venerdì 1 aprile 2016

GIOVANNI VERGA - OSTAGGIO DELLA SOLITUDINE di Augusto Benemeglio



DI AUGUSTO BENEMEGLIO 
La morte e i castelli in aria
Sul letto di morte  – nonostante fosse ormai mezzo paralizzato e quasi privo di conoscenza , per un ictus , - Giovanni Verga ,  “in un cieco riflesso animale , si oppose alle manipolazioni dei medici . Quando occorre scoprire il suo corpo, la mano ancora valida ricerca il lembo delle  lenzuola e stira quello della camicia da notte, con un gesto di pudore”, così racconta un  testimone oculare come Federico De Roberto, uno dei pochi amici del Verga, insieme a Luigi Capuana. “Questa è la naturale, perfetta conclusione di un’esistenza e di un’arte scontrose – scrive Gesualdo Bufalino -, “più spesso nascoste che offerte , e che tuttora esigono da chi le interroga un lungo assedio e un difficile amore” .

Un’esistenza che fu dominata anche da un invincibile sentimento di noia, come viene annotato in una pagina d’album conservata tra le carte dell’autore de  “I Vicerè”. Campeggiano tre pensieri e tre firme, al centro quello di De Roberto: “Tra tutte le costruzioni umane le sole che si sottraggano all’azione dissolvitrice del tempo e agli elementi sono i castelli d’aria” . Più in alto , le parole  di Luigi Capuana : “Ne abbiamo fabbricati tanti tutti e tre, Tu , Verga ed io!”. Più in basso si riconosce la timida calligrafia di Verga: “ Peccato che non ci si possa vivere e se ne annoia qualche volta”
 Schopenahuer , l’inferno e il paradiso
Un Verga stanco, annoiato, tetragono, si difende da tutti , non dà confidenza a nessuno , si dichiara ostaggio volontario di una solitudine antica; sensuale e ricettivo ai fuochi d’amore, da buon siculo , ma pronto a spegnerli non appena vi subodori un’insidia al suo celibato.  Disponibile ai viaggi e ai soggiorni fuori dell’isola, ma altrettanto radicato con entrambi i piedi nel fondamento indigeno , quale socio assiduo del Circolo dell’Unione di Catania , fra fruscii di giornali, fumo di sigari, chiacchiere di argomento merceologico e meteorologico, da un lato , e  agrario ( è  padrone della “fattoria del Pino” ) , dall’altro, col cuore sempre morso dalle angosce stagionali del raccolto : Si vede che la vita dell'uomo  è come un pendolo  che oscilla in perpetuo, ora  va di qua, ora di là, ma non si discosta mai  dal dolore e dalla noia,  perché ogni cosa che noi consumiamo non ci soddisfa… E anche dopo… che troviamo? Se andiamo all'inferno troviamo dolore e supplizio , ma  se andiamo in cielo  troviamo una gran noia.
“Perché questo strano accostamento  a Schopenhauer?” ,mi fa Gino Schirosi, autore del romanzo  “La Casa della Speranza”, che si rifà molto, nello stile,  ai “Malavoglia” verghiani.   “ Che nesso c’è? Verga e il filosofo tedesco sono due antitetici.  Il siciliano è  uno  senza  fantasia ,  uno che  non  dà confidenza a nessuno ,  è  l’ ostaggio volontario d'una solitudine antica, io lo so bene... Sapessi quanto tempo  ho assediato Verga! Per  lunghi anni... ho bussato alla sua porta  senza che mi aprisse... Verga è stato per me un difficile  e paziente amore  che ho inseguito e coltivato dentro di me per anni e anni ... ma ne valeva la pena”.
Padron ‘Ntoni come don Abbondio
 Povero Verga!  Me lo figuro con tutti quei salamelecchi,  mentre si arrovella sul prezzo degli agrumi, coi  “limoni ancora da vendere” e  “quella maledetta campagna, dove tutto va a rotta di collo.....Secondo me Padron 'Ntoni  è il suo autoritratto, come don Abbondio  è il ritratto del Manzoni? … Don Giuvanni  Veria, come lo chiamavano , si  era chiuso in un silenzio  totale,  gli si era atrofizzata la creatività e giaceva inerte, arcigno e orgoglioso in un totalizzante sentimento del nulla.
“Poi che successe?”
Qui entriamo nei meandri di quella sua mente oscura piena di sensualità e di pessimismo, di sangue e tenebra. Il miracolo  si compì  per lui   fra i quaranta e i cinquant'anni, nel colmo della sua maturità. Fu un decantarsi di molteplici e ricchi sedimenti biologici e antropologici.  Fu il ricordo della terra e del sangue , delle passioni  violente , delle tragedie, della morte ,  il segno  , la bruciatura delle sciare, dei bivieri,  delle zolfatare a dirigergli la mano, fu per questa via ch'egli pervenne a farsi insieme antico e moderno, conciliando l'agrume delle primordiali radici con le mode più adulte della koinè letteraria europea, gli interessi  demologici e l'essenzialità orale del dialetto,  l'essenziale ingenuità del sentire, fino a spremerne , segreta o flagrante, ogni musica. La musica è il segreto di tutto, una musica tutta interiore.
La scrittura è da  rifare
D’improvviso  , per Verga tutto è chiaro :  la scrittura  è da rifare ex novo , si deve togliere  di dosso il retaggio della cruscheria nazionale . Ecco che  diventa d'improvviso ossa e carne  di personaggi che non si scordano, che non si potranno mai scordare finchè esisterà la letteratura: Rosso Malpelo, La lupa, Jeli il Pastore , Mazzarò,  e poi i grandi romanzi, dei capolavori , uno diversissimo dall’altro, il tutto in pochi anni. Dietro c'è lui, Giovanni Verga, pronto ad assumerne, al modo di Cristo, i propri peccati: le tossine del dolore, gli strazi della fatica e della fame, le rughe, le cicatrici dell'anima, i calli alle mani, gli egoismi, le pietà. Di fronte a un mare immutabilmente amaro: un giorno illusoria banca e trovatura di pesci che diventano nelle reti onze e tarì; ma mille altri giorni pesce esso stesso, tutto bocca e denti, che divora senza far differenza le paranze dei derelitti e le corazzate dei re. E si piglia il sudore, il sangue dei figli...e quando non ammazza , invecchia: storpia le mani, dissecca la pelle, torce la schiena. Quel che avviene a padron 'Ntoni nel suo sopravvivere lento , come durano, anche fulminate, le querce. Con un solo superstite   moto di fanciullezza nel cuore, quando guarda guizzare , simile ad un'anitra, simile ad un cefalo, La Provvidenza sull'onde...Un autoritratto nascosto, si direbbe. Ma Verga non è che ignori quanto ci sia di angusto nell'ideale dell'ostrica, e di più umano e civile nell'ansia del meglio....Epperò ha visto troppe volte la speranza far bancarotta, far naufragio la Provvidenza...Nè  la sorte di ciascun uomo gli pare mai distinguersi troppo da quella del manovale che ambisce a diventare padrone; e s'affanna come un mulo su e giù per cave e trazzere , sporco di calcina nella barba lunga e sudata , con le reni e le mani a pezzi, ma con una forza di bestia, un cuore di leone per vincere, se ci riesce, la vita; e saprà solo alla fine d'aver scommesso su niente: il giorno in cui , sentendo un'altra bestia mordergli il fegato, volterà contro il muro la faccia per morire almeno da solo....
