martedì 22 dicembre 2015

Una specie di magia - racconto (Rubrus)

«Tu ci credi?»
Alessio attese prima di rispondere. L’abitudine di parlare poco, e mai d’impulso, lo faceva sembrare più vecchio dei suoi sei anni. Luca e Antonio lo guardavano come fosse un qualche stregone saggio.   
«No» disse infine.
«Te l’avevo detto» esclamò Luca. «Non può visitare tutti i bambini del mondo in una sola notte: non ha abbastanza tempo».
Alessio scosse la testa «Non è per quello» precisò.
Luca assunse un’espressione contrariata, ma, prima che potesse rispondere, Alessio proseguì.
«Insomma, se ha dei superpoteri, ce la può fare. Magari curva lo spazio, o ferma il tempo, o è più veloce della luce» .
La faccia di Luca si rabbuiò ancor di più, mentre quella di Antonio si rischiarò un poco.
«E allora?»  insistette Luca.
«Be', ma li avete visti i negozi. Sono pieni di roba, no? Insomma, perché comprare e vendere giocattoli se c’è un tizio che li regala?» .
Antonio alzò lo sguardo verso il cielo e lo riabbassò come se, di colpo, fosse diventato troppo buio e troppo grande.  Non c’era neppure una nuvola, in tutto quel nero, e non sarebbe caduta la...


