lunedì 1 febbraio 2016

DRAMMA IN CASCINA - frame - racconto


Nel preciso istante in cui il Signor Zaccaria aprì gli occhi, decise che qualcosa doveva cambiare nella sua vita. L’odio profondo che nutriva per quell’essere immondo che lo perseguitava, lo aveva portato bruscamente ad accettare la cruda realtà, ad ammettere a se stesso che non ci fosse altra soluzione che estirpare il problema alla radice, e benché sino a quel momento si fosse ostinato a usare ancora termini come eliminare, sopprimere, annullare, la parola chiave adesso era una sola ed inequivocabile: uccidere.
«Lo strozzo con le mie mani!» pensò, mentre si radeva e con i nervi ancora scossi per il brusco risveglio.
«Com’è vero Iddio e fosse anche l’ultima cosa che faccio al mondo!» aggiunse con un sibilo e guardandosi nello specchio, non si avvide del lampo di follia che gli balenava negli occhi.
«Che fai oggi?» gli domandò la moglie, mentre versava il caffè nella tazzina. «Ci sarebbe da finire di potare la vigna e…»
«Ho altro da fare, io, oggi.» la interruppe prontamente il marito con tono perentorio.


Lei non doveva sapere nulla, si disse il fattore, era una questione tra maschi e le donne era meglio che restassero fuori da quella faccenda. La poverina tuttavia aveva fiutato l’aria di vendetta che si respirava in quel grigio mattino, perché non aggiunse altro e voltando le spalle di scatto nascose il viso dentro un fazzoletto.
Il Signor Zaccaria uscì di casa ed un vento gelido che scendeva dal Gran Sasso gli sferzò il viso livido di rabbia; sentì un brivido scorrergli lungo la schiena che gli fece irrigidire le membra indolenzite ed accapponare la pelle.
«Forse le mani da sole non basteranno.» Pensò, tastando il filo della scure con il pollice.
«Lo ammazzo! Brutto bastardo!» ringhiò, mentre sfogava la sua rabbia sul ciocco di castagno con fendenti poderosi e precisi. Quando la cesta di vimini fu piena di legna per il camino si sentì rinvigorito. Era più che mai deciso a portare a termine il suo piano, stava ripassando i particolari mentalmente, quando sentì il maiale nel porcile grugnire.
«Adesso ti sistemo io!» grugnì a sua volta.
Prese il secchio, lo colmò con due misure di orzo macinato, una di mais e una di crusca. Versò il pastone nel truogolo e mentre la bestia affamata si avventava sul cibo, con occhio esperto ne valutò il peso. Non cresce questo brutto animale, si disse, si è salvato a Natale perché troppo magro, ma prima di Pasqua sarà necessario fargli la festa.
Questo pensava, quando una voce familiare lo fece sobbalzare:
«Hai finito di potare la vigna?» gli gridò l’uomo aggrappato alla rete metallica di recinzione.
Era quell’impiccione del suo vicino di casa che lo sfotteva, e fu in quel preciso istante che guardando quella faccia odiosa gli balenò nella mente che forse un coltello sarebbe stato molto meglio.
«La lingua gli taglierei a questo impiastro!» pensò, «Lo sa benissimo che non ho ancora finito, ma lui ci tiene a farmi notare che sono in ritardo con i lavori in campagna, e se non lo accontento subito, mi attacca il bottone e rischio di fare tardi.»
Guardò l’orologio preoccupato, ma si tranquillizzò immediatamente, aveva ancora tanto tempo a sua disposizione e pertanto gli rispose con tutta calma. Gli disse di no, che non aveva ancora finito, ma che in settimana contava di sistemare anche la vigna.
Il vicino capì immediatamente che quella mattina non era aria, che non era il caso di insistere, pertanto lo salutò frettolosamente e lo lasciò alle prese con le pecore. Le due sole che gli erano rimaste, ma sufficienti per fare qualche caciotta di buon pecorino e per cucinare agli amici, non più di due volte all’anno, l’abbacchio al forno. Se la cavò con mezza balla di fieno di buona erba medica di secondo taglio e, dopo aver riempito il secchio con l’acqua, si rinchiuse dentro la stalletta dei conigli.
«Ah, i conigli…» pensava ogni volta che entrava per ispezionare le gabbie e dar loro da mangiare, «Animali stupendi, dolcissimi e parchi.» Il confronto era improponibile, lo sapeva, ma come poteva evitare in quel momento e con la mente annebbiata dall’odio, di pensare all’egoismo di alcuni, che a questo mondo nulla danno e tutto pretendono?
Uscì dalla stalla determinato a mettere in atto il suo piano e con passo deciso si diresse verso il pollaio. In tasca aveva il coltello a serramanico, ma dopo aver raccolto le uova e distribuito il becchime scorse in un angolo un vecchio bastone. Forse era stato in passato un manico di badile o di una zappa. Era robusto, di legno duro, massiccio, e subito si convinse che quella sarebbe stata l’arma letale.
Mancavano ormai pochi minuti a mezzogiorno, l’ora in cui il vecchio si sarebbe fatto vedere, perché si poteva dire tutto su quel prepotente, ma gli si doveva riconoscere una puntualità svizzera, quasi maniacale. Su questo fatto il Signor Zaccaria contava molto. In preda alla follia e senza preoccuparsi delle conseguenze del suo gesto, si appostò in attesa dietro una colonna di mattoni rossi sotto il portico.
Dopo alcuni minuti vide Francesco, il falegname, arrancare sulla salita in bicicletta. Poi fu la volta del postino. Passò anche il furgone dell’idraulico e finalmente sentì che la sua vittima si stava avvicinando. Il brutto vecchiaccio, così lo chiamava lui, si fece annunciare da quattro fedelissime che vennero a beccare il mangime proprio sotto i suoi piedi.
Uno svolazzo, uno sbattere d’ali, gli annunciò che il pennuto era balzato sul trespolo e nel preciso istante che il gallo si apprestava ad annunciare il mezzogiorno alla valle intera, lo afferrò saldamente per il collo, strozzandogli in gola la prima nota, quella più acuta, l’ultima della sua vita.
Poi con l’aiuto del bastone in terra e senza alcuna pietà, pose fine ai giorni del tiranno.
Quando sua moglie lo vide rientrare in casa, ancora malfermo sulle gambe per l’emozione, lo guardò dritto negli occhi e gli disse:

