mercoledì 14 settembre 2016

"Va tutto bene" - Credibilità, identità e dignità in "Bubba - Oh Tep".


Due paroline su un racconto (e un film che ne è stato tratto) a mio parere assai interessante.
La trama – su cui non dico molto per evidenti ragioni – è la seguente: un sedicente Elvis Presley, in un ospizio, sostiene di avere scambiato, anni addietro, la propria identità con quella di un sosia, tal Sebastian Haff.  A spingerlo, sostiene, era stata la coscienza del fatto che gli anni migliori erano passati, i veri affetti lo avevano abbandonato, le persone vicine lo sfruttavano e lui stesso era nulla più che un fenomeno da baraccone, un ingranaggio nella grande macchina dello spettacolo.L’idea – sostiene sempre il sedicente Elvis – contemplava anche la possibilità di potersi riprendere il ruolo originale in qualunque momento. "Elvis – che – fa – finta – di – essere – Haff – che – impersona – Elvis" sarebbe quindi tornato ad essere se stesso, e così il suo speculare omologo. Purtroppo, si duole l’uomo nell’ospizio, la sua copia del contratto è andata perduta durante una grigliata (!) e Haff / Presley (che aveva problemi di salute sottaciuti a Presley / Haff)  è morto prima del previsto.


Il personale della casa di cura sostiene invece, prevedibilmente, che l’uomo è Haff, il quale, venti anni prima, è caduto da un palco durante un concerto nel quale impersonava Presley, si è rotto l’anca, è stato operato... ma l’anestesia gli è andata al cervello, con le conseguenze che si possono immaginare. Del resto, nell’ospizio si trovano anche una signora che sostiene di essere Dillinger, un nero che afferma di essere il Presidente Kennedy (i servizi segreti lo avrebbero “colorato” così dopo avergli preso una parte del cervello –  cui ancora si rivolgono per consulenze – ed averla sostituita con un sacchetto di sabbia) ed altri capi ameni.
Il racconto non verte però sul “chi è chi”. Le due possibilità, grazie alla prosa grottescamente coinvolgente di Lansdale, che fa narrare la storia dal punto di vista dell’uomo nell’ospizio, sì che tutto è molto più credibile grazie ad un semplice trucco prospettico, sono presentate al lettore con eguale dignità; si finisce di leggere chiedendosi se, tutto sommato, l’uomo nell’ospizio non sia veramente Elvis.
La storia narrata è un’altra.
Nell’ospizio si aggira un non morto – una mummia per essere precisi – che succhia le anime dei ricoverati e, siccome siamo quel che mangiamo, ha finito per assomigliare – pur conservando in parte il suo aspetto egizio – a moderni vecchietti texani (il racconto è ambientato nell’amato Texas di Lansdale). Di qui, il titolo del racconto.
Come ciò sia potuto succedere è non meno credibile della spiegazione che De Foe ci fornisce circa il modo in cui Robinson Crusoe riesce a recuperare da una nave naufragata il materiale che gli risulterà indispensabile alla sopravvivenza (o di come il mostro di Frankenstein impari a leggere e parlare).
La storia presenta aspetti coerentemente grotteschi dall’inizio alla fine ed è questo a renderla logica: la coerenza interna.
Ma c’è un po’ di più, sempre a proposito di credibilità.
Elvis stesso (lo riporta King nell’articolo “perché Bachman”) ebbe così a descrivere la propria condizione (cito a memoria e sintetizzo).  “Mi sembrava di essere una vacca costretta in un recinto e che, a un certo punto, era stata spostata in un recinto molto più grande. Perciò mi dissi: va bene, brucherò”.
La premessa – e il movente in essa contenuto che è poi uno dei due pilastri della storia – è quindi perfettamente logica e coerente non soltanto col personaggio storico, ma con una condizione umana.
Haff / Elvis, chiunque egli sia, si trova in una condizione di disagio (malgrado l’apparente opulenza) perché si sente costretto in un sistema.
Tale sentimento è tutt’altro che esclusivo del personaggio; è anzi serpeggiante in tutta la modernità (mi viene da dire in tutta la modernità alienata).
Tutti, credo, più o meno acutamente, ci siamo sentiti vittime di un sistema oppressivo (andiamo.. quando le ferie sono finite e avete dovuto tornare all’attività di tutti i giorni non lo avete sentito, almeno un po’, anche voi?).
Tutti abbiamo desiderato di uscirne.
La storia, anzi, l’antefatto della storia, parte proprio da questa premessa. Haff / Elvis ( o Elvis / Haff) ne esce.
Per usare la sua metafora, smette di brucare.
Il secondo pregio del racconto sta però nel come.
Egli ne esce non grazie alla propria volontà di potenza. Non ne esce sfasciando tutto. Non ne esce con la rivoluzione. Ne esce rinunciando. Ne esce scendendo dalla scala sociale. Ne esce passando dall’essere Elvis all’essere un sosia di Elvis.
Paradossalmente, combatte il sistema con le sue stesse armi (e ditemi se non è logico e credibile questo, signori). Combatte la finzione con una finzione ancora più grande.
Mi tocca ancora una volta citare King, il quale afferma che tutte le storie fantastiche ruotano attorno al concetto di potere: quelle mediocri di chi il potere ce l’ha e lo usa senza problemi. Quelle più raffinate di chi il potere non ce l’ha, ma lo scopre dentro di sé, di chi ce l’ha ma lo perde, di chi lo acquista, ma a caro prezzo (e scopre che non ne valeva la pena).
