lunedì 13 giugno 2016

Sul sentiero di Guerra - Charles Hamilton - (Serenella Tozzi)


Dal 1850, gli indiani che non volevano saperne della civiltà dei bianchi e che non intendevano lasciarsi chiudere come mandrie dentro i confini delle riserve, si prepararono per quella che si sarebbe poi dimostrata l'ultima lotta. Nel Montana e nel Dakota, sulle grandi praterie e nei deserti del Nuovo Messico e dell'Arizona, misero a repentaglio vita e speranze per affrontare la potenza militare degli Stati Uniti.

Gli indiani avrebbero voluto la pace, ma gli emigranti invasero i loro territori di caccia dirigendosi in massa verso l'oro della California. Quando i convogli di carri coperti si mossero sferragliando verso l'Ovest, e dopo che gli indiani ebbero viste inascoltate le loro proteste, bande di guerrieri infuriati cominciarono ad attaccare i convogli stessi.
Reparti dell'esercito furono inviati a domare gli indiani e le grandi tribù delle praterie - i Cheyenne, i Sioux e i Comanche - che combatterono disperatamente per difendere la loro vita e i loro costumi. 

L'ironia volle che essi non fossero sconfitti dall'esercito americano, ma dai cacciatori bianchi che decimarono spietatamente il bufalo, di cui prendevano la pelle lasciando le carcasse a putrefarsi nelle praterie.
Privati della loro sussistenza anche gli indiani che avevano giurato di cadere con l'arco in mano, si rassegnarono a entrare nelle riserve, allo scopo di evitare alle loro donne e ai bambini la morte per fame.
Alce Nera, Toro Seduto, Capo Giuseppe, Geronimo, Orso in Piedi, sono testimoni di una sconfitta ben più profonda di una resa militare, nei loro discorsi (trascritti e arrivati fino a noi) parlano di un popolo che non c'è più, che ha perduto le sue certezze, che è stato privato della possibilità di conservare la sua identità.



Discorso di Capo Giuseppe dei Nez Perces (valoroso capo dei Nasi Forati, tribù delle Montagne Rocciose)

"Non riesco a capire per quale ragione niente vien fatto a favore del mio popolo. Ho inteso parole e parole, ma nessuno muove un dito. La buone parole non hanno lunga vita, ammenoché non portino a qualcosa di concreto. Le parole non mi ripagano per la mia gente morta. Non mi ripagano per la mia terra, che ora gli uomini bianchi hanno invasa. Le parole non proteggono la tomba di mio padre. Le parole non mi ripagano dei miei cavalli e delle mie mandrie. Le buone parole non mi ridaranno i miei figli. Le buon parole non porteranno la salute alla mia gente, non impediranno loro di morire. Le buone parole non procureranno una casa alla mia gente, dove vivere in pace e aver cura di sé.
Io sono stanco di discorsi che non portano a niente di concreto. Mi fa male al cuore quando mi ricordo di tutte le buone parole che sono state dette e di tutte le promesse che sono state infrante. Ci sono state troppe parole da parte di uomini che non avevano il diritto di parlare. Troppe bugie sono state dette. Troppi preconcetti l'uomo bianco si è fatto nei riguardi degli indiani.
Trattate tutti gli uomini allo stesso modo. Date a tutti la stessa legge. Offrite a tutti le stesse possibilità di vivere e di crescere. Tutti gli uomini sono stati creati dallo stesso capo Grande Spirito. Essi sono tutti fratelli. La terra è la madre di tutti, e tutti devono avere uguali diritti sulla terra.
Sarebbe come aspettarsi che i fiumi corrano all'indietro se sperate che un uomo nato libero si rassegni a farsi chiudere in un recinto e a vedersi negata la libertà i andare dove più gli piace. Se voi un cavallo lo legate ad un palo, credete forse che diventerà grasso? Se voi chiudete un indiano in un recinto e gli lasciate solo quattro palmi di terra, e lo costringete a rimanervi, non sarà contento, no, e nemmeno crescerà e prospererà. Io ho chiesto ad alcuni dei grandi capi bianchi da dove traggano essi l'autorità sufficiente per dire all'indiano di starsene in un luogo, mentre egli vede che gli uomini bianchi vanno dove vogliono: ma non hanno saputo dirmelo.
Quando penso alle nostre condizioni, il cuore mi si fa pesante. Vedo uomini della mia razza trattati come fuorilegge e respinti da un posto all'altro, oppure abbattuti a fucilate come animali.
Lo so bene che la mia razza deve cambiare. Non possiamo restare quelli che siamo, frammezzo agli uomini bianchi. Ma noi chiediamo lo stesso diritto alla vita di tutti gli altri uomini. Noi chiediamo di essere considerati uomini.
Noi chiediamo che la stessa legge abbia uguale valore per tutti gli uomini. Se l'indiano contravviene alla legge, punitelo come prescrive la legge; se l'uomo bianco contravviene alla legge, punite anche l'uomo bianco.
Lasciate che io sia un uomo libero - libero di andare, libero di fermarmi, libero di lavorare, libero di dedicarmi al commercio dove mi pare e piace, libero di scegliermi i miei maestri, libero di seguire la religione dei miei padri libero di pensare e parlare e decidere con la mia testa - e io obbedirò alla legge, o in caso contrario sottostarò alla punizione.
Quando l'uomo bianco tratterà l'indiano come tratta gli altri bianchi, allora non ci saranno più guerre. Saremo tutti uguali - fratelli, figli di un padre e di una madre, con un solo cielo sopra di noi, ed una sola terra attorno a noi, ed un solo governo per tutti noi.
E' questo tempo che gli indiani attendono, è perché venga che essi pregano.

