lunedì 20 giugno 2016

Tesori sepolti - racconto (Rubrus)

Siediti e ascolta, ragazzo. Voglio raccontarti una storia.
Vedi quella quercia laggiù, in fondo alla radura?
Be', lì sotto c'è sepolto un tesoro.
Avevamo la tua età ed era estate, proprio come adesso.
Faceva un gran caldo e tu mi dirai che è normale che d'estate faccia caldo e che, a quest'ora del giorno, ogni creatura di buon senso se ne stia all'ombra, proprio come noi.
Mi dirai tutto questo, e avrai ragione, ma io ti risponderò che allora il caldo era diverso e avrò ragione anche io perché tu ti sei levato la maglietta e boccheggi, mentre io ho addosso questa giacca, anche se è così leggera che puoi guardarci attraverso come se fosse una tela di ragno.
Comunque faceva un gran caldo, questo volevo dire, con le cicale che frinivano così forte che sembrava avessero preso l'estate tra le zampe e la stessero tritando.
Eravamo tutti sotto quest'albero, ma allora l'ombra era più smilza, come quella di un ragazzino pelle e ossa, così dovevamo stare appiccicati l'uno all'altro e allora la situazione non migliorava granché.
La nonna di Ben – lo chiamavamo così perché ci sembrava fico e poi “Beniamino” era proprio un nome del cavolo – la nonna di Ben, dicevo, gli aveva regalato una nuova versione del Monopoli (che allora si scriveva con la “i”) perché quella che avevamo usato fino a quel momento era macchiata, dato che ci erano cadute sopra un sacco di fette di pane col cioccolato, tutte a faccia in giù, e c'era il problema di che cosa fare dei soldi.
Avevamo pensato di tenerli, perché a ogni partita qualche banconota finiva chissà dove e, ben presto, anche quelle nuove avrebbero iniziato a scomparire, quando a un certo punto Ben fece: «Perché non li seppelliamo?».
Gemma disse che era un'idea forte e penso che le cose sarebbero andate diversamente se fosse stata zitta e avesse continuato ad ascoltare “Moonlight Shadow” nel walkman (che sarebbe il nonno dell'Ipod) così forte che dava sui nervi perché era una canzone da femmine.
Gemma però disse di sì ed era l'unica ragazza del gruppo e penso che questo abbia contato qualcosa e le cose andarono come andarono.
Nico disse che occorreva un forziere, corse a casa e tornò con una lattina di caffè vuota. Era finita da poco e conservava tutto l'aroma, tanto che veniva da pensare che si sarebbe potuto bere quello, se solo si avesse avuto a portata di mano un po' di zucchero.
Ci chiedemmo dove seppellire il tesoro e decidemmo di nasconderlo ai piedi della quercia e anche quella era una buona idea.
Non conoscevo gli alberi, e non avrei saputo distinguere una quercia da un castagno, ma, come alle volte succede, quella era davvero una quercia; lo è ancora, anche se è diventata più grande. 
Sai, figliolo, una delle cose dalle quali capisci che sei diventato vecchio è che le dimensioni e le proporzioni delle cose sono differenti. Lì per lì ti sembra che sia successo di colpo, ma poi ci pensi e ti rendi conto che è accaduto per gradi e ti domandi che cos'eri occupato a fare nel frattempo e ti viene una gran rabbia, o una gran malinconia.
Insomma, prendemmo i soldi, la lattina e attraversammo la radura e in mezzo al prato l’aria era così umida e calda che sembrava ci stessero rovesciando addosso un catino di acqua bollente, ma non dall'alto, bensì dal basso.
Raggiunta la quercia, ci fermammo per guardarci intorno e il bosco che ci circondava era come la foresta di Sherwood e la giungla di Tarzan e quella dell'Isola del Tesoro e tutte queste insieme, solo che era nostro e di nessun altro.
Scavammo, riuscendo solo a riempirci di terra e polvere perché il terreno era duro, e stavamo per lasciar perdere, ma Ben mi disse che casa mia era la più vicina e, insomma, potevo andarci e prendere qualche attrezzo che facesse al caso nostro.