«Coraggio Zaccaria, coraggio. Lo so, non è stato facile per te, ma vedrai, da domani mattina finalmente…si dorme!».

8 commenti:

  1. Ma che bella panoramica campagnola. Ho respirato l'aria fresca del mattino accompagnandoti in giro per i tuoi doveri di fattore.
    Il racconto, con le sue tinte gialle e il rendimento reso fosco dalle belluine intenzioni, rimane davvero godibile. Peccato per il gallo.

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  2. Centrata fotografia di un paesaggio agricolo, nella quale si respira a pieni polmoni quell'aria tipica del foraggio, corredata da tutti i suoni caratteristici del mondo animale, compreso quello insolente ed abitudinario del galletto. Anche il comparire, a ritmo alternato, di tutti i personaggi che si susseguono nella vita rurale, dà una pennellata di genuinità. Geniale e simpatico l'incipit misterioso. Un racconto che brilla per la brezza effimera che si respira, facendo ritrovare il lettore, immerso in un paesaggio di certi alpeggi ancora esistenti (meno male) in tante zone della ns bellissima (dal punto di vista naturalistico) Italia.

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  3. Breve racconto condotto sul doppio binario dell'equivoco narrativo.
    Con mano leggera, dal ritmo veloce, pulito nello scorrere.
    Controllato nello stile.
    Insomma un piacevole intrattenimento letterario, senza necessità di spremersi le meningi.
    Una lettura d'evasione, quindi, assai gradita in tempi in cui chi impugna la penna pensa d'essere quantomeno un Umberto Eco.
    Franco, gentiluomo di campagna, a contatto con la natura ormai trascurata dai fanatici inurbati, i cui figli non hanno mai visto un coniglio in carne ed ossa.
    Talora le storie ci piacciono perchè ci impersonano.
    Ecco, io nel signor Zaccaria mi riconosco.
    Anni fa un magnifico gallo del mio vicino imperversava il mattino alle quattro sotto la finestra della mia camera.
    Ispirandomi i seguenti versi < sanguinari >:

    Il gallo

    Bargigli e cresta accesi,
    dal palo tronfio e ritto
    saluti il giorno.

