martedì 29 marzo 2016

IL RIFUGIO DI RAISA di Matteo Vajani - racconto


Il centro storico di Ruino era un monumento al silenzio.
La casa del Barbieri se ne stava aggrappata a metà della via — l’unica via del borgo, che arrancava in salita facendosi spazio tra una manciata di edifici sghembi; i pesanti scuri serrati, una mano d’edera allungava le dita ad accarezzare il muro di sinistra.
Era stato un attimo trovarla e adesso il commissario la studiava attentamente, senza fretta, e ne corteggiava a passi lenti il perimetro.
Lancia un’occhiata all’orologio: neanche mezzogiorno. Si accende una sigaretta e aspetta. Aspetta una faccia, un movimento, lo scostarsi di una tendina dentro una qualsiasi di quelle case addormentate. È tutto il paese a dormire, e il commissario non si decide a bussare per paura di svegliarlo. Eppure li avverte, gli sguardi, non li vede ma ne sente il peso.
A destra della casa, un terrazzino in porfido con ringhiera si affacciava sulle pance verdi e rigogliose dell’Oltrepò Pavese. Lontano, all’orizzonte, striature più luminose davano al cielo un senso di mare. Il retro dell’edificio si tuffava dritto in uno strapiombo, un salto di almeno dieci metri che non concedeva vie di fuga.


Il commissario getta la sigaretta e si schiarisce la voce, forte, come a dare un avvertimento. Poi raggiunge la porta e bussa tre volte, colpi secchi e sordi che si perdono nel silenzio. Avvicina l’orecchio al battente per cogliere un eventuale turbamento nelle viscere della pietra. La quiete è rotta, sa bene di aver innescato qualcosa e ne attende gli effetti. Bussa ancora, un colpo solo che significa ohi, so che ci sei, apri!
Niente. Fa per accendersi un’altra sigaretta ma il pacchetto è vuoto e se lo rimette in tasca. Ripercorre la discesa misurando l’atmosfera resa ancora più irreale dalla luce incandescente di Ferragosto. Gli sembra un museo a cielo aperto, una ricostruzione — un universo statico dove le aiuole ben curate e i fiori rossi ai davanzali lasciano in bocca un gusto di farsa.
Prende in macchina un pacchetto nuovo e lascia il vecchio sul cruscotto. Si accende la benedetta sigaretta, fa un bel tiro e torna su con calma ostentata, portando avanti il suo teatrino a beneficio degli abitanti.
All’improvviso una forma di vita, la prima: dall’alto di una catasta di legna, un gatto nero mezzo indurmento lo osserva passare senza troppa curiosità. Il commissario tira dritto e lo ignora, arriva a metà della via e girato l’angolo, seduto su una sedia nel cortiletto polveroso a due case da quella del Brambilla, eccoti un vecchio. Lo stupore è tanto che per un attimo non sa che fare. Il vecchio, dal canto suo, non sembra nemmeno averlo notato. Tiene un cane al guinzaglio; il guinzaglio è teso, il cane tira e abbaia, ma il vecchio non si muove e guarda fisso per terra. Gioca a fare l’indifferente, come il gatto.
Il commissario spegne la sigaretta e si avvicina. «Ehilà,» saluta, e la sua voce gli suona innaturale. L’altro solleva la testa e risponde con un’alzata di mento. «Ha mica visto Domenico?»
«Domenico?» ripete il vecchio, stranito.
«Domenico Barbieri. Quella più avanti non è casa sua?»
«Sì ma il Barbieri mica ci abita, ci viene a dormire quando che va a pescare.»
«Ma lei lo conosce?»
«Ma sì che lo conosco. Buono lì!» riferito al cane, che non la smette di abbaiare.
«Viene spesso da queste parti?»
«Ogni tot. Che poi adesso il lago è pure secco secchento…»
«L’ultima volta che l’ha visto?»
«Bah, l’ultima volta che l’ho visto… Saranno… ‘petta nè, Camilla!»
«Sa ghèt?» risponde una voce dal primo piano dell’abitazione.
«Il Barbieri e la Raisa, son venuti quando l’ultima volta?»
«Ma cosa ne so io? Sarà stata primavera!»
«Raisa?» fa il commissario, facendosi più vicino.
«La Raisa, l’ucraina. Bella ragazza…» e getta gli occhi al cielo a ringraziare il divino.
«Ha conosciuto anche lei? Raisa intendo.»
«Ma caro signore…» allarga le braccia come per contenere l’intero paese, «chi è che non la conosce? Ha lavorato là per un bel po’ eh, saranno stati… bah, due anni almeno.»
«Là dove?»
«All’agriturismo,» si solleva appena dalla sedia e indica il campanile che svetta in cima al colle.
«Ah, quindi è là che si sono conosciuti, lei e il Barbieri.»
«Eh sì eh. Ha fatto tredici, il Barbieri.»
«Che rapporto c’era, tra i due?»
«Oh be’, può immaginare. La adorava.»
«Arturo!» chiama la moglie, «Ma chi è che l’è
Il commissario ringrazia e si allontana, inseguito dall’abbaio ostinato del cane.

