mercoledì 23 marzo 2016

Un libro sul comodino - OCEANO PADANO di Mirko Volpi (frame)

Oceano padano

Acqua
Il vero abitante dell’Oceano Padano non ama il mare salato, non lo capisce, se ne tiene alla larga. “Cosa me ne faccio?”, pensa davanti a quella spaventosa massa dal colore estraneo. Dall’odore sospetto, che al posto di scorrere, rifluisce, ripiega lamentosamente su sé stessa, innaturalmente da avanti e indietro senza costrutto sulla riva. “Cosa ci adacquo? Ci irrighi i campi, con questa…”, torna a ripetersi l’uomo agricolo, l’archetipo eterno della Bassa: e si allontana da sabbia e alghe e conchiglie – elementi oscenamente sterili – come covando nel cuore un segreto sgomento.
Lui ama solo le rogge, i pesci di fosso, le polle d’acqua sorgiva, gli infidi canali ombreggiati dai filari di ontani, le increspature dei fili d’erba delle verdissime distese: e nella sua mente – mentre riposa al tramonto con uno stelo di fiore in bocca – vede tutto ciò tramutarsi in foraggio, concime, latte, formaggio. Lavoro. Ricchezza.




Di questi siparietti colorati e profumati ce ne sono molti in questo libro di Mirko Volpi, uno scrittore lombardo del quale, fino a pochi giorni fa, non avevo mai sentito parlare.
A Oceano Padano ci sono arrivato quasi per caso, il titolo bizzarro e l’argomento sono stati elementi fondamentali nella mia scelta, ma una volta iniziata la lettura non ho più potuto staccarmi dal mio Kobo e me lo sono sciroppato tutto in una sola giornata. E tuttavia, nonostante la mia piena soddisfazione non me la sento di consigliarlo a cuor leggero a tutti.
Infatti, bisogna essere nati da quelle parti, aver respirato la stessa puzza, bevuto vino rosso nelle scodelle e mangiato tanta polenta per apprezzare, per gustare ogni parola di questo libro che non è un romanzo e nemmeno un racconto, è qualcosa di più e anche di meno di un saggio, non è neanche un omaggio melenso alla mia e alla sua terra d’origine, forse è soltanto una cartolina disincantata di Nosadello: paesino della Bassa pressoché sconosciuto, incuneato tra il lodigiano a ovest, il cremasco a sud, il milanese a nord e sull’antico confine della Repubblica di Venezia a est. Insomma una manciata di pertiche verdi coltivate a foraggio e campi a perdita d’occhio di melga, squadrata dalle rogge, dai fontanili, dai canali artificiali, percorsa dalle bronse, macchine infernali spargi spüsa e giüs, puzza e letame di vacca: l’oro marrone, la vera risorsa di questa gente operosa dal carattere forte, Non a caso di loro si diceva " Nusdell poca gente e tant burdell". Nosadello poca gente e tanto casino.
Un posto dove non è mai successo nulla d’importante, “Non un fatto storico, non un concilio ecumenico, non un episodio di cronaca di rilievo: un aereo precipitato, una maxi retata, un omicidio ovviamente efferato. Non ci ha dormito nemmeno mai Garibaldi, figuriamoci Napoleone che una volta si è fermato, sì, ma a un chilometro da qua. A Nosadello non è mai stata registrata dagli annali nessuna sciagura, neanche naturale: un terremoto, un tifone, un’alluvione. Solo una volta ha piovuto molto, i tombini si sono intasati...”
In ogni caso sappiate che è scritto talmente bene che potreste trovarlo perfino indigesto. Non siamo più abituati alla bella prosa. L’autore infatti non è un pippa qualunque; la mano è quella di chi conosce l’uso delle parole, e non a caso è un giovane, si fa per dire, ricercatore linguista dell’Università delle Scienze Umanistiche di Pavia. Per maggiori informazioni cliccate qui .
Non ho altro da aggiungere, salvo un piccolo avvertimento: state attenti a quello che dite! Anche se adesso mi sono convertito per forza di cose all’olio d’oliva, nelle mie vene sfrigola e scorre ancora tanto burro e nonostante da almeno un trentennio abbia messo le radici in questa terra di greggi e caciottari, dove alla prestigiosa cassoeula preferiscono la modesta capra con i peperoni in padella, per il sottoscritto l’ambrosia della tavola resta sempre una sleppa di taleggio e/o verde e cremoso gorgonzola. Ma non solo, non vi avventurate in commenti sarcastici perché ho ancora tanti amici e parenti da quelle parti che, all’occorrenza e quando meno ve lo aspettate, potrebbero scaricarvi una quintalata de rud, letame stagionato di vacca, proprio sotto la vostra finestra. Occhio! E buona Pasqua a tutti.
(frame marzo2016)

La gente dell’Oceano Padano è gente a cui scorre il burro nelle vene.

