giovedì 14 gennaio 2016

Bologna-New Orleans, sola andata - Claudia Lamma - Racconto

L’infermiera che le aveva prenotato il prelievo per i markers si era presa il suo cellulare domandandole se poteva consegnare gli esiti a suo padre.
Per me può avvisare prima lui, non credo che la cosa sposti la questione di tanto così, le aveva risposto.
Adesso camminava col cane nel ghetto, la nostalgia la attraversava in modo molto romantico, ed era quasi convinta che gli acciottolati della strada rispondessero parole esatte a ogni suo passo, liberandola almeno per questa volta da quel vortice esistenziale che la risucchiava come un mulinello d’acqua.
Bologna parlava una lingua e a lei sembrava di capirla meglio degli altri.

Si era abbandonata alla musica dei corpi appoggiati alle colonne dei portici, al rituale del calice di questi freak New age che frequentavano il caffè Camera con Vista, alle Ballade fuori dell’Orsa, ai jazzisti dell’ultima ora, all’umanità della realpolitik che confluiva in Piazza Verdi a omaggiare l’alberino piantato, seduti a terra e tutt’intorno, fuori e dentro dal Cafè des Artistes, parolieri convinti delle loro amenità, fieri sostenitori di certe ideologie scambiste da pavè.
Si era seduta un poco fra di loro, a gambe incrociate, ad ascoltarli parlare di cose, a domandarle cosa ne pensasse lei, di quelle cose, e lei avrebbe voluto dire
Non so, forse il mio cane ha un’opinione meno confusa, chiedete a lui, ma non l’aveva fatto e aveva messo insieme un paio di frasi, guardando la furgonetta della celere che presidiava nottetempo la piazza e non interveniva mai.
Che ricordasse, nemmeno gli anni della Pantera l’avevano schiodata dalla facciata laterale del teatro Comunale.
I punkabbestia ci bivaccavano davanti, lasciando che cani malconci pisciassero sulle orme della Callas, e certi writers poco rispettosi ne facessero il loro personalissimo bidet, sotto gli sguardi svogliati e atassici delle divise armate.
Al vicolo era arrivata con quell’esondazione di chi vuole sentire qualcosa di più profondo, prima di una morte eventuale.
Il giamaicano e la sua compagnia erano sempre allo stesso angolo, seduti su quei piccoli sgabelli fronte al Contavalli, a fare musica leggera fra parole e pinte di birra, passate da una mano all’altra con quella dimestichezza che le aveva ricordato altri consessi, un po’ più stonati e psichedelici.
Il giamaicano l’aveva salutata e per l’ennesima volta le aveva chiesto di sedersi.
Nelle altre circostanze non l’aveva fatto per pudore, e per via di quel ragazzo con la barba e l’aria stazzonata che le ricordava tanto Ernesto in Bolivia, anche se i suoi occhi erano azzurri e scossi da certe saette nocciola come piccole schegge conficcate di una corteccia spezzata.
Si era seduta questa volta e il giamaicano suonando le aveva detto sei carina anche se sei timida e poi le aveva presentato tutti, compreso Ernesto.
Così adesso sapeva che Ernesto faceva il veterinario ed era stato molto tempo in Africa, dietro alle vacche e alle pecore e altre bestie così. E poi se n’era andato in Argentina, a seguire altre vacche, altre pecore e altre bestie così.
A raccontarle un bignami della vita di Ernesto era stato il giamaicano, fra una manata al bongo e una sorsata, mentre Ernesto le guardava i dettagli, sprofondato in quella barba di sei giorni su cui fioriva incolta la schiuma della birra e una camicia verde un poco lisa che lei aveva immaginato accompagnarlo fra le peregrinazioni nella pampa come un’amante devota e pasionaria.
Lei, dal canto suo, si era perduta in domande sulla terra del fuoco, sui rapimenti dei grassi industriali di origini italiane, fantasticando, a partire dal modo che aveva di sollevare l’avambraccio o di piegarsi in avanti, sull’immagine di lui sdraiato su un tavolo di metallo, con quella barba di sei giorni, la testa sollevata da un militare che sorride e che con quel sorriso fa scempio di tutta quella bellezza, di tutto quel credo.
L’unica cosa che davvero si erano detti senza distorsioni e musica e discorsi era che lui sarebbe restato per poco meno di un secondo e lei aveva risposto anch’io.
Con Ernesto avevano lasciato l’angolo insieme, ed era una cosa naturale, anche se il giamaicano irriverente aveva domandato loro quando tornate e Ernesto gli aveva risposto chissà, vedremo.
La casa di Ernesto era come lui, screziata di riflessi nocciola e seminata di cimeli di terre altre.
Lei ci era annegata come fanno le persone incapaci di contenere l’immaginazione.
Si erano scoperti senza una parola, come si scopre la bontà dell’acqua quando si ha solo sete, senza nessun’altra aspettativa se non quella di bere, rotolando fra una pila di libri e un paio di jeans, fermati dal Celine di Viaggio al termine della Notte.
Lo aveva avuto dentro e dappertutto per molto, Ernesto. E sebbene fosse la cosa più dolce che le potesse capitare, non era proprio riuscita a immaginarsi con lui dietro a una mandria di vacche, o su una jeep scappottata come in quel film di Salvatores.
Si era chiesta soltanto, mentre erano l’uno nell’altra, di quanto lui avesse sfiorato la presa di quella palla che lei aveva dentro. Di quanto la mancasse.
Forse soltanto di tanto così.


