martedì 27 settembre 2016

Giulia - racconto - Rubrus

La lucina era accesa.
“Bada che non si spenga” aveva detto sua madre.
Pietro toccò la lampadina – un esile cilindro di plastica ingiallito dagli anni, sagomato a forma di candela. Finte gocce di cera ornavano l’estremità superiore. Non avrebbe potuto rimanere accesa a lungo. Non dopo che la casa fosse rimasta vuota. Immaginò una scintilla sprigionarsi dal filo, incendiare la mensola e ardere le foto dei defunti di famiglia (e la cornice vuota) come in una sorta di tardiva, inaspettata, pagana pira funebre.



Esaminò le foto.
“I nostri morti” li chiamava sua madre. Papà, i nonni (in una versione giovanile che Pietro non aveva mai conosciuto), lo zio, qualche prozia e un bel po’ di gente che non avrebbe saputo riconoscere – o cui non era certo di abbinare il nome giusto. E naturalmente la piccola cornice vuota.
Si chiese quanto sua madre fosse consapevole che, quello, era poco meno di un altare pagano. Un larario, per essere precisi. Probabilmente lo ignorava: Pietro non aveva mai trovato il tempo di dirglielo. Anzi no. Non aveva mai trovato il coraggio.
Rituali – disse tra sé e sé.
Tutti avevano i loro.
Le scale di casa, per esempio.
Avevano una ringhiera in ferro battuto, in stile art déco, fissata ai gradini da supporti a zampa di leone. Due per rampa, in corrispondenza del secondo e del sesto gradino.
Quando era bambino, Pietro non metteva mai il piede sul gradino con la zampa di leone. Mai, per nessun motivo.
Sono i gradini più fragili perché devono reggere il peso della ringhiera: un crollo comincerebbe da lì era la scusa, in cui non credeva nemmeno lui.
Era un gioco, o un’abitudine. O un rituale.
Non saliva quelle scale da cinque anni, ma, poco prima, quando le aveva percorse di nuovo, si era accorto che le sue gambe avevano ripreso la vecchia abitudine: evitavano il secondo e il sesto gradino di ogni rampa. Il suo cervello non sapeva di doverlo fare, ma i suoi piedi sì.
Sentì un fruscio alle sue spalle e si voltò.
Don Gabriele era fermo sulla porta dell’anticamera che conduceva alla stanza da letto.
“Voglio l’Estrema Unzione quando sono ancora in grado di capire qualcosa” aveva dichiarato sua madre, rifiutandosi di adoperare la locuzione “Unzione degli Infermi”.
Pietro guardò il sacerdote. Teneva le mani allacciate, la stola intrecciata tra le lunghe dita pallide.
«Ho fatto». Il sacerdote era vecchio. Pietro si chiese quante Estreme Unzioni avesse somministrato. Esperienza. E abitudine. Due facce della stessa medaglia.
«Ci sarebbe quell’altra faccenda» disse Don Gabriele.
Pietro annuì. «Ha insistito molto?» chiese.
«Abbastanza».
Pietro fece spallucce. «Ok» disse avviandosi.
Era tutto quello che aveva da dire. Tutto quello che aveva da dire a un prete, soprattutto. “Hai il tuo lavoro, all’estero. Non puoi perdere tempo dietro una vecchia” aveva insistito sua madre. E lui non aveva insistito. In giro per il mondo per conto delle case farmaceutiche, era rimasto lontano da casa per cinque anni. Quanto all’altra distanza...
«So cosa pensa» disse Don Gabriele.
Pietro fece un sorriso sarcastico. «Davvero?».
«“È mia madre e le voglio bene e, come se non bastasse, è agli ultimi, perciò, se, per farla contenta, basta qualche tiritera in latino e qualche spruzzo di acqua santa in giro...”».
Pietro si irrigidì. Per come la vedeva lui, la “benedizione speciale” che sua madre aveva chiesto venisse imposta era come la candela di plastica o la cornice vuota: la muta testimonianza di un’illusione, destinata a svanire in fretta. Tuttavia, che lo dicesse un prete...
«Capita anche a me di pensarlo» proseguì il sacerdote «...no, non sono un miscredente o un eretico, anche se dubito che a lei importi... posso sedermi?».
Pietro gli fece un cenno, anche se il prete si era già accomodato a un’estremità del divano che, descrivendo una “elle”, occupava metà del salotto. Lui si sedette su quella opposta.
«Per come la vedo io» disse il sacerdote «la fede è un po’ come un’ OPA».
«Un’Offerta Pubblica di Acquisto?».
«Un Out Of Place Artifact. Un aggeggio incomprensibile e che non sta dove dovrebbe stare. Potrebbe servire a qualcosa, o più cose… ma potrebbe anche essere inutile. O pericoloso».
«Insomma, qualcosa senza senso».
«Come una cornice vuota».
Pietro si chiese che cosa sua madre avesse detto al prete. Se finalmente avesse trovato quelle parole che nessuno di loro due, in tutti quegli anni, era riuscito a dire. «Vuole una confessione?» domandò.
«Preferirei una chiacchierata».
Sebbene non si accostasse al sacramento da decenni, Pietro si chiese come sarebbe stato confessarsi da lui. Abitudine. Ed esperienza. Due facce della stessa medaglia. «Mia madre ha avuto degli aborti prima di me» disse «Aborti spontanei. Cinque. Ce n’é abbastanza per mandare fuori di testa chiunque, vero?».
Il prete allacciò le mani davanti alle ginocchia unite, in una posa curiosamente femminile.
«Il problema fu il quinto. Negli altri casi l’aborto si verificò dopo poche settimane. Non erano persone».
Don Gabriele si mosse appena. La tonaca frusciò.
«Il quinto figlio, Giulia – mia madre diceva che il suo nome sarebbe stato quello – nacque e visse. Per un po’».
Fece una pausa. Don Gabriele rimaneva immobile in quella curiosa posa composta.
«Era un parto gemellare» proseguì «Lei e un maschietto. Fu lui a ucciderla. Mentre erano nell’utero, le avvolse il cordone ombelicale attorno al collo, così dovettero indurre il parto. Anche se fosse sopravvissuta, Giulia avrebbe riportato danni cerebrali irreparabili. Ma non sopravvisse».
Don Gabriele slacciò le dita, inclinando all’indietro il busto. Le spalle magre toccarono il divano. «Adesso mi dica se questo non è capace di far uscire di testa chiunque» concluse Pietro.
«Però non è successo» disse il sacerdote.
Ci furono alcuni secondi di silenzio come se un panno di lana avesse spolverato via i suoni. Dalla camera da letto si sentiva il respiro debole della donna.
