giovedì 10 dicembre 2015

Un “Manhattan” di periferia - frame - racconto


Sono le prime note di No ordinary love, con la voce calda e sensuale di Sade a colmare il silenzio avvilente di questo Cocktail Bar di periferia. Apro i battenti quando fuori è già buio, aspetto i clienti della notte e solo alle prime luci dell’alba uscirò da questa tana per respirare di nuovo una boccata di aria fresca.


Avrei bisogno di qualcosa con più ritmo per restare sveglio, ma mi devo accontentare degli UB40. Non ho molta scelta: sono pochi e già vecchi i CD che la "casa" mi mette a disposizione.
Il primo cliente entra sul dolce ritmo di, Red...red wine.
È Gianni! Sempre il primo e con lui non ci sono problemi, beve solo Glenlivet con ghiaccio e non devi fare altro che fingere di ascoltarlo, mentre parla della sua ex, del lavoro in banca e del Milan. Ripete sempre le stesse cose, è monotono, ma è gentile, non dà fastidio e non stacca mai gli occhi dal fondo del bicchiere.
Il secondo arriva dopo pochi minuti. È Mario, il suo migliore amico e beve solo ciò che Gianni gli offre. Non è un gran cliente, ma insieme si fanno compagnia, non hanno bisogno di nulla e mi lasciano in pace.
Il terzo cliente arriva dopo il secondo giro di Whisky. È ancora presto: serata grassa!
È uno nuovo, non lo conosco, si guarda un po’ in giro poi si avvicina lento al bancone. Si accomoda sullo sgabello alto, apre il giornale e spara: «Un Manhattan!»
Subito Signore! Rispondo automaticamente, mentre penso: «Un Manhattan?»
Prendo tempo, preparo i salatini e aggiungo qualche olivetta. È un aperitivo?! Sì, mi pare proprio di sì. E poi, chi se e frega, le noccioline vanno sempre bene e, mentre lui avvicina il giornale sotto la luce del faretto, io brancolo ancora nel buio.
Manhattan mi ricorda New York, e New York - l’America - e l’America il Whiskey con la “e”.
Finalmente ci sono, anche il whiskey canadese va più che bene. Ognuno ha il suo metodo per ricordare le cose e quello che ho escogitato per farmi entrare nella testa le maledette ricette dei cocktail sembra funzionare.
Per farmi assumere ho detto al mio principale di aver frequentato un corso per barman. Naturalmente non è vero, ho lavorato un po’ di tempo in una discoteca e distribuito tra i tavoli orribili drink dai nomi fantasiosi. Tutto quello che so l’ho trovato sui libri e per fare pratica mi esercito quando sono solo al bar.
Sono sicuro che gli ingredienti principali siano il Whiskey e il Vermut rosso. Però ho ancora qualche dubbio. Vado davanti allo stereo e cambio musica per guadagnare tempo. Metto una compilation che va bene per tutte le occasioni. La conosco tutta a memoria, con le canzoni non ho problemi, inizia con David Bowie e poi vengono i Police e dopo i Dire Straits, tutta roba un po’ vecchia che mi fa ancora impazzire.
Lui intanto continua a leggere il giornale sotto il cono di luce e per mia fortuna non sembra avere fretta.
Nel frattempo apro lo sportello della macchina del ghiaccio e riempio il cestello.
Ma sì, tanto ghiaccio! Mi dico, facciamogli vedere che non abbiamo paura di sprecarlo.
È ghiaccio secco, non è brodoso e canta quando lo sbatti con energia contro la parete lucida d’acciaio.
Adesso ho tutto nella testa: 2/3 di Whisky, 1/3 di Vermouth rosso, la ciliegina al maraschino e… che manca ancora, mi domando freneticamente!
Mi muovo leggero, elegante. Sfodero il miglior sorriso, prendo il bicchiere da cocktail tipo Martini e lo raffreddo riempiendolo di ghiaccio.
È il bicchiere giusto, non mi frega ‘sto brutto sfigato, si vede che ha la faccia da Campari e soda, ma lui questa sera ha deciso di fare l’americano, e di spendere un casino per un drink che molto probabilmente non ha mai bevuto.
Con la pinzetta afferro e lancio velocemente i cubetti di ghiaccio nel mixing glass e poi li faccio ruotare lentamente con il cucchiaino lungo per raffreddare il cristallo. Questo drink non va shakerato, ne sono sicuro, ma manca ancora qualcosa, anche di questo sono altrettanto certo.
Scolo il mixing glass fino all’ultima goccia con lo streiner. È solo il colino, niente di particolare, ma in italiano suona male e non lo posso chiamare col suo nome; dopotutto sto facendo uno dei più famosi drink al mondo, non una camomilla.
È il turno di Roxanne e la voce di un giovane Sting mi accompagna, mentre controllo nervosamente se davanti a me ho tutto il necessario: la bottiglia del Martini rosso, quella del Canadian e il vasetto con le ciliegine e…
Trovato! Improvvisamente mi sovviene anche il quarto ingrediente. Genio, fortuna, o semplicemente memoria? Non ho tempo per pensare a queste cazzate e mentre ostento indifferenza, vado con lo sguardo alla disperata ricerca della bottiglietta dell’angostura.
La vedo, era proprio lì, sotto i miei occhi, dietro la bottiglia del Bourbon che usiamo per fare un altro cocktail, l’Old Fashioned, se non ricordo male.
Il cliente intanto non stacca gli occhi dal giornale, invece voglio che mi veda bene, deve sapere che mi sono ricordato di queste due gocce rosse di “sudore amaro”. Con un colpetto di tosse ottengo la sua attenzione, quindi con sussiego sollevo la bottiglietta sul mixing glass, e delicatamente faccio cadere le due perle di radice che si sposeranno a meraviglia con il Vermouth e il Whiskey Canadese.
Finalmente, nello spazio di sei minuti abbondanti, il tempo di due canzoni, il bicchiere scintillante atterra dolcemente sul tovagliolino bianco.  Ha il colore dell’ambra ed è perfetto! Quasi come l’inizio travolgente della chitarra di Mark Knopfler in Calling Elvis.
Non posso guardare la sua faccia mentre avvicina le labbra al calice.
Subito dopo entra nel locale il mio capo.
Salve! Dice ad alta voce, con gli occhi bassi.
È in ritardo, lo sa e forse è per questo che non mi guarda in faccia. Tuttavia, quando s’infila dietro alla cassa non può resistere alla curiosità e lancia un’occhiata veloce verso il nuovo cliente. Dal quel momento in poi le orecchie mi ronzano, non sento più la musica e il tempo inizia a scorrere in modo diverso.
Che ha preso il signore? Mi domanda.
Un Manhattan! Rispondo con un soffio.
Lui mi guarda con commiserazione e sospira; so cosa sta pensando, invece il cliente dopo uno spazio di tempo indefinito si avvicina alla cassa e mentre paga incrocio le dita per scaramanzia. Non si sa mai, non credo a queste cose, ma nel dubbio…
Il tipo conta il denaro e non dice una parola, sembra se ne voglia andare via così, in silenzio, senza salutare, invece con mia grande sorpresa prima di uscire alza gli occhi, mi cerca con lo sguardo e mi sorride.
«Ottimo, complimenti!» Dice a voce alta. Tutti hanno sentito. Anche Gianni si gira e sorride.
Grazie Signore, buonasera signore. Rispondo con ostentata cortesia, nascondendo la mia faccia soddisfatta alla vista del capo.
Cat Stevens canta Moonshadow, adesso sento di nuovo la musica, e dopo arriverà Stevie Wonder con Superstition, la mia preferita.