14 commenti:

  1. Os'cia che tristessa!

    L'ho postato ancora prima di leggerlo e non mi aspettavo una roba così. Mi sento impreparato a commentare. Magari dopo.

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  2. Come si passa dai contenuti di questi racconti alla comprensione sociologica di un fenomeno sociale?

    I racconti, infatti, consentono di tenere conto della dimensione diacronica (termine caro a Claudia, se ben ricordo), che manca all'osservazione diretta, e dunque permettono la comprensione delle logiche d'azione nel loro svolgersi e delle configurazioni dei rapporti sociali nel loro sviluppo storico; così avviene che i racconti, oltre alla descrizione degli spazi fuori dalle vecchie abitudini, sappiano ben riportare i mutamenti sociologici che si sono attuati nel tempo. 

    In effetti, mi sembra a volte, attraverso i fatti di cronaca riferiti dai mass media, di assistere ad esagerazioni giornalistiche citate per sensazionalismo, mentre, in realtà, mi rendo poi conto come siano situazioni perfettamente attinenti alla realtà, proprio come potrebbe essere l'avvicendarsi della frettolosa situazione amorosa qui descritta da Claudia.
    Potrebbe esserne testimone l'assassinio della studentessa americana avvenuto ultimamente a Firenze.

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  3. E' essenzialmente una storia di solitudine. Al centro quindi non c'è la relazione - che sin dall'inizio si palesa, senza possibilità d'equivoco, come fugace - ma i luoghi che appaiono lo scenario per e che sostituisce una "cerca" l'obbiettivo della quale viene mancato per poco senza che, però, se lo si sia rappresentato come "raggiungibile". La scrittura, quindi è erratica ed ellittica, parlando più (in termini quantitativi) dei luoghi (le piazze, i bar, ecc.) che delle persone, personaggi che anelano a essere protagonisti della propria storia, senza riuscirci.

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  4. Certamente il punto focale del racconto è il senso di impotenza di fronte a quello che potrebbe rivelarsi essere il peggio, ma ciò non toglie che risalti altresì il cambiamento nei costumi, tipico del nostro tempo.

