con i vicini di casa. Un incubo l’aveva destata di soprassalto. Aveva sognato quella strana neonata che sorrideva e le faceva l’occhiolino. Accovacciata al posto del gatto cantava una strana filastrocca, a cui non riusciva a dare nessun significato né in sogno, né da sveglia:

Ogni uomo è diverso
Ogni uomo è sempre perso
Nell’azzurro del suo mare
Dovrà sempre più nuotare.

Intanto in una piccola casa una giovane madre guardava orgogliosa la sua piccola bambina dalla pelle bianchissima, pensò ai suoi occhi azzurri come a due finestre spalancate sul mondo, pensò che in quel minuscolo cuore c’era una grande curiosità per la vita e che la luce le dava gioia.
”Ti chiamerò Lucilla“ Finalmente era riuscita a trovarle un nome adatto. Non si meravigliò neanche quando prima di addormentarsi sua figlia la salutò mandandole un bacio con la sua piccola mano.
«Ha solo un buon carattere». Disse Ada rivolgendosi a sua madre. «La mia bambina è bella e sana, cosa ha di diverso? e poi anch’io sorrido, tutti in famiglia sorridiamo sempre. Mamma, guarda: ci somigliamo come due gocce d’acqua!»
  Andarono a dormire. Il mattino seguente né Ada né sua madre fecero il benché minimo accenno alle stranezze della neonata. A mezzogiorno l’ostetrica che non aveva dormito tutta la notte, fu colta da un senso di rimorso e di rigore professionale, non andò al mare né dal suo medico ma dritta a casa di Ada. Bussò alla porta con energia e quando la donna andò ad aprire le disse:
«Già in piedi? Hai latte? Come sta la piccina? C’è qualcosa in particolare che vuoi dirmi?»
«Niente, niente di particolare» rispose Ada, con una forzata indifferenza.
Salirono le scale e nella stanza inondata di luce l’ostetrica vide la neonata assopita nella sua culletta. Aspettò che aprisse gli occhi, ma ciò non successe, aspettò che girasse la testa, ma niente! La bambina non si mosse.
«Ora devo proprio andare» aggiunse dopo aver ispezionato con cura l’ombelico di Lucilla. Apri la borsa da lavoro e posò sul comodino di Ada il tonico miracoloso consigliandole caldamente una porzione per lei e per sua madre: un cucchiaino da caffè, da prendere nei momenti di particolare stanchezza. Poi prese coraggio e chiese alle due donne:
«Secondo voi che significa questa filastrocca?»

Ogni uomo è diverso
Ogni uomo è sempre perso
Nell’azzurro del suo mare
Dovrà sempre più nuotare.

Ada, accompagnandola alla porta così rispose:
«Tutti dobbiamo nuotare per vivere, c’è chi ha braccia forti e chi non le ha, ma tutti siamo persi nell’azzurro del mare, tutti proprio tutti.»
Intanto la neonata, sentendosi sola alzò la testa dalla culla, e incominciò a battere ritmicamente le mani e a cantare.
“La mia bambina ha la musica nel cuore, proprio come me” pensò Ada mentre saliva le scale. “Ha una voce bellissima. Che c’è di tanto strano?»
 Guardando nella culla vide Lucilla sorridere, le sue mani piccole e sottili come le corde di un violino si muovevano lentamente nell’aria. 
Poi sorridendo tra sé e sé, concluse che quella bimba aveva portato la musica, in quella casa.  


18 commenti:

  1. La storia è curiosa, surreale, fantastica, molto simile a quelle che i vecchi raccontavano un tempo intorno al camino, e per certi versi ricorda la novella di Scott Fitzgerald: Il curioso caso di Benjamin Botton, resa famosa dal film con Brad Pitt. Qui il nascituro non è nato già vecchio, ma dà segni di una precocità straordinaria. Il racconto mi è piaciuto anche per la semplicità espositiva, per lo stile pulito e senza malizie. Non è un lavoro di fantasia fine a se stesso, è qualcosa di più, fa riflettere e si potrebbero tentare anche conclusioni moraleggianti, ma io preferisco tenermi la storia così com’è, senza farmi tante domande sui vari interrogativi che il testo propone. Piaciuto.

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  2. Dolcissimo!
    Mi è piaciuto un sacco.

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  3. Oddio... io lo trovo vagamente inquietante, però forse sarò fatto male. Non ho potuto fare a meno di chiedermi come sarà quella bambina a sette mesi - e mi sono venuti in mente un paio di film o telefilm di fantascienza.

    A latere, mi viene in mente l'origine del detto "nascere con la camicia" che deriva dal fatto che, raramente, a volte i neonati vengono al mondo ancora avvolti, in parte o, ancor più raramente, in tutto, nella sacca amniotica.

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  4. A me inquietano le paure della vecchia ostetrica, evidentemente incapace di accettare con naturalezza le diversità, anche positive come in questo caso.
    Invece di guardare con tenerezza a quella piccola creatura ne è rimasta spaventata; per fortuna mamma e nonna si dimostrano di stampo diverso. Certo, i film horror oggi di moda potrebbero suggestionare in senso negativo, ma questo mi pare un simpatico racconto da accettare con dolcezza ed allegria.

