lunedì 19 settembre 2016

… a tal dèg! - Frame - racconto

All’ora di cena non è facile trovare un posto libero davanti al Corona.
I clienti non superano quasi mai la dozzina, ma la maggior parte delle automobili posteggiate sul ghiaietto dell’entrata appartiene al personale e ad altra gente che non ha niente a che fare col ristorante. Un BMW metallizzato con la targa straniera, per esempio, sta lì da un paio di mesi senza che nessuno lo reclami, e c’è pure il SUV di un tale che abita dall’altra parte della strada, forse con il garage troppo piccolo per un bestione così grosso.
“La gente porta gente!”
Questo risponde Cremonini a chi gli chiede spiegazioni.
“Lo sanno anche i somari come funziona. Non c’è bisogno della laurea per sapere che ai clienti piace un po’ di movimento. Il localino tranquillo va bene per gli sfigati, per gli anemici, i vegetariani, i vegani e tutta quella gente inutile che rompe le balle e mangia quanto un canarino. Anzi, sai che ti dico? I clienti devono far fatica a trovare posto, altrimenti non sono mica contenti… a tal dèg !!! “


Il cortile interno invece è a completa disposizione dei clienti dell’albergo.
“Sì, perché la notte non si sa mai! E poi così non si fa confusione tra i clienti che dormono e quelli che mangiano”.
Questo sostiene Cremonini che ci tiene a separare la clientela, e a dare un senso alle due licenze che stanno appese alla parete dell’ufficio.
“Allora i clienti che mangiano e dormono, dove la devono mettere la macchina?”
La domanda qualcuno se la pone anche ad alta voce.
“Ah… be’, sono i clienti migliori quelli lì. La mettano pure dove gli sta più comodo. Anche in camera da letto, basta che poi pagano e stanno zitti… a tal dèg !!!

Giulio, portiere notturno di fatto, ma anche fattorino, cameriere, barman, buttafuori e buttadentro, autista e guardarobiere, arriva sempre all’ora di punta ed ha risolto il problema del posteggio lasciando la Ritmo davanti al Bar-Tabacchi di Pino. Là c’è sempre posto e poi non è lontano: dieci minuti di buon passo appena. Lui non entra mai dall’ingresso principale, preferisce la porta di servizio sul retro. Quindi attraversa la cucina salutando tutti quelli che incontra: il cuoco, il suo vice, i camerieri e Anita, la ragazza che lava i piatti e non alza mai lo sguardo da quel maledetto lavandino. Non gli importa granché di lei e del resto della brigata ancora meno; la passeggiata al piano terra serve solo per farsi vedere dal capo che, quando non sta tra i fornelli a litigare con lo chef, si intrattiene volentieri al tavolo dei clienti. Poi non deve fare altro che attraversare la sala, spingere la porta di vetro, entrare nella zona-albergo e prendere posizione dietro il bancone della reception.

Di solito Cremonini non si fa aspettare, invece questa sera tarda ad uscire dal ristorante.
― Giornata magra! — dice al posto di buonasera. ― In casa abbiamo quattro operai del cantiere, il geometra Bombelli che è arrivato stamattina e poi… una coppietta.
Ha la solita faccia da martire e assomiglia al San Sebastiano che sua madre tiene sul comodino. A dottrina gli hanno spiegato che quella smorfia sul viso è rassegnazione cristiana, anche se con tutte quelle frecce infilzate nel corpo è un po’ difficile da credere.
Mentre parla ha gli occhi puntati su una casella della seconda fila.
― Sono saliti da poco… un’ora, forse meno. I documenti sono lì.
― Quindi sono ancora da registrare?
― Sì… io non ho avuto il tempo… poi metti anche questa sul conto.
Cremonini gli sventola sotto il naso un conto del ristorante. Ha gli occhi che brillano, cerca di restare serio ma si vede che non sta nella pelle. Poi si schiarisce la gola e infine, ostentando indifferenza, recita la cifra del totale.
― Che hanno mangiato per spendere così tanto?
― Le solite cose, ma si sono scolati due bottiglie del miglior Valentini, e per finire lui ha voluto lo champagnino da portare in camera.
― E quanto si fermano?
― Secondo me non arrivano a domani mattina. Sono senza bagagli… non so se mi spiego.
Invece si era spiegato benissimo, e anche il passaporto nelle sue mani parlava chiaro: Dolores Maria Victoria… etcétera, etcétera. Ventisei anni. Santiago de los Caballeros. Santo Domingo e... Sin permiso de residencia.
― Che cazzo dici?
― Dico che a questa dominicana manca il permesso di soggiorno.
― E tutta quella roba che hai detto sta scritta lì?
― Sì e no, ma è quello che non c’è scritto che mi preoccupa.
Cremonini è indeciso, vorrebbe protestare, far valere la sua autorità ma non può, sa di avere fatto una vaccata e adesso la sua attenzione è concentrata sul secondo documento.
― Cazzo! La carta d’identità è scaduta… da almeno cinque anni!
Giulio scuote la testa, mentre osserva a sua volta da vicino la foto tessera. Sembra uscita dal cestello della lavatrice, tanto è slavata e conciata male.
― Secondo me è uno zingaro! ― fa Giulio, dopo un po’ e senza tanti giri di parole.
― Uno zingaro? Ma sei sicuro?
― È un rom! ― ribadisce Giulio con più convinzione ― Uno Spinelli di Pescara e questa faccia non mi è nuova. Forse è la stessa che ho visto sul giornale la settimana scorsa.
― Ma dai… non dire cazzate!
Sul volto di Cremonini il sorrisetto si è trasformato in una smorfia di fastidio, però è ancora incredulo e insiste.
― Mi sembravano a posto quei due ragazzi. Una coppia di giovani come tante altre. Sì, d’accordo, si capiva dall’accento che lei era straniera, ma lui… mi pareva un giovanotto come tanti… Anche vestito bene, e di belle maniere…
― Eppure…
― Sei proprio sicuro che si tratti della stessa persona che hai visto sul giornale?
― Proprio sicuro sicuro no, ma…
― Occhei, occhei… cerchiamo di stare calmi!
Cremonini dice proprio così, invece si vede che è preoccupato, e mentre pensa si gratta la pelata lucida come una cipolla.
― Va bene, va bene… ormai è andata così. Pazienza, e poi… a noi… in fondo… che ci frega se questo è uno zingaro? Basta che non faccia storie e cacci la grana…

