lunedì 25 gennaio 2016

Babylon Blues - racconto (Rubrus)



Sweet was listening to the singer
It was late, the day was a finger
But we heard the high screaming bird
On the crests of the waves roving ad turning
So we knew you were dead
We recalled the mornings we saw
Talking together. But you know…
Like a wind that falls at eve
Like the leaves that fall from the tree
Like the early – down – cut – bloom
So are the children our mothers can breed.
So dance, maid, so play, lad
Don’t be sad, don’t cry, don’t weep
Soon, oh, so soon
We’ll have a long, long night, to sleep
L'eco dell'ultima nota rimase sospesa nell'aria come una falena intrappolata tra le ombre del Babylon, poi Samantha scese dal palco.


Si guardò in giro, mi scorse e si diresse verso di me, gli occhi dei clienti che le tessevano dietro uno strascico di ammirazione ed invidia.
Sapevo cosa pensavano.
Ascoltavano canzoni di trenta, quarant'anni prima, vestivano abiti riesumati dagli armadi e venduti a peso d'oro e sognavano un tempo in cui erano felici, illudendosi che non fosse passato.
Solo che non è mai esistita l'età dell'oro.
C'è stata la giovinezza, ma non è la stessa cosa anche se abbiamo un disperato bisogno di crederlo.
Era come in quella favola in cui tutti vedono un vestito meraviglioso finché un marmocchio non strilla che il re è in mutande. Roba da torcergli il collo. Io l'avrei fatto. Mi pagano per cose come questa.
Sam si sedette al mio tavolo. Lo fece al solito modo, come se stesse accarezzando un gatto.
Mi chiesi che cosa avrebbero pensato i clienti se avessero saputo che quella che Sam aveva appena cantato era la nostra canzone.
«Ci vai giù pesante» disse indicando il mio bicchiere.
«Quando hai una faccia come la mia puoi bere latte in un night senza che nessuno si metta a ridere».
Lei annuì.
Non era proprio la nostra canzone. Avevo messo le mani su un libro di poesie, avevo preso dei versi qua e là e li avevo incollati come meglio potevo. A pensarci bene, qualcosa di simile ai vestiti di quei ricconi. Ma era successo un sacco di tempo prima.
«Hai portato quello che ti ho chiesto?» domandai.
Lei allungò un pacco di fogli. Disegni di impianti elettrici, idraulici, antincendio, progetti edili e varianti. Un bel po' erano opere condonate.
«Ti sarà costato» dissi.
«I cancellieri sono diventati cari. Deve essere colpa dei tagli alla spesa pubblica» Si sporse verso di me «Il ricorso contro l'ordinanza di chiusura verrà discusso tra quindici giorni. Poi un'altra settimana per il deposito della decisione».
Misi via le carte. «Ce la farò».
Lei posò una mano sulla mia. «Niente morti».
Sentivo una fitta allo stomaco come se avessi ingoiato una centrifuga. Doveva essere il latte. Provai a sogghignare. «Sarà un piacevole diversivo. Rischio di annoiarmi».
«Nessun morto» ripeté. Era un ordine, di quelli a cui si ubbidisce. Non si diventa titolari di un night come il Babylon e un'altra dozzina senza essere capaci di dare ordini. Anche se ogni tanto, in memoria dei vecchi tempi, ci si esibisce come cantanti.
«Non morirà nessuno» assicurai.
Sam mi allungò un'altra busta. Le fermai la mano. Non me ne frega niente se l'incarico che mi viene affidato sarà un pessimo affare per il cliente. L'etica non ha nulla a che vedere con queste faccende. Come ho detto, l'età dell'oro non è mai esistita, e neanche quella dell'innocenza. Ma Sam era Sam.
«Risaliranno a te».
«Sei stato fuori dal giro per un po'. Sei così arrugginito?».
«Il movente. Il mio sarà un lavoro pulito, ma sei tu quella che ha interesse a far saltare il Pantherion. Penserebbero a te anche se non c'entrassi niente. Anche se non ti metteranno dentro, avrai un sacco di problemi. Se fossi Don Inzitari ti pagherei per farlo esplodere».
Lei non disse niente. Temetti che togliesse la mano da sopra la mia ma non lo fece. La centrifuga nel mio stomaco girava a tutta birra. Presto lo sportello sarebbe esploso e chissà cosa sarebbe venuto fuori.
«Sono vent'anni che vi combattete a suon di carte bollate, tangenti ed avvocati» continuai «Tutta roba letale. Io e quelli come me facciamo un po' di scena, ma niente di serio. Siamo come questi pagliacci qui intorno. Una patetica mascherata».
Lei tolse la mano.