Come indicato dal vecchio, l’agriturismo Wiseman, all’ombra del campanile, dominava il borgo dal punto più alto del colle. L’edificio pareva addossato a quello della chiesa, o meglio, faceva con essa un corpo unico — la naturale estensione della navata di destra. Gerani rossi alle finestre e ai balconcini del primo piano, un teschio di cervo con tanto di corna sotto il portichetto, accanto al portone.
Al citofono risponde una voce di donna, un attimo dopo rumore di chiavistelli e il battente si apre. Compare una figura minuta, sulla cinquantina, ben pettinata, un abito leggero con ricami floreali.
«Siete chiusi?»
«Sa, in agosto qui non è che…» ha un vago accento straniero, probabilmente inglese. «Cercava mio marito?»
«Franco Melzi, commissario. Vorrei solo…»
«Oddio, gli è successo qualcosa?»
«Non si agiti. Solo un paio di domande, si tratta di Raisa. Posso entrare?»
La donna sospira ma non sembra sorpresa, anzi è come se se l’aspettasse, prima o poi. Si fa da parte e lo lascia passare: «Attento alla testa,» lo avverte, «è una pertica lei. Quant’è alto, due metri?»
«Uno e ottantasette,» risponde senza pensarci, colto poi subito da un leggero imbarazzo.
«Caspita.»
Gli indica un divanetto davanti alla stufa nell’ampia sala in stile inglese. Soffitto basso con travature in legno, pochi tavoli e un paio di credenze. Il commissario si accomoda sul cuoio scricchiolante e aspetta che la donna faccia altrettanto.
«Posso offrirle qualcosa?»
«Un caffettino non mi dispiacerebbe, la ringrazio... Non mi ha detto il suo nome.»
«Mary Wiseman. Glielo porto subito,» dice in un sussurro e scompare nella stanza adiacente.
«Lei e suo marito siete qui da tanto?»
La Wiseman non risponde e il commissario immagina non l’abbia sentito. Incrocia le mani e aspetta, si guarda attorno e si stupisce di quanta luce possa entrare da quelle tre finestrelle con le tende accostate. La stanza è fresca e pulita, avrebbe voglia di stendersi e riposare un’oretta, anche due. Invece si passa una mano sulla faccia e controlla il cellulare: nessuna chiamata.
«Sedici anni a novembre.»
La voce lo prende di spalle e Melzi sobbalza.
«Come dice?»
«Siamo qui da quindici anni, sedici a novembre,» ripete la donna porgendogli il caffè.
«Ah, capisco.»
«Non è zuccherato.»
«Grazie, lo bevo così.»
«Non sarà a dieta? Mi sembra già in ottima forma.»
Il commissario non raccoglie e manda giù il primo sorso di caffè, gli occhi incollati alla tazzina. La Wiseman si siede sulla poltrona accanto al divano e accavalla le gambe con diligenza. «Mi dica,» la sua voce si fa più aspra, «cosa vuole sapere su Raisa?»
«Ottimo il suo caffè,» butta lì Melzi, per non perdere la sua complicità. Ne beve un altro sorso e lo posa sul tavolino di cristallo. Con un gesto automatico infila una mano in tasca ma la ritrae subito. «Dunque, solo un paio di domande…»
In realtà l’elenco è lungo e dettagliato e la donna risponde con precisione, senza esitare.
Raisa Doroshenko era arrivata all’agriturismo una sera di due anni prima; era tardi, cercava un posto per dormire ma non aveva soldi per pagarlo e si era proposta di fare qualche lavoretto. Ovviamente, dato il numero delle camere, l’avevano presa più per compassione che per reale necessità.
«Suo marito era d’accordo?»
«Certo, è stata un’idea sua.»
«Ah. E che faceva di preciso la ragazza?»
Si occupava dei lavori domestici e dava una mano in cucina, soprattutto quando c’erano tanti ospiti — e per tanti ospiti s’intendeva una decina, è chiaro.
«In cucina chi ci sta?»
«Io, mio marito, dipende.»
«Che tipo era quand’è arrivata?»
«Senta, prima potrei almeno sapere se…» esita, supplica un intervento per concludere la frase ma Melzi finge di non cogliere. «È nei guai?»
«È stata uccisa,» l’attacco è frontale, duro, una pugnalata. Vuole cogliere la reazione negli occhi di Mrs. Wiseman e capire quanto sa.
La donna vacilla, sgrana gli occhi. Lo stupore è genuino, ma trattenuto. «E Domenico? Dio, dev’essere sconvolto…»
«Non saprei, è scomparso.»
«Oh Signore. Ma non pensate che… voglio dire…»
«Non lo sappiamo. Per questo sono qui, devo saperne di più. Scusi i modi bruschi, ma le ripeto la domanda: quando è arrivata, com’era?»
Questa volta la donna non ha più la risposta pronta, è smarrita dentro se stessa, cerca di ricordare. Va in cucina e ritorna con un bicchiere d’acqua, mentre beve le tremano le labbra.
«Era schiva, diffidente, forse perché non capiva una parola d’italiano. Ma anche dopo, quando ha imparato, parlava sempre con il… come si chiama?... Contagocce.»
«In che senso?»
«Non faceva mai più domande del necessario. Però era solare… dopo, intendo, dopo i primi mesi. Ah, no, all’inizio era intrattabile… ma sa, era così efficiente! Alla fine abbiamo avuto pazienza, ci siamo affezionati.»
«Parlava mai del suo passato?»
«No, mai. Mai detto niente. So solo che era figlia unica e che suo padre era morto giovane — una bomba o qualcosa del genere.»
«Era arrivata da sola qui in Italia?»
«Che io sappia…»
«E non ha mai ricevuto amici, amiche?»
«Amici? Neanche aveva il cellulare! Dormiva qui, mangiava qui… in paese ci andava solo per fare la spesa. Se vuole saperlo, io un’idea me l’ero fatta… Poi non so, magari sbaglio.»
«Cioè?»
«Mah, non so, come dire?... Da come si comportava con i clienti — parlo proprio del suo modo di fare: come rispondeva, come guardava, come sorrideva… Si sarebbe detto che fosse una di quelle, ecco.»
«Una prostituta?»
«Sì ma di una certa classe, non so se mi spiego.»
«E suo marito?» la domanda gli è scappata, ma dallo sguardo di lei — più di rimprovero che risentito — capisce di aver urtato qualcosa. «Lo faceva anche con lui?»
«Con tutti.»
«Come si sono conosciuti, Raisa e Barbieri?»
«Oh, Domenico?» l’improvvisa sterzata sembra averla rassicurata.
Tre o quattro volte all’anno, il Barbieri faceva un salto al paese per andare a pescare — il lago gli ricordava l’infanzia, diceva. Si fermava poco, massimo due giorni, e suo marito ogni tanto l’accompagnava. Domenico era stato uno dei primi con cui Gordon avesse fatto amicizia, anni prima, quando si erano trasferiti. Andavano a pesca, a caccia, poi la sera cenava da loro — la sua dispensa era sempre vuota e fare la spesa per un giorno o due non valeva la pena. Insomma, lui e Raisa si erano visti lì, e il Barbieri non era uno che andava tanto per il sottile.
«In che senso?»
«Nel senso che è uno un po’… come dite voi? Spartano, un uomo della terra. Ma non mi fraintenda, è un uomo buono.»
Il corteggiamento — se così si poteva definire — era durato qualche mese, le visite di Domenico si erano fatte più frequenti e ogni volta si presentava con un regalo diverso, perlopiù gioielli, roba costosa. Alla fine Raisa aveva ceduto ed era andata a vivere con lui, a Lodi.
«Questo sei mesi fa, poi si sono sposati e…»
«Quando li ha visti l’ultima volta?»
«Credo fosse il periodo di Pasqua.»
«E come le sono sembrati?»
«Non dico felici, ma normali sì. Be’, lui non le toglieva gli occhi di dosso, come sempre. In completa adorazione.»
La adorava, aveva detto il vecchio col cane.
Il commissario si alza e ringrazia. Infila in bocca una sigaretta ma non l’accende, aspetta di essere fuori. Poi domanda: «E suo marito, dove posso trovarlo?»
Sulla bocca della Wiseman compare un sorriso, sembra divertita, non tanto dalla domanda, forse, ma da un pensiero lontano. «È in Inghilterra, torna i primi di settembre.»
«Quando è partito?»
«Martedì…» fa una pausa, si avvicina e sussurra: «Senta devo dirglielo, ma lo sa che ha proprio una bellissima voce? Potrebbe fare il doppiatore.»
Melzi è già sulla porta, tira fuori il portafoglio e inizia a frugarlo. «Quando sente suo marito può dirgli di chiamarmi?» estrae un biglietto e glielo porge. Ringrazia ancora, saluta e si allontana di qualche passo. «Ah… per il lago?»