...neve.
Si infilava nelle vie. Fiocchi minuti, taglienti, asciutti, feroci come un branco di bestie affamate in cerca di preda.
Alessio si fermò dietro un angolo, al riparo da una folata più forte delle altre.
Neve.
Era Natale, più o meno, ed era giusto così. Quando era giovane, la gente si lamentava che il clima stesse cambiando, che a Natale la neve non cadesse più e bisognasse cercarla in montagna. Chi non poteva permettersi altro, si accontentava di quella artificiale.
Ma adesso era tornata. Quella vera.
E, per la miseria, che freddo.
Si soffiò sulle mani, ingobbendosi.
Forse quelle storie sull’effetto serra e il riscaldamento globale erano esagerate.
O forse no.
Forse era una specie di contraccolpo di Madre Natura.
Si era allontanata un secondo, l’uomo, l’ultimo nato, il discolo, ne aveva approfittato per mettere a soqquadro la casa, e adesso toccava rimettere tutto a posto. Usando le maniere forti, se necessario.
Alzò lo sguardo.
L'aurora boreale inghirlandava i profili spezzati dei grattacieli di Milano come se qualcuno, lassù, li avesse colorati con una gigantesca luminaria. Non erano un albero di Natale, ma, esteticamente, era persino meglio.
La Grande Onda.
La polarità del campo magnetico terrestre si era invertita e il sistema tecnologico era andato a catafascio. Comunicazioni, industrie, trasporti... tutto era andato a gambe all’aria come se quel famoso qualcuno, mentre l’uomo procedeva a passo spedito verso il futuro, gli avesse tolto da sotto i piedi il tappeto su cui stava camminando.
Il vento scemò e Alessio si rimise in cammino.
Gli pareva che, negli ultimi anni, le aurore fossero meno intense. Dipendevano dall’indebolimento del campo magnetico e probabile che ora, a inversione compiuta, questo tornasse a rafforzarsi. Presto sarebbero scomparse di nuovo, relegate ai poli, anche se quello Nord sarebbe stato negativo e quello Sud positivo.
Avvertì un dolore al petto e si fermò.
Il freddo. E gli anni.
Anche il suo cuore era andato fuori fase, ma lo scombussolamento era definitivo. Eh no, non sarebbe più tornato quello di prima. Neanche se messo sottosopra.
Colse un brillio davanti a sé e si rese conto che, nel muro al quale si era appoggiato, era inserita una vetrata.
Da secoli non ne vedeva una intera. Quella lo era solo per metà. La parte di sotto era intatta, con punte aguzze protese verso l’alto in una muta, eterna protesta per la perdita del pezzo di sopra.
La neve che aveva smesso di turbinare rifletteva la luce delle stelle, moltiplicandola, e  Alessio  vide la propria immagine nel vetro.   
Un vecchio.
Aveva poco più di sessant’anni e, ai suoi tempi, sarebbe stato definito “di mezza età”.
Osservò la barba lunga, grigia, la pelle incartapecorita, gli occhi cisposi, le mani magre e callose.
Senza energia e risorse per fabbricare farmaci, gli anni si erano ripresi quello che era stato loro tolto. Con gli interessi.
La gente era tornata a morire di colera, tifo, influenza, fame. O a morire e basta.
Si guardò intorno. Se ben ricordava, dietro quelle macerie (era il grattacielo della Banca - comprese -  la parte superiore, con quella cuspide come la punta di un ago, è crollata) c’era una farmacia.
Inutile cercare medicinali, però.  Tutto quello che avrebbe potuto servire a qualcosa era stato portato via anni e anni prima. Tutti i rimedi e farmaci non scaduti. E poi quelli scaduti, che avevano accoppato un bel po’ di gente.  Ora non c’era che un vano oscuro, indistinguibile da una caverna. E, per gli animali che vi si rifugiavano, era proprio così.
Era la solita vecchia storia. Durante i periodi di crisi, in città si faceva la fame.
Le metropoli erano diventate deserti di cemento, acciaio, plastica e gomma, prima infestate da legioni di germi che esalavano dai corpi in decomposizione e poi neanche da quelli. Necropoli per i ricordi di un’epoca dimenticata in fretta.
In campagna si avevano maggiori possibilità di sopravvivere... sempre che si sapesse come coltivare i campi, o accudire gli animali, o cacciare, o trovare acqua pulita. Per un sacco di gente non era così.
Per lui, no di certo.
Non sapeva quando seminare, né cosa, né quando innaffiare, raccogliere....
Anni prima si era rifugiato in una fattoria fortificata. Ci era rimasto per un bel pezzo, guadagnandosi da vivere intrecciando canestri. Non era molto bravo, ma nessuno era molto bravo in niente; quasi tutto il raccolto era andato perduto e, se fossero stati un po’ più dei quindici che erano, sarebbero morti di fame. In ogni caso, avevano seppellito nei campi la loro parte di cadaveri. 
Un’estate erano stati assaliti da un gruppo di briganti. Alessio se l’era cavata nascondendosi in un fosso, poi era tornato in città e ci era rimasto.
Anche se era deserta, faceva meno freddo che fuori e, a poco a poco, aveva imparato a cacciare piccioni e altri uccelli. E anche topi, giù, nelle gallerie abbandonate del metrò.
Si teneva lontano dai suoi simili.
Alcuni avevano costruito una ridotta nel Parco Sempione. Bande di predoni li avevano assaliti ed erano riusciti a respingerli, ma poi c’era stato un qualche avvelenamento dell’acqua – i navigli e rivi cittadini non erano mai stati un esempio di igiene ed era illusorio credere che la fine della civiltà avesse potuto rimettere le cose a posto in quattro e quattr’otto.  Una notte aveva visto alzarsi delle fiamme dal capanno centrale e così aveva capito che tutto era finito.