«La religione. Non ho nessuna difficoltà ad ammetterlo» disse Pietro «Penso di non dover spiegare che cosa è un placebo. Io l’ho imparato abbastanza presto. Leggevo libri di medicina. Suppongo fosse un rimedio contro tutti i preti. i santini e le madonne che vedevo per casa. La scienza era la mia cura».
Altro fruscio.
«Comunque, anche quella di mia madre funzionava. Quando andava a messa, o snocciolava rosari, si sentiva bene. Non ha idea di quante volte ho sentito la frase “pregherò per te, per proteggerti”. E adesso che... » esitò «adesso che sa che non potrà andare avanti ancora a lungo, si è preoccupata che qualcuno lo faccia al posto suo».
Attese un istante, poi si alzò, come per dire “Procediamo”. Anche il sacerdote si levò in piedi, ma più lentamente. Nel silenzio della casa si udì, netto, lo schiocco di un ginocchio.
Don Gabriele alzò una mano. Pietro si bloccò come se fosse stata la paletta di un vigile.
«Le madri fanno questo» disse il prete «si preoccupano. Sua madre si preoccupa che lei stia bene e, chissà, forse si è preoccupata troppo» abbassò la mano. «Ammettiamo che qualche parola, magari in una lingua morta, possa farla stare bene. Ebbene, il punto è: farà stare meglio lei? Vedendo la cosa dal suo punto di vista, no. Un placebo non funziona, se il paziente non ci crede».
Pietro sogghignò «E dal suo punto di vista?».
«Ho abbastanza rispetto per la mia – mi consente di usare questa parola, vero? – per la mia missione da considerare una benedizione qualcosa di più di un cornetto portafortuna. Qualcosa di ignoto, da maneggiare con cura».
«Un altro O.P.A.?».
Il sacerdote sorrise e, di colpo, fu come se una decina d’anni gli fossero stati tolti dalla faccia.
«Credo che sua madre andrà avanti ancora per un po’. Abbia abbastanza rispetto per lei da non trattarla come una povera scema da abbindolare con una banale mascherata. E abbia abbastanza rispetto per se stesso da non mortificare le proprie convinzioni per farle piacere. È qualcosa che provoca risentimento. E il risentimento rimane». Si guardò intorno come se ne cercasse un po’ in giro. Il suo sguardo si posò sulla cornice vuota, come se lo avesse trovato lì. «Crea uno spazio». La parola “distanza” echeggiò nella mente di Pietro, sovrapponendosi alla voce del sacerdote. «Colmare quello spazio sarebbe la vera benedizione» concluse.
Gli tese la mano.
Pietro la strinse. Si chiese se colmare le distanze potesse essere così semplice. Forse con gli estranei sì. Con gli sconosciuti era più facile.
Con un lungo, lieve fruscio il prete si diresse alla porta.
Pietro lo accompagnò e glie l’aprì. Sulla soglia, il sacerdote lo guardò come se volesse dire – o sentire – ancora qualcosa.
Ho sempre fatto fatica a chiamarla “mamma”.
La (confessione) frullò nel petto di Pietro come un nidiaceo impaziente di spiccare il volo.
Con gli estranei la chiamo “mia madre”, e con lei formulo la frase in modo da evitare la parola. Quando ci parliamo. Il che non avviene molto spesso.
Il prete lo salutò con un cenno del capo.
Prima di accorgersene, Pietro aveva ricambiato e chiuso la porta. Sentì le parole non dette ripiombargli in fondo allo stomaco come se quel nidiaceo frettoloso si fosse sfracellato al suolo.
Tornò sui suoi passi.
C’erano spazi che non si colmavano.
Ancora, si chiese che cosa sua madre avesse detto al prete.
Che era lui il gemello di Giulia.
Che non glie ne aveva mai parlato, e lui lo aveva scoperto solo cinque anni prima, quando sua madre si era ammalata e lui aveva tirato fuori vecchi esami medici, ingialliti come antiche pergamene.
Che, fino a che non si era ribellato, gli aveva nascosto ovunque (nel portafoglio, nello zaino di scuola, nelle tasche dei vestiti, sotto il materasso) santini, medagliette, foglie ulivo benedetto. Che chissà quante volte gli aveva versato di nascosto l’acqua santa nel caffelatte o nell’aranciata.
Rituali.
Come la cornice vuota. (“È di una parente di cui non abbiamo la foto” gli aveva sempre detto).
Come i gradini cui era fissata la ringhiera, quelli che dovevi saltare.
Si avvicinò alla mensola con le foto e toccò la candela finta. Scottava.
Tuttavia, quei rituali non erano serviti.
L’avevano sempre sentita, tutti e due, quella distanza. Uno spazio che nessuno dei due usava colmare, lasciato vuoto per qualcuno che non era mai arrivato.
Magari qualcuno capace di dire “mamma”.
Pietro osservò la cornice vuota e si ricordò di come il prete l’avesse fissata, quasi anche lui avesse percepito qualcosa. Forse sua madre aveva detto più di quanto Don Gabriele avesse rivelato, ma lui era stato zitto; c’era il segreto della confessione.
Dalla camera da letto giunse un mormorio.
Sua madre aveva sempre parlato nel sonno. Negli ultimi tempi chiamava papà, o i nonni. Quando si è alla fine è come se si tornasse all’inizio. Pietro lo aveva visto più volte durante gli studi di medicina.
Per questo non aveva mai chiamato lui.
Oppure.
“Il risentimento rimane” aveva detto il prete.
Pietro scrutò la cornice vuota quasi celasse insondabili profondità.
Quel risentimento celato, negli anni, si era espanso come una faglia sotterranea e alla fine li aveva separati con la lenta, inesorabile progressione della deriva dei continenti.
Forze capaci di far crollare ogni scala anche se uno stava ben attento a non calpestare i gradini sbagliati.
Abissi che la parola “mamma” non riusciva a superare e che nessun lumino sagomato a forma di candela avrebbe rischiarato
Con rabbia, afferrò il filo, premette l’interruttore e spense la lucina.
La stanza parve offuscarsi, quasi una luce ben più intensa fosse stata oscurata
Ma no. Dipendeva dal fatto che aveva fissato la lampadina troppo a lungo e troppo da vicino.
Pietro andò verso la stanza di sua madre.
Colmare quello spazio sarebbe la vera benedizione.
Ma il tempo dei rituali era finito.
Pregherò per te.
Raggiunse l’anticamera che portava alla stanza da letto.
I suoi occhi dovevano essere ancora abbagliati perché, alle sue spalle, il salotto gli pareva ancora in penombra e, davanti a lui, la tenebra era assoluta.
Il risentimento rimane.
«Giulia» bisbigliò sua madre, la voce smussata dalle lenzuola.
Bada che non si spenga. Pregherò per te. Per proteggerti.
«Mamma» disse la voce nel buio.  