“Bubba Oh Tep” rientra palesemente nella seconda categoria. 
A questo punto sarebbe stato facile cadere e scadere in una sorta di pauperismo moraleggiante e narrare di un Elvis / Haff / Elvis trappista, contentus parvo, folgorato sulla via di Nacogdoches invece che su quella di Damasco: un personaggio utopico, utopistico, lontano e inarrivabile, una sorta di santino.
Lansdale invece ci presenta un personaggio che, ancora una volta in modo del tutto coerente con le premesse (e quindi in modo credibile) finisce intrappolato letteralmente nella sua stessa finzione (sia che l’uomo nell’ospizio sia Elvis, sia che non lo sia).
All’inizio del racconto abbiamo quindi un personaggio che (per usare gli strumenti di analisi kinghiani) ha perso potere – a questo punto anche fisicamente, dato che è praticamente allettato e, per di più, per quasi tutto il racconto, rimpiange i suoi bei giorni di instancabile copulatore (e ditemi se c’è una forma di potere più potete e primitiva di quello sessuale) – e ha scoperto di avere pagato un prezzo altissimo ed eccessivo.
Per buona parte della storia egli manifesta una cinica, nichilistica amarezza e le sue riflessioni (ricordo che il racconto è narrato in prima persona) sono tanto escatologiche quanto scatologiche.
Solo che, a questo punto, arriva Bubba Oh Tep.
In realtà, poco prima che scenda in campo la mummia, abbiamo una scena decisiva in cui, per ripicca, con modi da vecchio brontolone, Elvis / Haff afferma il diritto alla dignità umana da parte del suo vicino di letto, appena morto.
La figlia (che non si era mai fatta viva) è venuta a prendere le sue cose e ne sta buttando via la maggior parte. Elvis / Haff ne reclama alcune per sé, anche se non aveva mai avuto soverchia simpatia per il suo compagno di stanza (ricordiamoci che Elvis / Haff è un vecchio brontolone disilluso).
In realtà il vicino non era un santo e la figlia ha le sue buone ragioni, ma (senza dirlo espressamente: abbasso le prediche!) Elvis afferma la presenza, anche se senza coglierne tutte le implicazioni, di un valore dell’essere umano in quanto tale. E lo coglie meglio della figlia perché è quello che rimane quando si è spogliati di ogni potere. Quando si è un nessuno in un ospizio, dipendente dagli altri. Il vecchio nell’ospizio lo comprende perché lui è così (mentre la figlia no... ma lo sarà, come tutti noi).
Questo sarà lo scarto etico che metterà in moto la vicenda.
La storia a questo punto diventa la storia di chi scopre (al di là e indipendente da ogni finzione) un potere dentro di sé: questo potere deriva dalla ineliminabile dignità dell’essere umano in quanto tale.
È questo che spinge Elvis / Haff, insieme a “Kennedy” (succosi i duetti tra i due) a combattere “Bubba Oh Tep”.
Il mostro, in realtà, è anche lui un poveraccio.
Può farcela solo con i vecchi dell’ospizio. Un posto dove le anime, se fossero fiammelle, sarebbero ridotte al lumicino. Solo quelle riesce a vampirizzare (venendone in parte vampirizzato, ancora una volta a dimostrazione della pochezza del suo potere). Contro un adulto in salute non ce la farebbe... ma proprio perché sono in salute gli individui maturi non lo vedono. 
Eppure, anche questi uomini e donne con un piede nella fossa (e se muoiono, infatti, chi se ne accorge? Non è normale? Anche qui sta l’astuzia del mostro) hanno diritto all’identità, alla dignità alla vita.  Chi li difende è, per l’effetto, non solo “uomo” pieno e non più finto, ma addirittura e in modo inaspettato (era questo il desiderio vero, mai soddisfatto, di Elvis / Haff / Elvis) un eroe.
Quello che succede alla fine – in cui il velo di Maya pare sollevarsi per un attimo dagli occhi del vecchio dell’ospizio, in una sorta di ricongiungimento col cosmo che diventa intellegibile e non più un nulla senza senso – è, in modo letterale e cristallino, conservare la propria anima.
Se è così, va tutto bene.      

PS in calce trovate un video con frammenti del film (vincitore a Toronto). L'interprete principale è Bruce Campbell, da noi noto soprattutto per aver recitato nei vari "La casa" e "L'armata delle Tenebre".   La colonna sonora, indovinata, è di Brian Tyler.

2 commenti:

  1. Il film è del 2002, quasi quindici anni, ma questo articolo mi ha fatto venire voglia di vederlo subito.
    "Nell’ospizio si aggira un non morto – una mummia per essere precisi – che succhia le anime dei ricoverati e, siccome siamo quel che mangiamo, ha finito per assomigliare – pur conservando in parte il suo aspetto egizio – a moderni vecchietti texani (il racconto è ambientato nell’amato Texas di Lansdale). Di qui, il titolo del racconto."

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    1. La caratteristica stilistica di Lansdale è la sua sorprendente abilità nel mescolare registri e, quindi, generi - a dimostrazione del fatto che i generi sono strumenti e non gabbie. In particolare, riesce a mescolare, humor, horror e lirismo.

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