mercoledì 27 aprile 2016

IL CONTRATTO - frame - racconto

Era tempo di decidere.
Dopo quella brutta, bruttissima giornata, il signor Miles non aveva più dubbi: qualcosa doveva cambiare nella sua vita, e al più presto.
Si tolse la camicia e dopo averla appesa con cura a una gruccia di legno, la infilò dentro l’armadio a muro dell’angusto ingresso. Indossò un maglione di lana verde bottiglia e sedette alla scrivania di fronte alla porta finestra. Fuori pioveva e le luci dell’Hotel Paradiso erano accese sulla strada deserta. Conosceva molto bene quella zona a nord del paese. Gli affari lo costringevano a pernottare sovente da quelle parti: almeno una volta al mese negli ultimi due anni, ma era la prima volta che capitava in quell’albergo.
«Ingrati!» si disse, pensando al modo sbrigativo con il quale lo avevano liquidato alla reception del suo solito hotel. Era periodo di fiera, d’accordo, aveva anche dimenticato di prenotare telefonicamente, ma pensava di meritare una maggiore considerazione da parte della direzione.



«Perché non prova all’Hotel Paradiso?» aveva detto l’antipatica di turno, una nuova, una morettina che non aveva mai visto. A nulla era servito far presente che lui era un cliente abituale, che conosceva personalmente il direttore… No, questo lui non l’aveva detto, ma guardandosi intorno, tra quelle ristrette e spoglie pareti di colore verde indefinito, slavato, ne era quasi pentito. Doveva insistere, ecco cosa avrebbe dovuto fare, ma lui era fatto così: si lasciava sempre mettere i piedi in testa. Tuttavia era arrivato il momento di dire basta e questa volta ne era certo, avrebbe programmato ogni cosa. Un promemoria dettagliato sarebbe stato il punto da cui partire.
Accese il computer e cominciò a segnare il da farsi, una sorta di piano cui attenersi scrupolosamente. Improvvisamente ebbe la netta sensazione di essere vicino alla soluzione dei suoi problemi e si sentì invadere da un senso di profondo benessere, come non gli capitava da moltissimo tempo.
Solitamente scrivere non gli procurava alcun sollievo, anzi, qualche volta era per lui una vera sofferenza, un esercizio quasi inutile, ma quella sera come per magia, tutte quelle parole prive di senso sgorgavano dalla sua mente senza sforzo e, una dopo l’altra, in modo ordinato e logico andavano trasformando oscuri pensieri in concetti chiari e semplici.
Rileggendo i suoi appunti si domandò come avesse trovato il coraggio per scrivere ciò che covava segretamente nel profondo del suo animo e come si fosse potuto liberare in un colpo solo, dal peso insopportabile di quel pensiero ossessivo che lo tormentava. L’odio profondo che nutriva per quella persona lo aveva portato, lentamente ma inesorabilmente, ad accettare la cruda realtà, ad ammettere a se stesso che non ci fosse per lui altra soluzione che estirpare il problema alla radice, e benché si ostinasse a usare ancora termini come eliminare, sopprimere, annullare, la parola chiave era una sola e inequivocabile: uccidere!
Mentre rileggeva l’intera pagina di appunti, sentì bussare alla porta.
«Un momento!» disse ad alta voce, mentre girava la chiave nella toppa.
Spalancò la porta, ma con sua grande sorpresa non trovò nessuno davanti a sé e nemmeno sul corridoio.
L’ascensore era fermo al piano. Si affacciò sulle scale: non vide in giro anima viva e non sentì nessun rumore sospetto provenire dalle altre stanze del secondo piano.
Ritornò sui suoi passi e sulla soglia della stanza fu investito dal rumore fastidioso di un grosso insetto, che ronzando gli sfiorò l’orecchio e gli fece reclinare il capo per la sorpresa e il ribrezzo.
«Maledette bestiacce!» imprecò, anche per lo stupore di trovarseli intorno in pieno inverno. Odiava le mosche e tutti gli insetti che volavano, ma in quel momento aveva ben altro cui pensare.
«Teste di cazzo!» Questo fu il suo laconico commento rientrando in camera.
Era senza dubbio uno scherzo di pessimo gusto di qualche cliente, tuttavia avrebbe giurato di avere sentito uno strano odore in corridoio. Lo stesso che aveva percepito entrando nella hall dell’albergo. Sul momento aveva pensato che quel cattivo afrore fosse da attribuire all’uso di un pessimo deodorante per l’ambiente, ma dopo aver parlato con il signore anziano della reception: un tipo bislacco, vestito in modo eccentrico, che non aveva l’aria di un semplice portiere, e che forse avrebbe potuto essere il proprietario, si convinse che quello sgradevole odore proveniva proprio dalla stessa persona che gli aveva consegnato con tanto entusiasmo la chiave della duecentotredici.