(Dal volume "Sul sentiero di guerra" di Charles Hamilton
Universale Economica Feltrinelli)


19 commenti:

  1. Nella storia dell'umanità abbiamo visto innumerevoli volte il ripetersi di queste barbarie. Verrebbe da dire che a questo non c'è rimedio, e francamente anch'io nutro poche speranze sul miglioramento della natura umana. I non lontani avvenimenti della Jugoslavia e i più recenti nel medio oriente, per non parlare dei genocidi in Africa, dicono che le cose non sono affatto migliorate, anzi, è la prova che la storia si ripete. Un giorno non lontano anche l'Europa sarà colonizzata, speriamo solo che ciò avvenga in modo più pacifico. In ogni caso, come cantavano i Nomadi, noi non ci saremo...

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    1. E' vero, Franco, ma se ripenso a me ragazzina che esultava quando arrivavo "i nostri", mi viene da ridare giustizia a questa gente.
      Molti anni fa avevo già letto "Seppellite il mio cuore a Wounded Knee" di D. Brown, e mi era montata una rabbia dentro contro quei conquistatori del West , arroganti e prepotenti, difesi da un esercito i cui comandanti ipocriti e limitati combattevano contro un popolo eroico che difendeva il proprio modo di vivere; con questo libro didattico mi sono invece commossa nel leggere della loro fierezza e ingenuità, pur commista a descrizioni di vita rude e selvaggia, addirittura atroce nei loro riti di iniziazione.
      Le voci, riportate in questo libro, sono voci di denuncia, di accusa, ma anche di struggente rimpianto per ciò che è perduto, di composta ed esemplare dignità.
      Esse provengono da fonti diverse: biografie, memoriali, interviste, rapporti militari, trascrizioni stenografate di incontri ufficiali con rappresentanti del governo federale.
      Ammirevole ne esce la pratica di armonia e rispetto da loro tenuta nei confronti dell'ambiente: il contatto con la natura ne faceva un popolo in simbiosi con essa, e il rispetto che ne avevano ci rimanda dai loro racconti immagini veramente poetiche.

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  2. Occhio adesso a non esagerare però dalla parte opposta: gli indiani nordamericani si massacravano allegramente tra loro come qualunque altro popolo e continuarono a farlo, per un po', anche dopo l'arrivo degli europei - L'ultimo del Mohicani, da questo punto di vista, dà una ricostruzione fedele. Insomma, il Nordamerica prima dell'arrivo degli europei non era certo l'Eden. Poi, ovviamente, gli europei arrivarono in massa con armi, acciaio e malattie e non ce ne fu più per nessuno. Fu genocidio? Certo, nella stessa misura in cui lo furono lo sterminio degli Armeni, le guerre etniche nell'ex jugoslavia ecc. Avevano i pellirosse una cultura? Certo. Ed era spesso una cultura guerriera e con valori che non sono poi così dissimile da quella delle aristocrazie guerriere, dai Teutoni ai Giapponesi e che ovviamente i pellirossi non volevano e non potevano (ma dovevano, anche? e perchè avrebbero dovuto?) camiare. E, ovviamente, avevano anche un sistema di norme (anche religiose: inutile fare distinzione tra norme religiose e civili per questi popoli: per loro era un tutt'uno) che mirava a conservare con la natura l'equilibrio che consentiva loro di sopravvivere. Verissimo che, nella loro scomparsa, giocò un ruolo fondamentale lo sterminio dei bisonti (che vennero uccisi apposta), nonchè l'alcool e le malattie. Quando una civiltà non sa adeguarsi ai tempi, svanisce. Succederà anche a noi, magari più presto di quanto si pensi.

