martedì 31 maggio 2016

Il piano inclinato - Rubrus - racconto



Non era successo.
Giampiero Galli si sdraiò sul letto, incrociò le mani dietro la testa e guardò il soffitto.
«Non è successo» ripeté a voce alta.
Era un tentativo di darsi coraggio, ma riuscì solo a sentirsi ancor più a disagio. Strano. O forse no. Forse esprimere una negazione finiva soltanto per affermare la realtà del fatto che si voleva negare. Non c’era modo di esprimere il nulla: il fatto stesso di nominarlo, lo faceva in qualche modo esistere.
Quella sera era sul filosofico, constatò girandosi su un fianco.
E comunque, in qualche modo, qualcosa era successo.
La Maradei l’aveva chiamato alla lavagna. I leoni sentono quale gazzella è più debole e i professori percepiscono quando l’allievo è impreparato. Ma il bello era che, quella mattina, lui, Giampiero Galli,  credeva di essere preparato. Almeno fino a quel momento.
Nei primi minuti sembrava che tutto andasse liscio. La Maradei gli aveva chiesto di calcolare il moto di un corpo su un piano inclinato senza attrito e lui aveva disegnato il piano, le frecce, i vettori, le forze in gioco… e poi era successo.
Non avrebbe saputo dire come, ma, quando si era trovato a dover rappresentare la risultante delle forze, la freccia che la indicava si era trovata a dirigersi (necessariamente – gli suggerì una voce interiore – in base ai tuoi calcoli quello era l’unico moto possibile) a perpendicolo rispetto al piano. Insomma il corpo, nel suo grafico, a metà della corsa  prendeva il volo e si perdeva… nell’infinito.
Carminati, in prima fila, era scoppiato a ridere ed aveva dato una manata sul banco.  Senza volerlo, aveva colpito una biro e quella era schizzata via colpendo la finestra con un click plastico.
Questo era quanto era successo.
Perché quello che Giampiero aveva visto – che molti avevano visto, sospettava – era la biro che scivolava lungo il banco (inclinato, sì: era un vecchio banco con una gamba più corta delle altre), rotolava verso il bordo… e a un certo punto schizzava via.
Erano seguiti alcuni secondi di silenzio e Giampiero ne aveva approfittato per cancellare il vettore ribelle e sostituirlo con un secondo, sghembo e sbavato.
Era stato veloce, ma non abbastanza. La Maradei gli aveva rivolto un’occhiata di stizzita commiserazione… in apparenza. Il reale sentimento dell’insegnante – quello che lui aveva percepito con un istinto uguale a quello della famosa gazzella  – era sadico divertimento misto a disprezzo.
Il resto dell’interrogazione era proseguito con Giampiero che si profondeva in generici farfugliamenti e la Maradei che lo trafiggeva con domande fitte e pungenti come aculei di un riccio.
Alla fine, dopo avergli chiesto qualcosa che aveva a che fare con lo zero e l’infinito, l’insegnante  lo aveva rispedito al posto, mentre la classe gli riservava uno sguardo simile a quello che, probabilmente, gli orsi polari avevano riservato al Titanic mentre affondava. Nulla di straordinario: succedeva spesso e non era questo a turbarlo.  
Era un’altra la sensazione che inquietava Giampiero Galli: la convinzione che i suoi calcoli fossero giusti. Che davvero il vettore non potesse, non dovesse far altro che volare via nel vuoto, e il corpo con esso.
Si girò sull’altro fianco, trascinandosi dietro una considerevole quantità di coperte.
E non esistevano le geometrie non euclidee, forse? Mondi matematici in cui i postulati di Euclide andavano a farsi benedire, in cui esistono più rette aventi una perpendicolare comune o non esistono affatto rette? E con ciò? La fisica dell’ultimo secolo non aveva dimostrato che la fisica classica andava bene finché noi decidevamo che poteva andar bene? Gli scienziati, con buona pace degli scientisti, avevano dimostrato che l’universo era un posto molto più strano ed incomprensibile di quanto mai noi saremo in grado di concepire.
Si alzò dal letto, consapevole dell’inutilità di ogni tentativo di rilassarsi e si affacciò alla finestra – in realtà un abbaino ricavato in una mansarda.
L’universo, già.
Solo il 4% della materia e dell’energia che lo compongono sono osservabili, aveva letto o sentito da qualche parte. Il resto è composto da materia oscura – della quale sappiamo che esiste e che, in qualche modo, interagisce con la realtà osservabile – e di energia oscura – della quale sappiamo che esiste e basta.  
Ispirò l’aria fresca della notte  e guardò i lampioni, giù in strada, oltre la falda inclinata del tetto.
Abbiamo dimenticato il buio pensò. O meglio, abbiamo cercato di dimenticarlo. Forse non abbiamo riempito le città di luci per vedere meglio, ma per vedere meno. Per non cogliere l’oscurità nella quale siamo immersi. Ma l’oscurità esiste. E ci avvolge.
Sorrise. Per quel che sappiamo dell’universo non dovremmo stupirci poi troppo se, un giorno, un corpo si stufasse di scivolare su un piano inclinato e volasse nell'immensità. E non potrebbero esserci, forse, infiniti universi?
Lo colse di nuovo quella sensazione di inquietudine, mista, stavolta, ad uno strano senso di esultanza.
Carminati aveva colpito la biro sul banco e quella era volata via. Lui aveva approfittato del trambusto per cancellare il vettore perpendicolare al piano e quella, dopo aver colpito la finestra, era caduta a terra.
Già.
Ma se lui non avesse cancellato il vettore? Se non si fosse fatto spaventare dall'idea che era sbagliato? Se avesse continuato a far sì che quello che tutti avevano visto (ne era convinto, ora) avesse continuato a succedere? Se fosse solo una questione di volontà? Una questione di fede? 
Alzò di nuovo lo sguardo verso il cielo stellato. Sembrava quieto e fisso, ma Giampiero sapeva che stelle e galassie si allontanano l’una dall'altra, disperdendosi nel buio e nel freddo. L’infinito. Appunto.
Quanto faceva infinito per zero?
Giampiero Galli andò alla scrivania, prese carta e penna e tracciò quella specie di “otto” orizzontale  che è il simbolo dell’infinito, poi tornò alla finestra.
«Infinito per zero» disse a voce alta scrivendo il segno del “per”, dello zero e del “uguale” dopo quello dell’infinito.
A volte si sentiva dire che si trattava di una moltiplicazione il cui risultato era zero, come un match in cui lo zero (uno zero come lui era per la Maradei e per Carminati e per chissà quanti altri) metteva al tappeto l’infinito, …. ma era una risposta sbagliata.
La domanda non aveva senso (se lo ricordava e se lo ricordava soltanto adesso, maledizione!)  perché l’infinito non è un numero, ma un limite; infinito per zero era una forma indeterminata e avrebbe potuto dare qualunque risultato. E allora, forse, era solo una questione di volontà e di fede.
Giampiero Galli tracciò il segno dopo l’uguale e guardò oltre le luci dei lampioni, scrutando il buio della notte.
Attese un istante, poi spiccò un balzo, scivolò lungo il tetto e volò via, là dove l’Universo si espande creando lo spazio ed il tempo nella sua lotta col nulla, per vedere come sarebbe andata a finire.    


