venerdì 16 settembre 2016

Wu Ming2 - Marco Walden e la Guerra agli Umani ( Un libro sul comodino)


GUERRA AGLI UMANI
di
WU MING2
Einaudi (2003)


...un romanzo forse un po' troppo incasinato per me, contorto e difficile da seguire, tuttavia scritto così bene, ma così bene… che ho deciso di darvene un assaggio. Due capitoletti, tanto per gradire e fare la loro conoscenza. (frame)

Di questi Wu Ming uno, due, tre, eccetera, ne avevo forse sentito parlare, ma di loro lì, che ancora non ho capito quanti ne sono, non avevo letto una cippa. Poi un’amica mi ha detto, ma vai un po’ su wumingfoundation che forse trovi dei racconti per il tuo nuovo blog, te li danno gratis e li puoi anche pubblicare. No dico, se li puoi leggere gratis a casa di questi Signori, non vedo perché la gente dovrebbe venire a leggerli a casa mia, che tra l’altro si sta un po’ scomodi, per via che ci siamo appena accasati e non abbiamo ancora tutte le comodità. Ma questo è un altro discorso che per il momento non voglio affrontare....


Allora ci sono andato per davvero a casa di questi Signori con il nome strano, pensavo fossero cinesi che vendono un po' di tutto a poco prezzo, invece mi hanno fatto entrare senza chiedermi niente, neanche un Euro per il carrello, neanche buongiorno/buonasera, così zitto/zitto per non disturbare ho scaricato sul mio Kobo il primo epub che mi è capitato tra le mani: Guerra degli umani, convinto che fosse una raccolta racconti, ma invece non era vero. Sono quattro o cinque storie parallele che si intersecano e forse alla fine si congiungono anche, ma ho fatto un gran casino, mi è venuto il mal di testa, e per il momento non ho intenzione di andare avanti.
In ogni caso ho capito che in questo libro si parla di un tale Marco Walden, uno che puliva i cessi al cimitero, lavoro non molto ben retribuito, ma niente affatto faticoso, perché durante i funerali sono pochi quelli che piantano lì il morto per andare a fare la cacca, e che un bel giorno decide di fare guerra agli umani, mica con i fucili e le bombe, noooo... “per fondare" dice testualmente il Walden, "una civiltà troglodita che rifiuta gli "inutensili" e tenta di vivere solo a contatto con la natura ma si troverà, inconsapevole, invischiato in un intreccio di trame sempre più serrate.”
Una volta questi bischeri erano hippie, portavano i capelli lunghi e andavano in giro a mettere i fiori nei cannoni, oggi non lo so come wuminghia si chiamano, ma una cosa è certa, avevo ragione io, questo romanzo è un bel casino.,
Si parla anche di una barista/rabdomante ex libraia, che ha perso un San Bernardo di nome Charles Bronson, anche di una banda di gangster albanesi, palestrati nazisti, cacciatori, bracconieri, carabinieri, e di ecoterroristi amici dei cinghiali che hanno dichiarato una definitiva, spietatissima "Guerra agli Umani”.

Adesso però è inutile che la faccio lunga, prima o poi finirò di leggerlo questo libro, così incasinato, ma scritto così bene, ma così bene… che ho deciso di postare qui un assaggio. Soltanto due capitoletti, tanto per gradire e fare la conoscenza di questo Wu Ming2.
Buona lettura.
Frame
16/09/2016



