martedì 5 aprile 2016

Non si vede la faccia - racconto (Rubrus)


«È cominciato tutto con questa» disse Alex mettendomi la foto sotto il naso.
Ritraeva due persone, un uomo e una donna, che guardavano fisso nel vuoto. Anzi no. Guardavano un punto preciso nel vuoto, ammesso e non concesso che nel vuoto esistano cose come i punti e la precisione. Tuttavia, a sorprendere, era l'intensità del loro sguardo. Una totalizzante, famelica attenzione.
«Dimmi che cosa vedi».

Presi la foto e la scrutai. Era stampata su carta, non la semplice riproduzione di un'immagine digitale, ed era stata alterata ricorrendo ai cari, vecchi trucchi: acidi, bacinelle, emulsioni e chissà cos'altro. Alex era diventato famoso per roba come quella. O meglio. All'inizio era famoso per roba come quella.
«Una macchia» dissi restituendogliela. Con la mano libera indicavo un piccolo segno scuro nel punto in cui le persone guardavano.
«No» disse Alex rifiutandosi di prenderla «Dimmi la prima impressione».
Esitai, poi alzai le spalle con un gesto che avrebbe dovuto significare noncuranza. Mi sembrò di riuscirci abbastanza bene.
«Un buco» dissi.
Annuì, soddisfatto. «So cosa hai pensato prima di rispondere: “Se mento, se ne accorgerà?” e, subito dopo, “Sarà davvero guarito?”. La risposta alla prima domanda è “sì”. E so che non hai mentito. Quanto alla seconda… non ci siamo appena fatti un selfie?».
Era vero. Come era vero che, prima di mettermi in posa senza neanche provare ad assumere un'espressione intelligente (è impossibile non avere una faccia da imbecilli, quando si posa per un selfie) avevo pensato “Mai contraddire un pazzo”. Ok, secondo i medici Alex era guarito. Ma io non ero un medico. E neanche lui.
«Comunque, anche io ho avuto la tua stessa idea» picchiettò dove c'era quel minuscolo punto nero «Non c'è nessun buco, qui. Quindi doveva esserci una macchia. Per questo agii nel modo più logico – allora ci riuscivo ancora – scattai altre foto. Ma niente segni neri».
«Poteva essere un problema dello sviluppo».
«Poteva. Ero bravo, ma non infallibile. Per questo feci altre prove, e poi ancora, e ancora, ma non scoprii nessun errore. A questo punto…».
«...scartate tutte le ipotesi possibili, quella che rimane, per quanto improbabile...». Era il nostro gioco delle citazioni. Molta gente non le sopporta: ha l'impressione che l'altro voglia fare il saccente. Tra Alex e me questo equivoco non si era mai verificato. Lo prendevamo per quello che era: un gioco. O, anche se non ce lo eravamo mai detti, qualcosa di più serio. Un modo per riempire i buchi nelle conversazioni.
«La macchina. Mi seccava. Era la vecchia biottica a soffietto con mirino reflex a pozzetto e... » si interruppe a metà della frase. Non era mai riuscito a trasmettermi la sua passione per la fotografia e se ne era fatto una ragione. Per questo eravamo amici. Oltre che per quella faccenda delle citazioni. «Ci ero affezionato. Era un segno di distinzione. Uno deve pur attaccarsi a qualcosa».
Annuii. All'epoca, il problema con Debora era già avanti, anche se nessuno poteva immaginare quanto. Neanche quelli che credevano di sapere tutto, me compreso.
«Comunque, ancora una volta, agii nel modo più... no, non era il modo più logico. Sostituire la macchina sarebbe stata l'azione più razionale. Però fare qualche altra prova non era poi così da pazzi, no? Come si dice... »
«Spes ultima dea».
«Appunto. Uscii e scattai altre foto. Ritratti, paesaggi… diverse le inquadrature, i campi, le condizioni di luce, di movimento... niente buchi neri».
«Non sembra tanto grave».
Toccò a lui fare spallucce. Ci riuscì meglio di me. «No, infatti. Una foto aveva un difetto e non sapevo dire perché. Le altre no. La vita ci propone misteri ben più inspiegabili. Anche se non riuscivo a liberarmi della stessa impressione che avevi avuto tu: di avere fotografato una minuscola apertura nel tessuto della realtà. Ma, se ci pensi, bene, anche queste… cose… capitano. “Questa colonna ha un buco, vedi, Persefone?”».
«George Seferis». Non citavamo spesso poesie.
«Comunque sia, tornai a casa. C'era anche Debora. Stava sul divano. Voltò la testa, mi salutò appena e tornò a smanettare sul cellulare. Agii d'impulso. Sapevo che la nostra storia era finita, ma, come ho detto, uno deve pur attaccarsi a qualcosa. Così le scattai una foto».
Alex era diventato famoso per quello. Ritraeva persone intente ad osservare i loro smartphone e poi cancellava dalle foto gli apparecchi. Il risultato era che le persone sembravano fissare il vuoto con quella faccia di cui parlavo all'inizio.
Oppure…
Questa colonna ha un buco, vedi Persefone?
«C'era il buco?» chiesi.
Annuì. «Sviluppai la foto la mattina seguente. Avevo passato metà della notte cercando di convincere Debora a restare, ma ero solo riuscito a farla scappare. Mi aveva lasciato una camicia da notte. Avevo sempre pensato che fosse la sua preferita».
«Lo era».