«Il movente» ripeté. Fece una smorfia e fu come se quel moccioso di cui parlavo all'inizio avesse gridato che il re era nudo. Mi guardai intorno, ma doveva essersi nascosto bene perché non lo vidi «Le storie sono sempre le stesse. Questa è quella del nobile rampollo che ha una tresca con la concorrenza e alla fine muore. Amore e morte. Potrebbe essere la trama di Romeo e Giulietta». Distolse lo sguardo. Il suo numero era finito da un pezzo ed era tempo di tornare ad essere la padrona del Babylon. «Mi piacerebbe che ci fosse una Giulietta viva, da qualche parte. Che non fosse una stupida storia di sballo».
Avrei potuto dirle che mi spiaceva per il suo ragazzo. Che, quando avevo saputo della sua nascita, avevo pensato che potesse essere il nostro ragazzo, magari in uno degli infiniti mondi possibili. Mi sarei accontentato di uno dove la gente si vestiva con abiti che non erano suoi e ascoltava canzoni che agli altri non dicevano niente. Invece presi la busta.
Prima che si allontanasse, estrassi una banconota, chiamai un cameriere e ordinai un drink per Sam. Non specificai quale. Era lei che comandava: il cameriere doveva conoscere i suoi gusti. «Hai cantato la nostra canzone» spiegai.
Sam si risedette.
Il cameriere tornò, posò il bicchiere, guardò il mio latte, poi la mia faccia, e se ne andò.
Lei sorseggiò il drink. Non disse nulla, ma capivo che era di suo gusto. Non potei fare a meno di pensare che, per quella sera, il cameriere aveva conservato il posto.
Sam finì di bere e controllò lo scontrino, poi mi guardò.
«Io non ti ho mai amato» disse.
Era come se qualcuno mi avesse fatto un clistere di benzina e poi avesse avvicinato un fiammifero acceso alle parti basse.
Non riuscii a resistere all'impulso di girarmi ed ebbi la conferma di quel che già sapevo: il latte non era rosso.
Sam aveva detto che avevo tre settimane per far saltare il Pantherion e io avevo promesso che ce l'avrei fatta.
Non avevo mentito. Dovevo. Non ce le avevo, tre settimane.
Mi ricomposi, uscii dai gabinetti e attraversai il locale, dirigendomi verso l'uscita.
I ricconi erano ancora là, imbesuiti ad ascoltare le canzoni della loro giovinezza. Serate Revival le chiamano e funzionano sempre anche se la nostalgia è una balla e l'innocenza una truffa .
Se i ragazzi fossero felici non si sballerebbero e se fossero innocenti ignorerebbero che sballando si crepa; invece lo sanno, sballano e muoiono, come il figlio di Sam al Pantherion.
Ma noi celebriamo il mito della gioventù illudendoci che, ripetendo e ripetendo e ripetendo le apparenze del nostro passato, convinceremo il tempo a girare in tondo invece che in avanti.
Nostalgia, la chiamano, ma è puro e semplice terrore della morte e, come aveva detto Sam, la storia è sempre la stessa e parla di morte e d'amore.
A proposito di morte avevo mentito a Sam. Qualcuno sarebbe morto.
Quanto all'amore, come ho detto, abbiamo un disperato bisogno di credere.
Adesso viene quella che si suppone essere la parte interessante della storia, il pezzo d'azione, in cui l'eroe, come un commando composto da un solo uomo, raggiunge il covo del nemico, fa fuori le guardie, evita le trappole, combatte un plotone di scagnozzi, affronta il capoccia dei cattivi e, dopo averlo abbattuto in un duello memorabile, fa saltare tutto quanto in una catartica esplosione finale.
Be', scordatevelo.
Questa è la mia storia e io ho sempre trovato noiose quelle parti. Se sono io a raccontare (anche se ho cambiato nomi e luoghi e alterato quel che doveva essere alterato) è ovvio che è andata liscia.
E poi non sarebbe vero.
La verità è che è stato dannatamente facile.
Lo stato non ha soldi da buttare a presidio di una discoteca chiusa e neanche Don Inzitari intendeva sprecarli.
Avendo progetti e piantine, e conoscendo quanto bastava la tecnica delle costruzioni, era uno scherzo piazzare l'esplosivo nei punti giusti. Non ne serviva neanche tanto. Il Pantherion sarebbe imploso su se stesso come una torta tirata fuori dal forno nel momento sbagliato. Non essendoci costruzioni vicine non c'era neanche da preoccuparsi di danni a strutture adiacenti.
È della gigantesca pantera nera, in alluminio, plastica e cartone, che sovrastava il locale e che gli dava il nome che voglio parlarvi.
Guardandola capii una cosa.