2. Perfect Day
È il primo giorno d’ottobre. Mattina. La gente parla di clima estivo e cappotti ancora nell’armadio. Io sono senza lavoro. Da una settimana.
Niente di strano. Inserivo dati nel computer di una ditta. I dati sono finiti. Lo stipendio anche. Restano settecento euro in banca, un mese d’affitto arretrato, la bolletta del telefono e uno zaino, pronto da mesi, dietro la porta di cucina.
Prima dell’estate pulivo cessi al cimitero. Non era infame come sembra. Il luogo è poco affollato e nessuno molla una sepoltura per andare a cagare. C'erano fiori freschi per la mia ragazza e certe mattine non bisognava nemmeno dare lo straccio. L’azienda leader nel settore ne ha dedotto che il personale era in forte esubero. S’imponeva il taglio di un addetto su tre. Ho salutato le due colleghe bielorusse e coi soldi dell’ultima settimana mi sono preso lo zaino.
Ora sento che ci siamo. Ho appena fatto provviste.
Fuori dall’ipermercato, carrelli e abbronzature mi circondano minacciosi. Gente che guadagna. Vorrei aggrapparmi a un colletto qualsiasi, e sussurrare parole indecenti all’orecchio del proprietario: - Ehi, amico, senti un po’ qua: il sottoscritto non fa un cazzo da una settimana. Non è disgustoso?
Una batteria di cabine telefoniche mi richiama all’ordine. Almeno mia sorella la dovrei avvertire.
Parto, Sandra. È deciso. Se c’è riuscito Thoreau posso farcela anch’io. La massa degli uomini conduce vite di quieta disperazione. Siamo solo attrezzi dei nostri attrezzi, assediati da eserciti di necessori. Questa civiltà si basa su non-cicli ed è votata all’estinzione. Il futuro è nelle attività silvopastorali.
L’apparecchio funziona solo a scheda. Uno su cinque accetta anche monete, ma so già cosa mi aspetta. È fuori servizio. Mangia i soldi oppure li sputa. Ha la cornetta spalmata di resina.
Decido per un biglietto. Meno inconvenienti.
Arrivo a casa, appoggio la spesa, accendo una sigaretta e lo stereo. Perfect day, Lou Reed, versione noise dei Melt Banana.

Cara Sandra,
ormai da una settimana non telelavoro piú. Lungi da me l’idea di cercare un altro impiego qls. Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole. Ma non vengo a dirti che tutto è vanità. Soltanto: il sottoscritto ha già dato. C'è un tempo per ogni cosa, e quel tempo è finito. Se uno è soddisfatto di questa vita, s’accomodi. Per quanto, l’uomo che lavora per sopravvivere non possa godere di una vera integrità. Da anni sorvolo l’abisso della disoccupazione cronica a spasso su corde sottili. Ho speso le migliori energie a mantenermi in equilibrio. Adesso basta. È giunto il momento di dare un'occhiata di sotto.

Lo zaino è lí da quest’estate, lo sai. Ho un quaderno fitto di appunti, stratagemmi copiati da diversi manuali. So già dove andare, un luogo isolato e tranquillo che per il momento non rivelerò a nessuno. Vorrei evitare che una fila di persone si presenti ogni giorno davanti al mio rifugio con l’intento di farmi rinsavire. Non sono impazzito, anzi, mai stato piú lucido. Voglio solo diventare ricco: se questa è follia, la condivido con la maggior parte degli uomini. Un individuo è tanto piú ricco quanti piú sono gli orpelli che può trascurare. Vivrò in una grotta, mangerò bacche, castagne e farina di formiche. Mi scalderò col fuoco. Chi è il sultano di Brunei in confronto al sottoscritto? Questo mondo non ha bisogno di me, e viceversa. Pari e patta, il cerchio si chiude e il sottoscritto parte per la tangente.
Mi farò vivo quando lo riterrò opportuno.
Saluta i nipoti,
Marco 'Walden', supereroe troglodita