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  5. A mio parere frettolosa, la narrazione, con taglio e piglio da fiction.
    Su tutto l'a-moralismo dell'usa e getta amoroso dei tempi nostri.
    Per buona sorte con finale aperto, non truculento del più forte fisicamente.
    Comunque su tutto la mancanza di una doccia igienica, soprattutto per il trascurato ed irsuto amante.
    Mah, lo stile singhiozzante e volutamente disattento parrebbe rivelare una ricerca ancora in fieri verso una personale scrittura modernista.
    Siddharta

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  6. @ Franco: mi spiace
    @ Serenella: il mio intento era quello di trasmettere la condizione spirituale di una tizia evidentemente molto sola in un momento molto particolare della vita, e cioè quello che immediatamente precede un'eventuale notifica di morte (= esito dei marcatori tumorali). La riflessione sui concetti di solitudine e sulla prospettiva di morte è totalmente subordinata alla descrizione emotiva. Quindi, dal punto di vista narrativo è un racconto estremamente difettoso perchè non è un racconto secondo i crismi del racconto (se così si può dire) ma piuttosto una specie di lirica del sentire soggettivo. Non avevo mai pensato a significati che esulassero da questo estremo, se così si può dire, approccio narrativo
    @Rubrus: sì è quello che cercavo di trasmettere. Il sistema narrativo usato è volutamente frammentario perchè volevo fosse il più equivalente possibile alla condizione che ho cercato d'inquadrare
    @Siddharta: Come dicevo sopra a Serenella e a Roberto, il sistema narrativo è voluto. Non ho pensato affatto che la scelta sentimentale del soggetto potesse essere amorale se inquadrata nella specifica condizione. La mia intenzione era realistica, non di fiction. Una ragazza molto sola che potrebbe morire e morire male, sceglie di fare quello che, se avesse avuto tempi più lunghi a disposizione, e forse li avrà, forse non avrebbe fatto. Oppure l'avrebbe fatto ma non così di getto. Esatto sulla ricerca e sul fieri. Anche qui ripeto, il tentativo di illustrare una condizione trasmettendola a livello emotivo e non cognitivo ha prodotto un deficit in seno ai crismi del racconto per come lo si intende secondo maniera e un deficit a livello, forse, di senso stesso.

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  7. Ne approfitto per formulare una ipotesi sulla peculiarità della scrittura via web. La vicenda in sè è semplice: una donna scopre di avere un tumore (speriamo non fatale), non ha nessuno con cui condividere lo scombussolamento che la scoperta provoca e vagabonda fino ad incontrare il succedaneo, o il placebo, della relazione occasionale. Senza l'evento iniziale - che è indicato abbastanza chiaramente, direi, là dove si parla di marker positivi - la storia sarebbe abbastanza diversa, ma, dai commenti - e non per fare una critica agli stessi - sembra che l'evento iniziale, che può essere detto la causa scatenante della storia, pare non avere un peso proporzionato (pare che molto più interesse abbia suscitato la relazione occasionale in sè). Ecco, ciò mi porta a pensare che la scrittura per il web richiede una costante ripetizione degli elementi che l'autore ritieni importanti, e ciò perchè il lettore tende a dimenticarli. Questo, direi, in contraddizione con la scuola tradizionale del "bello stile" che, le ripetizioni, anche logiche, le ha sempre guardate storte.

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  8. La tristezza alla quale facevo riferimento era proprio riferita alla situazione critica della protagonista, e non una considerazione negativa complessiva sul racconto, né mi sono scandalizzato per certi comportamenti di carattere sessuale disinvolti. Hai voglia! Scusate ma ci tenevo a precisare 'sta cosetta.
    Sai, mi rendo conto di non essere stato chiaro per niente, quindi cara Claudia sono io che mi devo scusare e non tu che devi dispiacere. Ma di cosa poi?
    Giusto per chiarire, la scelta di pubblicare un racconto su queste pagine, io lo considero ancora un privilegio, un atto di stima verso il blog. Poi nessuno può sapere in anticipo la piega che prenderà la discussione, è anche questo il bello, o no?
    Quindi ciò che dice Rubrus la considero una provocazione, ma che condivido perché ha un fondo di verità. Infatti sul web forse si è meno concentrati e certe volte, può succedere, mentre si legge di stare già a pensare al commento che dovrà scrivere. Insomma ci si porta avanti col lavoro, altrimenti prima di sera non si riesce a timbrare la ventina di autori che aspettano impazienti il giudizio del critico di turno. (Qui non si vedono ma fate conto che ci sono tre faccette sorridenti, non si sa mai qualcuno potrebbe anche offendersi) Con un libro in mano e casa propria, certamente è un po' diverso. Intanto hai sborsato venti euro, quando va bene, per leggere e già nell'approccio c'è una bella differenza dal web, che costa niente e tante volte si legge perché lo passa il convento. Dai, dai non scherziamo, non c'è bisogno di cambiare stile e di semplificare i testi destinati al web, ciò che va bene su carta deve andare bene anche qui. E non viceversa.