Un senso di nausea e un leggero capogiro lo spinsero a entrare nel bagno. Aveva delle fitte allo stomaco. Erano senza dubbio crampi per la fame. Doveva uscire da quel posto, voleva prendere una boccata d’aria fresca e, soprattutto, mangiare qualcosa; pertanto, con l’intenzione di andare a cercare un ristorante ancora aperto, si spogliò senza indugi e s’infilò sotto la doccia.
Mentre lasciava scorrere il getto d’acqua calda sul viso, ripensava ancora a quello che gli era appena accaduto e ricordò con disgusto il refolo d’aria fredda e puzzolente, che lo aveva investito sulla soglia della porta. Si ricoprì con l’accappatoio e, prima di radersi, si asciugò senza fretta i corti capelli, brizzolati e ricci.
Aprì la porta del bagno e ancor prima di vedere il suo inaspettato ospite, ne percepì l’olezzo disgustoso.
«Buonasera!» esordì il signore anziano che aveva incontrato al bureau. Stava seduto in modo composto sul divanetto che fungeva da letto aggiunto e lo guardava in viso con un sorriso bieco e molto meno aperto e cordiale di un paio d’ore prima.
«Mi sono permesso di portarle la cena.» parlando sottovoce, quasi con severità, e indicando con un cenno del capo il vassoio colmo di vivande posato sul tavolino accanto al computer acceso.
Il signor Miles, per la grande sorpresa, balbettò un grazie, accennò una debole protesta, ma venne immediatamente zittito.
«Non si preoccupi, offre la casa» replicò il vecchio, con un tono autoritario che intimorì ulteriormente il signor Miles.
«Non è di questo che mi preoccupo, ma… non l’ho sentita entrare e… »
«Mi ha fatto entrare lei, non se lo ricorda? Ho bussato, lei ha aperto la porta ed io sono entrato. Poi lei si è chiuso immediatamente nel bagno e ho atteso per sincerarmi che tutto fosse a posto. Perciò eccomi qua. Perché si meraviglia tanto? Noi abbiamo cura dei nostri clienti.»
«Non si preoccupi, non abbia timore!» aggiunse poi, rivolgendo uno sguardo molto eloquente verso lo schermo luminoso del computer.
«Dunque, lei ha letto!» protestò, questa volta con una certa veemenza il signor Miles, «Come si permette! Sono cose personali, riservate.»
«Si calmi signore, si calmi!» disse l’intruso senza scomporsi, «Lei è stato perlomeno imprudente, lo ammetta, a scrivere cose tanto compromettenti e pericolose sul suo PC. Sono tempi in cui ci vuole molta cautela per affidare certe confidenze a queste macchine infernali. Una volta scritte lì, in quell’affare, le parole volano, diventano di dominio pubblico e, mi creda, si ritenga fortunato che le abbiamo intercettate noi per primi.», ponendo l’accento ancora su quel, noi.
«Lo so, lo so…» aggiunse con un tono più conciliante, e guardando il volto sconvolto del signor Miles disse:
«Lei è stupito, lei pensava di usare il suo PC come fosse una comune macchina da scrivere, però se lo lasci dire, si sbagliava. E mi lasci spiegare perché questo non sia mai stato possibile, nemmeno ai tempi dei primi computer apparsi sul mercato negli anni ottanta.»
L’ospite inatteso, che in seguito disse di chiamarsi Benelli, affermava inoltre di essere il proprietario non solo di quello, ma di molti altri alberghi sparsi nel mondo.
«Abbiamo letto! Sì, siamo a conoscenza delle sue intenzioni, però crediamo che lei da solo non sia ancora in grado di portare a termine il suo piano e intendiamo darle una mano. Si dia il caso che lei non sia nuovo a questo genere di imprudenze, il suo nome e il suo numero di matricola del PC ci era già noto e…»
Seguì una lunga serie di notizie, d’informazioni inerenti alla sua persona, così dettagliate e così precise da lasciare il povero Miles esterrefatto. Benelli elencava con spregiudicatezza fatti personali e descriveva particolari della sua vita che lui stesso a malapena ricordava e che non poteva confutare.
Benelli asseriva anche di essere a capo di un’importante associazione di livello mondiale, che aveva solo scopi umanitari e di essere in grado di avanzare una proposta molto interessante e vantaggiosa per entrambe le parti.