Rileggo il messaggio una decina di volte. Non è facile spiegare. Voglio dire: mia sorella conosce la situazione, sa dello zaino e di cosa significa. Tuttavia, non sono sicuro di essere stato chiaro.
Il sottoscritto non condanna lo stile di vita comune. Sbattersi, lavorare, amare una donna, prolificare, nutrire il cervello con roba piú o meno buona, nutrire il corpo con roba piú o meno biologica, frequentare centri commerciali, abitare una zona dignitosa. È un modello non ciclico, prossimo al collasso, ma chi se ne frega del modello. Il collasso del sottoscritto è molto piú imminente. Tanti auguri a chi si sente tranquillo.
Grazie al cielo, non tutto il mondo è qui. Puoi cambiare aria. Diventare l’eroe della vita nei boschi. Non come alla televisione, aspiranti Robinson su un’isola deserta, fai il fenomeno due mesi e poi torni a casa. Questa vacanza da me stesso è qualcosa di piú serio. Tornare a casa non rientra nei programmi.
Il punto è: non ho piú una donna, sono orfano e non ho nemmeno l'automobile. I lavori che dovrei desiderare mi paiono intercambiabili. Gli amici anche. Bravissime persone, per carità: è il sottoscritto che non funziona. Quando passi il giorno a sbrogliare il groviglio della tua vita, non ti restano molte energie per le relazioni. Cominciano a farti schifo tutti. C’è un livello di guardia: oltre quello, la nausea non si concentra piú su un singolo aspetto, tracima e inonda il resto, senza distinzione. Un lavoro indegno sta ancora sotto il livello. Due no. Il sottoscritto ne ha sempre avuti due: fare un lavoro merdoso, cercarne uno decente. Troppo vecchio per questo, troppi titoli per quest'altro, niente esperienza di carpenteria metallica.
Se avevo dei figli, era un'altra cosa. Non li trascinavo certo in una situazione simile. Le comuni fricchettone non sono il mio genere. Nemmeno gli eremiti, se è per questo. Il sottoscritto non ha bisogno di ritrovare sé stesso. È solo stanco di calci nel culo, altro che new age. Un etto di Buddha, due fette di Gesú. L'esistenza appronta già i suoi fardelli. Lo zaino, meglio tenerlo leggero.
Per questo, quattro anni fa ho venduto l'automobile. Lavoravo fuori città. Facevo il casellante. Ogni mattina, quaranta minuti di coda per arrivare allo svincolo. La sera, stessa musica. L'esaurimento nervoso non s'è fatto aspettare.
Cado in depressione ogni volta che il semaforo sgocciola auto nel gorgo di un incrocio.
Il traffico metropolitano è un traffico d’armi. Guerra umanitaria: difendere il sacro diritto al risparmio di tempo. Ma pensando ai soldi, cioè ore di lavoro, spesi per acquistare un’auto e rifornirla di carburante, per pagare lavaggi e pagare posteggi, piú il tempo bruciato nel portarla dal carrozziere, e i soldi della manutenzione, e le giornate trascorse a scegliere il modello adatto, mi sono chiesto dove sia finito il tempo risparmiato. Una bella bicicletta me ne regalava di piú.
Eppure, c'è voluto l'esaurimento per convincermi. Vendere l'auto e spostarsi in bici. Morale: lacrime, bruciore agli occhi, tosse cronica. Ho provato a tornare indietro - fermi tutti, mi sono sbagliato - ma il nuovo stipendio non me lo permetteva. Avevo cambiato lavoro: il casello dell’autostrada era troppo lontano per la bicicletta. Da allora, niente piú auto. Ho pure disimparato a guidarla. Allo stesso modo, ho deciso di vivere nei boschi perché quaggiú non vado bene nemmeno come lavacessi. Allo stesso modo, non mangio carne perché non posso permettermela. Poi, certo, trovo l'allevamento intensivo una terribile crudeltà che riversa sul genere umano cascate di karma negativo, vaste e imponenti quanto il Niagara degli sciacquoni, l'Iguazú dei piatti sporchi, l'Oceano mare dei bidè. Acqua potabile per pulirsi il culo: non conosco ingiustizia piú odiosa.
Tuttavia, pratico l'igiene intima con discreta attenzione.
Fossimo negli anni Cinquanta, mi metterei a rubare. Altri tempi. Potevi svaligiare un appartamento senza essere armato. Rapinare un gioielliere con destrezza. Svuotare un furgone portavalori con un piano perfetto e senza colpo ferire. Una cosa alla portata di tutti, bastavano fegato e cervello.
Oggi la vera delinquenza è roba da professionisti. Che ci sta a dire il sottoscritto?
Da lavacessi onesto a rapinatore di lavacessi non vedo un allettante cambio di prospettiva.
A meno di incontrare il Cristo nella cella a fianco, fargli una bella sviolinata e convincerlo a portarmi in Paradiso. Sarebbe un modo buffo per tornare alle origini, i primi approcci del sottoscritto al mondo del lavoro. Sono laureato in Scienze Religiose. Ho scritto una brillante dissertazione su Disma, ladrone crocefisso alla destra di Gesú e passato alla storia come «buono». Eppure nessuno dei Vangeli, nemmeno quelli apocrifi, lo definisce tale. Aveva trafugato i rotoli della legge. Rubato il tesoro di una sinagoga. Rapinato la moglie del sommo sacerdote Caifa. La si smetta col buonismo: Cristo ha portato in Paradiso un malfattore. Tra l’altro, non era nemmeno pentito.
Dopo una simile dimostrazione di acume intellettuale ero convinto che le porte dell’accademia mi si sarebbero dischiuse. C’era fila per entrare, ma il talento avrebbe prevalso. Per darne prova ulteriore, decisi di impegnarmi in un dottorato senza borsa di studio, durante il quale mi mantenevo con il lavoro in un call center e intanto scrivevo un’opera straordinaria, destinata al piú alto riconoscimento nel premio internazionale Mircea Eliade.
Monoteismo e menzogna esplorava la propensione alla frode di Giacobbe, patriarca del popolo eletto, e di Pietro, fondatore della Chiesa cristiana. Il primo ingannò il padre Isacco, mezzo cieco, fingendosi Esaú, suo fratello maggiore, che per un piatto di lenticchie gli aveva venduto la primogenitura; il secondo negò per tre volte di conoscere il Nazareno, negli attimi concitati che seguirono al suo arresto. Cosa significano i due episodi? Perché a Geova piacciono tanto i bugiardi? Non dimentichiamo che Gesú si portò in cielo un ladro…(a questo proposito, si veda la tesi di laurea: Santi & furfanti. L’episodio del «buon ladrone» alla luce del detto taoista: «Annientate i santi, liberate i briganti e il mondo ritroverà l’ordine»).
Per la prima volta dalla morte del grande studioso rumeno, la giuria del premio a lui dedicato usò la parola ‘deficiente’(halfwit) per respingere una candidatura.
Il sottoscritto passò ad occuparsi full time delle richieste telefoniche dei clienti. Poi prese il lavoro da casellante, convinto di potersi dedicare alla stesura di qualche opera fondamentale. L’esaurimento nervoso glielo impedí.
Arriviamo a oggi
Rileggo il messaggio per mia sorella un’ennesima volta. Può andare.
Modifico l'annuncio sulla segreteria telefonica, anche se spegnerla sarebbe piú sensato.
- L’utente da lei desiderato è definitivamente assente. La invitiamo a non riprovare piú.
Passo in cucina, controllo provviste. Qualcosa mi sarò dimenticato, per forza.
Fiammiferi. Cento scatole dovrebbero bastare.