La sconsolazione di tutte le cose
Già. Tutto questo è proprio in Verga. Ed è  anche in Mastro don Gesualdo, in cui riassume la parabola-tipo dell’altrui e del proprio destino . E in Mazzarò , che vuol morire insieme alla sua roba , nel marchese Limoli , disamorato ,  che ridacchia del mondo in un angolo della sua stanza...Ma  Verga è anche nel destino terribile di Rosso Malpelo che s'imbuca sottoterra per non tornare più... questa è l'irrimediabile tristezza d'una gente che è sua e se ne riconosce fratello, senza indulgere, anzi con amarognola chiaroveggenza: i contadini vanno visti da lontano e attraverso certe lenti, per non far cascare le braccia e le illusioni...
Verga è un uomo malinconico e laconico, precocemente persuaso d'una sconsolazione di tutte le cose......uomo di una statura tragica che non osa svelarsi del tutto....ma nella miseria premeditata del quotidiano insegue una simulazione di vita; una protesi , se così vogliamo chiamarla, cui affidarsi sempre più spesso man mano che invecchia e sente fuggirsene via, dopo i desideri amorosi, le lusinghe  della gloria...la sordità, non esente da rancore, di fronte ad ogni sommovimento di plebi e, viceversa, la scalmana patriottica di Trento e Trieste Viva D'Annunzio! Nel 1888, a soli 48 anni, aveva scritto a Maria Brusini: “Io ho cent'anni!”  e ai redattori di un giornaletto futurista messinese che gli sollecitavano la risposta a un questionario: “Io sono fuori del mondo.. Non mi occupo più di nulla, non insistete amici....”Fissiamolo negli occhi, frughiamolo: la gravità del nobile viso, coronato di bianco, irto di perentori mustacchi, si configura come una virtuale opzione dell'anima , una decisione solenne della coscienza. Sono le fattezze d'un  uomo deserto d'ogni fiducia, le fattezze di un uomo che monotonamente pensa e ripete: “Che triste cosa è la vita. Io non ne posso più. La spagnola di me non vorrebbe saperne, ci vorrebbero le palle di fucile per togliermi di qui e d'ogni pena....Che sciocchezza è la vita e fardello in certi casi! Io non ne sento che il peso. Sono stanco...stanco di vivere”
Il mistero di Verga
Trascorrerà il resto della sua vita – scrive Pietro Citati – litigando con tutti  e con tutto. Meschino e maniaco, passava le serate al circolo dell’Unione di Catania giocando a carte o a biliardo, in silenzio. Che interrompeva solo per commentare “salacemente” , in dialetto, la bellezza di qualche popolana che attraversava la via Etnea.
Quale mistero avvolgeva questo siciliano tetro , silenzioso ed elegante? Verga non nascondeva nessun  segreto. Era soltanto un uomo secco, mediocre e incolto, abitato da pensieri ovvi e da sentimenti comuni. Né idee, né fantasie, né immagini personali riscattano mai la desolata banalità della sua corrispondenza. Eppure un uomo così mediocre scrisse due capolavori come i Malavoglia e Mastro-don Gesualdo. Quale vento, quale follia improvvisa lo trasformarono in un genio e lo fecero uscire completamente da sé? Da qualsiasi parte si consideri  Verga  , il suo caso sembra unico nella storia della letteratura italiana. Verga non era Goethe, Flaubert o Joyce che avevano dedicato tutta  l’esistenza a riflettere intorno alla letteratura. Non era Manzoni , era uno che aveva letto pochissimi libri senza capirli, eppure diventò di colpo il più grande talento critico della sua epoca. Comprese che per scrivere un romanzo non era necessario possedere un’intuizione del mondo. Ma, nella molteplicità delle cose ,  bisognava solo trovare un osservatorio , un angolazione , il punto di vista da cui guardare un ambiente, come il pittore che guarda un tramonto, un’alba, una figura o un gioco di linee. Appena avesse indovinato questo punto di vista, l’avrebbe nascosto dietro una voce narrativa e poi avrebbe tirato le conseguenze con quella ostinata e aspra volontà letteraria che improvvisamente scoprì di possedere. Ed ecco tutta la grandezza della sua arte accendersi come una fiaccola nella notte, un’arte istantanea e purissima che  rese moderna la nostra letteratura , pur partendo da se stesso, dalla necessità libera ed espressiva della nostra tradizione. Fece come Verdi:  un'opera futura e per sempre moderna, con la sua prosa scolpita nel sasso e nel vuoto, lontano da se stesso,  chiuso nella perfezione di un Otello ,nella senilità di una rassegnazione: il silenzio ombroso di un'arte solitaria.  In ogni caso Verga  è  una presenza alla quale, consapevolmente o no, lealmente o meno, attinge chiunque si cimenti sul piano della narrativa, sollecitato da una istanza di autentica essenzialità e aderenza alla realtà,  anche se gli esiti possono  sembrare  lontanissimi  dal grande esemplare.  Chiunque rievochi memorie poetiche della propria infanzia e  adolescenza paesana , trasfigurate nostalgicamente nella lontananza dei luoghi e delle stagioni, guarda a Verga come a un modello arduo e forse irraggiungibile  . Ma guarda anche  agli altri nostri grandi veristi come Deledda , Serao , Di Giacomo, Fucini , Capuana , De Roberto, De Marchi , che hanno descritto l’ epos di una società che trascrive l'umana e poetica coscienza del suo esistere e del suo essere alla storia.