Non sentiva la mancanza di compagnia. Non era riuscito a farsi una famiglia, ai suoi tempi. Si era ripetuto che era ancora presto. Poi era arrivata la Grande Onda ed era diventato troppo tardi.
Certo, era meglio così. Non avrebbe potuto provvedere loro. Eppure...
Una folata di vento sollevò un po’ di neve che picchiettò contro i vetri.
Vetrine.
Era quasi Natale e, un tempo, non sarebbero state vuote come le orbite nel cranio di un morto. Sarebbero state tutte...
Luca e Antonio .
I nomi gli tornarono in mente senza nessuna giustificazione. Guardò in alto per vedere se, per caso, era stata l’aurora boreale a scriverli ma, se quelle scie luminose in cielo erano parole, erano scritte in una lingua che lui non capiva.
Aveva perso i contatti coi suoi amici d’infanzia da prima della Grande Onda.
Sarebbe stato edificante se avesse potuto dire che ricordava altro, di loro, e che ne aveva nostalgia, ma non era così.
La verità era che sentiva la mancanza dell’infanzia. O di un’idea dell’infanzia che forse era illusoria come le testimonianze di quella città morta, di quell’immensa tomba su cui nessuno piangeva.
L’innocenza. È quello che ti manca.
Ma era così? erano mai stati veramente innocenti?.    
Passi.
Si drizzò di colpo, scostandosi dal muro.
Per la miseria, si era fatto prendere dai ricordi. Si era quasi... ipnotizzato da solo. Eh sì, ne aveva vista di gente con lo sguardo fisso nel vuoto. Se ne stavano inebetiti come se avessero staccato gli occhi dal cervello per non vedere quello che avevano davanti. Morivano d’inedia – a meno che qualcuno non desse loro un colpo in testa, mettendo fine a tutta la faccenda.
Non doveva rimanere all’aperto a lungo: era pericoloso. Il freddo, certo, magari qualche muta di cani randagi. Ma il rischio maggiore era sempre il vostro fratello uomo.
Si guardò intorno per capire da dove venisse il rumore, ed eccoli di nuovo. Passi.
Lenti, circospetti. Strisciavano sulla neve cercando di farla scricchiolare il meno possibile.
Stavi tornando a casa, nel tuo rifugio nell’ex locale tecnico della metropolitana, lamentandoti perché, anche oggi, non sei riuscito a catturare niente. Be’  pare che qualcuno abbia il tuo stesso problema. E magari ha deciso di rimediare con te. Le hai sentite le dicerie sulle bande di cannibali.
I passi si avvicinavano. Venivano da una strada laterale, dirigendosi verso di lui.
Alessio avvolse una mano nella sciarpa che portava al collo e staccò un pezzo di vetro dalla vetrina.
Il frammento strappato lanciò un breve, acuto scrocchio siliceo di protesta.
Alessio lo impugnò, tenendo la punta triangolare e affilata verso l’esterno e si appiattì contro il muro.
I passi si fermarono.
Un’altra folata di vento, breve e intensa, come un’invitata che si precipita ad una festa. Un ballo in maschera con ricchi premi, cotillon e cibi prelibati. Una splendida festa di morte.
Altri due passi.
L’uomo sarebbe sbucato da dietro l’angolo alla sua destra, tagliandogli la strada.
Il vento portò via le ultime nuvole e la luce nel cielo si intensificò. La neve rifletteva scintille gioiose come se volesse imitare l’aurora boreale.
Alessio si rese conto che, prima dell’uomo, avrebbe visto la sua ombra.
Ed eccola. Con un braccio spropositatamente lungo che impugnava un bastone.
Il cuore gli martellò nel petto lanciando lampi argentei di dolore che gli annebbiavano la vista.
Non ora, oh no, non ora.
L’uomo avanzò.
L’ombra si allungò ancora di più, poi toccò al bastone. Era una sbarra di ferro. Saggiava l’aria come se volesse guadare un fiume insidioso.
Poi la mano . E la spalla.
Alessio scattò afferrando la mano dell’uomo e tirandola a sé, sbattendola contro lo spigolo del muro. L’altro mollò la presa. La sbarra cadde a terra con un tonfo attutito. Alessio sentì i pensieri dell’uomo nella sua testa perché erano anche i suoi, benché il modo in cui erano detti fosse del tutto diverso: sì amico, avevi sentito bene. C’era davvero qualcuno dietro l’angoloQualcuno di pericoloso.
Poi Alessio sentì il gorgoglio liquido della gola dell’altro che veniva tagliata e il sangue caldo che spillava sulla sua mano e quello fu l’ultimo suono che udì perché il gorgoglio divenne un ronzio che si estese alla sua testa e la riempì finché svenne cadendo nella...
… neve, come  un gelido animale assetato, aveva bevuto tutto il sangue.
Davanti agli occhi di Alessio c’era solo una pozzanghera più scura, semisciolta, come un pertugio che portasse all’altro mondo.
Si alzò in piedi, dolorante. Non avvertiva più il dolore al petto, ma sapeva che sarebbe tornato. Presto, e con più insistenza.
Lo sconosciuto era un fagotto informe davanti a lui.
Alessio guardò in alto. Aveva l’impressione che fosse passato molto tempo, ma la notte era ancora fonda, quindi doveva essere rimasto senza conoscenza per pochi minuti.
Afferrò la spranga di ferro, poi, usandola per puntellarsi, si chinò sullo sconosciuto, mettendosi a frugare nelle sue tasche. La testa era voltata dall’altra parte e Alessio si mise in modo da non doverla guardare. È la solita vecchia storia: è più facile ammazzare il prossimo, o derubarlo, se non dobbiamo guardarlo in faccia.