A malincuore, corsi a casa e, badando a non farmi vedere perché i miei avrebbero potuto chiedermi come avevo fatto a conciarmi a quel modo, presi una vecchia cazzuola da usare come pala.
Quando tornai, tutti erano appoggiati al tronco della quercia e si sventolavano con le magliette, tranne Gemma, che non se l'era levata e aveva riacceso il walkman. Era Ben a farle aria ogni tanto con la propria, e. di colpo, quella canzone non mi parve tanto da femmine e sentii come se qualcosa sventolasse dentro il mio stomaco e non era una maglietta, ma era la prima volta che mi capitava e non riuscivo a capire.
Usando la cazzuola a turno, scavammo una buca profonda fermandoci ad annusare, di tanto in tanto, l'odore segreto della terra... un profumo che mi tornò in mente il giorno in cui… no, non ti dirò quando perché magari oggi parlate di certe faccende senza problemi, ma io sono un tipo all'antica.
Gemma mise i soldi del Monopoli dentro la lattina e la passò a Ben che la nascose dentro la buca, spingendola bene in fondo.
Rimanemmo a guardarla a lungo, perché, laggiù, la lattina aveva un aspetto diverso e pareva davvero un tesoro, poi Nico pareggiò la terra ben bene, prese delle foglie secche e dell'erba e le sparse sul terreno e alla fine non si vedeva più niente.
Gemma disse che ci sarebbe servita una mappa e ci demmo dei deficienti perché non ci avevamo pensato, ma lei aggiunse che si era portata dietro il quaderno per i compiti e che potevamo strapparne dei fogli.
Disegnai io la mappa perché a scuola ero il più bravo in arte, e fu divertente inventarsi i nomi dei punti di riferimento perché erano un codice segreto e tutto sembrava ancora un gioco; quando però venne il momento di mettere la “X” ci fermammo perché capivamo che era come mettere un sigillo e non era una cosa da fare alla leggera.
Fu Ben a parlare e sembrò come quando il prete dice la formula che segue l’Elevazione e tutti sanno che è successo qualcosa d’importante, ma non capiscono cosa, anche se l’accettano.
«Ci servono quattro copie» disse «tutte uguali. Riesci a farle identiche?».
Risposi di sì e la croce fu tracciata e il sigillo fu messo e toccò a Nico dire quello che tutti pensavamo: «E adesso che si fa?».
Certo, poteva voler dire – e se qualcuno ci avesse sentito avrebbe pensato che intendeva solo quello – “e adesso a che cosa giochiamo?” ma credo che tu abbia ancora l'età giusta per sapere che esistono poche frasi più idiote di “è solo un gioco”.
Tacemmo, e il silenzio era profondo perché Gemma aveva smesso di far suonare quella canzone e le cicale avevano cessato di frinire perché le ombre si erano allungate ed era quasi sera.
Fui io a rispondere e fu il mio contributo a tutta la storia perché, fino a quel momento, mi ero fatto più o meno guidare dagli altri.
«Torniamo qui fra un anno e vediamo che succede», dissi, e tutti tirammo un sospiro di sollievo perché tu sai quanto è lungo un anno, anche se non sai quanto è breve quando hai la mia età. Attraversammo di nuovo la radura e mi pareva che camminassimo un po' più leggeri e un po'… be', penso che si possa dire un po' evanescenti, come se fossimo portati via da un'ombra lunare.
Andò a finire come avrai pensato e cioè che l'anno passò e fu lungo e, quando fu di nuovo estate, tornammo da quelle parti. La quercia era come qualunque altra quercia e non si distingueva più il posto dove avevamo scavato la buca, ma nessuno disse nulla perché, se l'avesse fatto, gli altri avrebbe chiesto che cosa si aspettava di trovare e gli avrebbero dato dello scemo.
Io sono convinto, però, che quello pensavamo era differente.