Sapevo che i giornali dicevano la verità. Chiudere il locale non sarebbe servito a niente. I ragazzi si sarebbero impasticcati e sbronzati da un'altra parte. Per la miseria, ci sarebbe stato qualcuno che lo avrebbe fatto apposta. Il figlio di Sam non sarebbe tornato in vita e la sua morte non sarebbe servita di esempio per nessuno perché la maggior parte degli esempi – specie quelli buoni – è fatta per essere seguita solo quando è troppo tardi. Quanto a Sam, la vendetta non l'avrebbe fatta stare meglio.
Ma quella pantera era bella, maledizione.
Chi l'aveva costruita non aveva in mente la solita pacchianata “barocco Las Vegas”. Aveva cercato di fare un lavoro decente e c'era riuscito.
Era come se la notte si fosse fusa in quel grosso corpo di gatto con tutte le sfumature del nero, un'idea di blu nei punti giusti e i muscoli sinuosi che sgusciavano fuori da dove le ombre erano più fitte. Senza le luci accecanti dei fari sparati all'intorno, i grandi occhi gialli catturavano la luce delle stelle moltiplicandola. Quegli occhi guardavano, ragazzi, e dicevano che, nonostante tutto, malgrado quel dimenarsi di menti e di corpi il cui unico scopo pareva rimbambirsi fino a raggiungere l'inconsistenza e l'incoscienza di una zuppa di pesce, la notte e il mistero esistevano e potevano essere più grandi di ogni cosa, forse anche dell'amore e della morte.
Così quando, dopo la luce e il boato dell'esplosione, i supporti che la reggevano cedettero, mi parve che la pantera non cadesse frantumandosi in mille pezzi, ma spiccasse il balzo verso il buio da cui, come noi, era venuta.
Allora mi scoprii a sorridere come un bambino che guarda i fuochi d'artificio perché là dove c'era mistero, c'era possibilità, e dove c'è possibilità c'è spazio per credere e tutti abbiamo un disperato bisogno di credere.
Sam aveva finito il suo numero e iniziato il giro tra i tavoli.
Era passato un paio di settimane e i giudici, ribaltando la decisione precedente, avevano stabilito che il Pantherion andava riaperto, ma ormai c'erano solo macerie.
In giro si diceva che c'era lo zampino di Sam, ma non c'erano prove. Come avevo promesso, avevo fatto un lavoro pulito e nessun procuratore sano di mente formula accuse senza prove. Mi resi conto che Sam lo aveva sempre saputo. Per questo lei era la titolare del Babylon e io quello che ero.
Quanto a Don Inzitari, che di prove non aveva bisogno, si stava domandando se fosse il caso di iniziare una guerra – stavolta non a colpi di carte bollate – ed era probabile che decidesse di no. Aveva un paio di imprese edili e, dalla costruzione di un nuovo locale, avrebbe finito per guadagnarci.
Compresi pure che Sam aveva sempre saputo anche questo. Per questo lei era padrona degli altri locali e io nemmeno di me stesso.
A un certo punto mi venne mente che Sam volesse far saltare anche altre proprietà di Inzitari. Fui sul punto di chiederglielo, ma lasciai perdere.
In ogni caso, non me ne sarei occupato io.
«I duri bevono latte» disse lei passandomi accanto.
Pensai di risponderle che qualunque cretino è in grado di impasticcarsi e sbronzarsi in una discoteca, ma solo i tipi in gamba, quando ci vanno, bevono latte. Poi cambiai idea. Facile che sapesse anche questo. Facile che avesse provato a insegnarlo a suo figlio e che lui, proprio per quella ragione, fosse andato a frullarsi il cervello dalla concorrenza.
Speravo che si sedesse al mio tavolo, come l'altra volta, ma non lo fece.
La nostra canzone era finita e non era neanche la nostra canzone.
A dirla tutta, non era nemmeno la mia e io avevo smesso di comporre canzoni da un pezzo né avrei avuto il tempo di ricominciare.
Tutto quello che avevo era un'accozzaglia di versi scopiazzati qua e là e messi insieme alla bell'e meglio, il che voleva dire una roba piuttosto scadente.
Sam mi superò dirigendosi verso gli uffici e lasciando scivolare sul tavolo la busta con l'altra metà del compenso.
Lo ignorai e le afferrai la mano.
Lei mi guardò.
“Io non ti ho mai amato” diceva la sua faccia e questo era quello che sapevo io. Ma era anche l'unica cosa in cui credere.
Avevo gli occhi offuscati e non capivo se erano lacrime.
«La canzone è finita. Devo andare» disse lei.
La vista è il primo senso ad andarsene L'udito resiste un po' di più. Sapevo come succedeva. L'avevo visto tante volte. Ma da quest'altra parte della fossa fa tutto un altro effetto.
«Cantala ancora, Sam» dissi.