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    1. Serenella Tozzi13 giugno 2016 22:35

      Nel 1888, quando tutto ormai si avviava alla definitiva conclusione del problema indiano, un giovane uomo di medicina Painte, di nome Wovoka, disse di avere avuto un'apparizione del Grande Spirito che gli aveva comunicato che i loro antenati sarebbero presto ritornati sulla terra, dove il bufalo avrebbe corso come una volta, e gli invasori bianchi sarebbero stati distrutti, se solo gli indiani si fossero impratichiti di una nuova religione, con un cerimoniale a base di danze e canti.
      La religione della danza dello spettro, come venne chiamata, si diffuse rapidamente anche tra le altre tribù, facendo nascere nuove speranze negli indiani che morivano di fame e di malattie nelle riserve.
      "Non dovete ferire nessuno, né far male ad alcuno, non dovete combattere, comportatevi sempre rettamente", scrisse ai Cheyenne.
      Questo stato di cose mise in grande preoccupazione la parte bianca; il direttore della "Tribune di Chicago" pubblicò un articolo che criticava aspramente i seguaci di Wovoca.
      Masse Hadjo, un sioux istruito, replicò con questa lettera aperta al giornale.
      (Notate la finezza sia della trovata religiosa, che io trovo geniale per dare speranza agli indiani, che della risposta di Masse Hadio).

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    2. Serenella Tozzi13 giugno 2016 22:37

      ""Voi dite: "Se l'esercito degli Stati Uniti uccidesse un migliaio, o giù di lì, di indiani danzatori i disordini cesserebbero".
      A giudicare dal vostro linguaggio sono indotto a ritenervi "un cristiano", un uomo disposto a fare tutto quanto sta in vostro potere per promuovere la causa di Cristo. Voi senza dubbio adorate il Salvatore dell'uomo bianco, ma non ammettete che gli indiani abbiano un loro "Messia".
      Gli indiani non hanno mai visto di buon occhio la religione cristiana, così come è predicata e praticata dai bianchi, e sapete perché? Perché il Padre di tutti gli uomini ha dato a noi una religione migliore - una religione che è tutta bene e non comporta alcun male, una religione perfettamente adatta ai nostri bisogni -. Voi ci dite che se saremo buoni, se obbediremo ai dieci comandamenti e non commetteremo più peccato, forse ci sarà permesso di sedere su una bianca rupe a cantare per l'eternità le lodi del Signore, e guardare di lassù i nostri padri, madri, fratelli e sorelle pagani che staranno guaendo di dolore fra le fiamme dell'inferno.
      Non è cosa per noi. Il codice della morale, qual è praticata dalla razza bianca, non ha niente in comune con la morale degli indiani; noi non manteniamo né avvocati, né predicatori, eppure fra noi non avviene neppure un decimo dei crimini che avvengono fra di voi. Se verrà il nostro Messia, non faremo alcuno sforzo per imporvi la fede in lui.
      Noi non bruceremo mai sul rogo donne innocenti, né mai legheremo uomini a dei cavalli che li facciano a pezzi solo perché si rifiutano di prendere parte alle vostre danze dello spettro. Voi uomini bianche avete avuto un Messia e, se si deve prestar fede alla storia, quasi ogni nazione ne ha avuto uno. Voi avete avuto dodici apostoli; noi ne abbiamo solo undici, alcuni dei quali sono già stati incarcerati. Avevamo anche una Vergine Maria che adesso è del pari in prigione.
      Voi siete ansiosi di mettere le mani sul nostro Messia, in modo da poterlo chiudere in ceppi. Sì, questo lo potete fare - potete crocefiggerlo, voglio dire, proprio come avete fatto con quell'altro Messia - ma non potrete convertire gli indiani al cristianesimo, ammenoché non li contaminiate col sangue dell'uomo bianco. Il paradiso dell'uomo bianco ripugna alla natura dell'indiano, e se l'inferno dell'uomo bianco vi garba, ebbene tenetevelo. Penso che ci saranno abbastanza farabutti bianchi da riempirlo"".

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    3. Ecco Rubrus, in fatto di religione gli indiani erano tolleranti (ogni cosa della natura era un Dio da venerare) e non imponevano agli altri indiani le proprie credenze (ogni tribù si differenziava dalle altre per usi e costumi); in guerra erano pronti ad uccidere e a farsi uccidere senza pietà, ma la parola data era osservata. In pace erano tranquilli e rispettosi delle altrui usanze e, nei limiti del possibile, generosi verso chi chiedeva aiuto.