Mi resi conto di essermi irrigidito. Una parte di me, suppongo la parte di cervello che abbiamo in comune con le lucertole, mi rammentò che Alex aveva incendiato dodici negozi di telefonia. Non c'erano state vittime e ciò gli aveva evitato una condanna più grave. Quello, e il fatto di essere completamente pazzo.
«Senti» dissi «non stavamo insieme… allora».
«Quindi se ti chiedessi di farmi vedere i messaggi che vi siete scambiati non avresti obiezioni?».
«Per la miseria, Alex, ero anche suo amico, ricordi?» sbottai. Mi morsi la lingua, ma poi pensai a quello che mi aveva detto prima: “se menti, me ne accorgerò”. Lo conoscevo abbastanza per sapere che era vero. Faceva il fotografo: leggere le facce era parte del suo mestiere.
«Tranquillo. Come ha detto William Blake, è più facile perdonare un nemico, che un amico. Ma io l'ho fatto. E poi...».
«… Il testamento».
«Per questo siamo qui, no?».
Già. Non avremmo ricavato granché perché l'assicurazione sulla vita di Debora non copriva i casi di suicidio, ma era pur sempre una storia da chiudere.
«Sei stato un riempitivo, lo so. Qualcosa per tappare un buco che io avevo lasciato. O che c'era sempre stato. Le colonne che reggono il mondo sono tutte tarlate. Per questo non ci sei riuscito. Non ci siamo riusciti. Per questo ti ho perdonato».
Sospirai. «Tutto quel tempo attaccata a quell'aggeggio. Quando stava con me era peggiorata. Ho cercato di aiutarla, ma non ci sono riuscito. Cyber social addictions. Information overload, net addiction... Come se dare loro un nome inglese aiutasse a guarirle. Magia bianca. Una volta usavano il latino… scusa, Alex non dovrei parlarne proprio a te… ».
«Dopo che Debora se ne fu andata, e dopo che ebbi sviluppato la foto, quella con lei che guardava il… buco… presi la macchina fotografica e corsi al parco. Volevo altre prove… era ancora abbastanza razionale questo? Non lo so. Diavolo, ti sei mai guardato in giro? Sui mezzi pubblici, per strada, al volante, al ristorante… hai visto quante persone stanno incollate a quegli aggeggi? Non si vede più una faccia in giro. Solo teste chine che guardano, guardano...».
Pensai al buco nella colonna di Persefone, all'intensità di quegli sguardi. Quella totalizzante, famelica attenzione. Cercai di scacciare il pensiero, senza riuscirci. «Hai scattato molte foto?» chiesi.
«Neanche una. So che non ami la fotografia, ma lascia che ti spieghi una cosa. Dentro la macchina la foto si forma in modo diverso da come la vediamo. È il meccanismo della camera oscura. L'immagine è capovolta e invertita: è il nostro cervello ad aggiustarla. Anche l'occhio funziona così. E quando ho puntato la biottica a soffietto verso quelli che avevano in mano uno smartphone… ».
«Hai visto...» esitai. Non volevo dire quella parola. Come se pronunciarla potesse creare un tramite con… qualcos'altro. Evocazioni. Magia. Nera, stavolta.
«Ho creduto di vedere. Sono guarito, ricordi? Ero io il pazzo, non tutta quella gente intenta ad osservare un mondo che non è reale. Comunque lo dirò io, se ti fa tanta paura. Un buco. Un foro nel tessuto del mondo. Non è tanto spaventoso, sai? Dopo un po' ci si abitua. Ho visto di peggio, di molto peggio».
«Hai creduto di vedere».
Alzò le mani in segno di resa, come per darmi ragione. «Se vuoi sentire la spiegazione razionale – tutti i pazzi ne hanno una, è questo che li rende pazzi – la mia era che quella vecchia macchina fosse in grado di fotografare cose che, a occhio nudo, non si vedono. Non è tanto strano. Abbiamo dispositivi a infrarosso, a raggi X... forse tutte quelle vecchie biottiche erano fatte così, ma non ce ne sono più in giro. E, usandola, la mia vista si era modificata. Neanche questo è strano. Un sacco di apparecchi crea problemi alla vista. Quanto al buco, quello che ti fa tanta paura...».
Lo interruppi parlandogli sopra. «Quando lo stress per la separazione è diventato intollerabile hai compiuto un transfert sugli smartphone. Debora ci viveva attaccata e tu hai identificato in quegli oggetti la fonte dei tuoi problemi. Via lo smartphone, via tutta la sofferenza per la fine della vostra relazione. “Se mi lasci ti cancello”… ma se cancello la cancellatura sarà come se tu non potessi lasciarmi». Stavo ripetendo la sintesi della perizia psichiatrica, e anche male. Tutto pur di parlar d'altro. Pur di non guardare nei buchi. Soprattutto, pur di non vedere ciò cui Alex aveva accennato. Il“molto peggio”.
«Mi è capitato di pensare che, se Debora avesse fatto come me, se avesse sostituito la sua psicosi con un'altra, forse sarebbe ancora viva. O magari no. Magari non era possibile. Ecco, questo, a volte, mi permette di tirare avanti. “Se c'è rimedio, perché ti preoccupi? E se non c'è rimedio, perché ti preoccupi?”. È un proverbio cinese. Non è un granché come citazione, te lo concedo. Però penso sia vero. Penso a Debora, a tutte quelle persone di cui non si vede la faccia e mi convinco che non c'è difesa contro quei cosi. Tu sai come funzionano?».