6 commenti:

  1. Mah, io non ho mai apprezzato l'indagine psicosomatica degli Autori, peggio se retroattiva, limitandomi a valutarne l'opera.
    Perchè ogni < grande > della letteratura e della storia in genere non è che un misto di nobiltà e miseria, grandezza artistica e bassezza d'animo.
    L'impasto è questo, non vale indagare, accettiamoci per quel che siamo.
    Tra ciò che siamo e quel che vorremmo essere si gioca la nostra esistenza, genio e sregolatezza.
    Il Verga non fa eccezione.
    Siddharta

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    1. D'accordissimo con te, sul fatto che dietro ogni grande artista si possa celare un uomo qualunque, un uomo mediocre, ma - secondo me - il fascino di una biografia (in questo caso di un "profilo", o di un angolazione), consiste proprio in questo. Nello svelare cosa c'è dietro il "mito", e questo vale per tutti i "grandi" della storia e dell'arte in particolare. L'indagine all'interno del personaggio assume così un significato di riscoperta - in qualche modo - anche di se stesso. Un conto è accettare un autore, o un artista per come te l'hanno insegnato o tu l'abbia conosciuto a vent'anni, con le trombe e cimbali, un altro è rivisitarlo in età matura, dove ogni passo che fai in quella direzione è un continuo stupore, una continua ri-scoperta dell'uomo, in quanto tale , e quindi anche di te stesso. Poi ognuno di noi - naturalmente - asseconda la propria propensione. Va benone anche quella di leggere, godere della lettura e...stop.

