martedì 12 aprile 2016

Il Giardino delle Mosche (a proposito di prosatori italiani) - (il Post-it di Rubrus)

Per tutta la vita io ho rincorso i sentimenti degli altri.
 Questo sono stato: un inseguitore di sentimenti 
che mi fuggivano, che si davano soltanto agli altri”.
(Andrea Tarabbia – Il Giardino delle Mosche – Ponte alle Grazie editore.)
Due paroline su questo romanzo su cui, mi scuserete, mi dilungo un po', visto che il giovane autore italiano non può godere della notorietà che deriva dall'avere alle spalle i capitali e i mezzi di una grossa casa editrice.
Il romanzo racconta la storia di Andrej Ciktailo, il c.d. “mostro di Rostov” narrata quasi per intero da lui medesimo.
Il libro ha a mio parere due pregi.


In primo luogo riesce ad evitare quella che, dai primi del XX secolo, pare una costante inevitabile, cioè il fascino del mostro.
Sovente, per non dire quasi sempre, il cattivo, l'antagonista, è un personaggio più interessante, più complesso, più completo, più affascinante e, in definitiva, più popolare del “buono”. Da qui alla vera e propria ammirazione il passo è breve. La mia opinione è che il cattivo appare spesso come uomo di potere e il potere attrae consenso, spesso a scapito della morale. Se, per godere, sia pure indirettamente, vicariamente, di tale potere, occorre calpestare o ribellarsi alla morale corrente, tanto peggio, anzi, ben venga: ci si sente, in qualche modo, ancor di più superiori.
Ma non divaghiamo.
Il Cikatilo del romanzo è un mostro, un assassino seriale, ma – in primis – non c'è alcun compiacimento della descrizione delle sue “gesta” che ci vengono descritte quel tanto che basta per provocare disgusto ma che non diventano mai l'oggetto principale della narrazione, le res gestae, appunto; in secundis, Cikatilo ci viene descritto soprattutto come un uomo grigio, del tutto anonimo, piccolo piccolo, un apparatcick del tutto insignificante, pieno di debolezze, piccoli, ridicoli vizi, ansioso di essere visto (e così infatti si presenta, ripetendolo spesso) come un uomo buono, bisognoso di approvazione. In tertiis non c'è nessuna facile eziologia psicologica, direi da psicoterapeuta da bar o parrucchiera; certo, è impotente (impotentia couendi), certo, ha visto e subito i suoi bravi orrori, da giovane, durante l'invasione nazista, ma essi non sono – con troppo facile automatismo liberatorio e assolutorio (“sì lui è così perché gli è successo questo, e quindi si deve capirlo, ma appunto e soprattutto, questo a me, che non ho vissuto nulla del genere, non succederà mai, lui è il mostro, io no”) la ragione unica e sufficiente della sua mostruosità. Solo lui, tra quelli che hanno vissuto simili disavventure, è divenuto “mostro” e la ragione sta nella sostanziale insondabilità del cuore umano.
Il secondo pregio del romanzo è che viene efficacemente rappresentato il collegamento che lo stesso Cikatilo compiva tra la propria vicenda e la storia del comunismo. Forse allo scopo di evitare lo spettacolo della propria miseria, Cikatilo, da un certo momento in poi, si auto-investe della missione di salvatore del comunismo e di normalizzatore, di “giustiziere” di coloro che affermava non essere organici a quel marcescente sistema di cui (nella sua ansia di approvazione) bramava spasmodicamente far parte. Cikatilo fa così e non può non farlo perché solo nell'eguaglianza anonima del sistema comunista la sua mostruosità non si vede. E, in effetti, egli è uguale, come un mostro è uguale a un sistema mostruoso. In questo modo la parabola di Cikatilo diventa la parabola del sistema comunista ormai al crollo, dei suoi incubi e delle sue inquietudini, dei suoi sussulti e rantoli agonici, la presa d'atto dell'inevitabile fallimento dell'abominio, sociale e personale, che, in spregio alla ineliminabile individualità dell'essere umano, mirava ad una eguaglianza di sistema assumendo, come criterio, l'astratto concetto di “classe” invece di quello di “razza”.
E, in definitiva, l'unica e perfetta forma di eguaglianza tra gli uomini è, appunto, l'uguaglianza nella morte

7 commenti:

  1. Se dice anche soltanto la metà di quello che tu sostieni, e non ho motivo di mettere in dubbio la tua brillante interpretazione del testo, anche il lettore più esigente avrà di che compiacersi di questo romanzo. Bella recensione, complimenti.

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  2. Ricordo i titoli dei giornali che parlavano di questi delitti, li associavano ad altri avvenuti in America facendo a gara nel riportarne i numeri confrontando chi ne avesse uccisi di più.
    E' orrendo quello che quest'uomo ha fatto, ha ucciso oltre una cinquantina di bambini e adolescenti di ambo i sessi, abusando di loro e anche mutilandoli orribilmente. Sarà un mio limite, ma francamente non mi sento attratta da queste letture.
    Anch'io da piccola trovavo più bella la matrigna di Biancaneve, però Biancaneve mi era più simpatica e la preferivo.

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  3. Ha il pregio di non essere il solito romanzo sui serial killer. In realtà, più che occuparsi degli omicidi, di cui certo si parla perchè sono accaduti ed ometterli sarebbe mistificazione, ma che non sono il centro della narrazione, Tarabbia si occupa della genesi e della auto-giustificazione che si dà da sè l'assassino. In un certo senso è possibile rinvenire qualche punto di contatto, quanto all'approccio, con Delitto e Castigo.

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  4. Non metto certo in dubbio la validità del romanzo, d'altra parte ne dai una bella sintesi tu stesso quando dici: "Il secondo pregio del romanzo è che viene efficacemente rappresentato il collegamento che lo stesso Cikatilo compiva tra la propria vicenda e la storia del comunismo. Forse allo scopo di evitare lo spettacolo della propria miseria, Cikatilo, da un certo momento in poi, si auto-investe della missione di salvatore del comunismo e di normalizzatore, di “giustiziere” di coloro che affermava non essere organici a quel marcescente sistema di cui (nella sua ansia di approvazione) bramava spasmodicamente far parte."
    E' solo una questione di gusto personale, e magari anche un po' limitato, anche se mi riguarda.

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  5. Certo! Del tutto legittimo! E ci mancherebbe altro che uno non avesse i propri gusti. Insomma, io non ci trovo nulla da ridire se mi si dice "è un libro troppo forte" : lo è. Vuol dire che sono riuscito a spiegarmi bene.

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  6. Quando leggo queste recensioni entro in ansia.
    Perchè sono certo che non avrò mai il tempo per leggerlo, stanti i cento impegni giornalieri.
    Però saprò consigliarlo agli amanti del genere.
    Sid

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  7. Caro Sid, sono solo briciole nel mare del web. In effetti oggi la rete ci mette di fronte tante notizie - molte delle quali del tutto false e/o tendenziose, ma non lo si può sapere prima - che è impossibile star dietro a tutto. Una volta c'erano meno dati da maneggiare ed era più facile, ma, tutto sommato, e a meno che non diventi un'ossessione, penso che sia meglio oggi.

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