«No». Era vero. Sapevo come usare uno smartphone, ma non era la stessa cosa. Era stato un atto di fede nel libretto delle istruzioni. Se ci fosse stato scritto che, per accenderlo, dovevo dire “abracadabra” , non avrei fatto una piega.
«Quando… quando ero malato mi sono documentato un po'. Nessuno lo sa. Particelle che viaggiano alla velocità della luce... e nessuno sa che cosa accada in quelle condizioni... Cristalli liquidi... Lo sai che ci sono cristalli con una struttura tale che non si riesce a comprendere come possano comporre certe geometrie? Come se quelle forme non appartenessero del tutto a questo mondo. Mi dissi che, senza volerlo, senza saperlo, senza nemmeno accorgercene, avevamo creato un varco verso… un altro posto. O ci eravamo resi visibili ad entità che erano sempre state qui, ma senza rendersi conto della nostra esistenza… finora».
«Ho letto il tuo blog. Prima che lo chiudessi, cioè».
«Appartiene al mio “periodo paranoide”. Ogni psicopatico che si rispetti ne attraversa uno. Pensavo di dover avvertire il mondo, o almeno le autorità. Lo slogan è “mi deve credere, dottore!”. Lo avrai sentito in chissà quanti film e, ancora una volta, la citazione non è un granché».
Sorrise, come quando aveva detto che è più facile perdonare un nemico di un amico, e mi chiesi se sarebbe stato meglio se non fossimo stati amici.
«So che cosa stai pensando. “Non nasconderà mica una tanica di benzina da qualche parte?” Tranquillo. Secondo Nicolàs Gomez Davila la forma sublime del disprezzo è il perdono. Non ho mai capito che cosa Debora abbia trovato in te. D'altronde le donne ci amano per i nostri difetti, dice Oscar Wilde, e questa mi sembra meglio».
Deglutii. Forse non era vero che mi aveva perdonato, ma taniche non ne aveva, e questo era vero. «Li… vedi ancora? I… buchi, voglio dire».
«Ho buttato la macchina fotografica. Senza quella non funziona. Debora aveva ragione, con la camicia da notte. Certe cose vanno lasciate indietro».
Si rilassò, tornando ad essere il vecchio Alex. Quello di prima degli incendi ai negozi di telefonia, di prima di Debora e anche di prima delle foto ritoccate. Quello con cui giocavo alle citazioni e che tollerava la mia scarsa passione per la fotografia. A quel punto ne ebbi la certezza. Se avesse mentito, me ne sarei accorto. Non lo aveva fatto.
«Come la nostra amicizia» dissi. Mi resi conto che, per discutere del testamento di Debora, avevamo impiegato una ventina di minuti. Nessuno dei due intendeva impugnarlo, anche se entrambi sapevamo che, negli ultimi tempi, le condizioni mentali di lei erano instabili e, così la questione era stata sepolta. Anche la nostra amicizia era stata sotterrata, ma per parlare delle foto, della follia di Alex, dei buchi nelle colonne e di tutto il resto c'era voluto di più. I funerali devono essere brevi, ma qualche volta non ce la si fa.
Alex prese dalla tasca lo smartphone, lo stesso che aveva usato per il selfie.
«Era una foto ricordo. Non hai idea di quanta gente mi ha detto “non amo farmi fotografare”».
Annuii. Ero uno di loro. Una foto è la prova che il tempo passa e le cose cambiano malgrado tutti i tentativi di auto-illuderci del contrario. Avevo acconsentito al selfie perché, perché… perché è meglio non contraddire i pazzi.
«Ci sono cose che vivono nei buchi di quella che ci ostiniamo a chiamare realtà» disse Alex. «Sono affamate di ciò che buttiamo laggiù e più roba riversiamo in quell'abisso, più la loro fame cresce. Sembrano sagome senza volto perché noi sembriamo così a loro. Credo facciano fatica a distinguerci. Tu sei in grado di dire in che cosa una bistecca è diversa da un'altra, quando ce l'hai nel piatto?». Rise piano, alzandosi. «Mi avevano quasi preso… penso mi diano la caccia perché ho scoperto la loro esistenza… ma ho fatto in modo che prendessero Debora». Agitò lo smartphone, come se facesse “ciao ciao” «E adesso ho fatto in modo che prendano te».
Mise il cellulare in tasca, mi porse la mano e uscì.
Credo di avergliela stretta, ma non ne sono sicuro. È così che succede, con gli estranei.
Da quando se n'è andato non ho fatto altro che chiedermi se, quando aveva detto di avermi perdonato, aveva mentito, e mi sono risposto di no. Penso la consideri una questione di sopravvivenza. Mors tua vita mea, tanto per proseguire con le citazioni.
Mi sono anche domandato quanto Alex fosse pazzo e come avesse potuto ingannare gli psichiatri, ma non mi sono dato una risposta.
Dalla finestra, ho guardato tutti i passanti con uno smartphone in mano. Come lo fissano. L'intensità del loro sguardo. Quella totalizzante, famelica attenzione.
Soprattutto, ho osservato l'ombra appoggiata al muro di fronte. Sembra un ragazzo come tanti, col cappuccio della felpa tirato su. Tiene la testa china su qualcosa che non scorgo e non si muove da ore.
Non si vede la faccia. 

