mercoledì 16 dicembre 2015

Salotto di casaframe - dicembre 2015

ARIA DI MONTAGNA – Incipit
Racconto di Marco Malvaldi

Non appena la mano di Massimo si era mossa, la ragazza aveva chiuso gli occhi.
E Massimo si chiese se per caso non avesse avuto troppa fretta.

Era da tempo, da parecchio tempo, che Massimo non si ritrovava in una situazione del genere con una donna; ed era invece da poco tempo, in fondo, che per Massimo la commissaria era diventata semplicemente Alice.
Adesso era da un tempo molto breve, forse qualche secondo, ma che a entrambi sembrava lunghissimo, che Massimo e la commissaria, l’uno di fronte all’altra, avevano smesso di parlare, senza per questo ignorarsi.
Anzi.
La mano di Massimo si posò sul fianco della donna, con una morbidezza non priva d’esitazione.
Ma ormai tornare indietro non si poteva.
Lo sapevano tutti e due, come lo sanno tutti: sono queste, da millenni, le regole del gioco.
Alice socchiuse gli occhi, e sporse il viso verso Massimo. Impercettibilmente. Ma Inequivocabilmente.
Fallo, diceva la ragazza. Fallo, e basta.
La mano di Massimo si fece più decisa. Con un gesto più naturale di quanto si aspettasse, prese la donna e la tirò a sé, portandosela più vicino.
E a quel punto successe.
Non appena la mano si fermò, la destra di Alice scattò come un fulmine, con uno schiocco. Secco, deciso, inaspettato.
Massimo restò immobile. Immobile, e improvvisamente consapevole di aver fatto la cazzata.
Dopo un attimo alzò lo sguardo, incrociando gli occhi di Alice.
Che sorridendo confermò:
«Eh sì, hai fatto la cazzata. È matto in tre mosse, caro»
                                    

(font: Vacanze in Giallo - Sellerio)

17 commenti:

  1. Questo giochino sembra ispirare molti scrittori di gialli e non solo. Il racconto non è granché, ma l'inizio è carino. Anche se non originalissimo, io ci sono cascato lo stesso come un pollo.
    Tra di voi, ci scommetterei, manco uno. Tutto chiaro sin dal primo rigo, vero?

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  2. Se ho capito bene, questa è solo la prima scena.
    E' vero, il trucco funziona sempre e dimostra la difficoltà della interpretazione letterale.
    Uno legge e immagina quando dovrebbe leggere e basta, limitandosi cioè ai fatti senza partire lancia in resta in cerca di sottotesti, metafore ecc. ecc.
    Non è per niente facile.

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  3. Invece a me il narrarebus è piaciuto moltissimo.
    Scaltro quel tanto che intriga.
    Naturalmente ho riletto cinque volte per arrivarci, insospettito dall'avviso di Franco.
    Ma è noto che sono acqua e sapone nei polizieschi, ancorché' semplificati.
    Bravo l'autore con questo calambour malizioso e fulminante.
    Un refuso all'inizio.
    Siddharta.

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  4. A proposito di refusi, ecco il mio: recctius calembour...
    Sid

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  5. Ahè , sto lavorando sul tablet e gli errori si sommano...
    Sid

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  6. In realtà il racconto è polisenso.
    La c...orbelleria è essersi fatto "fare il matto" in tre mosse, aver mosso la mano o averla fermata?
    Sid. Armati di santa pazienza, coi tablet ce ne vuole un bel po'.

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  7. PS. Si noti che se la frase fosse stata: "Hai fatto la cazzata: è matto in tre mosse" l'interpretazione possibile sarebbe solo una: l'errore è aver subito il matto. Il punto fermo invece apre altre possibilità Questo perché, come dice Malvaldi in un altro romanzo, i segni di interpunzione non sono solo pause del discorso, ma operatori logici.

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  8. Per Sid, il tuo refuso l'ho capito, ma quello del testo, ancora non riesco ad individuarlo.

    Questo testo è solo l'inizio di un racconto che ho trovato su "Vacanze in Giallo". Me lo sono dovuto ricopiare ed è probabile che qualcosa mi sia sfuggito. Se me lo segnali lo correggo.

    Malvaldi è uno scrittore da prendere in grande considerazione. Dedica particolare attenzione alla sua prima pagina (mica scemo). Se la cosa interessa la possiamo sviluppare.