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  3. Be', oddio... innanzi tutto direi di fare la tara in relazione al soggetto parlante: gli indiani erano stati già sconfitti ed era sicuramente meglio accreditarsi - come del resto in gran parte erano - come un popolo inerme, pacifico e perseguitato. Il fatto che avversassero o comunque non conoscessero il concetto di proprietà della terra deriva in gran parte dal fatto che molte tribù erano nomadi e quindi da un lato non si potevano portare dietro grandi ricchezze, dall'altro lato possedere dei latifondi era per loro di scarsa utilità. Insomma, l'economia nomade, o di cacciatori raccoglitori, ha un concetto di proprietà ben diverso da quello dei popoli stanziali - e ovviamente più idoneo alle proprie esigenze. Questo concetto, come è proprio dei popoli non tecnologici, si trasferisce poi in precetti normativi che hanno carattere sia religioso sia civile. Per esempio il concetto di furto, o la pratica della scorreria, erano assai diversi da quelli dei coloni europei - e quindi dal nostro (ma non andiamo troppo lontano: anche presso gli Spartani si diceva che rubare ai nemici era lodevole) Quanto alla tolleranza religiosa, solitamente, ma direi che è logico, i popoli politeisti o animisti faticano anche solo comprendere l'idea di "guerra di religione" (pensa ai romani: guerre ne fecero, ma di religione mai: neppure quella contro gli Ebrei aveva motivi religiosi). Ovviamente ci sono delle eccezioni e delle zone grigie (Incas e Aztechi, con relativi sacrifici umani). Però tra di loro gli indiani nordamericani, anche prima dell'arrivo dei bianchi, si combattevano - anche se ovviamente le testimonianze sono rare perchè non scritte. Naturalmente i conflitti erano meno cruenti perchè si parla di poca gente sparsi su vasti territori, ma popoli come i Seminole, gli Hopi e gli Anasazi, gli stessi Sioux vennero di volta in volta sospinti di qua o di là a seconda dell'esito degli scontri. Poi arrivarono i coloni (anche gli spagnoli e i francesi fecero la loro parte) e fecero piazza pulita. La parola data era tenuta in gran considerazione anche da noi: si chiamava "onore" (e ovviamente aveva effetto sopratutto all'interno interno, verso gli altri non si guardava troppo per il sottile) e oggi ci appare un'anticaglia. Idem per l'ospitalità, che in antico era addirittura sacra agli dei (d'altronde, non essendoci strutture ospedaliere...). Insomma, secondo me tra i pellirosse del nord America, o i Mongoli, o gli Unni, se ci mettiamo, possiamo trovare interessanti affinità.

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    1. Bè, diciamo che gli Unni erano un tantino più feroci (erano, si dice, di origine mongola) e Attila ce ne dà testimonianza.
      Gli indiani si combattevano sì, fra di loro, come sempre capita quando ci si divide un territorio (pensiamo all'Italia dei Comuni), però non si sono dimostrati ostili verso i primi coloni, anzi, ci sono giunte anche testimonianze di pacifica convivenza; solo con l'invasione in massa le cose sono cambiate. Gli indiani non erano stanziali per necessità: seguivano i bisonti; ciclicamente ritornavano, però, sulla stessa terra.
      Gli agenti federali cercavano, infatti, di far firmare la vendita di determinati territori. Il gruppo dei Wal-lamwat-kin della tribù dei Nez Perces, ad esempio, si rifiutò ostinatamente di cedere la bellissima valle del Wallowa, nell'Oregon orientale, fino allo stremo. Nel 1877 vi fu l'epica ritirata di Capo Giuseppe verso i confini del Canadà.

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    2. Vero. Tutti o quasi i popoli amerindi accolsero i primi europei, a cominciare da Colombo in persona, più con curiosità che con ostilità. E sin da subito - vivo ancora Colombo - si capì che piega avrebbe preso la faccenda.

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  4. Con tutti i problemi che abbiamo oggi, non mi sento di pensare ai pellerossa...
    Ricordo solo come nell'era moderna i discendenti siano ricercati nella costruzione di grattacieli per la loro innata capacità di destreggiarsi a grandi altezze senza aggeggi di sicurezza.
    Sid

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    1. Non ti senti di pensare ai pellerossa ma continui a ripensare ai papi, caro Sid. Senz'altro interessante anche l'argomento papi perversi, ma credo che conoscere con più chiarezza certe situazioni del passato farebbe bene a tutti.
      Sarebbe interessante se qualcuno volesse approfondire la questione degli Armeni, ad esempio, visto che se ne sa così poco perché era tutto sottaciuto.