Sono certo che, in una parte della propria mente, o del proprio cuore (quella parte che si era rimpicciolita, nell'anno trascorso, perché il tempo cambia le dimensioni e le proporzioni e se l'ho già detto non fa niente), in una parte della propria mente, o del proprio cuore, dicevo, ciascuno credeva che la quercia si sarebbe trasformata in un albero magico e la latta di caffè in un forziere pieno di dobloni.
Se mi chiedi come lo so, ti risponderò che era quello che pensavo io, ma tu non me lo domanderai perché dentro di te c'è lo stesso pensiero, anche se te ne vergogni perché ti hanno già detto che la magia non esiste e, se questa storia ha a che fare con qualcosa, ha a che fare con la magia, anche se non ho usato questa parola, finora.
Dopo un po' ce ne andammo, ma ignoro se sembravamo evanescenti come se fossimo portati da un’ombra lunare, anche perché il tempo era passato e la canzone di quell'estate era un'altra.
Le ombre si allungarono, e lo fecero la sera dopo, un po’ di più, e ancora e ancora, finché anche quell'estate passò e tornò l'autunno e non capitò più di tornare sotto la quercia, credo perché temessimo di rimanere delusi un’altra volta e in fondo era una specie di fuga.
Nella vita ti capiterà di scappare, figliolo, più spesso di quanto tu non sia disposto ad ammettere, anzi, mi sa che ti è già successo, perciò non giudicarmi troppo male.
Ma torniamo alla storia, e a Nico e Ben, perché scommetto che, avendo sentito i loro nomi, ti sarai ricordato di certe storie che girano in paese, anche se non ci avrai fatto caso perché parlano sopratutto di quattrini e ti sembrano noiose e probabilmente hai ragione tu.
Ben e Nico misero su una società e fecero un sacco di soldi, più di qualunque albero degli zecchini e il problema era che quei soldi erano troppo veri. So che non capisci come qualcosa possa essere troppo vero, ma credimi sulla parola: come sulla faccenda del tempo che cambia le proporzioni e le dimensioni delle cose, ti garantisco che lo scoprirai.
Insomma, te la faccio breve perché so che ti avranno fatto vedere quella quercia, anche se allora ignoravi che fosse l'albero del tesoro, e ti avranno detto “ecco, quella è la pianta dove Nico si è impiccato e quando l'hanno trovato era marcio, gonfio e nero, come se fosse pieno di veleno e gli uccelli gli avevano mangiato gli occhi e le formiche si erano infilate sotto i vestiti e lo stavano divorando un po' alla volta”.
Seppellii io Nico, dato che all'epoca ero il becchino del paese, e, quella notte, dato che avevo le chiavi del cimitero, tornai sulla sua tomba, ma non vidi nessun raggio di luna scendere dal cielo e portarselo via.
A questo punto aspetti che ti racconti di Ben, magari con un bel po' di particolari raccapriccianti come quelli sulla morte di Nico, ma non succederà.
Ti dirò solo quello che mi disse Ben l'unica volta che andai a trovarlo in galera e cioè che la X non indicava il posto dove scavare e che non c'erano tesori sepolti da nessuna parte.
Proprio così mi disse, e io capii che, in un certo senso, anche Ben era finito sottoterra, e anche se mi venne voglia di chiedere dove avesse messo la sua mappa, non lo feci e ancora adesso non so che fine abbia fatto.
Qualcosa mi dice che stai per chiedermi se questa è una delle volte in vita mia che sono scappato; be', la risposta è sì anche se potrei indorare la pillola e dire che dovevo tornare a casa da Gemma.
Proprio così figliolo, avevo sposato Gemma perché mi ero innamorato di lei il giorno che avevamo sepolto il tesoro, quando l'avevo vista sotto la quercia con Ben che di tanto in tanto le faceva aria con la maglietta e, tenendo l'orecchio, si sentiva “Moonlight Shadow” uscire dal walkman.
Da come sgrani gli occhi capisco che ti sei ricordato chi è Gemma e mi stupisco che tu ci abbia messo così tanto, perché mi sembri un ragazzo sveglio, ma si sa che adulti e ragazzi viaggiano su rotte differenti.