Le mani di Alessio vagarono nel giaccone sformato dell’uomo finché non incontrarono un piccolo oggetto sferico dalla superficie rugosa e cedevole.
Lo estrasse lentamente, come se temesse di vederlo svanire, e continuò a fissarlo man mano che, portandoselo all’altezza degli occhi, come una star che facesse la sua entrata in scena, lo sollevava.
Un mandarino.
Un frutto comune e tipico del periodo.
Trent’anni  prima. O quaranta.
Perché in pianura padana i mandarini non crescevano facilmente e, senza energia che alimentasse le serre, o carburante che facesse viaggiare treni o camion, nessuno s’era preso la briga di coltivarli.
Lo schiacciò lievemente, saggiandone la consistenza.
Era ancora buono. Un lieve odore agrodolce raggiunse le narici, che lo accolsero festanti.    
Un mandarino.
E da dove veniva?.
Dal corpo immobile dello sconosciuto non giunse nessuna risposta.
Non era possibile che ce ne fossero ancora conservati da qualche parte, dato che celle frigo e magazzini erano chiusi da tempo immemorabile, o erano stati depredati.
Ma forse in qualche cortile riparato, grazie alle cure di qualcuno che sapeva quel che andava fatto...
Dai piedi dell’uomo partiva una traccia più scura che, a ritroso, si allontanava per la via.
I mandarini crescevano sugli alberi e, là dove ce n’era uno, avrebbero dovuto essercene degli altri.
Alessio annusò il frutto, lasciando che un po’ dell’odore penetrasse nella bocca sdentata. Non aveva avuto un’alimentazione regolare negli ultimi... be’ diciamo negli ultimi vent’anni.
Impugnò più saldamente la sbarra, vibrando qualche colpo.
L’emitorace sinistro protestò, ma senza troppa convinzione.
Le tracce si allontanavano verso le macerie del grattacielo crollato per poi aggirarlo.
Se Alessio ricordava bene, in quella direzione le vie si restringevano per poi allargarsi in un vasto incrocio da cui via Gioia puntava verso nord. Sul lato destro c’erano dei giardini, come se architetti e urbanisti avessero voluto lavarsi la coscienza lasciando un po’ di terreno libero accanto ai grattacieli.
Solitamente, Alessio evitava gli spazi aperti. Preferiva le vie strette del centro, i tunnel della metropolitana, le case piccole e vecchie che, coi loro muri di pietra, avevano saputo resistere alla carenza di manutenzione. Tuttavia...
Si mise il mandarino in tasca, si tastò il petto (sì, reggeva e avrebbe retto almeno finché non avesse trovato quell’albero di mandarini, dopo... be’ ci avrebbe pensato) e, stringendo la sbarra, si mise in cammino nella...   
...neve c’erano tracce di cani.
Scendevano da nord, tagliando la piazza in diagonale.
Il branco aveva girovagato un po’ prima di dirigersi verso quello che, una volta, era stato un edificio pubblico, forse – Alessio non ricordava – una  sede INPS.
Le impronte erano allineate in una fila ordinata che puntava verso l’ingresso.
I sacchi e le assi con cui era stato sbarrato giacevano a ridosso dell’entrata come pezzi di un giocattolo rotto da un bambino dispettoso.
Facile immaginarsi il branco salire le scale e dirigersi verso...
Guardò le file di finestroni che si affacciavano sull’incrocio. Da un pezzo avevano smesso di moltiplicare, riflettendola, la luce del sole. Ora erano tutti rotti e lasciavano passare solo il vento che sibilava infinte canzoni tra le stanze deserte.
Alessio tese l’orecchio, temendo di udire latrati soffocati, o grida, ma non sentì nulla.
Era possibile che qualche superstite si fosse rifugiato giù, negli archivi. Gli venne in mente che quella zona era, da sempre, soggetta ad allagamenti. Il Seveso, forzosamente interrato, di quando in quando riemergeva dai tombini, allagando le strade nel tentativo di riprendersi quanto era suo. Adesso era tornato a scorrere in santa pace e questo significava che, poco sotto il piano stradale, c’era acqua corrente a disposizione. Si immaginò i sopravvissuti che la raccoglievano in bidoni per coltivare qualche ortaggio striminzito nei giardini lì accanto. O forse più di qualche ortaggio.
Senza accorgersene, strinse il mandarino che teneva in tasca e il frutto sembrò trasmettergli un po’ di calore. Ma no. Gli restituiva solo quello che la sua mano, impugnandolo, gli aveva infuso.
Riprese a cercare le tracce dello sconosciuto e, quando le ebbe ritrovate, vide che si sovrapponevano a quelle del branco.
Probabilmente i cani avevano assalito il gruppo quando l’uomo con la sbarra era lontano. L’uomo le aveva notate e si era diretto dalla parte opposta.
Poco male.
Dopo aver aggredito la comunità, i cani dovevano essersene andati. 
Alessio piegò verso est.   
Davanti a lui si innalzava un palazzo comunale – un ufficio del catasto, o qualcosa di simile.
Un tempo, la strada vi passava sotto: un vasto corridoio caotico, luminoso ed inquinato che puntava verso il centro città. Ora, un riparo dai venti più freddi, vicino a un pezzo di terra coltivabile e con acqua disponibile nelle vicinanze.
Se lui, Alessio, avesse deciso di vivere da quelle parti, non avrebbe scelto il palazzo dell’INPS. Troppo esposto agli assalti dei predatori, a due gambe o a quattro.
Avrebbe costruito un riparo di fortuna nel sottopasso, magari vicino a una uscita di sicurezza che gli avrebbe consentito, secondo la necessità, di salire negli uffici del catasto – labirintici e dove era facile nascondersi – o raggiungere la metropolitana, a pochi passi.
