martedì 3 maggio 2016

P.D.E - racconto - Rubrus

Avevo assunto le mie brave informazioni sulle NDE (Near Death Experience) o “esperienze di premorte”, come anche si chiamano, perciò non fui molto sorpreso quando mi apparve il solito tunnel di luce.
Ammetto che, invece, ero abbastanza preoccupato di quello che avrei trovato dopo. C’è una percentuale (piuttosto ridotta, ma c’è) di gente che racconta di visioni angoscianti di là da ogni immaginazione… e io non avevo nessuna voglia di incrementarla.
Quello che trovai davvero, invece, mi sorprese completamente.

Se non fosse stato per la situazione in cui mi trovavo, lo avrei detto un posto del tutto normale.
Niente prati verdi che si stendevano a perdita d’occhio, niente musiche celestiali, niente fantasmagorie di luci indescrivibili e, per fortuna, niente baratri tenebrosi o caverne fiammeggianti.
Sembrava, in ogni particolare, una sala d’aspetto.
Tutti ne avete viste e tutte si assomigliano.
C’era la solita poltrona afflitta da anni di natiche di ogni peso, genere e forma, il solito tavolino che, nonostante l’impiallacciatura che andava cedendo qua e là, cercava di mantenere un aspetto dignitoso e le solite riviste bisunte e piene di orecchie che sembravano più antiche di un papiro egizio. Un po’ anacronistico, accanto al bracciolo destro della poltrona, si trovava un posacenere a stelo. Da molti anni, nelle sale d’attesa di tutto il mondo, è vietato fumare perché si sa che le sigarette provocano il cancro, ma, d’altro canto, quello era un problema che, lì, ci si doveva essere lasciati alle spalle.
Mi sedetti e, a questo punto (non c’era una gran luce, a dire il vero; se da qualche parte c’era una lampadina doveva essere del vecchio tipo col filamento di tungsteno e sicuramente aveva bisogno di una bella ripulita) vidi il telefono appeso al muro.
Posai sul tavolo la rivista che avevo preso in mano senza accorgermene (era stato un gesto automatico, ma non è naturale in una sala d’aspetto?) e mi ci avvicinai.
Era ancora del vecchio tipo a disco (era un pezzo che non ne vedevo e, non so come, ebbi l’assoluta certezza che l’amministrazione, qualunque fosse, avesse deciso di risparmiare sulle spese), ma l’etichetta adesiva che c’era appiccicata sopra era inequivocabile: si trattava di un numero verde.
Non mi ci volle molto a notare che i numeri corrispondevano alla mia data di nascita e (be', potevo esserne ragionevolmente sicuro) alla mia data di morte.
Questo fatto, in qualche modo, mi riportò nella giusta prospettiva e confesso che il dito mi tremava un po’, mentre lo componevo.
La voce che mi rispose fu quella che ci si aspetta di sentire da un numero verde (ho sempre avuto la curiosità di conoscere i volti delle voci registrate, voi no?) e anche il messaggio non fu per niente sorprendente: “avete raggiunto la numerazione desiderata, si prega di attendere per non perdere la priorità acquisita”. Non c’era neanche la musichetta.
Non so quanto tempo rimasi lì in piedi con la cornetta in mano come un imbecille, ma si sa che nelle sale d’aspetto il tempo sembra non passare mai e quella non faceva eccezione.
Tambureggiando coi piedi e sbuffando – diamine, se davvero ero morto (ed ero convinto di esserlo) mi ero abituato all’idea con straordinaria rapidità – mi guardai intorno e, a questo punto, notai la porta alla mia destra.
Sbattei la cornetta sulla forcella (i telefoni di una volta mi sono sempre sembrati più resistenti, quindi, tutto sommato, la scelta dell’amministrazione non era poi così discutibile) e mi ci diressi.
Era socchiusa, come mi aspettavo, ma, mentre l’aprivo, devo dire che non credevo più molto nella possibilità che, dietro, ci fosse il buon vecchio San Pietro col mazzo di chiavi – o anche il Buddha che girava la ruota del karma, se è per questo.