Sì, Gemma è la vecchia che è scappata dall'ospizio e che hanno cercato dappertutto e alla fine hanno deciso che è finita chissà dove, magari sotto un treno, o nel fiume, o sotto un'auto e potrebbe anche essere perché aveva quella malattia che prende le persone anziane e alle volte quelle più giovani e ti fa scordare le cose, così che non sai neppure che cosa hai mangiato a colazione, ma rammenti per filo e per segno tutto quello che è successo trent'anni prima, o quaranta, o sessanta.
Quanto a me, sono quel vecchio di cui sparlano in paese perché pare che se ne freghi del fatto che la moglie è sparita, anche se lo fanno alle mie spalle perché un po' di dignità mi è rimasta e credo che sia finita nei pugni.
Gemma continuava a dire che era estate e che dovevamo tornare a vedere che cosa era successo al tesoro sepolto e mi guardava come se avessi ancora quindici anni e fosse ancora tutto da giocare e non era mica detto che Ben e Nico dovessero mettere su un'impresa edile e fare un sacco di soldi e perderli, mentre io ero destinato a diventare il becchino del paese e passare tutta la vita a seppellire roba… eh sì, figliolo, ne ho sepolta di roba, negli anni, anche se tesori mai … o forse solo uno… ma è meglio che non ti dica altro perché, pensandoci bene, mi pare che tu sia davvero un ragazzo sveglio e non vorrei che capissi troppe cose e, per esempio, ti chiedessi come ha fatto una vecchia che perdeva la strada tra la camera e il bagno a seminare pattuglie di poliziotti, o se è proprio vero che a me non freghi niente di mia moglie e, piuttosto, non sappia già dove sia...
È di “Moonlight Shadow” che voglio parlarti, invece, e ho visto che alzi gli occhi al cielo perché ne hai abbastanza di questo vecchio che continua a divagare; è l'equivalente mentale dell'incontinenza urinaria e mi sa che fra un po' mi toccherà pure quella.
La storia che ti voglio raccontare, dicevo, la storia che ti volevo raccontare sin dall'inizio, anche se ammetto che l'ho presa un po' alla lontana, ha che fare con Houdini, che era un mago dei tempi passati, perché la canzone parla di lui, anche se in pochi lo sanno, ma io ti avevo avvertito che, gira e rigira, questa storia aveva a che fare con la magia.
Per farla breve (sì, lo so che non mi credi più quando lo dico) Houdini aveva stretto un patto con la moglie, un patto che era anche una specie di esperimento: chi fosse morto prima avrebbe cercato di mettersi in contatto con l'altro, dall'aldilà, tramite un messaggio in codice che aveva a che fare con una candela accesa davanti alla sua foto.
La moglie di Houdini ci provò per dieci anni e alla fine lasciò perdere dichiarando che, se neppure il mago più famoso di tutti i tempi poteva tornare dall'altro mondo, nessuno ce l'avrebbe fatta; se però vuoi la mia opinione, e anche se non la vuoi, ti dirò che la vita e la morte e il tempo sono cose troppo delicate perché ci si metta a fare degli esperimenti… e anche l'amore.
A volte penso che l'amore sia un tesoro sepolto e la vera fregatura è che tanti di noi non hanno una mappa, o, se ce l'hanno, manca la “X” che indica il punto dove scavare, oppure non sanno leggerla perché il tempo altera le prospettive e le dimensioni e prometto che questa è l'ultima volta che lo ripeto, ma spero che per te non sia così.
Spero che tu trovi la tua mappa, figliolo, e la segua, e che la “X” indichi il posto dove scavare, e non ti capiti di perderla come ha fatto Nico, o di smettere di crederci come ha fatto Ben...
Adesso, però, è ora che tu vada perché ha smesso di fare caldo e le ombre si sono allungate e, se guardi bene, laggiù, in fondo alla radura, sotto la quercia del tesoro, vedi un lumicino che potrebbe essere una delle prime lucciole della sera o una candela accanto a una foto e io sono un tipo paziente e non aspetterò solo per dieci anni, ma per tutto il tempo che mi rimane. 

