martedì 23 febbraio 2016

Effetto Zeta - racconto (Rubrus)

Il primo caso conclamato fu quello di Harvey Titterson, periferia di Detroit. Dico “conclamato” perché, prima, ce n'erano stati parecchi che giravano in rete e sui giornali scandalistici, ma, sapete com'è, sul web non si distingue il vero dal falso e in fondo non importa.
Harvey era schiattato per un infarto mentre ingurgitava il terzo hamburger davanti ad una partita di baseball in TV. Si era fermato a metà di un morso, aveva emesso una sorta di gorgoglìo simile a quello di un lavabo intasato, era crollato a terra e non si era più mosso.
Fino al momento in cui si era alzato dal tavolo dell'agenzia di pompe funebri, aveva barcollato sino alla porta, l'aveva aperta proprio quando Willard Forbit, della Forbit & Forbit Tanatoprassi, stava entrando, lo aveva guardato (“be'... guardato... - avrebbe dichiarato in seguito Willard – diciamo che mi aveva visto”) e lo aveva azzannato sulla spalla. In un certo senso, aveva completato il morso lasciato a metà.


La faccenda era diventata la prima notizia del TG e, il mattino dopo, la prima sui quotidiani più autorevoli. Spesso è chi parla a fare la differenza tra vero e falso, o almeno tra il creduto e il non creduto. Quando ne aveva parlato il Presidente in persona non c'erano stati più dubbi. 
Il buon Barack era stato molto alla mano. Era un po' come ascoltare un vecchio amico, di quelli con cui vi scolate una birra dopo il lavoro.
Quanto diceva, del resto, sembrava un discorso come se ne fanno dopo aver alzato il gomito.
«Saprete sicuramente – aveva detto il Presidente – che, secondo alcuni scienziati, noi usiamo solo una piccola parte del nostro cervello».
Lo sapevo, anche se non ero uno scienziato. Ogni giorno incontravo diverse prove evidenti.
«Il punto è  – aveva continuato Barack Obama – che si è sviluppato un virus che, in certi individui, agisce sulle parti non usate».
Credo che, già a quel punto, la maggior parte dell'umanità avrebbe dovuto comprendere che stava succedendo qualcosa di dannatamente strano e, probabilmente, pericoloso. Se il Presidente parlava così, voleva dire che la faccenda era andata avanti parecchio e in segreto e questo non lasciava presagire nulla di buono.
«Stando a quanto si è potuto comprendere – proseguì Obama – se  il cervello di coloro che hanno contratto questo virus non è stato usato abbastanza in vita... be'... si riattiva dopo la morte. Come una specie di batteria di riserva».
Ditemi un po' se, dopo questa uscita, non avreste bevuto una birra con lui.
Vi faccio grazia di un bel po' di particolari e vado al sodo. Il succo era che, se organi e tessuti non erano troppo compromessi, queste energie non sfruttate del cervello li rimettevano in moto ed il cadavere, anche se non al massimo della forma, incominciava una sorta di nuova esistenza. Ovviamente non c'era da aspettarsi un premio Nobel. Il redivivo medio aveva l'intelligenza di un ramarro. E anche l'appetito.
Saltò fuori che, del pasticcio, stava occupandosi un équipe internazionale a capo della quale c'era un cervellone russo di nome Zoreff che, in un eccesso di protagonismo, aveva battezzato la mutazione “Effetto Zeta”.
«Ovviamente non c'è nulla di soprannaturale» spiegò Zoreff (no, non la stessa sera in cui parlò Obama, a tutto c'è un limite) «Questi... zombi possono essere uccisi in modo... definitivo come qualunque altro essere vivente e, se un corpo è troppo danneggiato, il fenomeno non si verifica. L'Effetto Zeta consiste nella riattivazione di funzioni e nella riparazione di danni che fino a poco fa credevamo irreversibili, ma non riesce ad aggiustare tutto. L'effetto si produce solo dopo quella che, fino a poco fa, consideravamo “morte cerebrale”. In parole povere, solo dopo che sei morto si riesce a sapere se hai contratto il virus Zeta e se, da vivo, hai usato abbastanza il cervello».