Al telefono con l’ispettore Dossena, riattraversando il borgo per raggiungere l’auto ai piedi della salita, lo mette al corrente dei progressi e fa avviare le ricerche di Gordon Wiseman. È il secondo a dileguarsi e la cosa comincia a farlo un po’ incazzare.
«Sta rientrando, commissario?»
«No, vado al lago.»
«Al lago? Che lago?»
«Bah, dicono che qui c’è un lago. Tu informa Perrone e tienimi aggiornato,» chiude la chiamata e sale a bordo.
Le indicazioni della Wiseman lo portano al cartello Diga Val Tidone, e poi giù per una stradina stretta e tortuosa che fende i vigneti. In lontananza, le gobbe irsute dei colli scoprono alla vista una lacrima d’acqua, sempre più grande man mano che procede.
Cosa poteva aver spinto una ragazza di ventiquattro anni, ucraina, bella in modo sorprendente, a rifugiarsi tra le mura di pietra del punto più alto del nulla? Perché di rifugio si trattava, non venissero a contargli balle. Niente cellulare, niente amici. Da chi scappava, da chi non voleva farsi trovare? E poi quel Gordon… può immaginarla bene, la sua compassione. Raisa non doveva averci pensato troppo prima di accasarsi col Barbieri, nonostante la notevole differenza d’età — ventisei anni lei, sessantotto lui.
Fa uno sforzo e procede per ordine, rivedendo da capo la vicenda.
Lunedì mattina Raisa Doroshenko si presenta in Questura per denunciare la scomparsa del marito. La sera prima non è rincasato e al telefono è irraggiungibile. Domenica era uscito presto, intorno a mezzogiorno, per portare al figlio dei documenti. Ma Roberto, che manda avanti l’impresa edile di cui il padre è titolare, non l’ha mai visto arrivare e afferma di non sentirlo da venerdì. Le ricerche partono martedì, ma durano poco, poiché nell’arco di qualche ora, verso le undici della stessa sera, l’uomo viene ritrovato in un motel sulla via Emilia, vicino Lodi. Il Barbieri però non è solo: con lui una puttana nigeriana che risponde al nome di Latifah. Sono entrambi vestiti, lei sorseggia amabilmente una bottiglietta di whisky presa al minibar. L’agente che li trova non fa niente — che potrebbe fare? —, butta giusto lì due paroline, favoreggiamento e prostituzione, ma vede che l’uomo già di suo pare abbastanza stremìto e decide di non infierire. La donna invece si mette a ridere e lo provoca, lo sfida ad arrestarla; l’agente la conosce bene, Latifah, le dice che per stavolta la lascia andare e lei non se lo lascia ripetere due volte. Il Barbieri tace ma ha lo sguardo implorante, l’agente lo rassicura, cose che succedono, dice, ma c’è in ballo una denuncia e dovrà comunque fare rapporto e informare la moglie. L’ufficiale incaricato delle ricerche, ricevuta notizia degli sviluppi, cerca di mettersi in contatto con Raisa, ma non la trova né a casa né sul cellulare. La faccenda gli sa di barzelletta e decide di rimandare al giorno seguente. E così si arriva a mercoledì.
Nel frattempo anche Melzi arriva in fondo alla stradina e si immette in un viale asfaltato. A rigor di logica, il famigerato lago dovrebbe trovarsi sulla destra. Si guarda un po’ attorno ma è tutto bosco e non si vede niente, poi le piante cominciano a diradarsi e di là dalle fronde gli sembra di intuire una piccola insenatura. Rallenta, accosta in una piazzola di sosta abbastanza ampia e parcheggia. Tutto lo sballonzolare delle curve gli ha messo appetito, apre il portaoggetti e tira fuori il panino che ha comprato la mattina in paese appena arrivato — due fette di biove con la coppa. La crosta è croccante, la mollica soffice, la coppa divina. Lo finisce in due bocconi e si pente di non averne preso un altro. Scende dall’auto, un cartello segnaletico giallo avvisa del divieto assoluto di balneazione e introduzione di natanti. Tornato a piedi sulla strada individua un sentiero nel fogliame e comincia a scendere, il terreno è scosceso e si fa sempre più sguióso, deve quasi calarsi usando gli arbusti come funi.
Tra un’imprecazione e l’altra riesce a uscirne e si ritrova a lato di una discesa sterrata, agevole, che corre dritta verso l’acqua di colore verde radioattivo. Il commissario smadonna e guarda il lago che è in secca e pare una puccia, scopre gli argini frastagliati, a gradini, come fossero gengive in un sorriso cavallino. In lontananza, racchiusa tra due seni, la diga: alta, massiccia; sulle sue gobbe di calcestruzzo, una linea orizzontale traccia il ricordo dell’acqua che non c’è più.
Sulla riva c’è un pescatore in calzoncini, camicia a scacchi e cappello di paglia; accanto a lui una vecchia che si abbronza in costume — Melzi all’inizio non la vede perché si nasconde dietro due ombrelli, posizionati verso la strada a mo’ di paravento. Il vecchio è chino sulla sua cassetta e armeggia con un amo mentre la moglie, sulla sua comoda sedia da giardino, sbraita dentro un cellulare.
Il commissario cerca un posto per sedersi ma è tutto limo e alla fine resta in piedi. Si accende una sigaretta e riacciuffa le alghe contorte del suo ragionamento.
Mercoledì mattina, la chiamata viene fatta da un magazziniere. Il corpo di Raisa viene trovato a bordo della sua auto, una Ypsilon nera, nel parcheggio di un supermercato non lontano dal motel. Sulla scena arrivano Melzi, il pm Perrone, il medico legale, la Scientifica. La morte è avvenuta tra la mezzanotte e le tre; le ferite sono da taglio, quella letale ha reciso la carotide. C’è stata una colluttazione, il finestrino del guidatore è in frantumi e il sedile del passeggero presenta uno squarcio. L’arma, un coltello da cucina ritrovato in un cassonetto, doveva essere della ragazza: l’ha usata per difendersi ma l’assassino gliel’ha levata di mano e l’ha rivolta contro di lei. Nell’abitacolo viene rinvenuta la borsetta con tutti gli effetti personali, portafoglio e cellulare compresi. Tra le chiamate ricevute ricorre un numero che, come diranno in seguito i tabulati, proveniva da Lodi, da una sim resa in seguito inattiva. Quando Melzi arriva al motel, sul posto è già presente una volante. Il Barbieri non si trova, ma la sua macchina è ancora lì. Interrogato, l’addetto alla reception afferma di non aver visto entrare o uscire nessuno dopo la visitina notturna dell’agente. Da quanto tempo aveva la camera? Da domenica. Martedì sera ha ricevuto visite oltre alla nigeriana? No. Nella notte è stato chiamato un taxi? No. Allora qualcuno, prima o dopo l’omicidio, deve avergli dato un passaggio. Ma il ragazzo ha la faccia da stordito e il commissario non si fida. Niente telecamere di sicurezza. Viene rintracciata Latifah, che racconta sprezzante la sua versione: stava battendo, il vecchio l’ha caricata e sono andati al motel; al poveretto però non gli tirava e sono rimasti a bere e parlare fino all’arrivo dello sbirro; dopodiché è tornata a battere. Qualcuno può confermarlo? Lo chiedano a Ludmila, la rumena. Trovano anche Ludmila e Ludmila conferma. Vengono riascoltati il figlio, i vicini di casa, gli uomini del cantiere, anche la madre di Roberto — la quale adduce almeno dieci buone ragioni per non sentire l’ex marito da sei anni… Niente, finché a un tratto non salta fuori che l’uomo, originario di Ruino, possiede ancora la casa di famiglia.
«Ma nooo, ma diamine, ma ti pare?… Nooo, certo…» la cadenza della vecchia in costume, insistente e monotona, non lo lascia concentrare. «Sììì, nooo, abbiam mangiato a crepapelle! Poi si fanno quattro chiacchiere, ciao, e il tempo vola…» l’accento è brianzolo.
Le alghe si sono riaggrovigliate, non le riesce a dipanare… c’è una cosa, una cosa che ha detto la Wiseman e gli ha fatto dlin dlon nella testa ma che adesso non ritrova più. Il sole pesta forte, si accanisce su spalle e nuca e fa evaporare le energie.
Il pescatore lancia in acqua l’amo, distende la lenza — le gambe secche secche dritte immobili, zampe di uccello. Il commissario si avvicina, il terreno è un pantano e si sprofonda, cammina sulle rocce che gli capitano a tiro. Vorrebbe esordire con un: «Abboccano?», ma gli sa di presa per il culo e opta per: «Ma è sempre così secco, qui?»
Il vecchio fa un mezzo zompo e per poco non finisce in acqua. Si volta di scatto, lo sguardo un po’ allucinato. «Eh?»
«Mi scusi, chiedevo se è sempre così secco.»
«Ah, so no, son mica di qui. Certo è grama oggi…»
«Strano, avrei detto il contrario. Con l’acqua bassa dovrebbero concentrarsi, no?»
«Sì, come i maccheroni.»
«Le dispiace se guardo?»
La voce della moglie è un sottofondo costante.
«Faccia pure, se la diverte… Ho un’altra canna, se vuole.»
«No guardi, la ringrazio, non ho mai imparato.»
«Ma che ci vuole, le faccio vedere.»
«Ma no, grazie, non ho neanche gli stivali…»
«Ma glieli presto io! Che numero ha?»