«La nostra organizzazione…» questo aggiunse, ostentando autorevolezza e competenza. «È in grado di occuparsi e con successo garantito del suo caso e, mi creda, tutto questo in cambio della sua semplice adesione al nostro grande progetto.»
Il Signor Miles si sentiva incapace di reagire. Era attratto dal tono di quella voce tranquilla, sicura, che ribadiva concetti condivisi, che ripeteva le stesse parole che lui non avrebbe mai osato pronunciare, ma aveva nella testa da sempre. Ci si abbandonò come sulla corrente di un fiume lento ma che inesorabilmente trascina.
«…e se teniamo conto che tutto ciò non le costerà nulla, nemmeno un centesimo, lei ne trarrà un grande profitto e giovamento per il resto della sua vita.»
Il Signor Miles si sentiva paralizzato e affascinato dallo sguardo di quell’uomo che aveva parlato ininterrottamente seduto sulla punta del divanetto, tutto proteso in avanti verso il tavolo accanto al PC ancora acceso e sul quale il contratto era stato ripetutamente sfogliato.
Gli occhi di quell’uomo continuavano a fissarlo, sembravano frugargli dentro, ma la cosa più strana era che non trovava quell’insistenza sfacciata e le sue argomentazioni erano di una logica ferrea. Così alla fine, incapace di sollevare ulteriori eccezioni, rassegnato al proprio destino e convinto che quella per lui fosse l’unica cosa giusta e ragionevole da farsi, prese in mano la penna che Benelli gli porgeva e firmò il contratto. In quello stesso istante si sentì liberato dal grande peso che portava nel petto e finalmente poté respirare a pieni polmoni. Anche l’orribile fetore che prima saturava la stanza pareva improvvisamente svanito.
Il Signor Miles quella notte si addormentò stremato ma fiducioso.
«Vedrà, entro ventiquattro ore, tutti i suoi problemi saranno finiti.» Queste erano state le ultime parole che il vecchio Benelli aveva pronunciato prima di uscire dalla stanza, e a lui non restava altro da fare che aspettare.
Quando aprì gli occhi, dopo un sonno agitato da incubi e tormentato da strani dolori per tutto il corpo, era quasi mezzogiorno. Per un attimo pensò di aver fatto un brutto sogno, ma i fogli accanto a PC gli confermarono che quanto avvenuto durante la notte non era frutto della sua fantasia e della sua mente stressata. Ricordava le ultime parole di Benelli, ma non si sentiva per nulla tranquillo, e oltretutto aveva ancora dei dolori molto insoliti, soprattutto sulla fronte e sul fondo schiena. Passò il resto del giorno davanti alla TV con le persiane abbassate, per ripararsi dalla luce che non sopportava e, malgrado avesse mangiato solo i resti della cena e scolato tutte le bevande che aveva trovato nel mini bar, si sentiva rinvigorire col passare delle ore. Verso sera, completamente rinnovato nello spirito e nel corpo, finalmente ricevette la telefonata che attendeva con trepidazione.
Il suo socio in affari, l’amico fraterno, il compagno di una vita… era tragicamente perito in un incidente stradale. Chi lo informava della tragedia era un amico comune, anch’egli molto scosso dal drammatico evento.
«Ma com’è successo?» riuscì a domandare infine Miles, rimasto opportunamente in silenzio.
«Non lo so, non è ancora chiaro. Forse colpa dell’asfalto bagnato, forse della velocità, ma lo scontro è stato frontale e la morte… istantanea.»
Nel silenzio della stanza, il Signor Miles respirava ancora a fatica per l’emozione. Era incredulo, ma doveva ammetterlo: Mister Benelli era stato di parola.
Se ci pensava bene, anche considerando la seccatura di dover fingere dolore davanti alla famiglia, ai parenti e all’osservanza del lutto per un periodo conveniente, la sua vita adesso sarebbe cambiata certamente in meglio. Davanti allo specchio vedeva un uomo ancora molto giovane e vigoroso. Negli occhi aveva una nuova luce e il mento sfuggente sembrava più volitivo, ora che si guardava a testa alta.
I due bernoccoli sulla fronte, come da contratto, si notavano appena sotto i riccioli che sembravano improvvisamente più folti e in quanto alla coda, che nel frattempo era cresciuta di un buon mezzo metro… ebbene, nei pantaloni non si vedeva proprio per nulla.