5 commenti:

  1. Cos’è un omaggio a Chandler? Lo so che non ti piace sentir parlare di stile, ma in questo testo non si possono ignorare i toni, i tempi e le atmosfere tipiche di Chandler. Il tuo protagonista beve latte, scrive canzoni e accetta incarichi che Marlowe avrebbe rifiutato, ma ha lo stesso ginepraio di pensieri nella testa, lo stesso debole per le donne pantera e frequenta sempre la stessa gente che ha problemi con le legge. Insomma sei stato attento a non fare una parodia, ambientando il tutto ai giorni nostri, e tuttavia nel corso di una serata revival degli anni trenta che ti ha permesso di ricrearne le stesse atmosfere. Non lo so forse le tue intenzioni erano anche altre quando hai scritto questo racconto, che tra l’altro per impostazione non è un racconto classico, ma potrebbe essere la fine oppure l’inizio di un qualcosa di molto più ampio. Nella pancia del testo ci sono temi e spunti che meriterebbero una discussione più approfondita, ma per il momento io mi fermo qui. Piaciuto.

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  2. Ehmmm.. prima che saltino fuori ipotesi troppo elevate sul “come” mi sia venuta in mente questa idea, dico subito che lo spunto mi è stato fornito da una discoteca all’aperto vicino a dove ero in vacanza e che avrei volentieri fatto saltare a causa del fracasso che produceva.
    Come ogni estate, poi, c’era la solita tiritera sullo sballo, sulle discoteche da chiudere, o chiuse ecc. – ma questo è stato elemento accidentale che ho inserito dopo.
    Detto questo, formalmente questo racconto è un omaggio a Chandler, con l’importante differenza che il protagonista non è un detective, ma un piccolo gangster – non poteva che essere altrimenti, visto che doveva far saltare una discoteca.
    Ciò posto, lo spunto di partenza è quello che ritengo essere il cuore della narrativa chandleriana, se non di tutto il genere noir (ed insisto nel dire che è questo che “fa” il noir, non il numero di morti ammazzati, che pure ci vogliono), ossia la contemplazione della morte dell’innocenza e della stessa illusione dell’innocenza (come dice espressamente il protagonista), la disapprovazione etica verso questa morte e la malinconia, esistenziale e non, che ne deriva.
    È morente il protagonista – mi sono divertito a rovesciare il cliché del “duro” sbevazzante e a utilizzare quel rovesciamento come sintomo e simbolo della morte – così come è connotata dalla morte (del figlio) la scalata sociale della dark lady che paga con e tramite essa il proprio arrivismo. Un rito per sfuggire alla morte sono anche le serate revival (anche qui il protagonista lo dice espressamente) e di morte parla anche la lirica all’inizio. La “lunghissima notte” di cui parlano i versi (o versacci) altro non è se non quella in cui si dorme il “grande sonno”.
    Dalla morte dell’amore e della stessa illusione d’amore (ecco perché all’inizio c’è la colonna sonora che riproduce il refrain di “Addio mia amata”) è connotata pure la vita sentimentale del protagonista.
    Rimane soltanto, attraverso e dopo di essa, la sostanziale dimensione di ignoto (il mistero, anche qui il protagonista lo dice espressamente) che connota l’esistenza. È la consapevolezza dell’esistenza di questa dimensione che gli fa dire, anche se non sa se serva o sia ancora una volta mera auto-illusione “cantala ancora Sam”.
    Anche qui, a proposito e allo scopo di evidenziare l’aspetto realtà / illusione, mi sono divertito a giocare con le icone, prendendo una pseudo-frase – non è esattamente così che viene detta – di Bogart, un Marlowe cinematografico (ma la frase viene da “Casablanca”, in cui Marlowe e Chandler non c’entrano) e mettendola in bocca a Sam (che non è il nome di Marlowe, ma di Spade il suo antesignano) che però, altra illusione smentita, non è uomo, ma donna (e anche con questo rovesciamento ho voluto mettere in evidenza il tono crepuscolare, intriso di morte, del racconto).
    Vabbè. Ho fatto la parafrasi, ma sta tutto dentro il racconto, facile che non ce ne fosse bisogno.