NDA: L'idea delle foto "de-smartphonizzate" non è mia, ma del fotografo Eric Pickersgill. Chi volesse saperne di più può consultare il suo sito:  http://www.ericpickersgill.com/



11 commenti:

  1. Già, si parlava di incomunicabilità, sembra assurdo vero nell'epoca degli smartpgone?
    Molto concettuale, gradevolmente concenttuale il tuo racconto.

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  2. Uno dei sistemi migliori per non parlare con chi è vicino è parlare con qualcuno che è lontano. C'è da rimanere come minimo pensierosi se si pensa a quanto tempo si trascorre su quei marchingegni e subito dopo si legge il pensiero di Pascal che adesso trascrivo: "Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l'ignoranza, hanno risolto, per viver felici, di non pensarci.
    349. Condizione dell'uomo: incostanza, noia, inquietudine.
    350. La nostra natura è nel movimento; il riposo assoluto è la morte.
    351. Nonostante tutte queste miserie, l'uomo vuol essere felice, e vuole soltanto esser felice, e non può non voler esser tale. Ma come fare? per riuscirci, dovrebbe rendersi immortale; siccome non lo può, ha risolto di astenersi dal pensare alla morte.
    352. Noia. Nulla è cosí insopportabile all'uomo come essere in un pieno riposo, senza passioni, senza faccende, senza svaghi, senza occupazione. Egli sente allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. E subito sorgeranno dal fondo della sua anima il tedio, l'umor nero, la tristezza, il cruccio, il dispetto, la disperazione. [...]
    359. Distrazione. La dignità regale non è forse di per sé cosí grande per se stessa da render felice chi la possiede con la sola visione di quel che è? Bisognerà distrarlo da quel pensiero, come la gente comune? Vedo bene che, per render felice un uomo, basta distrarlo dalle sue miserie domestiche e riempire tutti i suoi pensieri della sollecitudine di ballar bene.

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  3. Il divertissement ci porta ad una felicità falsa e apparente, diceva anche Pascal: “Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. E’ grazie ad esso che dobbiamo elevarci, e non solo nello spazio e nel tempo, che non sapremmo riempire. Impegniamoci dunque a pensare bene: ecco il principio della morale”.