4 commenti:

  1. Profondamente turbato da questa storia! Questo racconto ha toccato le mie corde più sensibili. Mi sono rivisto in molte occasioni e non sono assolutamente in grado di commentare in modo sereno. Bella prova Roberto, hai dimostrato tanta sensibilità e un grande, ma grande talento da vero scrittore. Non esagero, è esattamente quello che penso..

    RispondiElimina
  2. Grazie. Altrove, parlando di realismo, a proposito di questo racconto, dicevo che secondo me, la verosimiglianza delle forme è molto meno importante di quella dei contenuti.

    Il meccanismo (o la morale) del racconto dice in sostanza che il negare ciò che non si comprende o non si accetta non serve a farlo sparire - anzi, paradossalmente spesso lo potenzia.
    Sapere se o che cosa sia davvero la voce nel buio (io ho la mia idea, ovviamente) è meno importante. del fatto che quel messaggio, quella morale, venga recepita.

    RispondiElimina
  3. Questo racconto,la sua atmosfera, mi ha avvolto. Nel buio si vede più chiaro , nella fine si scorge l'inizio. Complimenti è veramente bello, nessun spazio resta al lettore da colmare preso com'è il suo cuore a meditare su quanto ha appena letto! Quanta luce a volte fa un lumino.:))

    RispondiElimina
  4. Grazie. E' un racconto intimistico e quindi non potevo metterci un lampione ;-)!

    RispondiElimina