9 commenti:

  1. C'è di tutto in questo racconto: la magia della gioventù, con le sue ingenuità e speranze; la magia dell'amore; le disillusioni della vita… il tutto raccontato con tocco sentimentale e misterioso… con tocco leggero, direi, pur nella sua profondità di pensiero.
    Bello, mi è piaciuto.

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    1. Mi sono un po' divertito, dal punto di vista formale, a fare come la voce narrante, cioè a prendere per mano il lettore e ad andare un po' in giro, nascondendo il nucleo della storia come se fosse un po', appunto, un tesoro. Ridotta ai minimi termini, infatti, la storia si riassume mettendo a confronto tra loro queste battute: "...ne ho sepolta di roba, negli anni, anche se tesori mai … o forse solo uno… chi fosse morto prima avrebbe cercato di mettersi in contatto con l'altro, dall'aldilà, tramite un messaggio in codice che aveva a che fare con una candela accesa davanti alla sua foto...se guardi bene, laggiù, in fondo alla radura, sotto la quercia del tesoro, vedi un lumicino che potrebbe essere una delle prime lucciole della sera o una candela accanto a una foto...". Questo perché in realtà mi interessava parlare anche di altro.

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  2. Concordo con il commento che mi precede, un racconto delizioso condotto sul filo della memoria e con ottimi spunti per riflettere sulla magia, argomento solo apparentemente facile da affrontare a tutte le età. Dopo qualche ventennio tutti i ricordi d’infanzia finiscono per diventare magici, ma solo alcuni sono speciali e pochissimi, come questo del resto, meritano di essere tramandati per iscritto.
    Anche se, conoscendoti un pochino, non mi meraviglierei affatto che fosse inventato quasi tutto di sana pianta, insomma, il classico pretesto per farci riflettere sulla magia e sul tuo punto di vista. In ogni caso complimenti ancora.

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  3. Sì, è quasi tutto inventato.
    La storia dell'esperimento post mortem di Houdini è vera, così come anche il sottotesto della canzone. http://www.queryonline.it/2016/06/08/il-trillo-del-diavolo-moonlight-shadow/).
    Infine, una precisazione cronologica.
    LA canzone è del 1981.
    Se nel 1981 il narratore aveva quindici anni (possiamo desumerlo da quando dice che la moglie lo guardava come quando aveva ancora quindici anni e tutto doveva ancora accadere) vuol dire che è nato nel 1966, quindi oggi avrebbe 50 e sarebbe un po' difficile giudicarlo vecchio, anche guardandolo con gli occhi di un ragazzo come quello cui il protagonista si rivolge.
    La storia, quindi, si svolge nel futuro; in un certo senso, è solo un piccolo gioco di prestigio.

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  4. Ogni nuovo racconto di Rubrus suscita in me una ridda di domande, forse senza risposta.
    Ai miei tempi esistevano i seppellitori a paga oraria che, in divisa d'ordinanza rigorosamente funerea, provvedevano al prelievo, trasporto ed inumazione della salma.
    Di tanto in tanto taluno di essi sveniva: non vi era tagliato...
    Una volta un cadavere non entrava nella bara troppo corta: senza tanti complimenti gli spezzarono le gambe!
    Eppoi allora gli inverni erano lunghi e duri, le case isolate e disperse dalle mie parti, il cadavere veniva lasciato anche mesi in solaio, provvedendo a tempo migliorato.
    Il protagonista, senza nome proprio, in narrativa fa il becchino di professione.
    Verosimilmente con scarsa istruzione.
    Donde gli vengano tanto acume e conoscenza non è dato di sapere: sa l'inglese, sa della foresta di Nottinghamshire, è un fine anatomista, psicologo, psicanalista, nel 1981 la combriccola disponeva di banconote pur in giovane età, sapeva di Houdini, ecc. ecc.
    Il giovane ascoltatore pare un fenomeno di paziente attenzione, laddove ogni ragazzo al suo posto avrebbe mandato al diavolo il maturo affabulatore.
    Ma che diavolo, direte, qui siamo in una storia inventata, dove i risvolti del reale non hanno senso.
    Già, dimenticavo, sono cresciuto nella saggistica la quale si sa fa male alla fantasia...
    Nel genere, un racconto ben condotto, rigoroso semanticamente, forse un < che > saltato per refuso ( che quello pensavamo era differente ).
    Siddharta