Infatti, mi trovai in un corridoio in ristrutturazione.
Avanzai con cautela tra i bidoni di vernice, i pennelli a rullo e le scale a pioli, cercando di non macchiarmi i pantaloni (non ero sicuro di trovare una tintoria nelle vicinanze) e non notai subito il tizio che stava venendomi incontro con passo efficiente, ma non troppo ansioso.
Indossava un paio di jeans, una camicia a righe con le maniche rimboccate ed una cravatta scozzese col nodo allentato.
«Ah, lei è uno di quei tipi impazienti» disse vedendomi.
Sorrisi educatamente e allungai la mano. Supponevo, a questo punto, che le buone maniere, da quelle parti, non fossero molto diverse da quelle che conoscevo, ma omisi di presentarmi… e che diamine, un minimo di paranormale ci doveva essere, no?
Lui  parve non farci caso e ricambiò la stretta, approfittandone per accompagnarmi lungo il corridoio. Notai che, camminando, metteva i piedi sui giornali appoggiati sul pavimento.
«Venga, venga» disse «siamo quasi arrivati».
Raggiungemmo una seconda porta, che puzzava indiscutibilmente di vernice fresca, e ci trovammo in un ampio salone dove regnava un moderato attivismo.
Alcune persone camminavano a passo svelto qua e là, altre erano radunate accanto ad una macchinetta del caffè (e sentii distintamente uno di loro sostenere che l’espresso faceva schifo), uno stava portando una poltrona a rotelle, alquanto sbilenca, in un angolo e tutti gli altri erano affaccendati su dei computer, per lo più del modello a tubo catodico. La maggior parte digitava freneticamente sulla tastiera, mentre alcuni sembravano osservare tranquillamente lo schermo.
Se mi notarono, non lo diedero a vedere, ma avevo lavorato in abbastanza uffici per sapere che non è buona educazione assieparsi attorno al nuovo arrivato come se fosse una specie di curioso, strano animale.
A questo punto non ne potei più e mi rivolsi al mio… e come diavolo dovevo chiamarlo, Virgilio?.
«Che cos’è questo posto? – chiesi con una voce più tremante di quanto mi sarebbe piaciuto ammettere – il Purgatorio? Il Limbo? Cosa.. ».
Lui alzò le spalle e le palme delle mani con aria rassegnata, ma non troppo.
«Oh, non saprei esattamente – disse – negli ultimi tempi anche gli esperti hanno le idee piuttosto confuse, in proposito». Girò appena lo sguardo intorno e fece di nuovo spallucce. «In mancanza di meglio, direi che è una specie di internet point».
La mia espressione dovette essere più eloquente del mio stentato balbettio.
«Perché no? – riprese – in fondo che cos’è il pensiero? Un insieme di impulsi elettrochimici e, dopotutto, anche la rete è qualcosa di non molto diverso. Quanto all’anima…» fece di nuovo spallucce. «Andiamo, andiamo» soggiunse battendomi una mano sulla spalla e accompagnandomi a quello che individuai subito come il mio posto.
«Sa – proseguì con fare più amichevole e forse appena (ma solo un tantino) più pensieroso – c’è gente che ha trovato in tutto questo una specie di ragione di vita… se si può usare quest’espressione. Insomma… si incontra di tutto, nella rete e, alle volte, può persino capitare di essere utili al prossimo. Ogni tanto – disse dopo una breve pausa accennando di sfuggita al corridoio dietro di noi – capita persino che quel telefono si metta a suonare».
Mi fece sedere su una poltrona ergonomica in panno verde il cui cigolio era senz’altro reale. Il computer davanti a me era un modello piuttosto vecchio, come minimo di cinque anni.
«Avanti – mi spronò – cominci a pensare a qualche nick. All’inizio avrà ancora bisogno della tastiera, ma prima o poi scoprirà di poterne fare a meno. Io intanto torno alla mia chat».
Rimasi imbambolato per parecchi secondi davanti allo schermo.
«Post Death Experience – mormorai – o PDE, visto che oggi vanno tutti matti per gli acronimi inglesi».
Mi connessi al primo sito in cui m’imbattei.