17 commenti:

  1. Vendere l'anima al diavolo per ottenere soddisfazione o giustizia è l'estrema determinazione di chi è arrivato al limite della resistenza e, certamente, tu fai ben intravedere questo stato d'animo nel racconto, anche senza mettere in dettaglio i motivi.
    Chissà in quanti, al giorno d'oggi, vorrebbero poter fare la stessa scelta in questa Italia disgraziata: certamente in molti. Ci ritroveremmo tutti a dover nascondere corna e coda sotto strampalati vestiari: sai le risate.

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    1. Be', un piccolo scotto per aver venduto l'anima al diavolo bisogna pure pagarlo anche nella vita terrena. Dev'essere ben scomodo sedersi a tavola con la coda sotto le chiappe. Le corna invece in certi casi possono aiutare. Mi viene in mente una barzelletta che non posso riferire qui. Te la racconterò a voce alla prima occasione.

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  2. Il racconto come piace a me.
    Adeguatamente contenuto ( così da non far disperare il lettore ), veloce, con finale a sorpresa.
    Controllato nella forma, coinvolgente e ben calato nella scena.
    Che altro dire?
    Ecco, sarei curioso di sapere quanto tempo ci si impiega a idearlo e stenderlo.
    Chi ha fantasia è padrone del mondo...
    Sid

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    1. Quanto tempo ci vuole a scrivere un racconto come questo?
      Per rispondere alla tua domanda direi che dipende dal momento, dall’estro e da tanti altri fattori che non sto ad elencare perché tu conosci benissimo. In ogni caso qualche giorno e mai qualche ora. Non sono esattamente uno Speedy Gonzales della scrittura. Non possiedo purtroppo il dono di una scrittura facile e spontanea. Non sono capace di scrivere di getto e in modo automatico, al contrario e nonostante i modesti risultati, procedo lentamente e sono pieno di incertezze, di ripensamenti e quando incomincio una storia non ho ben chiara la fine. In conclusione direi che mi ci vogliono alcuni giorni per la stesura definitiva, talvolta anche settimane ma senza accanimento. Tanto il tempo è l’unica cosa che non mi manca. L’importante è divertirsi scrivendo… il resto conta relativamente.


      ps: Tanto per dire. l'imput per questo racconto è stata una frase pronunciata non so bene da chi e che suonava pressapoco così. "Quando scrivi nel pc, stai attento a quello che dici: non sai chi DIAVOLO c'è dall'altra parte del web che ti ascolta. Tutto il resto è contorno.