3 commenti:

  1. Urca, intrigante questo racconto. Ben condotto, con la giusta ironia e con un finale sorprendente. Hai messo un sacco di carne sul fuoco, abbastanza da sviluppare discorsi e ragionamenti filosofici che coinvolgono la fisica, la metafisica e chissà quante altre cose ancora. Argomentini molto stimolanti, sui quali prudentemente evito di pronunciarmi, per il timore fondato di dire cavolate.
    Non dev’essere stato semplicissimo rendere la cosa comprensibile a tutti, anche a quelli che non hanno molta dimestichezza con i principi basilari di meccanica, ma devo dire che tu sei riuscito splendidamente nella non facilissima impresa. Tuttavia, giusto per rompere un po’ le scatole, credo d’aver capito che al povero Galli si chiedeva in buona sostanza di mettere le freccette delle forze in modo corretto, pertanto sostituirei questa frase: “calcolare il moto di un corpo su un piano inclinato senza attrito
    Con questa che mi sembra forse più adatta alla circostanza.
    Calcolare (indicare, forse ancora meglio) il valore delle forze in gioco su un piano inclinato senza attrito.
    E hai fatto bene a precisare “senza attrito”, altrimenti quella freccia che schizza verso il cielo avrebbe potuto indicare la resistenza del corpo allo scivolamento sul piano inclinato, che di solito si indica con la “n” e dipende da tanti fattori, sui quali è meglio sorvolare.
    Piaciuto assai assai.

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  2. Che può dire un semplice umanista trascinato nel vortice scientifico-matematico del racconto?
    Ben poco, o nulla credo.
    Tra i sorrisetti sarcastici dell'Autore, provocatorio nei confronti dei due terzi di lettori che non sanno capacitarsene.
    E certo, la ridda geometrico-aritmetica suscita sempre un certo impaccio nei non addetti ai lavori.
    I quali hanno però nel sacco una sorta di rivalsa.
    Tanti, sen non proprio tutti, questi matematici sono degli spostati, talora fino al limite della follia.
    Vedasi Nash tra i capifila...
    Sono menti dedicate per nascita all'inseguimento di numeri ballerini, che solo loro vedono o intuiscono comporsi e scomporsi nei mille modi inusitati della scienza.
    Io ci ho un affine, ingegnere a 23 anni, che invidiavo, brillante ai tempi, che ora si trascina imbelle tra gli scempi della schizofrenia.
    Forse meglio gli umanisti, chissà.
    Certo che il povero Giampiero non ce l'ha fatta nemmeno lui!
    Ottima penna, Siddharta.

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  3. @Franco. Hai ragione: meglio "indicare". Pensa che tutto è nato da una variazione su un episodio accadutomi.
    @Sid. Vero, molti matematici hanno delle patologie mentali - o almeno, noi le consideriamo tali, chissà, forse perché non li capiamo bene. Comunque pensa che quella roba lì (dalla questione ontologica alla meccanica del piano inclinato) la studiavamo al liceo. E, quanto alla fisica, io ho fatto il classico, quindi non era neanche quella più avanzata. In ogni caso, credo che - per fortuna - la divisione tra umanisti e scientisti sia in via di superamento, anche se resta tantissima strada da fare.

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