Il ciclo vitale padano parte dall’acqua e termina nel burro, passando dalle vacche che nutrite dal foraggio forniscono, in direzione doppia, il concime per gli stessi campi e il latte da cui si ricava – signore di tutti i derivati vaccini – il burro.
Il burro è il combustibile della cucina, l’ineliminabile condimento che resiste ad ogni sensibilizzazione su cucina sana e rischi di colesterolo alto. Il burro sublima l’opulenza delle nostre terre, grasse e fertili quasi a spreco. Penso a mia mamma che mi confessa di aver iniziato a usare l’olio per cucinare soltanto da pochi anni – prima era solo burro, o margarina o strutto. La vedo aggiungere riccioli butirrosi su tutto, e intanto a dire che senza non si può, non c’è gusto. Mentre lotto con mia moglie perché a casa nostra me ne aggiunga come a una festa e non tenti in ogni modo di convertirmi a indispensabili salutismi alimentari, mi sento sorpassato e retrivo peggio che se mi dichiarassi apertamente contrario alla legge che permette il divorzio, nonostante i suoi, di mia moglie, dico, reiterati attentati al costume gastronomico padano. Ma non è comunque solo questo ostacolo coniugale che mi fa vedere e sognare burro ovunque, nelle distese della campagna lodigiana che mi offre a contorno la paradisiaca raspadüra, o nel Cremasco col suo salva (il formaggio a pasta dura da mangiare magari condito con le tighe, una varietà di piccoli peperoni verdi) e i suoi tortelli agli amaretti che galleggiano, affogano nel burro fuso; o a casa mia, nel frigorifero mezzo pieno e mezzo no. Il domino dei formaggi sulla tavola e nella mente padane si esemplifica nell’abitudine di mio nonno che alla fine di ogni pasto mangiava gorgonzola, sentenziando, prima di tirarsene giù una succulenta slepa, che lo faceva “Per netass la buca”, per pulirsi la bocca. Con lo zola, il verde, saporito, ipercalorico zola. Del resto, come usiamo dire qui: La buca l’è no straca se la sa no de vaca (La bocca non è stanca se non sa di vacca).
E lo vedo e sogno – il principe dei prodotti caseari – fin da quando ho memoria, fin da quando, da piccolo, passando le estati in quel cortile mia nonna mi preparava, alle quattro in punto, la tipica merenda dei bambini padani: pane burro e zucchero. Su questo antimoderno pilastro dell’alimentazione abbiamo edificato solide generazioni.
La gente dell’Oceano Padano è gente a cui scorre il burro nelle vene.
(liberamente tratto da Oceano Padano /Laterza)

15 commenti:

  1. A occhio e croce, dai ritagli in lettura, mi pare che si insista troppo sull'ovvietà di certi fattori comportamentali.
    Le popolazioni sono condizionate necessariamente dall'ambiente naturale in cui vivono.
    Nessuna meraviglia quindi delle risaie ( e delle mondine di un tempo ) nel vercellese, delle anguille di Comacchio, della birra a Monaco di Baviera, e così via.
    E poi lo stile di vita in quel di Lodi e aree limitrofe si ripete pressochè eguale nell'alta e bassa padania, fino alle pianure e valli della mia terra.
    In conclusione l'autore non direbbe niente di nuovo e di importante, salvo forse la punta d'ironia narrativa.
    Sid

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    1. Come se per scrivere un buon libro di narrativa fosse indispensabile essere originali e parlare di cose profonde e molto importanti.
      Caro Sid, io non sono un letterato, non mi sono mai spacciato per tale e qui dentro mi considero alla stregua di un bidello scrivano. Le mie non possono considerarsi vere recensioni, non me lo posso permettere, rilascio solo impressioni di primo pelo, espongo il mio parere su quanto leggo in tutta leggerezza e sincerità e più che altro seguo il mio istinto.
      Del resto non sponsorizzo nessuno in particolare, non ci guadagno nulla in tutto questo e lo faccio solo per passare il tempo. Ma Tu che hai ben altri mezzi, Tu che possiedi la cultura e la saggezza del patriarca, perché di fronte al solito professorino con un bel curriculum mastichi subito amaro, rosichi, e ti fai prendere dalla spocchia? Perché non riesci ad essere obbiettivo anche con quelli “bravi”, perché con le mezze calzette sei sempre così generoso e prodigo di complimenti e diventi carogna solo con quelli che non fanno parte della tua cerchia?
      Guarda che è un segno di debolezza e in questo modo non fai un favore a nessuno e non giova manco a te stesso. Ti risparmio la palata di merda di vacca che meriteresti soltanto perché è Pasqua. Pace e bene a te, alla tua adorata Santippe e a tutti coloro che hanno la bontà di leggere queste pagine.