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  3. Eugenio Gambardella28 aprile 2016 12:37

    Non visitavo da parecchio il tuo sito ( e invece dovrei farlo più spesso ) ed ecco che mi imbatto subito in questo tuo racconto che mi ha incuriosito sin dall'inizio. Poi, questo personaggio, il Benelli, che ha conferito alla narrazione la giusta suspence e quel pizzico di mistero. Ed infine il finale a sorpresa. Non è del tutto chiaro il motivo per cui Miles ha dovuto vendere l'anima al diavolo, ma si può intuire. Ho apprezzato molto questo tuo scritto e concordo con Sid: la fantasia è un qualcosa di cui non si può fare a meno, specialmente quando ci si dedica a questo straordinario esercizio che è la narrativa.

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    1. Caro Eugenio, la fantasia è una gran bella cosa ma senza il talento, nella narrativa soprattutto, serve a ben poco.
      D'accordo che oggi, un buon editor può fare miracoli, tuttavia è sempre l'ideuzza geniale, che conferisce al racconto normale, seppur piacevole, qualcosa di speciale. Non so se dalle tue parti il talento si trovi sulle bancarelle, visto che sono sempre fornite di tutto, ma se hai notizie fresche in merito ti sarei grato se me lo facessi sapere. Insomma io ci terrei ad acquistarne un tot, se non sono chili mi accontenterei anche delle briciole. Grazie per il tempo che mi hai dedicato e un saluto. Ciao

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    2. Ecco, Eugenio, hai ripreso un mio antico cruccio.
      Decenni di arido studio sulle pandette hanno ucciso ogni mio volo di fantasia, rendendomi inabile alla bisogna.
      Con invidia per chi sappia muoversi nell'empireo narrativo alla Carroll, del quale Alice nel paese delle meraviglie è tutto uno scorrere di salti logici, linguistici, fisici e matematici.
      Tale appiattimento letterario mi spinge così a curiosare negli orticelli altrui, nella speranza di un qualche mio sussulto a risveglio dell'encefalogramma piatto.
      Ma non c'è niente da fare, non ho proprio fantasia...
      Sid

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    3. Tsk. Avvocati e diavolo vanno in compagnia da un sacco di tempo ;-). Per esempio: siamo sicuri che sia corretto chiedere la "rescissione" di un contratto di vendita di anima? o sarebbe meglio la "risoluzione" o "l'annullamento" o addirittura la "nullità?". (mi piace scherzare, non farci caso).

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    4. Risoluzione del contratto per avvenuta conciliazione. Mi suona proprio bene. (Anch'io scherzo, per carità)

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  4. Faccio notare che il protagonista non è già più, sin dall'inizio, in paradiso; poi non fa altro che andare avanti, anche senza rendersene bene conto. Certo è che la decisione di accettare è del tutto consapevole e volontaria. Faccio anche notare che, alla fine, il protagonista assume egli stesso un aspetto demoniaco, anche se non immediatamente percepibile all'esterno. Il momento della dannazione, quindi, viene anticipato al momento stesso in cui il patto viene concluso, come dire che è la scelta non etica a determinare la perdita dell'anima, non tanto il contratto in sè.

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  5. Assolutamente vero!
    L'anima al diavolo la puoi vendere anche senza apporre la firma su un contratto, ma questo si può rescindere con la confessione. Basta un pentimento adeguato anche all'ultimo momento della vita terrena. Mentre dal patto sancito materialmente con Lucifero in persona (si fa per dire naturalmente, siamo e restiamo nel campo della letteratura di genere) non si torna indietro. E' definitivo, e all'inferno ci vai di sicuro. In ogni caso, in punta di dottrina e di logica, quello che dici è corretto.

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    1. Una curiosità: il nome "Miles" ha forse a che fare con il musicista? Non tantissimo tempo fa, infatti, mi è capitato di leggere un racconto di Joe R Lansdale - "Ombre e sangue" - in cui si parla appunto di un patto col diavolo stretto da due musicisti, l'uno dei quali è Robert Johnson (infatti c'è una leggenda in proposito, menzionata, al solito, su wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Johnson). Ma insomma, sin dai tempi di Paganini...
      Il racconto, con non poche influenze lovecraftiane, è ambientato nei primi '50 e scritto in stile hard-boiled, uno stile che ben si adatta a questo genere di trame. Sempre a proposito di musicisti, narrativa hard boiled e diavolo, vale la pena di citare "Angel Heart" - da cui il film con De Niro e Rourke, leggermente diverso dal romanzo.