L’arrivo dell’ascensore impedisce a Cremonini di concludere la frase. La porta a scomparsa si apre lentamente come un sipario e sulla pedana sospesa appare una giovane coppia: hanno grandi occhi, capelli scuri, sembrano fratelli, sorridono e si avvicinano allegri e di buon passo al bancone.
― Il conto per favore ― dice il giovanotto con aria spavalda, appoggiando la chiave sul piano di marmo.
― Il conto? ― ripete Cremonini piazzandosi davanti alla calcolatrice.  ― Fattura o ricevuta fiscale?
― Mi dica quant’è e basta… Abbiamo un po’ di fretta.
Cremonini non fa una piega, scrive una cifra su un pezzo di carta, mentre il ganzo sfila dalla tasca un rotolo di biglietti da cento. Ne conta quattro e li lascia sul bancone.
― Va bene così! ― Esclama senza aspettare il resto. Quindi arraffa i documenti e saluta tutti con un gesto della mano.
― Hai visto? Che ti dicevo?  Non sono mica tutti uguali… ti ha lasciato anche la mancia, e che mancia, a t’al dèg me!
Sono le ultime parole del capo prima che scompaia dietro la porta di vetro. Nel piatto sono rimasti tre biglietti da dieci. Serata grassa.
*
Al Bar-Tabacchi di Pino la porta è aperta anche in inverno, c’è soltanto una tenda di plastica a strisce che frusta l’aria, ma la puzza di fumo si sente lo stesso. Il proprietario ha piazzato il cartello “vietato fumare” proprio sullo scaffale delle sigarette in vendita. Della contradizione non frega niente a nessuno e intorno ai tavolini c’è sempre qualcuno che di nascosto si accende una cicca.
Sono le due del pomeriggio e tutti i tavoli sono occupati da clienti con le carte da gioco in mano. C’è gente anche in piedi che segue in silenzio le partite di scopa e quintiglio.
― Toh… guarda chi si vede! ― Pino accenna un saluto con il capo, poi alza gli occhi sull’orologio da parete e aggiunge:
― Che ci fai qui a quest’ora? Non è un po’ presto per un portiere di notte?
― Che fai, sfotti? ― fa Giulio con l’aria rassegnata e gli occhi pesti.
Pino non risponde, sorride e mentre gli piazza la tazzina del caffè sul piattino sussurra:
― Ma no, che dici… il fatto è che non sono abituato a vederti a quest’ora del giorno.
Giulio alza le spalle e prende tempo. Aspetta che sia Pino a parlare per primo. Gli si legge in faccia che sa tutto, del resto non è il solo a sapere, il “fattaccio” è finito anche sul giornale.
E infatti Pino non si fa attendere. Esce dal bancone con l’immancabile straccio in mano, finge di togliere la polvere intorno all’espositore delle caramelle e intanto si avvicina a Giulio:
― Il tuo padrone è proprio un gran coglione.
― Ah… be’, se lo dici tu…
― Quelle banconote da cento… anche un bambino lo capiva che erano false.
― Mica tanto ― fa Giulio scuotendo la testa. ― Le ha rifilate a Bruno il macellaio, a Mimì per il pesce, a Cicinà per la frutta e con l’ultima si è comperato pure un paio di scarpe al mercato.
― Tutti rincoglioniti! Il macellaio pensa solo alle sue corna, Mimì è cieco come una talpa e il contadino… l’ultimo biglietto da cento l’aveva visto a Natale dell’anno scorso.
Giulio non lo vuole contraddire. Del resto, lui, le banconote dello zingaro non le ho tenute in mano e non le ha viste nemmeno da vicino.
― E tu che fai adesso, sei a spasso?
― Ma no, domani l’Hotel Corona riapre i battenti.
― Ah sì!? Menomale… Quanti giorni di chiusura vi hanno appioppato?
― Tre giorni e… una bella multa.
―  Bella quanto?
Giulio mostra il palmo della mano aperta.
― Cazzo! Oltre al danno anche la beffa. Dopotutto il Corona ci ha rimesso un sacco di soldi? E il conto, adesso, chi lo paga? E poi…Perché una multa così grossa?
Giulio non ha voglia di parlare dei guai che il suo capo si è procurato con quella bravata. Non se la sente di elencare tutti i capi d’accusa. Favoreggiamento alla prostituzione, omissione di denuncia su pubblico registro, mancata emissione di regolare ricevuta fiscale, spaccio di banconote false, soltanto per citare le accuse più gravi. Ma il barista per sua fortuna non insiste, anzi, alza le spalle e minimizza con qualche smorfia.
― Cazzate! Sono tutte cazzate! Lo so come vanno queste cose, quando t’arriva la finanza in casa, qualcosa di irregolare ti trova sempre. Se la prendono sempre con noi poveri commercianti…
Pino scuote la testa, sbuffa un po’, si guarda in giro, poi gli appoggia la manona sulla spalla.
― Lo zingaro è stato arrestato questa mattina. L’hanno pizzicato in un hotel di San Benedetto e stava con quella dominicana. In tasca aveva un sacco di banconote false e stava per fregare un altro onesto commerciante.