Cinque minuti dopo eccoli lì in piedi, due statue, le canne sottili tra le gambe e gli ami galleggianti sull’acqua torbida e leggermente increspata. Ogni tanto un guizzo, due guizzi, pescini che non si facevano vedere. La moglie al telefono non la smetteva di dipingere all’amica il suo Ferragosto immaginario: code in macchina interminabili, grandi picnic tra amici e parenti, feste danzanti, il suo Stefano che aveva già riempito due secchi di pesce.
«Le ruga,» aveva spiegato il marito. «Mi sono fidato di un amico, mi dice vai lì che si sta bene e spendi poco. Le avevo promesso un bel Ferragosto ed eccoci qua. Che ci vuole fare, le ruga.»
Melzi risponde e si mostra cordiale, ma per la testa ha tutt’altro. Si è messo nei panni del Barbieri, e guarda il lago coi suoi occhi. Una nuvola densa e lattea fa loro da tetto contro il sole martellante. L’acqua ora è di un verde scuro, quasi blu. Lo stesso blu profondo degli occhi di Raisa — la Raisa che gli sorride dalle foto del matrimonio, dagli autoscatti roventi trovati sul cellulare. Qualunque cosa ci sia stata tra lei e Gordon Wiseman, la moglie doveva saperlo; lei, Mary Wiseman, che ricevuta la notizia non ha quasi battuto ciglio e ha continuato a flirtare. Le stava bene, avrà pensato, e subito pronta a difendere il Barbieri: è un uomo buono, aveva detto, la adorava.
Solo adesso si rende conto di non sapere niente, di avere solo beccheggiato, sbandato e raddrizzato, mosso dagli eventi. Il fatto stesso di trovarsi lì, in quel momento, di essere andato di persona a scrutare il nulla, senza sapere cosa chiedere, chi cercare. Poteva mandarci chiunque, anche Dossena. Aveva davvero creduto di trovarlo in casa, il Barbieri, o non era piuttosto per illudersi di far qualcosa, di avere per le mani una pista? Lo stesso Barbieri era un buco nero di incognite e domande, di azioni insensate. A che scopo la messinscena del motel? E perché andarsene di domenica, per poi agire soltanto martedì? Non gli torna. Forse il complice, Gordon Wiseman, ha avuto un imprevisto e non è riuscito a raggiungerlo in tempo.
Il groviglio di alghe si espande, è una massa scura e nera che si agita sul fondo e non trova la luce. Gli sembra quasi di vederla, questa massa, ce l’ha davanti, è lì nel lago, ha acquisito spessore e si è fatta materica — emerge dall’abisso, procede verso di lui. Sì, ora la vede, la vede per davvero, i contorni si fanno più netti, la figura si allunga, si espande, ne distingue le estremità, i capelli fluttuanti.
Quando gli aghi del freddo cominciano a pungerlo è già nell’acqua fino alle spalle. Strappa un piede dalla melma prensile e arranca, si sfila uno stivale, poi l’altro, si immerge del tutto. Intorno a lui vortici di sabbia, uno scintillare di cristalli. Il corpo nero lo aspetta, danza sospeso nel blu abissale degli occhi di Raisa. L’ha quasi raggiunto, si protende fino a sfiorarlo. È una ballerina cullata dalle onde — la chioma a raggiera, le braccia lunghe, troppo lunghe, deformi. La tocca, ne afferra la scorza nodosa, la tira a sé. Il legno si sbriciola nel pugno, la corona di alghe si disperde e il tronco resta nudo nella stretta di Melzi che finalmente riemerge.
L’aria gli esplode nei polmoni, si scuote l’acqua dalla faccia e avvista la riva, il pescatore e sua moglie si agitano nella luce del sole, gli urlano di nuotare. Il commissario è sfinito, fa due bracciate e lascia che al resto pensi l’inerzia. Poi il fondale riappare e può tirarsi di nuovo su, avanza a fatica nelle sabbie mobili, incespica e finisce di nuovo a mollo. Si sente afferrare per le ascelle e trascinare in secca sulla battigia, i sassi aguzzi sulla schiena, la terra nelle mani.
«Ma… ma cosa fa?» balbetta il vecchio.
Melzi boccheggia, si tira a sedere.
«Una donna,» dice.
«Che donna?»
«Quella,» e indica il tronco, che adesso galleggia.
La vecchia in costume scuote la testa e torna a sedersi.
«Ah…» sospira il pescatore. «Chi dice donna dice inganno!» e gli molla una pacca sulla schiena.
Il commissario annuisce e si sforza di sorridere, ma è rosso invernighento per la vergogna e vorrebbe rituffarsi e affondare. Si dice danno, pensa. Il detto è: chi dice donna dice danno.
E poi la sente, quella sensazione per lui tanto familiare, quel leggero morso alla bocca dello stomaco. Un’intuizione, un meccanismo che comincia a girare.
«La puttana!» il pensiero diventa esclamazione, e gli tornano in mente le parole della Wiseman. Il passato misterioso di Raisa, la sua fuga, il rifugio tra i colli per non farsi trovare. Una prostituta, ma di una certa classe.
Fa un piccolo sforzo e si allunga verso il cellulare lasciato con prudenza sul portafoglio, accanto alle scarpe. Seleziona un numero tra le chiamate rapide.
«Commissario, stavo per chiamarla io. A quanto pare Gordon Wiseman è partito per davvero, abbiamo chiamato la…»
«Bravissimo, Dossena. Adesso senti che devi fare: te la ricordi Ludmila? Ecco bravo vai da lei e falle credere che abbiamo Latifah, che ha confessato, che quella sera non è tornata a battere. Dille che la volete arrestare per complicità in omicidio, intralcio alle indagini, insomma inventati qualcosa. Anzi mandaci Landi che il teatrino lo fa meglio di te.»
«E poi?»
«E poi vediamo che dice.»
È uno sparo nel buio, ma un tentativo non gli costa niente.
Chiude la chiamata e si stende ad asciugare.