In fondo, era un modo come un altro per ammazzare il tempo. 

9 commenti:

  1. L'inferno in Paradiso. O eri precipitato proprio all'inferno? Bè, un'originale visione dell'Aldilà; potrebbe essere, oramai non ci meravigliamo più di niente.
    Ben godibile il racconto.

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  2. Be', direi che non ti puoi lamentare poteva andarti anche molto peggio. Io ci metterei la firma.
    Chi non ha provato almeno una volta nella vita,ad immaginare il nostro viaggio nell'aldilà alzi la mano.
    Un racconto che potrebbe essere un ottimo spunto per qualcosa di più lungo e articolato. Perchè no?
    In ogni caso molto simpatico il racconto, mi è piaciuto.

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  3. Più che altro una sala d'attesa con sala ricreazione accanto. In realtà l'idea (che è di sei anni fa) mi è venuta leggendo un racconto di Dan Simmons (citato, ma non raccontato, per fortuna, qui: http://arcaniearcani.blogspot.it/2016/02/vanni-fucci-e-vivo-e-abita-allinferno.html). Io ne ho tratto una versione un po' meno inquietante, una volta tanto. Testo più lungo non credo anche perchè presuppone o richiede la costruzione di un al di là più o meno immaginario, tema ad alto rischio noia, se non si è Dante Alighieri o John Milton.

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  4. Quelli dell'oggi sono momenti di grande confusione anche per i protagonisti del PDE.
    Per i cattolici il limbo è stato da tempo defenestrato a favore del terzo genere, dei preti dalla dolce vita, del capitale signore in terra, ecc.
    Gli ebrei e i musulmani da sempre sono privati dell'inferno.
    L'Oriente viaggia per conto proprio.
    L'Italietta al solito tecnologicamente in ritardo e in continua ristrutturazione politico-economico-sociale.
    E luogo ideale se approdo post mortem, incerto e provvisorio, in attesa di definitiva sistemazione.
    Il racconto racchiude tutti i luoghi comuni correnti, a mò di specchio impietoso.
    L'input di sei anni fa a narrare forse da un pensiero cinico quotidiano alquanto recente.
    Su tutto comunque la spada di Damocle: una volta sepolti, inceneriti, dispersi nessuno è mai tornato a raccontare.
    Qualche speranza forse dalla < criogenetica >, sempre che taluno si ricordi di scongelarci...
    Ma comunque per noi sarà ormai sempre troppo tardi.
    Molto bene, Siddharta.

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  5. Sì caro Sid, ho ripescato il racconto dopo aver letto quello del padrone di casa e il tuo post. In realtà mi risulta che gli ebrei abbiano il loro inferno (Sheol) anche come luogo di castigo (Gehenna), come pure gli islamici - anzi, pare che lo concepiscano a "gironi" e che Dante sia loro debitore di qualcosa. Induisti e Buddisti, di inferni, detti Takara, mi pare ne abbiano addirittura venti, divisi in caldi e freddi. L'idea del racconto, in ogni caso, è proprio quella che hai colto e cioè che una certa confusione "di qua" determini altrettanta confusione "di là"; in altri termini che il modo in cui noi pensiamo qui l'al di là determina la natura del mondo dopo la morte ed il nostro destino in esso. Questa ipotesi dà anche una sfumatura diversa alla teoria del contrappasso. Più che una divinità come una specie di Corte di Cassazione ultraterrena, insomma, trovo convincente una visione nella quale il nucleo più autentico del nostro "oggi" diventa "eterno". Quindi, se, durante la vita terrena, abbiamo vissuto essenzialmente nel bene, nell'al di là quel bene si protrarrà per l'eternità... e viceversa, nelle varie gradazioni e sfumature. Vabbè, ma sono solo ipotesi "tanto per". Sull'ibernazione ricordo un racconto non so se di Rodari o Buzzati.