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    2. Mah, in verità non mi riconosco in niente di quello che hai detto di me.
      Penso ci sia in ballo un grosso equivoco.
      E' il normale rischio che si corre ad esprimersi apertis verbis, laddove si raccolgono più contumelie che riconoscimenti.
      La libertà di parola qui da noi è ancora un traguardo da conquistare.
      Per questo non ho amici; quelli poi virtuali entrano ed escono che è un piacere, tra entusiasmi e pentimenti.
      Epperò ci ho un grande difetto: non dimentico mai le offese personali gratuite e all'occasione buona ripago sempre con gli interessi.
      No, questa non è una buona Pasqua per me.
      Sid

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  2. L'amore per questa terra è visibile in ogni parola, sia dell'autore, sia di chi il libro ce lo presenta. Edificante caro Franco.

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  3. Domanda domanda (nel senso che non è una domanda retorica, nè polemica). Ma se " bisogna essere nati da quelle parti, aver respirato la stessa puzza, bevuto vino rosso nelle scodelle e mangiato tanta polenta per apprezzare, per gustare ogni parola di questo libro ..." non è che, con ciò, individuiamo un punto qualificante che è sia di forza che di debolezza della produzione letteraria italiana (secondo me, lo dico subito, più di debolezza)? Non c'è cioè il rischio che quel libro (e non solo quello) dica tutto o molto a chi condivide con esso un presupposto e niente o quasi o chi non lo condivide? Conosco molto bene sia la "salpa", sia le "tighe" sia la "raspadura"... ma se non le conosco allora potrei anche passare oltre? Insomma, secondo me (a meno che non si sia davvero molto bravi) la letteratura italiana è, ancora una volta e come sempre, gravata di localismo, di regionalismo? Leggo Vitali perchè "è delle mie parti?" leggo Corona o Camilleri per lo stesso motivo? Leggo Crapanzano perchè mi propone una visione arcadica della Milano degli anni '50 che, in qualche modo, mi riporta a un vissuto diretto o non troppo indiretto?.
    Ma non è fragile e mortificante, ghettizzante, come motivazione?
    Cioè: vale di più un libro capace di parlare all'esterno oppure un libro che parla a coloro che già sono disposti ad ascoltare, magari per ragioni che stanno "prima" del testo? Secondo me, il primo tipo di libro vale di più - ed è anche più difficile scriverlo. Se si parla del (nostro) passato, o del paesello, se non siamo tutti romanzieri, poco ci manca.
    Io credo che un po' di "globalizzazione", di "De-localizzazione", di "De - regionalizzazione" alla nostra letteratura non possa fare che bene.
    Quanto all'originalità come criterio per giudicare, mi pare una oddifreddiozia. Sono convito che l'originalità sia sopravvalutata e molto più rara di quel che si pensi. Come non bastasse, quando c'è, vale poco. Comunque, non è neanche tanto difficile ottenerla: basta scrivere in modo "infuturato". Ma - e secondo me giustamente - non a tutti piace. A me no di certo.

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  4. Bè, Franco, avevi avvertito di stare attenti ai commenti negativi: la minaccia di scaricare una quintalata "de rud", letame stagionato di vacca, proprio sotto la finestra degli incauti era stata chiara e netta.
    Per fortuna è Primavera e il letame può essere molto utile come buon fertilizzante, che non tutto il male vien per nuocere, così come le polemiche che possono vivacizzare e animare una discussione. Pace e bene a tutti.

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  5. PS. A proposito di tortelli agli amaretti (e, aggiungo, con dentro mostaccioli - che sono dei biscotti - ed uvette). Sono proprio loro un esempio di globalizzazione. I cremaschi amano dire che sono una ricetta del Barbarossa, anche se non sufficiente a compensare la distruzione della città e, in effetti, non siamo al livello degli spaghetti con la marmellata, ma quasi. Il trucco è "annegarli nel burro e nel formaggio", è un gusto differente da quelli tipici della cucina mediterranea, ma ci si abitua gradevolmente.