Quando arriva la risposta, mezzora più tardi, il commissario è ancora fradicio, cammina avanti e indietro, impaziente.
L’ispettore Landi è stato convincente e Ludmila è crollata quasi subito. Ha pianto, si è disperata, non c’entrava niente, non ne sapeva niente, era stata Latifah, le aveva lei detto di dire così. Le ha dato dei soldi, cinquecento euro, e lei non ha fatto domande. I soldi le servono, servono alla sua famiglia in Romania. Lei non c’entra, le devono credere!
«Quando si dice la cooperazione internazionale!»
«Adesso che facciamo? La portiamo in Questura?»
«Ma no, poveretta. I soldi li avete trovati?»
«No, li aveva già spediti.»
Il commissario smadonna tra sé e si costringe a pensare. Cinquecento euro non è robetta. Se ha pagato tanto per pararsi il culo, il denaro doveva essere di più. Dove l’ha preso la nigeriana? Chi gliel’ha dato, il Barbieri? Ma se è stato lui, l’ha fatto per comprarsi l’alibi. Allora perché tirare in mezzo anche Ludmila? Forse lui e Latifah non erano d’accordo, poteva trattarsi di un ricatto.
«Chiama la banca del Barbieri, senti se nell’ultimo mese ha ritirato grosse somme.»
Questa volta Dossena impiega solo dieci minuti.
«Alla banca non risulta, solo prelievi regolari.»
Il che non esclude l’esistenza di un altro conto, nascosto chissà dove. Ma un sospetto si fa strada e capovolge il quadro. Vista da questa prospettiva, anche la messinscena del motel sembra seguire una logica decifrabile.
«Che faccio commissario, provo a chiamare il figlio?»
«Lascia stare, Dossena. Sento Perrone e ti richiamo.»