Guardò per terra, senza scorgere tracce né di uomini, né di cani, e vi si diresse.
Superò un semaforo che, ostinato, si ostinava a rimanere in piedi, incomprensibile come una scultura astratta, e puntò verso il sottopasso.
E allora le vide.
Impronte. Recenti. Umane.
Due file di orme, una serie lasciata da piedi piccoli e un’altra da piedi molto piccoli. Probabilmente una donna e un bambino.
E, accanto a quelle della donna, una scia di neve sciolta da un liquido caldo e scuro. Sangue.
Facile indovinare che cosa fosse successo: in qualche modo, la coppia era riuscita a sfuggire all’assalto del branco seguendo il suo stesso ragionamento: il sottopasso era un posto sicuro.
Certo, dei cani, seguendo l’odore, non avrebbero faticato né a rincorrerli né a trovarli, anche se i due  fossero scappati nella metropolitana o dentro il palazzo del catasto e questo significava solo una cosa: che il branco aveva trovato da mangiare altrove.
Seguì le tracce chiedendosi se l’uomo con la spranga fosse legato ai fuggitivi e come.
Poco dopo, il sottopasso gli si parò davanti, vasto, nero e minaccioso.
C’era da credere che non fosse lungo poche decine di metri, ma sprofondasse nella terra per non riemergere più se non direttamente all’Inferno.
Caverne. A questo siamo tornati. Gruppuscoli sparsi che si nascondono nelle  profondità per scappare ai predatori, magari proteggendosi con una fragile barriera di fuoco all’imboccatura della tana e graffiti magici alle pareti.  Questi sono gli stormi di piccioni che catturiamo con le reti e questi i lupi che ci danno la caccia negli inverni più freddi. E questi sono i palazzi degli antichi, morti dei.     
Non era necessario infilarsi là sotto.
Bastava piegare verso destra e andare dritti verso i giardini, o gli orti.
E magari trovare un mandarino.
Non era un melo come nella Bibbia (ma la Bibbia parlava di meli? E chi se lo ricordava?) e quindi non doveva essere un frutto proibito. Anche se lo fosse stato, lui non avrebbe guardato per il sottile. Non con una sbarra in mano e una fame che gli mordeva le viscere come il peggiore dei lupi.
Fu allora che udì il lamento.
Da un po’ non udiva una voce umana e quella non gli somigliava molto.
Ma la bambina che era uscita dal sottopasso era senza dubbio umana.
Stava in piedi sulla neve come se avesse paura di calpestarla e una ciocca di capelli lunghi, castani e sporchi, le usciva sventolando da un cappuccio improvvisato.
La luce si intensificò e Alessio vide che il giaccone che la bambina indossava era coperto di macchie scure. Non ci voleva molto per capire che erano prodotte dalla stessa sostanza calda e liquida che aveva sciolto la neve.
Avvertì un dolore alla spalla e si avvide che dipendeva dal fatto che, quando aveva udito il lamento della bambina, aveva automaticamente levato in alto la sbarra di ferro.
Già. Il pericolo maggiore veniva sempre dal vostro fratello uomo.
Abbassò la spranga e vide che cosa aveva causato l’intensificarsi della luce. Un puntino luminoso che percorreva il cielo, attraversando lo spazio nero dove i festoni cangianti dell’aurora boreale parevano averle lasciato il passo come damigelle d’onore multicolori.
Ma no. Non era così luminoso.
L’oggetto – un meteorite senz’altro o... o... (cometa... un milione d’anni fa questa era la notte di Natale e dopotutto lo è ancora) – attraversò lo spazio scuro e scomparve dietro il monolito nero del palazzo del Catasto.
Alessio rimase per un po’ con lo sguardo in alto, benché sapesse che la costruzione avrebbe nascosto la vista della... (no, non era una cometa e soprattutto non era così luminosa; forse non l’hai nemmeno vista, hai solo pensato di vederla perché, perché...) poi lo posò sulla bambina.
Non si era mossa, benché Alessio avesse abbassato l’arma, e lui comprese che non si sarebbe mossa mai più.
Non si sarebbe mossa se si fosse avvicinato per portarla via, non si sarebbe mossa se se ne fosse andato, non si sarebbe mossa nemmeno se avesse sollevato la spranga per colpirla.
Aveva perso l’innocenza ed era questo quello che succedeva quando non si era innocenti.
Avanzò verso di lei.
Ucciderla era la cosa giusta da fare. Alessio non era in grado di badare a una bambina e, anche se ne fosse stato capace, sarebbe stato per poco tempo. Fino al prossimo incontro con un branco di cani o con una banda di predoni. O fino a quando il dolore che avvertiva al petto fosse tornato per farsi sentire una volta per tutte e una volta per sempre.
Si fermò davanti alla bambina.
Perché comprare e vendere giocattoli se c’è un tizio che li regala?
Chi l’aveva detto, lui? Sì era stato lui e aveva ragione. Aveva già capito che nessuno ti regala niente, mai.
Per questo Alessio non capiva perché avesse messo una mano in tasca, avesse tirato fuori quel dannato mandarino e ora lo stesse porgendo alla bambina.
Lei gli rivolse uno sguardo interrogativo e, quando Alessio le rispose, non sapeva neppure se era lui a dire quel che disse.
«È una specie di magia».
NDA: l'inversione magnetica dei poli è un fenomeno in atto le cui possibili conseguenze sono tuttora oggetto di discussione  (http://www.meteoweb.eu/2014/10/i-poli-magnetici-della-terra-si-stanno-invertendo-davvero-ecco-lo-studio-di-cnr-e-ingv/342245 ). A coloro che amano far caso queste cose dico subito di avere leggermente modificato la mappa dei luoghi.