4. Biglietto integrativo

Ho un telo impermeabile tipo militare.
Ho cinquanta metri di cordino di canapa.
Ho una lente d’ingrandimento sei per.
Ho speso tutti i soldi senza pensare al biglietto. Con gli spiccioli metto insieme un euro e mezzo, buono al massimo per venti chilometri. Devo farne settanta, ma salgo lo stesso. Oltre allo zaino, una vecchia valigia piena da scoppiare.
Mi sistemo. Intorno, tre posti vuoti e un bocchettone del riscaldamento regolato male. Aria bollente che sa già di sudore. L’anidride carbonica farà il resto. Buonanotte a tutti.
Ho un kit di pronto soccorso.
Ho tre chili di semente: fave, fagioli e marijuana.
Ho un magnifico portamonete in pelle di vacche magre. C’è solo la chiusura in ottone, come la mascella di uno squalo sdentato. Il resto l’ho strappato via. Non serve.
Guardo allontanarsi la periferia, il profilo delle colline dietro un velo di nebbia. Corrono veloci gli alberi in primo piano, piú lente le case, quasi immobile l’orizzonte. Schegge di mondo scivolano sotto i vagoni, sbriciolate in polvere sottile. Droga del viaggiatore. Migliaia di posti attraversati in fretta, intuiti solo con l’occhio, trattengono il cuore come pelliccia tra i rovi. Non commuovono i ricordi, piuttosto quello che non potrai ricordare. Un prato oltre la massicciata, dove sdraiarti, annusare l’erba e osservare il tramonto. Un campo da calcio fangoso e una partita di terza categoria che avresti voluto giocare. Il marciapiede vuoto di una strada sconosciuta, illuminato appena dall'insegna di un bar, dove forse gli avventori non parlano solo di lavoro e certo un cappuccino costa meno che sotto casa.
Il controllore arriva dopo mezz’ora. Sto fissando un pescatore immerso nel fiume fino alle anche. Sono sul punto di piangere. Senza pensare gli allungo il biglietto, scaduto da una manciata di chilometri.
- Questo andava bene per Masso. Si è dimenticato di scendere?
- No, scendo a Bocconi. È che non mi bastavano i soldi.
- Ho capito. In questo caso, devo farle la contravvenzione. Sono trenta euro piú tre di biglietto integrativo.
Scarabocchia un pezzo di carta, lo strappa dal blocchetto e me lo porge.
- Guardi, forse non mi sono spiegato: non ho una lira, altrimenti lo facevo, il biglietto.
- E non poteva dirlo prima? - è davvero contrariato. Si guarda intorno in cerca di consensi - Mi fa scrivere tutto quanto e adesso dice che non può pagare!
Appallottola il foglio giallo e lo infila in un posacenere stracolmo.
- Deve darmi un documento. La multa le arriva direttamente a casa. Sono novanta euro piú tre di biglietto integrativo.
Estraggo un fossile di carta d'identità: - La tenga. A me non serve piú. E ci aggiunga pure cinque euro, per il disturbo. Avrei dovuto spiegarmi meglio.
E lui: - Non faccia lo spiritoso. È già tanto se non la faccio scendere. - Scuote la testa e mi riconsegna il tutto, con l’aggiunta di una seconda ricevuta.
- Lei è molto gentile. - insisto - E non intendo prenderla in giro. Se mi lascia il suo indirizzo sarò lieto di inviarle un regalo. Le sembrerà strano, ma sono uno degli uomini piú ricchi del mondo.
Niente. Non ne vuole sapere. Dev’essersi convinto che sono un idiota. Accarezza i baffi ingialliti e passa a controllare altri biglietti.
Appena si allontana, socchiudo il finestrino e lascio che il vento mi strappi di mano ogni cosa. Una vecchia lancia occhiate di disappunto. Non posso fare a meno di gioirne.
Ho un sacco a pelo pesante.
Ho un badile pieghevole e alcuni attrezzi da immanicare.
Ho tre libri di grande valore. Vorrei impararli a memoria e recitarli in giro, dove nessuno li conosce, magari in cambio di pane e formaggio.
