giovedì 18 febbraio 2016

Libro sul comodino - IL MOVENTE di Javier Cercas - Guanda (Prosa contemporanea)

Il movente

Questo romanzo breve, anzi brevissimo, si legge in due ore scarse e rispetto al più celebre “Soldati di Salamina”, è senza dubbio un’opera minore del 2004, quindi un po' vecchiotta, in ogni caso sono sei Euro spesi bene perché J.C. è uno scrittore moderno che non delude mai. Al di là della trama, che tra l’altro è molto curiosa, nel primo capitolo ci sono considerazioni sulla professione dello scrittore e sulla letteratura in genere davvero interessanti. La storia poi si sviluppa con la tecnica del giallo creando mistero sulla fine che, secondo me, arriva un po’ troppo in fretta. Tutto sommato resta un buon racconto, direi il migliore tra gli ultimi letti.
ps:
Nel nostro archivio e dello stesso autore abbiamo un racconto molto carino, l'etichetta è Racconti AA.VV. se qualcuno volesse approfittare ecco il link : La teoria della mancia 

Trama
Alvaro è uno scrittore la cui ambizione è scrivere "l'opera definitiva" che rivoluzioni la storia della letteratura. Per costruire il suo capolavoro inizia a studiare i vicini di casa: una giovane coppia di sposi senza soldi, un uomo solitario e meschino, una portinaia che non sopporta il marito. Nell'affanno di rappresentare verosimilmente i conflitti nella finzione narrativa si adopera a provocarli nella vita reale. Però Alvaro non sospetta che la realtà non è governabile come un romanzo.

Dal primo capitolo
Àlvaro prendeva seriamente il suo lavoro. Si alzava ogni giorno alle otto in punto. Si liberava dal torpore con una doccia fredda e andava al supermercato a comprare il pane e il giornale. Al ritorno, preparava il caffè, il pane tostato con burro e marmellata e faceva colazione in cucina, sfogliando il giornale e ascoltando la radio. Alle nove si sedeva alla scrivania nello studio, pronto a iniziare la giornata lavorativa...
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Aveva subordinato la propria vita alla letteratura; amicizie, interessi, ambizioni, possibilità di miglioramenti economici o nell'attività lavorativa, le uscite serali o diurne, tutto era in funzione di quella. Disdegnava qualunque cosa non costituisse uno stimolo per il suo fine. E dato che la maggior parte dei lavori ben renumerati ai quali, come laureato in legge, avrebbe potuto accedere esigeva un impegno pressoché esclusivo, Álvaro aveva preferito un modesto impiego da consulente legale in un modesto studio di commercialisti. Quel posto gli consentiva di disporre delle mattine per dedicarle al suo compito principale e lo liberava da ogni responsabilità che potesse distrarlo dalla scrittura; e gli offriva anche l’indispensabile tranquillità economica.
Considerava la letteratura come un’amante esclusiva. O la serviva con attenzione e devozione assolute o lei lo avrebbe abbandonato al proprio destino. Tertium non datur. Come tutte le arti, la letteratura è una questione di tempo e lavoro, diceva a se stesso. Ricordando la celebre sentenza sull’amore emessa da un severo moralista francese, Álvaro pensava che l’ispirazione è come i fantasmi: tutti ne parlano, ma nessuno l’ha vista. Quindi accettava il fatto che ogni creazione è il risultato di uno per cento di ispirazione e di un novantanove per cento di traspirazione. In caso contrario, significava abbandonarla nelle mani del dilettante, dello scrittore del fine settimana, affidata all’improvvisazione e al caos, alla più detestabile mancanza di rigore.
Riteneva che in effetti la letteratura era stata abbandonata nelle mani dei dilettanti. Una prova inconfutabile: solo i meno illustri dei suoi contemporanei erano totalmente dediti a lei. Imperversavano senza ritegno la frivolezza, l’assenza di un’ambizione autentica, il mercimonio conformista nei confronti della tradizione, la miopia e addirittura il disprezzo per qualunque alternativa ai consolidati percorsi di un gretto provincialismo.

Il movente di Javier Cercas
Titolo originale: El móvil
Traduzione di Pino Cacucci
Pag. 99. - Edizioni Guanda
© 2004 Ugo Guanda Editore


2 commenti:

  1. Mi attirano la brevità del libro e la struttura, meno l'argomento perché i libri che parlano di scrittura e/o di gente che scrive libri, benché ne abbia letto qualcuno, tendono a saturarmi e questo, non per colpa sua, arriva pericolosamente vicino alla mia personalissima soglia del "troppo pieno".
    Come dice Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez (detto "Il porco"): "Quando si spara non si parla, si spara". E quando si scrive non si parla, si scrive.

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  2. Leggendo a trama, (cioè lo scrittore che scrive di uno scrittore il quale a sua volta riflette sulla scrittura), è venuto anche a me il dubbio che si trattasse di un metaromanzo, invece non è affatto didascalico e il tutto è visto in chiave ironica. Però dipende dai punti di vista, diciamo che come pretesto letterario è un po’ cervellotico, ma tutto sommato non dà fastidio. Certo è che l’inizio, con tutto quello spiegamento di materia grigia, il racconto prometteva ben altro, qualcosa di altrettanto complicato e invece il tutto si risolve come un giallino abbastanza banale. Se c’è un difetto secondo me è proprio questo.

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