    Svegliato, i nervi tesi,
    ti veggio in bragia fitto,
    con gran contorno.

    Molto bene, Siddharta.

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  4. Resta poco da aggiungere al commento di Sid se non che l'inghippo riceve forza nell'inserimento, al punto giusto, del vicino odioso e impiccione. Aggiungo questo, invitando a "cliccare" sul link https://www.youtube.com/watch?v=qc7pLi63GdI

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  5. Vorrei ancora soggiungere, con riferimento al secondo taglio d'erba del racconto, e da contadino acquisito, precisazioni sullo sfalcio del fieno o del foraggio dalle mie parti.
    Viene chiamato maggengo lo sfalcio che ha luogo durante il mese di maggio, a cui seguono quello agostano o secondo e il terzuolo o terzo ( ottobre ).
    Il maggengo rappresenta circa la metà della produzione dell'intera annata.
    Sid

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  6. A un certo punto della vita mi sono improvvisato contadino, con pessimi risultati dal punto di vista economico, come ben potete immaginare, ma con grande soddisfazione personale. Quello che ho descritto nel racconto era davvero il giro di tutte le sante mattine, e non mi pesava affatto anzi era una goduria. Lavorare la terra invece non fa per me, mentre avrei continuato volentieri ad allevare conigli, maiali, galline e pecore eccetera ma ormai il gioco non vale più la candela. Non ho più neanche la vigna, ormai raccolgo solo le olive per l’olio e buonanotte al secchio. Caro Sid mi riferivo al secondo taglio di erba medica, quella che va bene anche per i conigli. Io le mie pecore le trattavo bene e devo anche dire che a me il gallo non ha mai dato fastidio, ci vuole ben altro per svegliare il sottoscritto la mattina. I pavoni ad esempio fanno molto più casino e il tacchino rompe abbastanza anche lui. Siete tutti molto gentili, grazie.

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  7. un buon racconto equivoco.
    Vonnegut le chiamava trappole narrative e così anche i suoi committenti, ovvero i giornali che gli chiedevano storie non più lunghe di diecimila battute.
    Il meccanismo del racconto a trappola è sempre lo stesso, ma la caratteristica equivoco lo rende un tipo particolare di trappola.
    Un altro tipo di trappola è dato invece dal metodo dello stravolgimento dei presupposti, o "contrappasso della storia".
    Qui è buonissimo il crescendo della rabbia del protagonista, attraverso la carrellata agreste che restituisce al lettore la consapevolezza del quotidiano di colui che "sta per compiere avverso qualcuno un gesto efferato" e, proprio in funzione di questo, il quadro bucolico si presenta con tutte le sue ordinarie pecche, che sono soprattutto le pecche del protagonista nel suo rapporto con la realtà. L'introduzione del vicino è un altro elemento di natura rafforzativa per l'equivoco. Però, secondo me, le condizioni di comparsa e scomparsa di questo personaggio rafforzativo sono deboli e quindi da lì in poi io ero consapevole che la storia era a tranello. Sapevo cioè che si trattava, probabilmente, di una boutade. Preciso che questa, dal punto di vista strutturale è una semplice constatazione, perché magari l'intento del narratore era proprio quello di cominciare a rendere consapevole il lettore in quel punto e non più avanti. Dal punto di vista formale, invece, ritengo che uno scambio dialogico tra lui e il vicino, pensato ad effetto, avrebbe evitato l'effetto scollamento, ricordando al lettore, e solo in quel punto, di essere un lettore che sta leggendo una storia e non "lo spettatore" di una realtà in corso.

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  8. Questi raccontini giocati sull’equivoco andavano molto di moda anche sul web sino a qualche tempo fa, adesso devo dire molto di meno. Io li ho sempre chiamati a Uovo di Pasqua. Cioè con la sorpresa incorporata. Quando scarti un uovo di cioccolato lo sai già che dentro ci sarà una sorpresa eppure questo non ti impedisce di godere, e di partecipare al piacere della scoperta. Secondo me poco importa che si capisca dove vai a parare, anzi si potrebbe pure mettere un titolo chiarificatore, in questo caso poteva essere “La tragica fine di un gallo di campagna” l’importante che la lettura non lasci l’amaro in bocca. In ogni caso sono d’accordo con la tua disamina, sempre lucida e attenta cara Claudia, grasssssie.

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