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  5. Qualcuno ha fatto bene a suggerirmelo. Io che navigo in quei mari immersi nella fantasia sfrenata, mi ci ritrovo senza pensare a un seguito perchè se lo fai ti verrebbe da pensare l'impossibile, come, ad esempio, la visita di un extraterrestre... con quel che ne consegue.
    Scrive bene il padrone di casa: stile pulito e senza malizie come una bella fiaba.
    Brava.

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  6. Beh, parecchie cose da dire su questo racconto. Innanzitutto la forma, pulita, asciutta, convincente e mai dispoersiva, essenziale. Il contenuto è sicuramente originale e di certo questa pseudo-fiaba cela qualche significato allegorico...ci sta pure che la vicenda nasconda qualcosa di inquietante, come dice Rubrus, ma io propendo per un significato surreale, come se quella bimba fosse immateriale e tutta la vicenda sia una specie di ipnosi collettiva. Una neonata che balla e canta ritmicamente sembra quasi la nascita di qualcosa di artistico, e la considerazione si rinforza leggendo la chiusa, che accenna ad un violino ed alla musica. Buon racconto comunque, al di là del significato più o meno nascosto...benvenuta, e complimenti.

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  7. Ringrazio tutti per la cortese attenzione e per le osservazioni e i commenti al mio racconto.Risponderò a ciascuno singolarmente non appena mi sarò impadronita del funzionamento di questo sito. Un cordiale saluto a tutti voi.
    Gabriella

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  8. Beh, il racconto conquista sotto vari aspetti.
    Innanzitutto la brevità, lodevole in tempi di logorrea letteraria.
    Poi la fantasia, comunque non sfrenata e ridondante.
    Quindi il surreale con la sua dose di follia immaginifica.
    E forse, infine, il sogno di tutti di nascere già grandi e vaccinati, senza le afflizioni e i pericoli della prima e seconda infanzia.
    Io ci ho come vicina una neonata di due mesi che strilla e piange a tutte l'ore...
    E penso come già al nascere siamo tormentati, per poi continuare tutta la vita.
    Già, se invece le prime afflizioni ci venissero risparmiate, venendo al mondo felici e contenti!
    Infine la storia pare anticipare le varie fasi attitudinali dell'individuo.
    Il ritmo e la musica versi i due-tre anni, il gioco come apprendimento, la matematica verso la pubertà. ..
    In conclusione, un'interessante reinterpretazione dell'illogicita' come mezzo d'evasione,
    Ottimamente, Siddharta.

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  9. Grazie Siddharta,il tuo commento così bene articolato, mostra un'attenta analisi del mio racconto.La musica è la modalità comunicativa universale e nasce nel preciso momento in cui un essere umano viene al mondo. Tutto dentro e fuori di noi è musica. Ti saluto con tanta simpatia.

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  10. Hai ragione Rubrus sotto alcuni aspetti il racconto è inquietante così come è inquietante l'impossibile che diventa possibile.

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  11. Serenella Tozzi condivido in pieno la tua riflessione. La diversità anche quando chiude in sè il germoglio della bellezza è sempre difficile da assorbire e rielaborare. Uscire fuori dagli schemi è un lavoro lungo che richiede l'individuazione dei pregiudizi e successivamente la loro eliminazione. Ti saluto ..ciao.

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  12. Colosio Giacomo19 dicembre 2015 11:01

    E se sotto questa nascita si nascondesse quella di un'arte come la musica, per esempio?...forse non a caso è una bambina, quindi femmina, e poi quei riferimenti al violino, e ancora la frase finale che sembra addirittura esplicita...il fatto poi che nasca già quasi adulta, occhi aperti, molto dinamica...io ho in mente certe musiche rock, per esempio....

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  13. *Siddharta: Penso che il nome dell'Autrice vada rettificato in : Gabriela De Gennaro.

    **Giacomo Colosio: pensi bene Magister...gli è che il post lo ha postato Franco sul diario di gabriela ed ha sbagliato il nome...io ho solo condiviso...infatti anche lei lo sa, ma come fare?

    ***Giacomo Colosio: Io pensavo che nessuno avrebbe notato...ma non tutti sono vecchi babbuini come me con le cataratte....ahahahah...vedo che a vista stai bene, Epi.

    ****Gabriela De Gennaro Che amici stupendi ho !!!!!!!!!

    *****SIDDHARTA: alla rettifica ci penserà il nostro webmaster...

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  14. Giacomo .....BINGO !!!!!!!!

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  15. Giù le mani da quel nome! L'ho già corretto una volta e adesso resta così.
    ah...ah...ah...

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  16. Hai ragione Franco !!!!!!!!!! aahahaahahahahh

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  17. Richiama l'Allende, ma senza riferimenti diretti ed è un raccont che si fa leggere senza esitazioni.
    Trovo soltanto che l'elemento musicale, essendo introdotto per secondo, abbia una forza minore rispetto alla prima stranezza manifestata, e quindi un minor impatto visivo/narrativo e strumentale.
    Se nell'intenzione dell'autrice, come sembra dalla chiusa, c'era quella di un crescendo di stranezze che portasse all'apice della "stranezza musica e canto", allora in un paio di passaggi manca qualcosa al climax, perchè l'impatto degli occhi spalancati rimane, per me lettore, più forte di tutto quello che viene dopo.

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  18. Per Claudia.
    Hai ragione, avrei dovuto completare con maggiori dettagli la seconda parte del racconto e dare una maggiore forza all'elemento musicale.

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