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    2. No, non ha niente a che vedere con il musicista.
      Questo racconto era stato inserito in "CAMERA 213", stampato nel 2011 da Onirica Edizioni. In pratica esce da Poetika.it e forse questa è la prima volta che ne pubblico sul web l'edizione integrale. In origine il protagonista si chiamava O'Shea, che francamente non mi piaceva, ma era stata una scelta della editrice. Miles mi sembrava anche il nome inglese più simile al mio. Mi suonava bene e l'ho cambiato.
      Tu sai che questo non è il mio genere e per carità, per gli appassionati del genere il racconto risulterà anche ingenuo e scontato. Gli elementi come la puzza, e il volo di un moscone sono talmente sfruttati che non ci contavo affatto sulla sorpresa finale. Insomma si capiva subito che a bussare alla porta ci fosse il Satanasso.
      Il racconto che dici tu non lo ricordo, ma andrò a riguardarmelo, mentre per Angel Heart, ricordo che presi una cotta micidiale per quel film. E se ci pensi bene anche il nome di Robert De Niro era abbastanza indicativo Louis Cypher, che nella pronuncia assomiglia molto al nostro Lu Cifer, se non ricordo male. Quando mi ricapita lo rivedo sempre con piacere. Questo è un genere che adoro nel cinema e un po' meno in letteratura, anche per l'horror è così in verità. Con l'Esorcista io mi emoziono ancora oggi e che dire del Nosferatu con Klaus Kinski. Quello mi fa morire per davvero.

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    3. E che dire del nome dell'albergo: "Hotel Paradiso" A pensarci viene da ridere, ma anche quello era un elemento obbligatorio da inserire nel testo. E' ancora in catalogo nella versione Ebook:
      http://www.oniricaedizioni.it/booksheet.aspx?id=36

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  6. E, a proposito di diavoli e avvocati, di cui parlava il buon Sid, cito "L'avvocato del diavolo" con Al Pacino e Keanu Reeves. Lì il demonio si chiamava John Milton - riferimento al poeta de "Il paradiso perduto". Gran scena conclusiva, con un Pacino in gran forma. E a proposito di citazioni ecco cosa Milton (il diavolo) suggerisce al giovane Reeves a proposito della "visibilità" del male : "Un po' meno spocchia figliolo, anche se sei bravo, non se ne devono accorgere che arrivi, sarebbe una gaffe amico mio. Devi mantenere un profilo basso, innocuo, sembrare insignificante, uno stronzetto, emarginato, costantemente nella merda... Guarda me: sottovalutato dal giorno della nascita. Tu non mi crederesti mai un padrone dell'universo, non è vero? Tu hai un'unica debolezza a quanto posso vedere...Ti manca quello che ho io. Per esempio c'è una bella ragazza e ci faccio l'amore, in tutti i modi immaginabili. Dopo di che, lei sta andando nel bagno, ha un'esitazione, si volta, guarda... e vede me. Non ha scopato con un plotone di Marines, solo con me ed ha l'aria di una che si chiede: come cavolo avrà fatto? Con me le donne sorridono come la Gioconda. Sono la sorpresa Kevin. La gente non mi vede arrivare. È questo che ti manca "

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  7. Sìììììììì, è vero. Me lo ricordo !
    Se facessi l'avvocato e fossi giovane come te, credo che anch'io me la ricorderei a memoria questa frase di Al Pacino. Fortissimo. E pensare che non lo amo molto, ma qui era molto credibile. Senti, e come si chiamava quel film dove lui, appena uscito di prigione, si è rimpinzato di Viagra per farsene una come si deve, e poi per porre fine all'erezione mostruosa hanno dovuto portarlo al pronto soccorso? Mi sfugge il titolo. ah...ah...ah...

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  8. mmm.. non so, forse Carlito's way, ma non ne sono sicuro.

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