9 commenti:

  1. Non userò termini roboanti, per commentare questo tuo racconto, più prossimo ad un realistico futuro che ad una presunta fantascienza. Tanta commozione e tanta pena: per tutti i moti dell'umano sentire che così, con tanta delicatezza ed introspezione, hai ben saputo scrivere e descrivere. Verso il 1850, in Francia, un certo Jules Verne, raggiunse il successo inventando trame avveneristische ispirate al progresso tecnologico, poi puntualmente accaduto; presentemente, invece, nella parabola evoluzionistica discendente, credo che tutti noi (più o meno consciamente) viviamo in una sorta d'attesa della "Grande Onda", che finisca di travolgerci, non solo per il capovolgimento della polarità dei campi magnetici, ma soprattutto, per il sovvertimento attuato nei sentimenti e nei valori insiti in ognuno di noi. A questo serve il 25 Dicembre, affinchè lo sguardo di un inerme Bambino posato su noi, ci faccia ritrovare quell'innocenza perduta, una specie di magia, appunto. Grazie per questa novella davvero ispirata.

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  2. Mi ha toccato questo racconto apocalittico, Rubrus, mi ha ricordato il film "2022 I sopravvissuti" con Charlton Heston e Edward G. Robinson, un bellissimo film sui destini dell'umanità alla deriva: un film che se non lo conoscete vi consiglio di vedere tanto può essere attuale... e, poi, il film in una parentesi molto commovente inserisce bellissime musiche miste ad immagini idilliache, giusto per far vedere ciò che l'uomo era stato capace di distruggere.
    Non è certo da clima natalizio il tuo, ma il finale riscatta davvero il resto del racconto col suo atto umanitario: un gesto di speranza per tutti noi sui destini che ci attendono.