«Il mio Harvey non leggeva niente di più complicato dei segnali stradali, sempre che non fossero troppo lunghi» aveva dichiarato la moglie nella prima intervista venduta (e nessuno seppe mai a che prezzo) ad un network nazionale «ma non era una cattiva persona».  Insomma, anche se aveva morso Willard Forbit su una spalla e non sarebbe mai riuscito a risolvere un sudoku, non era una buona ragione per abbatterlo a fucilate.
E questa era la parte tosta del problema.
Il tizio cadaverico che, dentiera permettendo, cerca di sbranarvi e che assomiglia tanto al vostro caro nonnino... è ancora il vostro caro nonnino?.
Se ne parlò parecchio. Alcuni sostenevano che gli zombi erano carne morta, mentre per altri si trattava delle stesse persone di prima cui era stata offerta una seconda possibilità. Tra i più accaniti sostenitori di questa tesi c'erano le assicurazioni, che se ne servivano per negare gl'indennizzi sulle polizze vita. Forse i loro clienti non erano vivi, ma certo non potevano dirsi morti.
Insomma, le chiacchiere si sprecarono. E fu questo che ci fregò.
Mentre il dibattito infuriava, gli zombi aumentavano, specie in quel che si definiva “il mondo civile”. La spiegazione ufficiale era che il virus era più attivo in quelle zone o, quando l'atmosfera cominciò a scaldarsi, che almeno in certi Stati se ne parlava, mentre, in altri, i casi venivano passati sotto silenzio. Qualcuno affermava che ciò avveniva perché, in certi Paesi, il cervello si usava  abbastanza poco. La risposta, di solito, era una risata, ma era come sentire qualcuno che fischietta nel buio per darsi coraggio.   
I morti viventi, intanto, crescevano di numero.
Gli zombi sono mostri democratici. Vanno via in offerta speciale: paghi uno e prendi due. O duemila. Ed è l'eccezionalità a creare il caso: i grandi numeri generano abitudine.
Insomma, mentre le teste d'uovo blateravano, un sacco di gente cominciò a scoprire che era possibile vivere accanto ai non morti. C'era la faccenda del cannibalismo, sicuro, ma ben presto ci si rese conto che poteva essere risolta. Agli zombie bastava che la carne fosse viva, un po' come succede coi serpenti. Il loro piatto preferito restava la carne umana, ma anche topi, conigli ed altri animali andavano bene. Una signora di Grenoble dichiarò che aveva insegnato al marito – zombi a portare via la spazzatura. «Da vivo non lo faceva mai» affermava.
E poi c'era la questione del cervello. Quella gente, prima, non l'aveva usato molto e chissà, magari anche dopo non si notava una gran differenza.
Infine c'era sempre la faccenda della prossimità. I morti siamo noi, o lo saremo. Meglio trattarli bene. Se il vostro vecchio zio – o coniuge, o babbo – vi è ancora accanto nonostante sia morto, dopo un po', non vi viene spontaneo crivellarlo di pallottole perché i gatti del vicinato tendono a sparire. E poi, chi può essere sicuro del trattamento che vi riserveranno il vostro caro nipote – o coniuge, o figlia – quando toccherà a voi
Ad imprimere una svolta alla questione fu l'economia.
I costi per la gestione degli zombi diventarono insostenibili ed il prezzo della carne salì alle stelle. E poi c'era la questione politica: c'era persino un tale che si era auto – eletto rappresentante degli zombi. Il suo slogan (poi si scoprì che l'aveva preso da un libro) era Non morti, non “non – persone"
Insomma, il nuovo Presidente ordinò che tutti i morti venissero cremati nelle tre ore successive al decesso, cioè prima che si manifestasse l'Effetto Zeta.
Penso che tutti abbiano tirato un sospiro di sollievo.
Qualcuno aveva deciso al posto loro. Qualcuno aveva pensato al posto loro.
Diciamocelo, fu una gran liberazione.
Durò fino a quando non si scoprì che la cremazione liberava il virus e lo diffondeva nell'aria, dove quel piccolo bastardo sopravviveva benissimo.
La conseguenza fu che, nel raggio di cinque chilometri da ogni forno crematorio, il numero di zombi crebbe dal 30 al 54%.
