lunedì 22 febbraio 2016

Il post - it di Rubrus: "… Eh, ma non finisce bene!"


Più volte mi è capitato di sentire questa affermazione secondo la quale il “lieto fine” assurge a parametro di qualità del racconto o del romanzo, o del telefilm, o del film.
Una vicenda a seconda dei casi, emozionante, picaresca, ricca di colpi di scena, commovente, intensa, profonda, carica di significati. ecc. viene giudicata dal fruitore in base al destino dei personaggi.
Se raggiungono l'obbiettivo, o se la cavano il giudizio è di un certo tipo. Se falliscono, o pagano un prezzo molto alto, il giudizio è differente e spesso intriso di delusione.


Ora: è ovvio che la conclusione di una storia, racchiudendone quasi sempre il significato, sia determinante, ma il finale, per essere apprezzato, deve essere sempre, o è meglio che sia, una variante (anche se a volte complessa, anche se a volte problematica) del “vissero felici e contenti?”.

7 commenti:

  1. Mia madre diceva che tutti i santi finiscono in gloria, o in paradiso. Pure nostro Signore Gesù Cristo non è finito in croce, ma è risorto salendo in cielo accanto al Padre e allo Spirito Santo.
    Noi che abbiamo pubblicato un bel numero di racconti nel web e ricevuto di conseguenza molti commenti lo conosciamo bene questo meccanismo, dettato da un buonismo imperante e generalizzato. Nei film americani poi il finalino consolatorio è d’obbligo. Un po’ più scettico il pubblico europeo, ma anche da noi le cose non vanno molto diversamente. Consapevole di dire una banalità, dico che chi legge o guarda un film lo fa con l’intenzione di evadere dalla realtà. In ogni caso e a proposito di thriller, noir e gialli, te lo immagini un Maigret, o un Montalbano che alla fine della storia mette in prigione la persona sbagliata? Oppure ruba o ancora peggio si lasci corrompere, come spesso avviene nella realtà?
    Beh, al momento non mi viene in mente niente, ma sono sicuro che in narrativa qualcosa del genere sia già stato fatto. Non ci resta che adeguarci alla tendenza generale oppure rassegnarsi ad accettare i mugugni dei benpensanti.

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  2. E' la stessa risposta che mi sono dato io.
    Ora: a me quello che disturba non è tanto il lieto fine in sè: Nella vita ci cose che vanno male e che vanno bene. La finzione poi è anche un gioco e come ogni gioco ha le sue regole.
    Credo anzi che finale tragico o drammatico non voglia dire affatto, automaticamente, opera seria o impegnata. Può volerlo dire oppure no, come nella vita.
    Quello che mi disturba in realtà è quando si forzano le premesse, o si bara alla regole del gioco e si impone un finale "a tesi" o "piacione" - il che vuol dire il più delle volte lieto, qualche volta triste.
    Poi, vabbè, io, coi miei personaggi, risolvo il problema del "vissero felici e contenti" non facendoli vivere proprio...

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  3. "Il lieto fine": che sia una necessità psicologica? necessaria per superare la realtà che, soprattutto oggi, è resa più necessaria dai tanti avvenimenti che ci strattonano da ogni parte? Penso proprio di sì: che almeno nella fantasia si possa trovare quel trionfo della verità e della giustizia che sentiamo mancare nel concreto. Però, se notate, spesso vediamo emergere situazioni vincenti negative; gli eroi cominciano ad essere i delinquenti, i più forti… e non credo sia educativo.
    Il cinema americano aveva elaborato il codice Hays, che si proponeva di diffondere norme morali e sociali universali; oggi, invece, il cinema tende a proporre il sensazionale, con storie e stili di vita ai margini del malaffare e della delinquenza, il tutto segnato da un malessere emblematico sempre più pesante.
    Per paradosso sembra quasi che sia stato elaborato un diverso codice deontologico cui attenersi.
    Ecco perché, credo, abbiamo bisogno del lieto fine… altrimenti, almeno io, si rimane col sapore amaro in bocca.

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  4. Secondo me è così, è una necessità psicologica, e quel "almeno nella fantasia" la dice lunga.
    Come conseguenza ne deduco - e ho sempre pensato anche questo quindi dico "una volta di più"- che il realismo, nelle storie, non serve a nulla e anzi non conta nulla.
    Però.
    Però, se uno mi forza il lieto fine e ce lo schiaffa dentro a bella posta, io non penso più che mi stia raccontando una storia, ma che mi stia raccontando una bugia.
    E allora tutto quello che viene prima va a farsi benedire.
    Ma vabbè, io sono uno che dopo aver letto "Cuore" voleva prendere a sassate le vetrate della scuola - cosa che, se non l'avessi letto, non mi sarebbe venuta in mente e visto che è appena morto, fatemi ricordare lo "Elogio di Franti" di Eco.
    Il codice Hays, anche facendo la tara a certe sue imposizioni che oggi ci appaiono sessuofobiche, come tutti i codici etici, secondo me ha una tara genetica: parte dal presupposto che i fruitori siano dei deficienti e che quindi si debbano dare loro delle storie ad usum delphini altrimenti si turbano.
    Fammi citare Benigni - le favole non insegnano ai bambini che i mostri esistono: i bambini lo sanno già. Insegnano loro che i mostri possono essere sconfitti.
    Di mio aggiungo che se vai a raccontare a un bambino "i mostri sono SEMPRE sconfitti" gli racconti una frottola. Risultato, crescendo il bambino se ne accorge e si rivolterà contro chi glie l'ha raccontata, finendo per abbracciare le ragioni dei mostri.
    Il buon gusto è tutta un'altra faccenda e lo terrei fuori dalla discussione per non mettere troppa carne al fuoco.


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  5. Mah, io ho sempre pensato che tutto vada preso "cum grano salis", è eccedere che guasta le cose.

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  6. Talora penso come sia possibile costruire cotanta speculazione letteraria intorno ad un argomento ( la novella, il racconto, il romanzo, ecc. ) tutto sommato d'evasione.
    A simiglianza di tutto il panegirico teologico fiorito su leggende metropolitane sovrannaturali stratificatesi nei secoli.
    Sddharta

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  7. Be' Sid. E' molto semplice: perché uno dovrebbe chiedersi se il sole gira attorno alla terra o la terra al sole? Vede che è il sole muoversi, mentre lui sta fermo. Chi glie lo fa fare di andare a interrogarsi su una faccenda così evidente?

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