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  2. All’esame di maturità mi domandarono proprio di Verga e del verismo, ricordo che non fui brillante nemmeno allora. In seguito ho amato molto Mastro don Gesualdo e i Malavoglia, e di recente mi hanno regalato una bella edizione di tutte le Novelle. Talvolta lo prendo in mano, anche se la lettura oggi mi risulta ostica, datata, e talvolta persino incomprensibile. Colpa del famigerato analfabetismo di ritorno che combatto che combatto evidentemente con scarsi risultati? Può darsi, ma molto più probabilmente sono le mie carenze che di fronte a certi testi, si evidenziano.
    Caro, Augusto ho trovato molto interessante la tua analisi sul personaggio, del resto non mi ero mai posto la domanda e non avevo la più pallida idea di che pasta fosse fatto il grande Verga. Ho goduto molto nell’apprendere che il grande scrittore, in realtà non era che un uomo come tanti e senza particolari qualità. I mediocri si consolano anche così.
    Complimenti per l’articolo, notevole.

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  3. Bella e chiara questa rappresentazione del grande scrittore, caro Augusto.
    Verga apparteneva ad una classe sociale borghese-aristocratica e la ricerca di un linguaggio semplice, adatto ai personaggi che egli ci voleva rappresentare, se non gli era riuscita nei romanzi giovanili, in quelli dell'età matura, quando si rifuggerà nel dialetto siciliano per parlarci di pastori, pescatori, contadini, adottando un linguaggio autonomo (a cominciare da Nedda), gli riuscirà perfettamente ottenendo quella suggestione immediata caratteristica del suo stile.
    Infatti le novelle di Giovanni Verga influenzarono molti scrittori a lui contemporanei, o poco più giovani (Pirandello,Tozzi, Palazzeschi, ad esempio). Anche "Paesi tuoi" di Cesare Pavese risente, attraverso l'influenza di Federigo Tozzi, della lezione verghiana.
    Mi piace pensare che quando nel 1983 poté trasferirsi da Milano a Catania, grazie ad un introito di 143.000 lire, ottenuto a seguito di una controversia giudiziaria come coautore dell'opera "Cavalleria Rusticana" musicata da Mascagni, la tranquillità economica gli abbia potuto permettere di ritemprarsi.

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  4. Correggo il refuso: si legga 1883, naturalmente, e non 1983.

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    1. Caro Franco, non so darti torto. Anch'io fatico, oggi, a ri-leggere le novelle e i romanzi di Verga, che pure mi avevano "rapito" e commosso nella prima giovinezza. Però ne apprezzo molto la straordinaria essenzialità. Prendi La lupa, ad esempio, in quattro pagine, con una parsimonia di mezzi stilistici incredibili ( neanche i ragazzi di oggi sui telefonini, riescono a far di meglio) riesce a descriverti una storia, una passione, un dramma già segnato fin dalle primissime righe; riesce a fare la rappresentazione teatrale di un destino segnato, senza riscatto né umano, né sociale. Come si fa a non riconoscergli una grandezza mostruosa dal punto di vista letterario, anche se oggi fatichiamo a stare dietro a quel linguaggio? A Serenella dico che sono perfettamente d'accordo con lei. Il primo Verga di amore e patria, i carbonari della montagna, sulle lagune, etc, è macchinoso, goffo, oserei dire. E anche il Verga romantico , il frequentatore del salotto milanese della contessa Maffei, è altrettanto "scontato", con Una peccatrice, Eros e Tigre reale. Esce dalla clandestinità, come scrittore, con Storia di una capinera, anche per la popolarità del motivo manzoniano della monacazione forzata (il riferimento alla Monaca di Monza è palese), e la struggente confessione di un amore impossibile che condanna alla follia e alla morte. Ma è con Nedda, come dici tu, con la conversione al verismo , che Verga inaugurava un genere non ancora tentato e nel quale, in quegli anni continuò a cimentarsi: la novella, e - soprattutto . un linguaggio nuovo, anzi una lingua completamente nuova, creata a tavolino, un po' - se vogliamo - quello che fece Pascoli con la poesia dei Canti di Castelvecchio, in cui attinge molto ai dialettismi e alle onomatopee, da quel grande botanico e ornitologo che era.

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