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  6. Bisogna essere nati da quelle parti per gustare ogni parola di questo libro… eccetera eccetera
    E’ chiaro come il sole che quanto detto sopra rappresenta il limite dell’opera. Mi sembrava lapalissiano, persino ovvio ribadire che non eravamo di fronte a un'opera universale, ma forse non ci siamo capiti.
    E pensare che l’avevo detto in tutte le salse, non è un libro per tutti, non me la sento di consigliarlo a tutti. Questo avevo scritto nel mio commento e intendevo dire, se ancora ce ne fosse bisogno, badate bene che è piaciuto a me che sono di quelle parti, ma non è detto che piaccia anche a voi. Mi ero permesso soltanto di dire che a mio modesto parere era scritto molto bene. Tutto qui.
    Non per nulla in chiave ironica avevo promesso quintalate di letame a chi avesse osato criticare, perché sapevo che ci sarebbero state delle riserve. Ma forse non tutti hanno letto bene il mio commento, o molto più probabilmente mi sono espresso male. In ogni caso ribadisco il concetto, non è necessario essere originali e dire cose molto profonde per scrivere un buon libro di narrativa. Se questo è il metro di valutazione per la narrativa in genere allora andiamo tutti a casa, dedichiamo il nostro tempo libero al bricolage, smettiamo di leggere, giochiamo al tressette col morto che è molto più impegnativo.

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  7. Non metto in dubbio quello che hai scritto, in fondo anche se non sono campagnola, qui ci sono degli scrittori con la S maiuscola che hanno sciorinato bellissimi libri, ma non sono usciti dall'enclave veneta.
    Hai scritto quel panererico sotto l'influsso di una nostalgia assassina, perché vivi da emigrante in un paese per quanto bello e LO È', ma non è il tuo. Penso di acquistarlo, in fondo polentona lo sono. Ciao

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    1. No, non lo leggere, se cerchi qualcosa di nuovo e di profondo lascia perdere. Sei una lettrice troppo scaltra e raffinata per apprezzare. Io sono di parte e di bocca buona per fare testo.

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    2. E pensare che ho appena finito il libro di Guccini "ceonache epafaniche" parla usando abbondantemente il dialetto e del suo mondo, volevo mandartelo proprio per quei motivi. Come possiamo dimenticare Luigi Meneghello col suo "Libera nos a Malo". Con me non puoi passare di essere di bocca buona, anzi.
      Mi è piaciuto quel piccolo stralcio sulla questione burro!!!!
      Ora? Siamo in pieno pantano, e per uno scrittore che si reputa tale, tutto quello che viene a casa è un regalo.
      Ti mando il libro!!!!

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  8. Sull'originalità, penso che ci sia intesi e non mi ripeto. La mia domanda (ripeto non retorica) esulava dal romanzo in sè, che mi pare anche scritto in modo brioso. Ma sono convinto che lo stile non valga e non basti a superare quello che continuo a considerare un difetto di tanta letteratura. Scrivi di quel che conosci diventa "scrivi di quel che già conosci" e "leggi di quel che - già - conosci". A questo punto vedo allungarsi l'ombra di una certa pigrizia. E secondo me uno scrittore davvero bravo è capace di parlare del suo paesello anche a quelli che, a quel paesello, non sono per nulla interessati. E magari anche di farli interessare. Ed è capace di dire cose profonde parlando del suo paesello e della signora Pina che va a fare la spesa. Lo stile è un alibi, o un richiamo per le allodole, a seconda dei casi. In ogni caso uno strumento, non un (o peggio "il") fine.

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    1. Infatti!
      Ho capito benissimo, infatti, quando dicevo che quello in questione non è un libro per tutti, intendevo dire proprio questo.
      Però l’accusa di localismo e provincialismo in Italia è stata estesa un po’ a tutte le forme dell’arte: si va dalla commedia italiana del cinema alla musica leggera d’autore. Interessa la lingua stessa e chissà dove arriva. E’ un libro autobiografico, non credo avesse molte pretese letterarie, dovrei domandarlo direttamente all'autore stesso e a chi gli ha pubblicato il libro, ma purtroppo questo non credo sia impossibile.

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  9. Suppongo che derivi dal fatto che siamo sempre stati abbarbicati al nostro campanile, divisi in micromunicipalità, con una lunga tradizione di domini stranieri, senza avventure coloniali - popolo di esploratori sì, ma "conto terzi" - vere rivoluzioni industriali e0o politiche (sempre importate), familismo, provincialismo, di segno uguale e contrario, espresso in una pedissequa imitazione di modelli stranieri... oh, mi sto concentrando sugli aspetti negativi eh? Poi, anche lì, sul provincialismo del cinema ci sarebbe da dire. I nostri cineasti riconosciuti grandi all'estero secondo me fondano il loro valore non tanto sul fatto di parlare di Centocelle o Spaccanapoli, che francamente, se non c'è un interesse documentario, chi se ne frega, ma sul fatto di far diventare certe peculiarità espressione di istanze e temi universali o comunque largamente condivisi. Guarda gli spaghetti western. Alla fine gli americani li copiavano perchè in qualche modo erano "più veri del vero" cioè rispondevano in modo profondo alla loro necessità di avere una mitologia.

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