Aveva esposto al pm il suo ragionamento e l’altro, seppur all’inizio titubante, alla fine si era lasciato convincere. Latifah era stata portata in Questura, la sua casa perquisita. I quattromilacinquecento euro erano stati trovati in un sacco nero, dentro la cesta della biancheria sporca. A quel punto Perrone l’aveva interrogata. Un blocco d’acciaio, la nigeriana, ma non aveva più appigli: il suo alibi era crollato e i soldi erano saltati fuori. Le accuse erano pesanti, rischiava dai ventun anni all’ergastolo. Ma se collaborava, se diceva loro dove trovare il Barbieri, allora forse, forse, si poteva valutare uno sconto di pena. La donna aveva parlato.
«Era in un fosso, dalle parti di Secugnago. Un buco in mezzo agli occhi.»
La voce del pm risuona gracchiante nell’abitacolo. Il commissario alza il volume dell’altoparlante e si accende una sigaretta.
«La nigeriana ha fatto dei nomi?»
«Solo uno: Nazar Rudenko, trentadue anni, ucraino.»
Stando a un fascicolo dell’Interpol, l’uomo era coinvolto in un grosso giro di prostituzione, escort di lusso e clienti importanti, tra cui politici e magistrati. La Doroshenko doveva farne parte ed era riuscita a scappare portando con sé delle prove, foto o chissà che, a garanzia della propria incolumità. Ma Rudenko era riuscito a rintracciarla, aveva sequestrato il marito per organizzare uno scambio e ingaggiato la nigeriana per sorvegliarlo — se provava a scappare o avvertire la polizia, sua moglie moriva. Avviene l’incontro, Raisa consegna il materiale ma in un gesto disperato prova a vendicarsi. Rudenko l’ammazza, poi si sbarazza del marito e nasconde il corpo per depistare le indagini, il tempo necessario per prendere il primo volo e sparire.
Non c’era più niente da fare, l’inchiesta passava in mano all’Interpol.
«E lei che fa, Melzi, ha intenzione di tornare?»
I vigneti della Val Versa sono alle spalle, le file dritte e regolari che corrono su per le colline a incontrare la notte. Un tramonto dorato inonda i campi di melga che buttano fuori l’umido e un odore denso e spugnoso di erba cotta al sole. Chi ci vive o ci ha vissuto, quest’odore ce l’ha nel sangue e nelle budella.
Il commissario butta via la sigaretta e dà un morso al panino che ha comprato prima di ripartire.
«Sto arrivando,» dice, con la bocca piena. «Sono quasi a Lodi.»