«Praticamente gli elettori dell'attuale Presidente» commentò un senatore dell'opposizione. Ne seguì una polemica che si concluse con una mozione bipartisan secondo la quale il numero di "coloro che possedevano i presupposti perché potesse manifestarsi l'Effetto Zeta" (in buona lingua: coloro che non avevano usato abbastanza il cervello) era equamente diviso tra tutti gli schieramenti politici.
Ciò, tuttavia, non migliorò la situazione. Il principale problema era che non c'erano abbastanza forni crematori e quindi l'Effetto Zeta aveva tutto il tempo di svilupparsi. In più, per quanto stupidi, gli zombi non erano propensi a rimanere inerti quando qualcuno gli si avvicinava con un fucile in mano.
Alcuni adottarono una soluzione geniale: bruciarono i cadaveri all'aperto. Il numero degli zombi salì dal 54 al 76% e le aree infette triplicarono la superficie.
Eppure, ancora, facevamo fatica a convincerci di quanto stava accadendo.
Un giorno vidi un agente della Polizia Municipale cercare di allontanare uno zombi che reggeva qualcosa che non poteva essere scambiato per un quarto di manzo. L'agente sbraitava che, per passare di lì, occorreva il pass per i residenti.
Lo zombi si fermò annusando l'aria. La sua faccia aveva l'espressione di mio nonno quando, entrando in cucina, sentiva il profumo del tacchino per il giorno del Ringraziamento.
Fu allora che decisi di cambiare aria.
All'aeroporto, mentre attendevo di prendere il primo volo dopo aver venduto la casa per potermi pagare un biglietto, sentii dai teleschermi il Capo di Stato Maggiore assicurare che la situazione non era così grave: in altre aree del mondo la percentuale di infetti era l'84%. Non so perché, ma non mi fu di gran conforto. Fu l'ultima volta che sentii parlare qualcuno del Governo americano.
Il resto della storia è prevedibile. Autorità al collasso, città in rovina, orde di non morti che sciamano per le strade con l'inevitabile, crescente stolidità di un'ombra che si allunga al calare del sole. E sangue e rumore di carni strappate e di ossa infrante. E alla fine silenzio. Tanto silenzio.
È passato un po' di tempo da allora, sicché ho avuto modo di riflettere sull'intera faccenda.
Non ci volevamo credere, era quella la ragione.
All’inizio ci sembrava la trama di un filmaccio horror di serie B, uno di quelli con trame raffazzonate ed attori mostruosi più per il modo di recitare che per il trucco improvvisato ed il sangue fatto con succo di pomodoro.
Quando la faccenda peggiorò, cominciammo a fare dietrologia. Eravamo così abituati a sentire balle dai politici che anche quella doveva essere per forza una balla, no? magari c'era dietro qualche tangente ad una casa farmaceutica o qualche pasticcio combinato dai militari che si doveva ramazzare sotto il tappeto.
Quando arrivammo alla disperazione, ci aggrappammo alla fede in una soluzione di qualche tipo.
Qualcuno aveva provocato il pasticcio e qualcuno vi avrebbe posto rimedio all'ultimo minuto – era così che succedeva nei film e i film erano così reali, vero? 
Verso la fine, ci saremmo accontentati  anche solo di un significato recondito,  metaforico… sì, erano i morti che uscivano dalle tombe e sbranavano i vivi, ma che cosa voleva dire, questo?
Invece, era … è... tutto dannatamente semplice.
Non siamo stati abbastanza intelligenti.
Non abbiamo usato abbastanza il cervello. Questo ci ha fatto fuori. 
Anche qui, anche adesso, io sto interpretando. Sto sovrapponendo il mio pensiero alla realtà fino a confonderli.
Eppure non posso farne a meno.
Mi trovo nella gola di Olduvai, vicino a Laetoli, dove, qualche milione di anni fa, l'uomo si è alzato in piedi per la prima volta.
Hanno chiamato Effetto Zeta il fenomeno che ha dato origine agli zombi. Zeta. Come l'ultima lettera dell'alfabeto. Gli zombi sono tipi democratici e alla mano: “Effetto Omega” sarebbe stato troppo raffinato.
Spero che, all'orizzonte, compaia prima o poi un essere umano. Uno simile a me. Magari un'altra Lucy. Non pretendo un “Effetto Alfa”. Un “Effetto A” sarebbe più che sufficiente. 