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  5. Quello che dici si potrebbe dire di tutto quello che riguarda il passato. Oltre ai costruttori di grattacieli potremmo parlare dei windtalkers della seconda guerra mondiale, cui lo spionaggio usa si affidò perché, parlando essi una lingua pressoché sconosciuta, potevano trasmettere comunicazioni in codice con relativa sicurezza.

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  7. E' quasi un off topic e vorrete scusarmi, ma mi è venuta in mente una cosa sui film western più vecchi; ovviamente c'era la necessità di presentare gli indiani in un certo modo, tuttavia a mio parere il tema "dalla parte degli indiani" in cui i pellirosse non erano necessariamente raffigurati come delle belve assetate di sangue, ma in modo un po' più sfaccettato è presente in film anche più datati. Addirittura un regista come John Ford in "Sentieri Selvaggi" ci presenta un cacciatore di indiani come John Wayne (ed è tutto dire) con tratti maniacali, non pienamente positivi - tratti che, per certi versi, lo farebbero definire un serial killer, oggidì - e la condizione dei pellirosse durante l'inverno, in fuga, ammassati nel campo militare comandato da Karl Malden che li vede come strumento per ottenere la promozione non è scevra da compassione e rispetto. Certo, i tempi di "Soldato blu" o di "Corvo Rosso non avrai il mio scalpo" (assurda e pessima traduzione del titolo originale) o di "Piccolo grande uomo" sono lontani, tuttavia...

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    1. E così in effetti; pensa che già nel 1881, il saggio di un'autrice americana, Helen Jackson, "Un secolo di disonore" metteva a nudo gli errori commessi. E in molti americani cominciò a farsi strada un pensiero diverso verso gli indiani.
      Nel libro viene fra l'altro riportato un episodio, che narra di quando dopo la sconfitta subita nel 1832 da Falco Nero Sauk, questi fu inviato in giro per gli Stati dell'Est. Dappertutto fu accolto da folle entusiaste e fu trattato più come un eroe che come un nemico vinto. Il presidente Jackson gli fece dono di un'uniforme e di una spada cesellata. Henry Clay gli regalò un bastone da passeggio e John Quincy Adams gli mise al collo un medaglione.

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    2. Bisogna precisare che Falco Nero aveva combattuto a fianco degli inglesi durante la guerra anglo-americana.
      Ma altri viaggi, molto divertenti, sia in giro per l'America che per l'Europa, vengono raccontati da Geronimo Apache, Alce Nera Sioux e alcuni capi Ojibwai.

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  8. Metto solo un dato. Il genocidio è costato la bellezza di 100 milioni e più di nativi americani.

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  9. Be' Alce Nero è forse una delle voci più note. "Alce Nero parla" è quasi un bestseller ancora oggi. Quanto ad Attila, in effetti è possibile che la sua ferocia sia stata un po' esagerata. Ma la cosa curiosa, ma non tanto, è che, per po', da giovane, egli fu ostaggio a Ravenna, allora corte imperiale. Lo stesso dicasi per Alarico - protagonista del sacco di Roma del 410, e per Arminio, artefice della disfatta romana di Teutoburgo. Tornando al Western, mi viene in mente un film con James Stewart e Richard Widmark in cui i due hanno a che fare con capo che crede nell'uso della magia per fermare le pallottole - forse si faceva riferimento a quella visione spiritualista che accenni.

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  10. La nuova religione della danza è intervenuta molto tardi, gli indiani avevano da sempre molte superstizioni sugli amuleti, e credevano fermamente in essi. Lupo Giallo aveva un fischietto di guerra fatto con l'osso di un cranio d'uccello, e diceva che erano stati gli spiriti a guidarlo nel lavorarlo: "Mi indicarono l'uccello dal quale dovevo prenderlo. E questo fischietto non è fatto per i giochi e i divertimenti. E' fatto solo per la guerra; me ne servii sempre in battaglia. I soldati, allora, non potevano colpirmi".
    Arminio, nato in Germania, fu preso in ostaggio da piccolo ed educato a Roma come un romano, era diventato ufficiale. I tedeschi lo considerano un eroe (anche se ho sentito in un documentario uno storico tedesco ammettere che era un traditore), e io lo considero un traditore di chi si fida. Varo fu un ingenuo e cadde nel tranello portando a morte la migliore gioventù romana.
    Su Attila esistono numerose testimonianze d'epoca sulla sua efferatezza. Ne ho anche fatto un ritratto storico sul blog.

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