Lodi,
24 agosto 2015


10 commenti:

  1. Una bella sorpresa caro Matteo, è un sacco di tempo che non avevamo il piacere di averti tra di noi.
    Be’, lo devo ammettere, mi ha fatto una certa impressione trovare il protagonista di questo racconto noir con il mio nome. Brut malnàtt, avevi detto che lo avresti fatto e sei stato di parola. Senza contare che quella zona del pavese, a confine con il piacentino, la conosco abbastanza bene e mi ricorda il periodo del militare. A Lodi poi mi considero di casa, e come tu sai bene, io amo leggere le storie ambientate in zone e città in cui mi riconosco.
    Comunque, non mi dispiacerebbe sentire il parere degli amici prima di esprimere il mio parere su questo giallino, forse il primo che scrivi di questo genere se non ricordo male. Vabbe’, ci sentiamo dopo.

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  2. Avevo detto che avrei aspettato a commentare e invece eccomi qua.

    Allora parto con tutto quello che mi convince e cioè la cornice e le cosiddette note di colore, materia controversa nella narrativa e soprattutto nei racconti noir. Belle le descrizioni dei luoghi, dei paesaggi e perfino delle persone; ottimi i dialoghi ben calibrati, molto realistici, con la giusta cadenza, e le parole inventate mescolando dialetto e italiano. No, Camilleri in questo caso non centra, tuttavia oggi è difficile sottrarsi a questa tendenza di usare il dialetto. A me “indurmento” mi fa ridere, tanto per fare un esempio, ma forse ad un calabrese un po’ meno o niente del tutto. La va a gusti, come dicevo è una scelta di stile che a me continua a piacere.
    Un po’ meno mi è piaciuta la parte che riguarda l’inchiesta vera e propria. Rispetto a tutto il resto sembra un po’ sottotono. Il caso in se, diciamocelo, è molto realistico, ma forse troppo semplice, si risolve anche velocemente, e forse proprio qui sta il difettuccio. Se così si può chiamare. Con il senno di poi forse si poteva tralasciare la parte poliziesca. Certo cambiava tutto, andava impostato diversamente, ma non mi chiedere come e perchè, non ho la risposta in tasca e non conosco la formula magica per scrivere questi benedetti giallini, così difficili da scrivere e da concepire.
    In ogni caso, se questo è l’inizio di un ciclo va più che bene. Con un po’ di costanza e un po’ di sano culo, prima o poi la storia giusta arriverà. Ne sono convinto.

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  3. Mah. A me è piaciuto e credo che anche le note sui personaggi e gli ambienti locali siano più che corrette. L'indagine è anche un modo di indagare e conoscere l'ambiente in cui si svolge la vicenda poliziesca, quindi...
    La storia gialla in sè sarà anche relativamente semplice, ma in fondo non tutte sono intricate ed arzigogolate. Giusto leggendo quel che dice il padrone di casa mi viene in mente che magari la parte non poliziesca poteva essere un po' accorciata, e quegli aggettivi che richiamano il dialetto stanno bene in bocca ad alcuni personaggi, meno al narratore, visto che il testo è scritto in italiano corrente, però sono quisquilie.