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  9. A me sì, se anche agli altri va bene.

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  10. Per Rubrus

    No, non è così.
    Soltanto dopo la mossa di donna, è scacco in tre mosse. Non sappiamo a che punto della partita sia arrivata la mossa di Massimo. Però è finita così!

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  11. Penso che, l'autore, voglia anche significare la scaltra furbizia della donna, non solo nel gioco della seduzione ma anche in altri ambiti, come quello degli scacchi ed attende a mo' di gatto che il "topo" effettui la sua mossa sbagliata.

    Per Franco: il refuso è che è stato scritto la seconda volta il nome Massimo, con la m minuscola.

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  12. Per Franco: al terzo rigo " massimo ".
    Sì, con Rubrus avanti tutta col nuovo autore.
    Intanto copio-incollo questo su fb.
    Sid

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  13. Ok, grazie. Finalmente ci sono arrivato.

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  14. Colosio Giacomo17 dicembre 2015 07:38

    Invece io il sospetto che quella "donna" fosse di legno l'ho avuto subito, un sospetto non ragionato, istintivo. Infatti noi giocatori di scacchi la Regina la chiamiamo così, donna, e la partita nella quale il bianco muove il pedone della colonna "d" viene chiamata Partita di Donna....
    Un piccolo appunto all'autore lo farei: va bene che volevi ingannarci con quella mano sul fianco, ma sinceramente nessun scacchista prende la donna per il fianco, mai. Io avrei scritto che gli accarezzò la testa, con fare indeciso...questo si fa quando una mossa è poco sicura. Holahola....
    P.S. ho diversi racconti sul gioco degli scacchi e sulle mie esperienze con le 64 caselle...ma forse troppo lunghi per il web: e chi li leggerebbe mai? e inoltre chi potrebbe capire un Panta rei associato a questo gioco?

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  15. Giacomo Colosio - parlo per ora a titolo personale ma sollecito gli altri ad esprimere la loro opinione sul tema: a me del fatto che il racconto sia "troppo lungo per il web" non me ne frega niente, detto molto apertamente (diverso è l'essere troppo lungo tout court). A mio parere la lunghezza di un racconto deve dipendere dal numero di cose dette e non dalle parole impiegate per dirle, ma, detto questo, incistarsi sul numero delle parole mi pare una malsana forma di feticismo (e sarò fatto male, ma le "proesie" di 500 300 parole scritte apposta così buttando a mare la storia, che è il cuore della narrativa, a discapito del "momentum" e dell'emozione, mi lasciano del tutto indifferente - e ripeto che parlo a titolo personale). Quindi, per conto mio, pubblica pure.
    Poi penso che qui non pochi di noi abbiano letto romanzi sugli scacchi. Mi vengono in mente "La variante di Luneburg", ma anche il romanzo di spionaggio storico "Zugzwang" e i racconti neri e fantascientifici di Fritz Leiber sul tema. E magari anche altri che ora non ricordo.

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  16. I racconti più lunghi che sono stati pubblicati su questo blog non andavano oltre le seimila parole. Erano quelli di Zaina e qualcuno li commentava pure.Cose più lunghe le abbiamo pubblicate a puntate.

    A Giacomo avevo sconsigliato i racconti sulle diecimila parole, ma se vogliamo fare l'esperimento, facciamolo pure. A me la carta non costa nulla e ho tutto lo spazio che vogliamo a disposizione. Non posso garantire il numero di lettori, ma se questo non è un problema per l'autore, per me lo è ancora meno.

    Decidete un po' voi, a me la cosa non può fare che piacere.



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  17. Long o short il racconto, non ha importanza.
    Vediamo di che stoffa è fatto il mio conterraneo.
    Laureato in scienze tecniche...
    Io ci avevo un ingegnere capo che insospettabilmente ci giocava con le parole.
    Ed anche un architetto capo che scriveva come un umanista consumato.
    Ed pure taluni compagni del classico laureatisi poi in ingegneria.
    Li ho sempre invidiati per la duttilità emisferica del cervello.
    Io invece sempre sulle pandette e l'invariabilità della letteratura, anche se le materie matematico-scientifiche mi hanno sempre intrigato...
    Sid

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