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  6. Certamente ho troppo semplificato.
    Per il ricercatore Biglino non esistono diavoli, inferno e paradisi biblici.
    Per il filosofo Serafino Massoni, i Testimoni di Geova, i buddisti ed ebrei niente inferno.
    Un altro capoccione contesta l'inferno islamico.
    Boh, su queste tesi mi sono appiattito per pigrizia mentale e perchè mi piacciono assai per il mio rifiuto del metafisico.
    Sid

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  7. E io che pensavo che il riferimento fosse al web come bolgia infernale per taluni e il paradiso in terra per altri.

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  8. Sid: no, i buddisti l'inferno ce l'hanno, eccome http://www.sgi-italia.org/approfondimenti/DieciMondi.php. " n ordine dal più basso e negativo verso il più alto e desiderabile, troviamo: Inferno, una condizione di disperazione nella quale si è completamente sopraffatti dalla sofferenza; Avidità, lo stato in cui si è dominati dal desiderio illusorio che non potrà mai venire definitivamente appagato; Animalità, una condizione basata sugli istinti; Collera, stato caratterizzato dal bisogno irrefrenabile di prevaricare e dominare gli altri, convinti della propria bontà e saggezza. Questi quattro mondi vengono definiti i Quattro cattivi sentieri per la distruttiva negatività che li contraddistingue". Naturalmente non è perfettamente sovrapponibile all'inferno cristiano, ma sarebbe impossibile. E' piuttosto legato all'idea di inferno "Tankara" degli induisti. Gli islamici hanno l'inferno ( Chi vuole una religione diversa dall'Islam, il suo culto non sarà accettato e nell'altra vita sarà tra i perdenti. (Corano, 3:85) e pure il diavolo, che chiamano Iblis. Gli ebrei hanno idee un po' meno univoche, in un primo tempo l'al di là era semplicemente lo Sheol, la tenebrosa terra dei morti simile all'Ade della classicità. Poi si è diffuso il concetto di Gehenna dove (cito dal vangelo) "è pianto e stridore di denti" e si finisce essenzialmente per colpa (v. la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone). Nelle religioni della classicità il rapporto era più o meno invertito: tutti dopo la morte finivano in una terra cupa e di dolore (basta leggere l'Odissea) tranne - ma il concetto si afferma dopo - gli eroi, destinati ai Campi Elisi. Qualcosa di simile al Valhalla dei popoli nordici. Per una rapida "panoramica" v. http://www.cmseritti.altervista.org/index_file/Page1276.htm
    Insomma, non solo tutte queste religioni hanno un al di là, ma la stessa concezione di al di là varia, all'interno della stessa religione, secondo tempi, luoghi e correnti (per esempio, Ortodossi e Protestanti non credono nel Purgatorio). Mi sa che quel filosofo, se dice così, si era documentato decisamente male. O forse aveva l'encefalogramma piatto. Meglio non appiattirsi ancora.
    Sui testimoni di Geova, onestamente, non saprei.

    @Serenella. Non scrivo mai o quasi mai per metafore. Al massimo le uso come artificio retorico stilistico, ma mai come veicolo per il senso.

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  9. I prodotti di qualità sono sempre al primo posto, quando si parla di scelta giusta. Scegli anche tu posacenere da scrivania. Vai su http://www.vitalbios.com/A/MTQ2NzE4OTg5MSwxMDAwMDA1LHBvc2FjZW5lcmUtZGEtc2NyaXZhbmlhLTY5ODMuaHRtbCwyMDE2MDcyNyxvaw==

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