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  4. Ho avuto problemi di connessione, ma avrei scritto esattamente quello che ha riportato Franco, papale papale.
    Ciao Matteo, bentornato, spero ti fermerai un po'.

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  5. Indulge a troppe digressioni che fanno perdere più volte il filo del discorso.
    Ma forse i polizieschi necessitano di tali libertà narrative per non giungere troppo presto al disvelamento del delitto.
    O forse è tutto zucchero filato per gli amanti del genere.
    Ma ben si sa che lo scrivente non ha mai aperto un giallo in vita sua e questi del blog sono i primi suoi difficoltosi approcci.
    Siddharta

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    1. Non ci posso credere!
      Finalmente il nostro Sid o Epi o altro ancora, ha un account su Google. Adesso non sei più "anonimo", ed io finalmente ho scoperto come si pronuncia Epittèto, con l'accento sulla "e". Ammetto l'ignoranza non lo sapevo e lo pronunciavo diversamente: Epìtteto.
      Ma che sei anche Blogger? Hai un sito tutto tuo?

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    2. Secondo i glottologi sono ammesse entrambe le pronunce: per scoprire la verità bisognerebbe risalire a quei tempi per venirne a capo...
      Mah, sono un pò dappertutto, come il prezzemolo, ma non gestisco un blog personale perchè troppo impegnativo, non avendo certezza del mio domani...
      Comunque i miei nick sono Epitteto, Siddharta, Diofanto, fra Salimbene, Cinico Cratete. Eubulide, ecc.
      Se c'incapperai, saprai con chi aver a che fare.
      Siddharta

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    3. Be’… io ti seguo da più di quattro anni, leggo qualunque cosa ti riguardi, commenti compresi, e non ho bisogno di leggere la firma o altro nickname, per riconoscere il tuo stile inconfondibile. Secondo me tu avresti bisogno proprio di un Blog personale per esprimerti al meglio. Insomma, che aspetti a farti una cuccia calda e confortevole dove scaricare il meglio di te??? Ti bastano poche settimane per riordinare le tue cose, e mettere in evidenza tutto ciò che vuoi tramandare ai posteri.
      In questo momento stai usando impropriamente Facebook, Twitter e altri social che non sto a nominare, come cassa di risonanza per diffondere il tuo sapere, ma lì dentro tutto si consuma nello spazio di poche ore, e in futuro non resterà traccia di niente. Insomma sono parole al vento.
      In ogni caso fai come vuoi, a me va bene così, tanto fra cent’anni, quando vorranno leggere i tuoi Pensieri Cinici dovranno venire a casa di Frame.
      A parte gli scherzi, io credo che in generale sul web non si sia ancora appreso l’importanza dell’uso dei LINK. Facebook, Twitter, eccetera eccetera vanno bene soltanto come cassa di risonanza. I social in genere sono dei caroselli dove fare pubblicità e raccontare le cose di tutti i giorni. Sono il cortile dove affacciarsi per vedere che sta facendo il vicino di casa. Non è il posto adatto per declamare una poesia, per postare articoli impegnativi o fare discorsi seri. Al massimo lì dentro ci puoi gettare i volantini, fare un po’ pubblicità, sparare qualche cazzatella, ma niente di più impegnativo. Tanto la gente non legge più di tre righe e al massimo ti risponde con un clik che non ha nessun valore.
      Vabbe’, come non detto, chissà perché mi sono infognato in questo discorso senza né capo né coda. Fai conto che non ho detto nulla e tirem innaz… PERO’ se vuoi aprire un blog personale fammi un fischio. Almeno quello credo di saperlo fare abbastanza bene.

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    4. Caro Franco, tengo in frigo la tua offerta...
      Intanto scrivo e mi leggono nel tuo blog, in Google+ come Diofanto Cretate, in fb, nel blog bloccato < Biografia metrica >, nel Club degli Autori ( Vetrina e Elenco Autori )...
      Penso ce ne sia abbastanza per ammazzare un elefante!
      Naturalmente privilegiando il tuo blog, dal quale poi trascrivo.
      A proposito: mi piacevano assai i tuoi post ( testo+ musica ) su You Tube.
      Perchè non riprendere le pubblicazioni?
      Sid

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  6. Sid caro, non sono un esperto di nuove tecnologie e comunicazioni, anzi... ma credo che abbia ragione Franco: la maggior parte delle persone, secondo uno studio del CICAP circa l'80%, NON legge quello che commenta, al massimo si ferma al titolo. Non ricordo dove, ma qualche tempo fa ho letto che si assiste alla progressiva scomparsa dei testi, dai social, per far posto a slogan e titoli. Quella che un mio professore avrebbe chiamato "la barbarie dell'immagine". L'idea che le nuove tecnologie possano diffondere sapere, a mio parere, è ampiamente sopravvalutata. Sapere è faticoso, mentre l'uso della tecnologia spinge e mira alla riduzione della fatica, attraverso la semplificazione e l'icasticità, il colpire l'attenzione. Insomma, il mezzo non è del tutto, anzi è abbastanza poco congruente al fine.

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