    ...E, visto che siamo quasi alla vigilia del Natale, porgo con affetto a tutti voi del blog e a tutti quelli che ci leggono, i miei auguri.

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  3. A me, oltre alle tematiche del racconto, è piaciuta molto la scelta strutturale per cui le parti si agganciano (anche in temini di spazio-tempo) grazie alla parola "neve", che in questo contesto assume un valore apotropaico "sui generis" (oltre al più evidente mandarino.
    Dal punto di vista narrativo, l'effetto evocativo della stessa veicola anche il procedimento di recupero, da parte del protagonista, dell'innocenza perduta.
    bravo Rub

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  4. Teresa. Grazie. Ci sono in giro molti racconti sulla perdita dell'innocenza. Questo io lo leggo come un racconto sulla scoperta dell'innocenza attraverso la perdita.

    Serenella. Grazie. Questo racconto suscita ricordi filmici differenti. "2022" lo conosco; altrove mi hanno citato "io sono leggenda" o "Snowpiercer" che non conoscevo. Io avevo in mente uno scenario più alla "1997 fuga da New York" o al "reboot" "Fuga da Los Angeles", bruttino, ma con un finale che lo riscatta ed è in qualche modo affine al racconto. Eccolo https://www.youtube.com/watch?v=w5RkeBpwfCY

    Claudia. Stilisticamente ho usato la sospensione e ripresa della parola neve per legare le varie scene. Non amo le fughe in avanti stilistiche, ma questa mi pareva un piccolo artificio che non nuoce alla comprensibilità del racconto.

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  5. Colosio Giacomo28 dicembre 2015 09:25

    Perché non ho trovato questo racconto sulla pagina di Fram Blog?...devo ancora capire bene. Ho cliccato sugli ultimi commenti che appaiono a destra ed ho trovato questa chicca....finalmente un racconto corposo, ma allora si può pubblicare con un taglio NO-Web?...meno male. Credevo fosse vietato dalle norme vigenti in materia narrativa internet.
    Beh, non seguo particolarmente il genere fantascienza, ma qui l'elemento umano supera di gran lunga l'ambientazione. bella ed interessante la tecnica narrativa... a me poi, forse da romantico vintage, è piaciuto molto il finale, anche a sorpresa. ciaociao.

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  6. Cos'è il taglio web, chi l'ha stabilito e perchè ci si dovrebbe attenere? Secondo me, in sintesi, la storia che comanda e la lunghezza deve dipendere dal numero di cose da dire, non dal numero di parole usate per dirle... questo è una specie di tormentone, lo so, mi accuserete di dire sempre la stessa cosa, ma il fatto è che la penso così.
    Quanto all'elemento umano, non penso che, da solo, avrebbe molto senso senza l'ambientazione. E' una storia che parla, secondo me, di scoperta dell'innocenza attraverso la perdita. La penuria determina il valore delle cose e questo vale a mio parere tanto per i mandarini quanto per altri beni, nel senso più ampio del termine.
    Buone feste e a presto.

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  7. X Giacomo

    Perchè il blog " www.acasadiframe.net" è questo che vedi. Con tanto di nome e cognome, indirizzo email... ecceteraeccetera

    FrameBlog è soltanto un'appendice personale, di Franco per l'appunto, su facebook. E non sono la stessa cosa. Sarà bene chiarirlo, soprattutto per le ben note responsabilità alle quali vado incontro pubblicando nel web. E' qui che si pubblicano le opere e si scrivono gli articoli, su facebook semmai si condividono, e non viceversa.

    Ciaociao, a presto.

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  8. Chi scrive, per quanto pensi short...no non è possibile, il taglio web è, ovvio che parlo per me, una castratura. Se un tizio scrive come dio comanda viene letto in barba agli entusuasti del taglio web.
    Roberto, è bellissimo, ti emoziona, come MI è successo leggendo "lA STRADA" E ANCHE L'OMBRA DELLO SCORPIONE. Milano... si prcepisce e si entra in quel clima che viene dal after. Tu non sei un narratore, ma uno scrittore dallo stile un po' vintage che, data la mia età, piace.

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  9. Grazie. E grazie anche dello stile "vintage" che è un complimento. Un modo anche per non essere omologati.

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