7 commenti:

  1. Questo racconto, quando lo lessi per la prima volta, mi fece ridere un sacco. Amo l'ironia nera, le freddure e tutte cose. E mi ha fatto ridere anche questa volta, nello stesso identico modo di quell'altra: la lettura ti prende, si ridacchia alla battuta della casalinga che ha insegnato al marito morto a portar fuori la spazzatura, o a quell'altra che ammette che da vivo il coniuge era solito leggere i cartelli stradali se non erano troppo lunghi. Si continua a ridere leggendo le dichiarazioni dei politici, l'intervento del presidente, le misure adottate. Si ridacchia perché è un mondo che conosciamo bene. E' il nostro mondo, le nostre quotidianità fatte di dichiarazioni e smentite e ribaltoni. Poi ad un certo punto il sorriso lascia il posto all'amarezza.
    E ci si chiede: quanto ho usato il cervello? Quanti argomenti sono altamente attuali? E' un saggio di antropologia travestito da horror comico?
    Per questo amo la letteratura comica-ironica et similia.
    Bravo Rub
    Ps. ci sono due piccoli refusi. Manca "un" prima di Ramarro e c'è una rip in fondo (l'ho persa).
    Ps

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  2. Un mondo di Zombi, eh! :-))
    Un racconto divertente, imbastito su di una possibile realtà, perché no? poi piacciono molto i film di questo genere, vanno per la maggiore attualmente.
    Bene il riferimento a Laetoli, tutto può ripartire da lì e il nostro protagonista può ben sperare, perché le impronte ritrovate erano due (se non tre: quest'ultima rilevata, sembra, all'interno della prima, come se qualcuno avesse ricalcato le orme di chi lo precedeva), più piccole rispetto a quelle più evidenti, ad una distanza in parallelo di 25 cm.

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  3. Beh… io di sicuro sono un candidato a diventare uno zombi. Mentre Claudia si sbellicava dalle risate e Serenella disquisiva sulle impronte del pleistocene, io mi domandavo se la moglie dello zombi avesse diritto alla reversibilità della pensione. E giuridicamente quale era lo stato degli zombi? Morti viventi? E ancora, come la mettiamo con la step child adoption?, Una coppia mista composta da uno zombie e un normale in vita, ha diritto ad adottare il figliastro?
    Dai, scherzavo… molto divertente.

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  4. @ Claudia. Trovato lo "un" mancante.
    @ Serenella ... e se fosse una bonobo?
    @ Franco. Ci sono in giro anche serie umoristiche sugli zombi. In realtà credo che non basti parlare di zombi per fare un racconto dell'orrore (e per converso si può scrivere un racconto dell'orrore senza parlare di zombi). E comunque si può anche ridere leggendo un racconto che narra della fine del genere umano. Il fatto è che - come ho già detto - nel comico è insita una vena di cattiveria che non si trova neppure nelle storie più splatter.

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  5. Eh!eh! In quel caso ci metterà un po' a diventare uno zombi, ci vorrà pazienza. :-)

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  6. Un ottimo racconto a sfondo sociologico.
    Con una controllata ironia, un certo umorismo ed una spruzzatina di sarcasmo qua e là.
    Incentrato sul male di sempre, il comprendonio all'ammasso così diffuso negli individui.
    Una < malattia > endemica provocatoriamente preordinata alla distruzione del genere umano.
    Con evidenziati i luoghi comuni che attossicano il linguaggio corrente.
    Lo stile e l'inventiva di sempre, che rendono inconfondibile la lettura di Rubrus.
    Dal che traspare l'accurata ricerca e lo scavo in profondità sottesi alla narrazione piana e disinvolta.
    Certamente un merito, laddove oggi si privilegia lo stupire e l'incomunicabilità del modernismo a tutti i costi.
    Forse è saltato un < quando > all'inizio ( ... l'aveva aperta proprio < quando >... ); équipe reclama l'accento; preferirei < gorgoglìo >; deciderei per zombie ( meglio ) o zombi.
    Bravissimo, come sempre..
    Siddharta

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  7. Grazie! ho aggiunto il "quando"che mi era scappato, messo l'accento sulla "e" e sostituito uno "zombie" col preferiible "zombi" (mi era sfuggito).

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