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  4. Sin dall’inizio ho trovato delle analogie con il celebre film di Antonioni, Blow-Up. Al regista, se non ricordo male, interessava sperimentare temi quali l'impossibilità per l'uomo e l'artista (fotografi, registi, reporter) di comprendere il mondo, dentro nuovi scenari della modernizzazione. Le mode giovanili di quei tempi, la musica e la contestazione, erano state utilizzate da Antonioni per costruire una testimonianza dei tempi e ambientare l'interno della civiltà contemporanea. Anche nel tuo testo il “giallo” della fotografia, origina le riflessioni filosofiche e teoriche che alla fine sono il succo di questo testo ricco di significato e che meriterebbe molte e approfondite discussioni. Sul tema dell’incomunicabilità sono stati scritti fiumi di parole e temo che si continuerà ad interpretare “buchi neri” anche quando la tecnologia ci offrirà strumenti ancora più sofisticati degli smart. Cambiano gli scenari ma l’uomo moderno, perlomeno nel suo pensiero e nelle sue espressioni principali, non mi pare che abbia fatto grandi progressi. In fondo dopo qualche millennio, siamo ancora qui a parlare delle stesse cose.

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  5. Infatti il punto è che "reifichiamo" nella tecnologia le nostre assenze e le nostre imperfezioni finendo invece, e proprio per questa ragione, per esserne preda perchè (e qui cito "Fight Club") le cose che possiedi alla fine ti possiedono - che sarebbe poi il concetto fondamentale anche della Trilogia dell'Anello di Tolkien.

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  6. Devo esser sincero: non ci ho capito una mazza...
    Forse perchè sono tutto acqua e sapone, forse perchè ho dei limiti letterari...
    Fatto sta che mi pare si parli della solitudine e della follia che alberga in tutti noi.
    Il mezzo tecnologico, anzichè esser demonizzato, ci aiuta a tener lontano quell'umanità che tanto ci delude, escludendola al momento opportuno con un semplice clic.
    Chini sempre più sul video smart impugnato: d'altronde perchè
    dovremmo guardarci attorno: hanno tutti una faccia spiritata, peggio se aprono bocca...
    Sid

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  7. E già che ci sono: che c'entra quel benedetto buco in fotografia?
    E poi perchè impugnare il testamento?
    Evidentemente non ne sono venuto a capo...
    Sid

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  8. Sid... magari, se ti stacchi dal computer, o dal tablet, o quel che è lo capisci meglio :-).
    In realtà il cuore del racconto lo hai compreso. Parla della solitudine e della follia che albergano in tutti noi - e la tecnologia potenzia questa follia e questa solitudine proprio come potenzia tutte le nostre caratteristiche positive e negative.
    Credere che si possa escludere l'umanità con un clic è fare come un bambino che trattiene il fiato perchè la mamma non gli dà un'altra fetta di torta. Ci sono poi altri livelli di lettura, ma non è indispensabile coglierli.
    Più il mezzo tecnologico è intelligente, meno intelligente diventa chi lo usa.
    Se i social invece di potenziare la socialità potenziano la solitudine vuol dire che non solo non servono a quello per cui sarebbero stati concepiti, ma addirittura producono l'effetto opposto. Si suppone che solo un idiota non lo capisca, eppure...

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    1. Mah,io della tecnologia odierna sono debitore.
      Non solo perchè grazie ad essa sono ancora vivo, ma perchè oggi so più cose che in passato.
      La solitudine e la follia c'erano anche prima: il mezzo informatico non ha fatto che riprenderle sotto altra forma e visibilità.
      Dubito di essere diventato meno intelligente d'un tempo, ma certamente più abile, veloce, recettivo, intuitivo, ecc. che non ai tempi di carta, penna e calamaio.
      No, caro Rubrus, non mi convinci: io il cuore del sapere e della conoscenza lo butto oltre l'ostacolo del < prima si stava meglio >.
      Fraternamente, Sid.

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  9. Siamo sicuramente più informati sugli amorazzi della starlette di turno, questo sì - basta vedere che cosa viene cercato e condiviso in rete - e sicuramente il fessacchiotto che prima faceva ridere gli avventori dell'osteria, adesso ha una platea molto più vasta in cui c'è magari qualcuno, ancora più fesso di lui, che gli crede. Secondo me il valore del virtuale è mostruosamente sopravvalutato. Mi interessa molto di più una notizia come questa - io la condividerei: http://www.qualenergia.it/articoli/20160420-energia-elettrica-dalle-finestre-grazie-ai-moduli-fotovoltaici-grafene

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  10. Hai perfettamente ragione Rubrus, questa notizia merita una diffusione su larga scala. Cominciamo noi a diffonderla, è veramente meritevole di attenzione.

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