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  5. Be', Sid, innanzi tutto dobbiamo collocare la faccenda nel tempo.
    Come dicevo sopra, la vicenda si svolge in un futuro imprecisato, anche se vicino.
    Il mio ipotetico becchino è nato intorno al 1965, infatti nel 1981 (data in cui è uscita la canzone "Moonlight Shadow") ha circa quindici anni.
    A quell'epoca l'inglese già si studiava alle medie inferiori, ma, soprattutto, personaggi come Robin Hood, anche senza scomodare Walter Scott, erano parte da tempo del patrimonio collettivo di conoscenze e della cultura popolare.
    Basterà ricordare che il film a cartone animati della Disney, con Robin Hood "interpretato", per così dire, da una volpe, è del 1973; più che probabile che il giovane protagonista, anche senza avere letto Scott, lo avesse ben presente. Lo stesso dicasi di Tarzan; c'erano film e una serie a cartoni animati, risalente al 1976 e andata in onda anche dopo: più che verosimile che il protagonista pensasse a quella e il personaggio anche senza aver letto Edgar Rice Burroghs. Insomma, sia Robin Hood sia Tarzan facevano parte della cultura popolare (vogliamo ricordare Alberto Sordi e il leggendario "'A 'Merica', facce Tarzan?") già da tempo ed erano ancora sulla breccia, come lo sono tuttora grazie alle varie trasposizioni nei vari media (TV, cinema, fumetti).
    Per concludere, anche volendo ipotizzare una "scarsa istruzione" del protagonista, non è affatto strano che egli possedesse simili nozioni, affatto elementari.
    E veniamo a Houdini.
    Ci sono film più recenti, anche se, all'epoca in cui si svolgono i fatti riportati (ripeto: i fatti riportati si svolgono intorno al 1981, l'epoca in cui invece il protagonista, ormai vecchio, racconta, è intorno, grosso modo, al 203, 2035) - la versione più popolare era quella che lo vedeva interpretato da Tony Curtis. Ad ogni buon conto, il protagonista viene a conoscenza della storia di Houdini non da ragazzo, negli anni '80, ma da adulto, negli anni 2000 (anzi, negli anni 2000 inoltrati).
    Sia come sia, il protagonista, anche se non ci è nato, ha vissuto e vive nell'epoca digitale, dove simili nozioni sono alla portata di tutti (per verificare qual è il sottotesto di "Moonlight Shadow" basta fare un giro su Wikipedia e se, oggigiorno, non c'è quasi chi non sia in grado di farlo, chissà domani).
    Da ultimo, non è affatto detto che un becchino, anzi, "operatore cimiteriale", sia per forza un bruto ignorante - anche se ripeto, le nozioni di cui sopra sono cultura spicciola.
    Passiamo alla malattia della moglie. A parte il fatto che la stessa ne viene colpita ad anni 2000 inoltrati e non certo ai tempi di Pasteur, e quindi si tratta di patologia ben nota, quando un tuo caro viene colpito da un male, ti informi: è assiomatico.
    I soldi, infine, sono quelli del Monopoli e sono quelli che il protagonista seppellisce. La frase infatti è "... a ogni partita [di Monopoli ] qualche banconota [evidentemente del Monopoli] finiva chissà dove.. perchè non le [le banconote del monopoli] seppelliamo?".
    Sul "Che" provvedo a controllare.
    Un caro saluto.

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    2. Uhm!...dubito che un necroforo attempato di allora sapesse scrivere o anche solo pronunciare correttamente < Moolight Shadow >, < Walkman >,< Sherwood >, < Houdini > ed altro.
      Ma la questione da me sollevata è sempre la solita.
      Come fanno personaggi narranti di bassa cultura ( e talora giovanissimi ) a possedere tutta quella finezza di sapere e d'interiorità in vari campi culturali che nemmeno io posseggo.
      Ecco, i protagonisti li collocherei nella misura che è loro propria.
      Con simpatia, Sid.

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  6. Di allora, cioè dei tuoi tempi, molto probabilmente no; pur con tutta la buona volontà non era possibile accedere a tali conoscenze, però il mio becchino, chiamiamolo Mr B, è nato nel 1965 (grosso modo); nel 1981 aveva quindici anni e senz'altro conosceva il walkman e sapeva l'inglese - poi già allora la musica di cassetta era quasi tutta in inglese - quindi non aveva problemi con quella lingua, così come non li avevo io (anche se sono un pochino più giovane)... ma mica ero un genio: mi bastava guardare i cartoni di Walt Disney e sentire la radio.
    Poi Mr B invecchia e, intorno al 2030, 2035, non ha dimenticato quelle nozioni (basilari, invero); anzi, nel frattempo ne avrà anche acquisite altre (come quelle su Houdini).
    In altre parole, non è un ragazzo che parla, ma un vecchio (vecchio... vabbè relativamente) che ricorda quand'era ragazzo. Non so se sono riuscito a spiegarmi.
    Simpatia, sempre.

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