Dal sedile dietro, ondate imponenti di discorsi del cazzo si alzano minacciose, destinate a infrangersi sulle orecchie del sottoscritto. Maledizioni contro gli immigrati. Sproloqui sul mercato del lavoro. Plausi alla chiusura delle frontiere. Discorsi da treno. Il sottoscritto è: incapace di far finta di niente; incapace di intervenire, soltanto altra bile che finisce nello stomaco; incapace di considerarle parole vuote, rituali, formule magiche per ingannare il tempo.
Le parole vuote mi spaventano piú delle altre.
Per fortuna, come ogni supereroe che si rispetti, ho la mia arma segreta. La estraggo dalla valigia, infilo le cuffie, spingo play. Per quanto apocalittiche, le urla degli Skiantos mi placano come ambrosia.
Quando c'è l'epidemia,/ puoi scappare dalla zia/ mentre in caso d'esplosione/ provi solo l'emozione/ quando scendi dal droghiere/ chiedi un kilo di bromuro/ se rimani solo tu/ il prim'anno sarà duro.
Ho venti confezioni di pile da un volt e mezzo.
Ho un programma graduale di disintossicazione da Cd.
Ho cercato invano un lettore a dinamo, come le radio a manovella per i villaggi africani piú sperduti.
Quando le pile finiranno, spero di imparare a suonare l'armonica a bocca, o qualche flauto primitivo fatto con rami di sambuco, o un'ocarina di terracotta. Vorrei evitare le percussioni, se possibile. Ho vissuto diversi anni con branchi di bongoloidi accampati sotto casa, e certe sonorità mi hanno rotto i coglioni. Ma senza musica non ce la posso fare.
Anche per le sigarette ho un piano di disintossicazione.
Smetterò di fumare. Con impegno. Almeno venti volte al giorno.
Poi passerò alla marijuana autoprodotta. Sempre che mi ricordi dove ho infilato le cartine.
Intanto, il treno attraversa implacabile il Grande Nulla sospeso tra periferia e campagna. Nessuna strada asfaltata avrebbe altrettanto coraggio. Come perle di un collier post-atomico, si susseguono piste da kart, cadaveri di vecchie fabbriche, chiese talmente brutte che nemmeno Dio, nella sua infinita misericordia, gli farebbe la grazia di una visita.
Alla stazione successiva sale una ragazza e l'odore ferroso di notte sui binari. La ragazza viene a sedersi di fronte al sottoscritto. Ha la pelle bianchissima e la guance rosse di freddo. Tengo gli occhi bassi, lei li punta fuori dal finestrino. Neri come pozzi artesiani. Fingo anch’io di osservare il paesaggio. In realtà studio la sua espressione, riflessa sul doppio vetro, sovrapposta come uno spettro all’acqua torbida del fiume. Mi piacerebbe chiederle cosa ne pensa del mio progetto. Se per caso non se la sente di accompagnarmi, se le pare follia. Purtroppo, non sono mai stato bravo ad attaccare discorso. Forse lo diventerò, di qui in avanti. Dicono che il soliloquio fa bene al cervello, ma solo in piccole dosi.
L’arrivo a Bocconi è previsto per le nove e trenta. La corriera per Castello passa due volte al giorno, alle sette e quindici e alle diciotto e quarantacinque, con cambio a Piantalascia e al Passo delle Vode. Sono trentadue chilometri. Credo proprio che li farò a piedi. La corriera non si può prendere, senza biglietto. L'autista controlla i passeggeri uno a uno, al momento di salire.
Ci vorranno molte ore, ma non me ne curo. Posso fermarmi quando voglio. Costruire un riparo, mangiare qualcosa, riposarmi. Altro che vacanza. Lí c’erano sempre posti da visitare, il piú possibile, e tabelle di marcia da rispettare. C’erano percorsi stabiliti, montagne da scalare, mete da raggiungere. C’era da riempirsi gli occhi e impiegare le giornate nel modo migliore, sfruttare al massimo le ferie prima di tornare in città, all'altro lavoro. Perdere tempo era l’unico spreco riprovevole. L'acqua potabile nello sciacquone era tutt'altro che un problema.
Ho carta e penna.
Ho un binocolo ultraleggero.
Ho un chilo di bromuro.
Il peso dello zaino non mi spaventa. Conosco altri fardelli. Questo almeno posso poggiarlo, tutte le volte che desidero. Se impiegherò dieci giorni, che importa?
La strada si rinnova a ogni curva.