(frame 2011)


8 commenti:

  1. Un Manhattan anche a me, grazie.
    Ottimo: musica, ingredienti ed atmosfera dosati al punto giusto. Tornerò.
    ;-)

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  2. Che dire, tutto giocato sui cocktail e laccompagnamento musicale.
    La mia esperienza si basa esclusivamente sull'unico bar dedicato e di prestigio della città.
    Con l'elenco solitario appeso alla parete di una ventina di proposte.
    Dai nomi esotici ed intriganti.
    Ma io invariabilmente chiedevo solo preparazioni dal colore caldo e invitante, ma inutilmente perchè mi servivano solo colorazioni sul verde.
    Tra gli sguardi di commiserazione del barman.
    Eh, ma qui nel mio eremo ci ho tutta l'attrezzatura del caso.
    Salvo che alla fine faccio sempre la stessa preparazione.
    Sì, ci ho il libretto delle istruzioni, ma di solito mi manca un'ingrediente, quello principale.
    Le mie frequentazioni al locale erano certo inadeguate, ma raramente riuscivo a trascinavi amici e conoscenti, del tutto a digiuno della finezza e quindi caproni.
    Perchè dalle mie parti furoreggiava il < pirlo >, una schifezza per me, ma una goduria per gli altri...
    E adesso mi tormenta un dubbio.
    Ma il nostro Franco si è avvalso di una vecchia compilation a soccorso delle canzoni dai nomi esotici?
    Io purtroppo sono fermo ancora agli Strike , gli unici che ritenevo degni di attenzione.
    Il racconto in lettura si può paragonare alla classica < sveltina > amorosa, senza troppi risvolti sentimentali.
    Piaciuta, Siddharta.


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  3. Bravo Franco, di cocktail in cocktail e grazie alla musica di sottofondo, sei riuscito a trasportarci nell'arcobaleno dei ricordi transvolando dagli anni '70 a quelli '90. Sei riuscito a coinvolgere tutti noi, in questo stato di euforica ebbrezza, senza incorrere in alcuna sanzione amministrativa prevista dalla legge.

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  4. Un racconto che ricordo, e quando, un po' di tempo fa, lo lessi capii che sapevi scrivere, perchè navigare intorno a un cocktail come hai fatto tu tenendo il lettore incollato non è facile.
    L'ho riletto con piacere.
    Ciao

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  5. Sì non è nuovo il racconto e ogni tanto lo rispolvero. Adesso però è arrivato il momento di metterlo definitivamente in archivio.
    Saranno vent'anni che non mi preparo più un cocktail. Non ho conservato nemmeno l'attrezzatura. Un tentativo puerile di scacciare dalla mente un periodo della mia vita molto esaltante. Siamo alla fine degli anni ottanta e quella era la musica che andava in quel genere di locale. Bei tempi, li ricordo senza nostalgia ma con molto piacere.
    Tutti molto gentili, grazie.

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  6. Ricordavo il racconto, l'ho riletto, mi ha fatto la stessa ottima impressione: è davvero scritto con abilità, piacecevolissimo, molto "smart" - ganzo insomma.

    Un saluto Franco, e un augurio anticipato di buone feste, a te e a tutti i visitatori della tua casa.

    Pale

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  7. Ah... che bello Franco. Mi fa piacere risentirti.

    Buone feste anche a te.

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  8. Io invece non lo avevo letto - o non me lo ricordavo, ma non credo. La struttura "a contrappunto" mi sarebbe rimasta in mente anche se devo dire che per me i cocktail i drinks e i liquori sono tutti uguali, visto che non li bevo...

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