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  9. "il punto focale del racconto è il senso di impotenza di fronte a quello che potrebbe rivelarsi essere il peggio", ecco, forse in questa frase si racchiude tutta la sintesi dello stile web.

    In effetti, per me, senso di impotenza sta a significare la reazione di fronte ad una diagnosi del male che potrebbe essere fatale (e che in questo caso manca ancora di riscontri certi), cioè: rifiuto, ribellione, paura. E' soprattutto in seguito, qualora si abbia la certezza della gravità della malattia, che subentra la tristezza, il senso di solitudine e una grande forza e determinazione nel voler combattere il male o, al contrario, a seconda dei caratteri individuali, abbattimento e livore nei confronti del mondo.
    Certo che Claudia è riuscita a rendere lo stato d'animo della ragazza, però non toglie che la relazione affrettata, anche comprensibile da un certo punto di vista, altro non sia che un'esternazione dei moderni costumi di comportamento dei giovani d'oggi.

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  10. Giovani o non giovani, dall'incontro casuale dopo meno di quattr'ore, la scopata è di rigore.
    Questo poco tempo fa, si diceva.
    Oggi le cose si sono velocizzate, parrebbe.
    Potrebb'essere che l'usa e getta da parte della donna spinga il maschio impreparato a reagire con violenza.
    Perchè stupirci di certi fatti di cronaca?
    Sid

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  11. Mi trovo in difficolta' a commentare questo racconto, perche' per me la forma, il bello stile e' di fondamentale importanza. Nessuno sa dire a priori come reagirebbe di fronte ad una diagnosi di tumore , certo non si puo' escludere nessun comportamento , la confusione mentale, uno stato di paura incontrollabile potrebbe portare anche ad avere un rapporto sessuale doloroso e senza amore. Sospiro mentre digito le mie impressioni perche' prepotentemente mi dico di accettare che il mondo cambia e con esso I costumi e il modo esprimersi.

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  12. Mah... io 'sta roba dello stile faccio un po' fatica a digerirla. Soprattutto credo che nulla abbia a che vedere con eventuali implicazioni etiche, nell'accezione più ampia, nè di costume.
    Mi riesce difficile credere se Claudia avesse scritto: "Presa dal gorgo dello scoramento, e già avvertendo le unghie nere della disperazione vellicare il mio animo, mi lasciai catturare dal vortice della passione; mi concessi dunque i per una notte ad un errabondo, fascinoso sconosciuto, sì da lenire, con l'effimero, labile balsamo dei sensi, il vuoto divorante e maligno che sentivo crescere dentro di me" (o qualcosa del genere) i fatti sarebbero stati diversi. E se i fatti sono gli stessi, perchè dovrebbe essere diverso il giudizio sul contenuto, se uno lo vuole dare?

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  13. Sì, ma... Anonimooooooooo
    per favore, mettiamola una firmetta sotto il commento.
    Così non vale.

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  14. Ciao Franco , sono Loretta, l'autrice del commento senza firma , Perdona la distrazione ,firmo sempre o quasi , visto sopra, quello che scrivo. Rispondo a Rubrus: certo la forma non modifica il contenuto, ma chi legge ha I suoi canali ,e nel mio caso forma e impatto emotivo sono fondamentali. Ho anche aggiunto che occorre ch'io m'aggiorni sulla scrittura e l'uso veloce e privo di fronzoli, o eccessiva aggettivazione del periodo ( si puo' dire?) La tua versione ovviamente e' l'estremo opposto sciropposo che tu hai rimarcato volutamente e anche in maniera molto simpatica.
    (Scrivere col tablet e' una tragedia, perdonate yli errori, che magwri sono anche timidi segni di una imminente mia modernita')
    Un caro saluto all'autrice e a voi tutti. Loretta

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