4 commenti:

  1. Eh :-)
    Le storie che s'intrecciano su a Monte Budadda, appena uno prende confidenza con i vari personaggi, ti agganciano fino alla fine ... Leggete il romanzo, ne vale la pena

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  2. Di "Wu Ming" ho letto "Manituana" (che devo dire mi ha deluso) e questo, che mi è piaciuto di più, ma confesso che non mi ha entusiasmato - tanto che, dopo quello, ho lasciato perdere i Wu Ming, con numeri o senza. A mio parere la verve ironica dei primi capitoli si perde un po' proprio a causa della struttura frammentaria del libro. Ora come ora, non saprei dire di che parla, e quindi oltre un "divertente, ma dimenticabile" non vado. Concordo quindi col padrone di casa che lo definisce "incasinato" (lo ricordo così anche io, anzi, da quel che rammento, il libro gioca anche, in modo piacevolmente auto ironico, sulla sprovvedutezza dei personaggi), ma sullo "scritto bene" ho delle riserve.

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  3. Scritto bene è un termine troppo generico, sono d'accordo, mi piace lo stile spigliato, fresco e incisivo che emerge e si apprezza sulla breve distanza. Non per nulla i capitoli sono brevi. Tieni conto che il libro ha quasi quindici anni, le frasi brevissime erano il top, andavano di moda, oggi fortunatamente un po' meno.

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  4. Sono stato ellittico. Le frasi brevi e spigliate piacciono anche a me, come anche a me piacciono i capitoli brevi. Le mie perplessità (qui esulo dal libro) non sono legate alla sintassi, all'analisi del periodo. Se io scrivo frasi logicamente ineccepibili, sintatticamente corrette, magari anche divertenti (o comunque emozionanti) ma strutturo il testo disponendo le scene in modo che non si capisca nulla, o comunque si richieda, per la comprensione, una diligenza superiore al normale, ebbene, in questo caso dubito che il libro (sto parlando in generale, non di "guerra agli umani", su cui ho delle riserve, ma per il quale non arrivo certo a dire questo) possa dirsi scritto bene. Alla fine i conti devono tornare. Se parlo prima di Tizio, poi di Caio, poi di Sempronio, metto tante scene che non si capisce dove vadano a parare, anche se prese in sè sono godibili, tiro fuori degli eventi improbabili, ometto, faccio saltar fuori personaggi come conigli dal cilindro, e così via, il libro non è "scritto bene". Vedendo la cosa in modo deduttivo e non induttivo, e astraendo dagli esempi.
    A mio parere la struttura degli elementi narrativi (delle "scene" e dei personaggi, in primo luogo) è una fondamentale componente dello stile. Se è difettosa, allora lo stile è difettoso, anche se magari le singole frasi possono essere riportate come esempi da Accademia della Crusca. Andando a scomodare Cicerone, lo stile è dato da inventio (la "trovata" narrativa, il personaggio azzeccato, la situazione accattivante ecc) dispositio (il modo in cui questi elementi sono connessi tra loro, la struttura appunto) ed elocutio (il modo in cui è scritta la frase, quindi un uso abile e adeguato dell'analisi del periodo, grammaticale e logica, nonchè - evientemente - il lessico).
    Ma mi pare che ne avessimo già parlato.

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