― Onesto!? Oh be’… non esageriamo! ― pensa Giulio, mentre avvia il motore della Ritmo.
Quell’impiastro di Cremonini ha avuto il coraggio di farsi ridare i soldi della mancia che lo zingaro aveva lasciato per lui.
― Li ho già spesi ― aveva risposto semplicemente, nel tentativo estremo di tenersi il misero bottino.
― Te li trattengo dalla busta paga! Non c’è problema. ― Era stata la risposta del capo. ― Ma lo sai quanto mi è costato questo scherzetto? Pensa che quasi quasi finivo in galera!? Quei trenta Euro della mancia, mica ce li posso rimettere di tasca mia… a t’al dèg!!!

3 commenti:

  1. "Con questo cosa voglio dire? Non l'ho so, ma c'ho ragione e i fatti mi cosano".

    Via di provincia, quella che un po' c'intenerisce, un po' ci fa ridere, un po' ci fa arrabbiare, come se comunque fossimo condannati ad essere dei poveri furbi, a turno gabbati da qualcuno più furbo.

    Antropologicamente accurato, un po' amaro, un po' gustoso.

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  2. Tutto accurato questo racconto, per come è scritto e per come tratteggi sia i personaggi che la vita di provincia che vi gira attorno.
    Io l'ho trovato molto gustoso.
    Spero che Cremonini non mi mandi il conto per rifarsi dello smacco subìto.

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  3. Cremonini è il prototipo del commerciante italiano fatto da sé, improvvisato, scaltro e avvezzo a tirare avanti la baracca a ogni costo e con ogni mezzo. Districarsi tra la giungla delle leggi italiane è il lavoro di tutti i giorni, la sopravvivenza dell’azienda la sua missione. Per tirare avanti è disposto anche a non rispettare la legge, non ha rimorsi nei confronti del fisco che evade regolarmente, anzi, lo ritiene un suo sacrosanto diritto. Giusto o sbagliato che sia io non giudico, ho le mie opinioni in merito ma le tengo per me, questo era solo un raccontino e basta.
    Un fatto simile però capitò anche a me, molti anni fa ormai, ma la situazione generale non è affatto cambiata. Il giovane rom si era insediato in albergo con la sua amichetta e non aveva nessuna intenzione di sloggiare. Di pagare il conto non se ne parlava nemmeno. Chiesi l’aiuto dei carabinieri, i quali mi dissero di tenerlo in caldo che presto avrebbero provveduto all’arresto, infatti si trattava di un pregiudicato. Passarono i giorni ma non successe nulla, alla fine i clienti indesiderati, se ne andarono di loro spontanea volontà in piena notte, senza pagare il conto naturalmente e come ricordino si portarono via il televisore della stanza. Non ho sporto denuncia, tanto sarebbe stato inutile, ottenere un risarcimento da quella gente è praticamente impossibile. Ecco un altro esempio di come vanno le cose, il danno subito non ho potuto detrarlo dalle tasse. Quello no! Non è previsto dalla legge.

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