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  3. In questo racconto hai ridimensionato la figura di Marlowe, e anche l'azione, in modo accattivante.
    Anche le vite più anonime possono leggersi come un romanzo interessante se badiamo ai sentimenti.
    Ultimamente sto rileggendo Wallace, con le sue storie intinte in una narrazione classicista. A me piace. Il suo è un giallo che si svolge intorno all'esistenza, in cui la descrizione della realtà e dei sentimenti fa da corollario all'assassinio.

    Sono solidale con te sulle discoteche; aggiungo che i sentimenti che mi suscitano i locali notturni all'aperto (per questione di vicinanza abitativa) sono quanto mai maligni e primitivi: mi immagino invasioni in pista di mandrie di bufali imbizzarriti, o anche improvvise incursioni di sciami di vespe e zanzare nella zona da ballo. Qualche volta mi cullo sul pensiero di scorrerie di moffette spaventate e spruzzanti...
    E sì che le direttive europee in tema di inquinamento acustico sono precise e categoriche sul loro divieto: risalgono addirittura al lontano 2002 (valutazione e gestione del rumore ... direttiva 2002/49/CE del Parlamento europeo e del Consiglio - 25 giugno 2002).

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  4. Ho impiegato dieci minuti a leggere il pezzo.
    Eh quanto, mi si dirà.
    E' una mia debolezza: perdo i riferimenti nei meandri descrittivi, mi devo confortare sui passaggi, i nomi propri non li memorizzo, dettagli e precisazioni mi scivolano via, ecc. ecc.
    Un vero disastro, si dirà.
    Ma il dramma di queste letture è l'angoscia.
    Da animle utilitarista, addestrato al profitto conoscitivo, ad ogni piè sospinto mi chiedo: < Ma domani, a ripensarci, cosa mai mi sarà rimasto in testa? A che pro questi minuti impegnati? >.
    Poi scrollo le spalle e penso a commentare, intanto che la lettura m'è ancora fresca.
    Commentare, non criticare, come taluno talora adombra.
    Ammiro sempre il coraggio della mia adorata Santippe che estasiata si sciroppa giornalmente il trentennale sceneggiato Tv < Un posto al sole >.
    Io non ho questo coraggio, men che meno la costanza.
    Ciononostante mi impegno sempre a leggere Rubrus, che so preparato e fantasioso.
    Confidando comunque in un mio susseguente sedimento culturale accrescitivo.
    Siddharta

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  5. Sid. Ah be', la roba a puntate non la seguo neppure io - tranne un paio di serie - ma se ne trova in giro sempre di più perchè mirano a farci abbonare alle TV (e quindi a farci pagare) "per vedere come va a finire".
    Detto questo. Di nomi stavolta ce ne sono pochi e spero di averti aiutato perchè anche io tendo a perdermi, dopo un po', quindi ti capisco.
    Ciò premesso, quanto alla struttura del racconto, al "da dove vengono i riferimenti", ti rimando alla risposta a Franco, nella quale spiego da dove ho preso i pezzi che compongono il racconto. Quanto al contenuto la morale sta intorno alle considerazioni del protagonista circa tutti i riti che adoperiamo per illuderci che il tempo non passi e alla necessità dell'illusione, ciò nonostante, per vivere.

    Serenella. Credo che essere disturbati durante il sonno possa trasformare chiunque in un maniaco omicida, poi, quanto al racconto, la verità era che se avessi descritto la demolizione della discoteca avrei dovuto quantomeno documentarmi un po' (la differenza tra professionisti e dilettanti sta in buona parte lì: che i primi si documentano, i secondi no). Però mi interessava scrivere di altro, e la faccenda del "bypass" ("Vi parlo della pantera") oltre che funzionale mi pareva anche elegante - del resto tutte le dark ladies nei noir hanno un che di felino e quindi l'immagine mi andava bene due volte.

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